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Lunedì, 22 Luglio 2019

Foto Ansa su corteo ieri nella baraccopoli di San Ferdinando dopo omicidio di Soumaila Sacko Foto Ansa su corteo ieri nella baraccopoli di San Ferdinando dopo omicidio di Soumaila Sacko

DA JERRY MASLO A SOUMAILA SACKO: L'UNICA VIA D'USCITA È QUELLA COLLETTIVA In primo piano

Scritto da  Redazione Giu 05, 2018

"[...] Pensavo di trovare in Italia uno spazio di vita, una ventata di civiltà, un'accoglienza che mi permettesse di vivere in pace e di coltivare il sogno di un domani senza barriere né pregiudizi. Invece sono deluso. Avere la pelle nera in questo paese è un limite alla convivenza civile. Il razzismo è anche qui: è fatto di prepotenze, di soprusi, di violenze quotidiane con chi non chiede altro che solidarietà e rispetto. Noi del terzo mondo stiamo contribuendo allo sviluppo del vostro paese, ma sembra che ciò non abbia alcun peso. Prima o poi qualcuno di noi verrà ammazzato ed allora ci si accorgerà che esistiamo."

Jerry Essan Masslo

 

Sacko Soumayla è stato ammazzato. Del suo assassino non sappiamo quasi nulla, se non che è un prodotto della nostra epoca, un razzista armato che si sente legittimato a sparare. Leggendo i giornali questa legittimazione aumenta: "esasperati", "proprietà privata", "invasione", "finita la pacchia". Il problema non sono nemmeno i giornalisti delle testate nazionali che si adeguano al vento che cambia. Gli embedded ci sono sempre stati in ogni guerra che si rispetti e che i generali vogliano raccontare; non colpisce nemmeno più di tanto che ci siano giornalisti che spieghino che a chi ruba può capitare di essere sparato.

Il problema è il bisogno che abbiamo noi di "spiegare". Non era un ladro, stava recuperando, da una fabbrica in disuso, delle lamiere per costruire un riparo di fortuna. Non era un clandestino, aveva un permesso di soggiorno. Era addirittura sindacalizzato e esponente dell'Usb.

Ecco, questo il problema.

Davanti a qualcuno che spara per uccidere sentiamo il bisogno di spiegare perché sia sbagliato ammazzare quella persona. In questo modo rafforziamo il racconto fatto dai giornalisti embedded in maniera speculare. Quello che non ritroviamo oggi è una notizia semplice: in un luogo di sfruttamento è stato ucciso un sindacalista, il mondo del lavoro e tutte le organizzazioni sindacali hanno indetto lo sciopero (generale, sociale, selvaggio, fate voi come vi pare).

Questo è il tema. Tutti sappiamo che il made in Italy si regge sullo sfruttamento: le eccellenze agroalimentari del nostro Paese valgono due euro l'ora a persone a cui non vogliamo dare ospitalità e che sopravvivono in baraccopoli fatte di plastica e lamiere (sì, quelle che si recuperano, anche, in fabbriche abbandonate). Questo significa parlare di lavoro, e quale lavoro, significa parlare di contratti e di retribuzione, significa parlare di diritti e di abitare. Forse per questo si preferisce parlare di "morto ammazzato mentre rubava": è più facile e rassicurante.

Di facilità e rassicurazioni ne avremo assai bisogno nei prossimi anni, quelli in cui saremo governati dal "cambiamento". Appena insediato il Ministro dell'Interno ha ringraziato il predecessore per aver già fatto il lavoro sporco. Al nuovo ministro solo il compito di peggiorare, se possibile, il suo operato. Far finire la pacchia a chi vive nelle baraccopoli. Non è tutto uguale, il governo attuale non è uguale al precedente, ma ne è la logica e naturale progenie, più arrogante e maggiormente pericolosa.

