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Domenica, 18 Novembre 2018

PENSIONI BASSE, CURE INACCESSIBILI E PRIGIONIERI IN CASA: IL DOSSIER SULL'EMERGENZA ANZIANI In primo piano

Scritto da  Redazione Nov 06, 2018

Cresce il numero di anziani bisognosi di cure, ma diminuisce il numero dei caregiver famigliari, soprattutto le donne. Gli anziani del futuro avranno pensioni più basse e questo inciderà sul mercato privato di cura. Una situazione che potrà compromettere seriamente il futuro dell’assistenza domiciliare degli anziani non autosufficienti nel nostro Paese. Con conseguenze gravissime per milioni di famiglie.

E’ il cuore della nuova ricerca   Auser e  Spi Cgil “Problemi e prospettiva della domiciliarità. Il diritto di invecchiare a casa propria” realizzata da Claudio Falasca, pubblicata da Liberetà e da oggi scaricabile su www.auser.it  e www.spi.cigl.it
Un mix di analisi e proposte  con al centro la persona anziana, il suo ambiente di vita e i suoi bisogni.  Il tema è quello della domiciliarità che non comprende solo la casa, ma tutto quello che la circonda.

La ricerca partendo dall’analisi del cambiamento demografico e la qualità e quantità dei servizi, sia pubblici che privati, che vengono offerti nel nostro Paese, costruisce una visione futura sulla Long Term Care (la cura a lungo termine), analizza il ruolo della famiglia e le diseguaglianze di reddito, per poi arrivare alle condizioni abitative e agli standard urbanistici.

La ricerca mette a fuoco inoltre molte proposte di soluzioni ai problemi sollevati, rilanciando il tema della longevità come una risorsa per l’intera comunità.

“Il cambiamento demografico, il numero delle persone non autosufficienti e i pochi servizi disponibili, ci dicono che intervenire sulla “domiciliarità” è una strada obbligata -  afferma  il presidente Auser Enzo Costa  - Invecchiare a casa proprie è un diritto che va garantito con una rete efficace di servizi sul territorio nel rispetto della persona in tutto l’arco della sua vita.”

"Siamo in presenza di profonde trasformazioni nella nostra società, prima fra tutte quella dell'invecchiamento della popolazione - sostiene il Segretario generale dello Spi-Cgil Ivan Pedretti. "Quella della non autosufficienza è una vera e propria emergenza nazionale che riguarda da vicino non solo tanti anziani ma anche e soprattutto le loro famiglie. È uno dei grandi temi del nostro tempo, che la politica finora ha fatto però finta di non vedere. Serve una legge nazionale, servono risorse e serve ripensare il nostro sistema di welfare che altrimenti rischia così di non reggere".

I problemi

Aumenta la popolazione anziana e urbana.  L’incremento dei non autosufficienti
Per la prima volta nella storia, la popolazione urbana nel mondo ha superato la popolazione rurale. Nel 2014 la popolazione urbana ha raggiunto i 3.900 milioni, pari al 54% della popolazione mondiale. Un cambiamento di grandissima portata, uno “squilibrio” che avrà conseguenze pesanti sulle politiche di welfare e sull’ambiente.

L’Italia è la punta di diamante del processo di trasformazione demografica, arrivando ad essere uno dei paesi più longevi del pianeta. Nel 2045 si prevede che le persone con più di 65 anni saranno un terzo della popolazione, il 33,7%.  La popolazione totale diminuirà del 3,5% arrivando a 58milioni e 600mila e per il 78% sarà concentrata nelle città.

L’altro problema con cui fare i conti è l’aumento delle persone non autosufficienti.  Anche se la longevità non significa automaticamente perdita di autosufficienza, l’analisi delle previsioni ci dicono che è da prevedere un aumento di 300mila non autosufficienti al 2025, 1.250.000 al 2045 e 850.000 nel 2065.