Quello che si è fatto in questi anni è stato spostare completamente un corpo sociale. Minniti e Orlando, da ministri, con le leggi differenziali, i Daspo urbani contro i poveri nelle nostre città, gli accordi a suon di euro con i clan libici per "trattenere" nei campi di concentramento in Libia più migranti possibili. Serracchiani, come vice presidente nazionale del PD e presidente della regione FVG, con "lo stupro è peggiore se commesso da un migrante". Renzi, allora segretario nazionale dello stesso Partito Democratico, con la non inedita frase "aiutiamoli a casa loro". Nardella, da sindaco di Firenze, in seguito all'assassinio di Idy Diane, con l'espressione di cordoglio, anche per le fioriere sfasciate dalla rabbia di chi subisce quotidianamente il razzismo sulla propria pelle.

La lista sarebbe ancora lunga, troppo, una sequela di parole, azioni e leggi conseguenti. Tutto questo è arrivato a compimento di vent'anni di "lavoro a distruggere". Oggi abbiamo un Ministro dell'Interno che parla di far finire la pacchia ai clandestini e "dichiara insulto" alla Tunisia, non una parola sull'omicidio di Sacko Soumayla. Abbiamo un Ministro del Lavoro che niente sembra abbia da dire sull'assassinio di un sindacalista.

Ma questo è l'effetto, la causa è il problema, e il sintomo della malattia che stiamo vivendo si manifesta tutto nella diversità tra due morti sparati: Jerry Essan Masslo a Villa Literno, nell'agosto del 1989 e Sacko Soumayla, nei campi di Reggio Calabria, due giorni fa.  Dopo la morte di Masslo ci fu una mobilitazione enorme, la CGIL chiese i funerali di Stato che si tennero pochi giorni dopo e videro la presenza del vicepresidente del consiglio Gianni De Michelis. 200.000 persone sfilarono a Roma contro il razzismo, una mobilitazione che portò il governo Andreotti a varare la cosiddetta "legge Martelli" in cui si riconosceva lo status di rifugiato per i richiedenti asilo politico anche dai paesi extraeuropei. Ci fu un sussulto di dignità, il corpo sociale del Paese non stava bene ma era ancora vivo.

Vedendo le reazioni di oggi, o l'assenza delle stesse, viene da pensare che si è lavorato molto per ammazzarlo, questo corpo sociale. Solo che di questo corpo sociale, o di quel che ne rimane, dovremmo farne parte anche noi, operatori sociali, cooperative sociali, associazioni, realtà impegnate nella quotidianità in quei campi e in quelle periferie, ma, evidentemente, siamo troppo occupati a tentare di sopravvivere per riuscire a vivere.

Oggi, però, la sopravvivenza, per come la conosciamo, quella del "io speriamo che me la cavo", non funziona più, la scorciatoia individuale trova sempre più spesso il sentiero franato e la strada chiusa e ancora una volta l'unica via d'uscita è quella collettiva. Riuscirci o meno dipende soprattutto da noi, dal modo in cui decidiamo di stare dentro le dinamiche della nostra società, perché è vero che esiste un noi e un loro, ma la differenza non è data dal colore della pelle ma dalle condizioni materiali di vita e dalla voglia di mantenere l'istinto di trasformazione dell'esistente.

Bisognerebbe capire se questo"noi" ha voglia di riconoscersi e manifestarsi, soprattutto riconoscendo che parte di questo noi sono le persone che quei campi li vivono da sfruttati. Persone che molto spesso sono passate dai nostri "percorsi di accoglienza", uomini e donne verso cui il nostro approccio, troppo spesso paternalista, evidentemente è stato molto più "rassicurante" per il "committente" che "emancipatorio" per chi l'ha vissuto. Un ruolo da controllori sociali che ha evidentemente contribuito ad arrivare fino al punto in cui siamo. Visto che siamo parte del problema, abbiamo la capacità e voglia di essere parte della soluzione iniziando con il mettere in discussione il modo in cui gestiamo l'accoglienza e corrispondiamo al mandato che ci viene conferito?

Può sembrare banale la domanda, sicuramente però la capacità di dare risposta a questo quesito ci permetterà di capire dove vogliamo andare e soprattutto decidere con chi condividere quel "noi" che può fare la differenza.

Alessandro Metz - operatore sociale

 

L'ultima modifica Martedì, 05 Giugno 2018 12:38
Redazione

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