Famiglie sempre meno in grado di prendersi cura degli anziani

La famiglia italiana continua a svolgere un ruolo centrale nel lavoro di cura. Ma la società, la famiglia e il mercato del lavoro stanno cambiando profondamente. Le donne, vero pilastro del ruolo di assistenza della famiglia, spmp sempre più impegnate nel mondo del lavoro, oggi il tasso di occupazione in Italia è di circa il 48,1%  ma  se si dovesse raggiungere la media europea del 61.5%  il lavoro di cura in ambito familiare subirebbe un drastico ridimensionamento di circa 2milioni e 500mila  donne.

Come si riuscirà a rispondere alla crescente domanda di assistenza di lunga durata fino ad oggi garantito in ambito familiare?  Un problema serio che va affrontato quanto prima.

Avanza la povertà: rischio reale per molte famiglie con persone anziane con limitazioni funzionali

Una ricerca Censis del 2015 sottolinea che oltre 561mila famiglie hanno dovuto utilizzare tutti i propri risparmi o vendere l’abitazione (anche in nuda proprietà) o indebitarsi in altre forme per far fronte ai costi dell’assistenza ad un familiare non autosufficiente. Le famiglie impegnate nell’assistenza a un proprio caro sono esposte finanziariamente sia se l’assistenza è garantita direttamente sia se erogata da badanti o infermieri. Ad ogni persona non autosufficiente è associato un flusso di risorse in uscita. Sempre il Censis nell’ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese, stima in 9 miliardi l’anno la retribuzione per le badanti e in 4,6 miliardi le spese medico sanitarie come  farmaci, analisi, visite, trattamenti riabilitativi ecc. Una famiglia con una persona non autosufficiente deve affrontare una spesa sanitaria privata pari a più del doppio rispetto alle altre famiglie italiane. Come evidenzia il Censis il 51% delle famiglie con un  non autosufficiente hanno avuto difficoltà a sostenere spese per l’acquisto di prestazioni e servizi sanitari e socioassistenziali contro il 30,5% delle altre famiglie.

Precarietà del lavoro oggi e basse pensioni domani: assistenza incerta per i futuri anziani

La precarizzazione del mercato del lavoro è una bomba ad orologeria che grava sulla vita degli anziani di domani soprattutto dei futuri non autosufficienti che avranno enormi difficoltà ad affrontare i costi delle cure di cui avranno bisogno. I lavoratori precari di oggi molto difficilmente avranno pensioni adeguate a far fronte ai rischi connessi alla non autosufficienza. Tanto più se viene ridimensionato l’intervento pubblico nella cura di lunga durata (LTC). A destare particolare preoccupazione sono i NEET – giovani tra i 15 e i 34 anni che non lavorano e non studiano – che dal 23,9% del 2012 sono aumentati al 24,4%, la percentuale più elevata rispetto agli altri paesi europei

Aumentano gli anziani ma in pochi riescono ad accedere ai servizi per la domiciliarità

I servizi domiciliari di cura sono uno dei pilastri su cui si fonda la LTC (assistenza di lunga durata) in Italia. Purtroppo percentuali troppo basse di anziane riescono a beneficiare nel nostro Paese di servizi di assistenza nei diversi livelli di non autosufficienza. Nel quinquennio 2009-2013 in Italia gli anziani sono aumentati dell’8,6% passando da 11.974.530 a oltre 13 milioni. Nello stesso arco di tempo, sono diminuiti del 21,4% gli anziani che hanno beneficiato del Servizio di Assistenza Domiciliare (SAD) passando da 190.908, l’1,6% della popolazione anziana del 2009 al 149.995 l’1,2% del 2013.
A differenza della SAD, nel quinquennio 2009-2013 l’ADI Assistenza Domiciliare Integrata, registra un incremento passando dal 3,7% al 4,8% della popolazione anziana. Nel 2013 riuscivano ad accedere al servizio ADI solo il 23,7% del totale degli anziani con limitazioni funzionali.

Badanti:  sempre più economicamente insostenibili per le famiglie

Negli ultimi due decenni le famiglie italiane hanno fatto ampio ricorso al lavoro di cura informale, malgrado presenti molte criticità: nero, qualificazione degli operatori, rapporto tra domanda e offerta, ecc. Ma le vere incognite che incombono sulla sostenibilità del sistema sono di natura economica.

I costi di questo welfare “informale” grava sui bilanci delle famiglie, a fronte di una spesa media mensile di 667 solo il 31,4% riesce a ricevere una qualche forma  di sostegno pubblico, rappresentato perlopiù dall’Accompagno (19,9%). Se complessivamente la spesa che le famiglie sostengono incide per il 29,5% sul reddito famigliare non stupisce che la maggioranza di esse (56,4%) non riesca più a farvi fronte e sia corsa ai ripari: il 48,2% ha ridotto i consumi, pur di mantenere il collaboratore; il 20,2% ha intaccato i propri risparmi; addirittura il 2,8% delle famiglie si è dovuta indebitare. Molte famiglie (il 15,1% ma al Nord la percentuale arriva al 20%), hanno dichiarato di considerare l’ipotesi che un membro della famiglia possa rinunciare al lavoro per “prendere il posto” della badante.

Per quanto lo scenario di qui ai prossimi anni appaia gravido di incertezze si stima comunque che l’evoluzione della domanda di “badanti”, mantenendo stabile il tasso di utilizzo dei servizi da parte delle famiglie, porterà il numero degli attuali collaboratori da 1 milione 655 mila a 2 milioni 151 nel 2030, determinando un fabbisogno aggiuntivo complessivo di circa 500 mila unità. È questo il dato che emerge dalla ricerca Fondazione CENSIS e  ISMU.

I conti dell’Assistenza Domiciliare non tornano

Le famiglie italiane, già messe a dura prova dalla crisi, sono sempre più in difficoltà nel sostenere i costi per l’assistenza di un proprio caro non autosufficiente. Dare risposte credibili  a questo problema  è la questione prioritaria per una evoluzione positiva della Cura a Lungo Termine in Italia.

L’assistenza (che per la parte pubblica comprende l’assistenza sociale, mentre quella sociosanitaria è inglobata nelle sanità) è un’area critica. Il suo valore complessivo - ci dice l’Osservatorio sul bilancio del welfare delle famiglie del 2017 -   è di 31,4 miliardi, solamente l’1,9% del PIL, del tutto inadeguata a fronte dell’invecchiamento della popolazione e dell’emergere di nuovi bisogni di cura delle persone e di sostegno alle famiglie. La spesa pubblica contribuisce per il 52,4% molto meno che per altri settori. Come è noto, le prestazioni di assistenza sociale sono affidate principalmente alle amministrazioni locali, sempre più in difficoltà a causa della riduzione delle risorse disponibili.

Il welfare aziendale, recentemente sostenuto da una nuova normativa, in prospettiva può essere di aiuto per le famiglie grazie agli incentivi fiscali di cui beneficia e grazie alla capacità che le aziende hanno di aggregare la domanda e organizzare soluzioni efficienti: ma siamo solo agli inizi. Non stupisce dunque che buona parte della spesa per assistenza sia sostenuta direttamente dalle famiglie: 14,4 miliardi, 48,8% del totale.

In questo quadro le famiglie si trovano ad affrontare le spese in gran parte da sole e facendo ricorso all’impegno personale dei familiari. Ma i problemi non sono solo i costi, mancano supporti per i cittadini che garantiscano la qualità dei servizi e ne facilitino la reperibilità.

La non autosufficienza di un familiare è un evento che cambia gli assetti economici e sociali dei una famiglia. Solamente il 23,8% di coloro che lo hanno affrontato dichiarano di essere stati in grado di coprirne le spese. Ma per pochi di questi (14,3%) il reddito è stato sufficiente. La maggior parte hanno dovuto intaccare i risparmi o ricorrere all’aiuto di amici e parenti. Nella stragrande maggioranza dei casi (76,2%) le famiglie non sono state in grado di provvedere integralmente all’assistenza e hanno dovuto fare delle rinunce: hanno rinunciato ad un maggiore livello di assistenza per la persona da curare (40,4%), oppure a spese sanitarie (26,4%) o hanno ridotto i consumi alimentari (33,2%).

Anziani prigionieri in casa propria

Le cose dove vivono gli anziani non sempre sono garanzia di qualità e sicurezza. Il 56% delle case di proprietà degli anziani sono prive di ascensore. La casa può diventare una prigione.
Gli anziani che vivono in abitazioni di proprietà sono quasi 10milioni e non sono case nuove. Il 70% ha più di 50 anni, nel 20% sono ancora più vecchie.   Nel 7% dei casi non c’è l’impianto di riscaldamento, nel 56% di case con anziani in edifici superiori a due piani manca l’ascensore .

Un indicatore della “qualità abitativa” sono gli incidenti domestici. Nel 2014 - riferiscono i dati Istat - quasi 700mila persone hanno dichiarato di essere rimaste coinvolte in un incidente domestico. Il fenomeno è chiaramente connotato per genere ed età: le donne, gli anziani e i bambini sono le categorie maggiormente a rischio di incidenti domestici. Il 70,4% di tutti gli incidenti ha come vittima una donna, con un numero di incidenti subìti più che doppio rispetto a quelli che colpiscono gli uomini (551mila incidenti subìti da donne contro 232mila degli uomini).  Oltre un  terzo degli incidenti (36%) riguarda una persona di 65 anni e più e il 4,5% ha come vittima un bambino sotto i 5 anni. L’assoluta predominanza di cadute tra le donne anziane (rispettivamente 76,1% per la classe di età 65-74 anni e 81% per quella da 75 anni in su) si traduce in una più elevata incidenza di fratture a danno soprattutto degli arti inferiori; viceversa, per gli uomini le lesioni più frequenti sono le ferite e le parti del corpo più colpite sono soprattutto braccia e mani (rispettivamente 49,2% e 39,9% per le due classi di età considerate).  Cucine, pavimenti e scale i luoghi più rischiosi.

La difficile vita degli anziani nelle città

La vita per gli anziani nelle città è  complicata e faticosa: i presidi sanitari e assistenziali sono spesso fuori mano e mal collegati; i negozi sotto casa per generi di prima necessità sono sempre più rari; il trasporto pubblico è inadeguato e rischioso; mancano servizi come bagni pubblici, panchine, ecc.; i marciapiedi e gli attraversamenti stradali sono insicuri e poco agibili; mancano punti di informazione, di assistenza, di ritrovo; le strade sono spesso poco illuminate e insicure.     

Le proposte  

“Questo rende essenziale  il Piano nazionale per la domiciliarità rivendicato unitariamente dai sindacati con una proposta di legge d’iniziativa popolare che risale al 2005”, chiedono Auser e Spi.  La previsione nel Decreto legislativo del 15 settembre 2017  in merito alle “Disposizioni per l'introduzione di una misura nazionale di contrasto alla povertà” di un Piano per la non autosufficienza, quale strumento programmatico per l'utilizzo delle risorse del Fondo per le non autosufficienze introduce una novità importante a condizione, ovviamente, che non diventi un mero piano di ripartizione delle risorse e che venga, invece, colto come l’occasione per una riflessione complessiva.

E ancora: “Fondo per la non autosufficienza un volano adeguato, in consistenza e tempi, a costruire une politica per la LTC a 360°. In questo ambito andrà prestata attenzione alla modulazione degli interventi pubblici  capace di tenere meglio in considerazione condizioni e possibilità degli utenti, ad esempio con riferimento a indennità di accompagnamento e spese di cura;   sostenendo forme di risparmio che contribuiscano ad affrontare il rischio di futura non autosufficienza, a partire dai fondi assicurativi (individuali e/o collettivi; sviluppando le opportunità che offrono tanto il welfare contrattuale, quanto quello aziendali; impegnando risorse delle amministrazioni territoriali per attrezzare il territorio con servizi di prossimità per l domiciliarità, eliminare le diverse forme di barriere, adeguare gli ambienti di vita dei non autosufficienti; valorizzando le disponibilità economiche degli anziani, sovente dotati di reddito contenuti ma di significativi patrimoni soprattutto casa ed altri beni immobili”.


 

L'ultima modifica Martedì, 06 Novembre 2018 13:48
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