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Domenica, 18 Novembre 2018

SVIMEZ, IL RAPPORTO SU ECONOMIA E SOCIETÀ AL SUD: ECCO LE CAUSE DEL DIVARIO TERRITORIALE In primo piano

Scritto da  Redazione Nov 08, 2018

Il Rapporto Svimez, a 44 anni dalla sua prima edizione cambia il titolo introducendo un esplicito riferimento alla “società”. Dopo una prima parte del Rapporto sulla lettura delle principali variabili macroeconomiche in un fase caratterizzata da una profonda incertezza, la seconda parte è dedicata al tema delle disuguaglianze e dei diritti di cittadinanza; e la terza a un approfondimento delle politiche per il Sud.

Previsioni 2018: pil +0,8% nel Mezzogiorno

Le previsioni 2018 della Svimez mettono in evidenza come, nel più generale rallentamento dell’economia italiana, si riapra la forbice tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Rispetto ad agosto, nel 2018 si prevede, infatti, una minore crescita del PIL italiano: +1,2% invece di +1,5%. Il saggio di crescita del PIL dovrebbe attestarsi all’1,3% nel Centro-Nord e allo 0,8% nel Mezzogiorno.

Nel corso dell’anno gli investimenti, che sono la componente più dinamica della domanda, crescono in entrambe le aree, ma in maniera più marcata al Nord: +3,8 nel Sud, +6,2% nel Centro-Nord. Ma è soprattutto la riduzione dei consumi totali, che crescono nel Mezzogiorno dello 0,5% e al Centro Nord dello 0,8%, ad incidere maggiormente sul rallentamento meridionale.

Economia meridionale: la lenta ripresa

La Svimez chiede inoltre di rafforzare l’efficacia di tale norma prevedendo un monitoraggio al Parlamento e l’istituzione di un Fondo di perequazione delle risorse ordinarie in conto capitale, in cui riversare le eventuali risorse non spese nel Mezzogiorno, per poi finanziare i programmi maggiormente in grado di raggiungere l’obiettivo del riequilibrio territoriale. Intanto i primi dati di attuazione confermano il forte ritardo accumulato nell’avvio della programmazione per il ciclo 2014-2020.

La Svimez è preoccupata non solo perché questi primi dati segnalano il ritardato avvio delle nuovo ciclo di programmazione della coesione europea, ma soprattutto perché una politica di coesione nazionale, essenzialmente finanziata con l’FSC, è rimasta al palo. E ciò provoca una duplice sostitutività dei Fondi strutturali europei, da un lato per l’insufficiente spesa in conto capitale ordinaria e dall’altro per un mancato utilizzo delle leve nazionali della politica di coesione. In particolare, dai dati della Ragioneria sull’andamento del Fondo per lo sviluppo e la coesione per il 2014-2020, si vede che, su un totale di risorse programmate che ammonta complessivamente a 32 miliardi, gli impegni non arrivano a 1,7 miliardi mentre i pagamenti ammontano a circa 320 milioni. Si tratta di un livello di attuazione fermo, tre anni dopo l’avvio previsto della programmazione, all’1% delle risorse programmate. Particolarmente deludente l’attuazione finanziaria del FSC 2014-2020 all’interno dei Patti per lo sviluppo, ferma anch’essa all’1,1%. Per la Svimez si tratta di un sostanziale fallimento.

Se frena il Sud, frena l’Italia

Centro-Nord e Mezzogiorno crescono o arretrano insieme. La crescita del Mezzogiorno, al di là della rilevanza dei fattori locali, è fortemente influenzata dall’andamento dell’economia nazionale, e viceversa. La crescita del Centro-Nord, al di là della sua maggiore integrazione nei mercati internazionali, è altrettanto dipendente, per diverse ragioni, dagli andamenti del Mezzogiorno. Lo dimostra il fatto che nel periodo 2000-2016 le due macro-aree hanno condiviso la stessa dinamica stagnante del PIL pro capite: +1,1% in media annua. Secondo i calcoli della Svimez, 20 dei 50 miliardi circa di residuo fiscale trasferito alle regioni meridionali dal bilancio pubblico ritornano al Centro-Nord sotto forma di domanda di beni e servizi.

La Svimez ritiene che, in vista di ulteriori attribuzioni di funzioni, qualsiasi decisione concernente le risorse debba rigidamente corrispondere ai criteri fissati dalla legge 42 e che questa rappresenti la base dalla quale partire per realizzare il superamento del criterio della spesa storica senza stravolgere la progressività del sistema tributario. “A tal fine va resa rapidamente operativa la definizione di costi standard e dei livelli essenziali delle prestazioni per la determinazione dei fabbisogni degli enti territoriali, con il proposito di eliminare le inefficienze manifestatesi nelle differenti Regioni italiane”.

Società meridionale: cittadinanza limitata

La cittadinanza limitata e i divari nei servizi L’ampliamento delle disuguaglianze territoriali sotto il profilo sociale riflette un forte indebolimento della capacità del welfare di supportare le fasce più disagiate della popolazione.

Gli indicatori sugli standard dei servizi pubblici fotografano, secondo la Svimez, un ampliamento dei divari Nord-Sud, con particolare riferimento al settore dei servizi socio-sanitari che maggiormente impattano sulla qualità della vita e incidono sui redditi delle famiglie. Come testimonia il dato sul grado di soddisfazione dei cittadini per l’assistenza medico ospedaliero: al Sud solo 143 mila su 530 mila ricoverati lo sono (il 27%), nel Centro-Nord 566 mila su 1.270 mila (il 44,6%).

La cittadinanza  “limitata” connessa alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni, incide sulla tenuta sociale del Sud e rappresenta il primo vincolo all’espansione del tessuto produttivo. Ancora oggi a chi vive nelle aree meridionali, nonostante una pressione fiscale pari se non superiore per effetto delle addizionali locali, mancano, o sono carenti, diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia.

Un caso eclatante: l’abbandono scolastico e il basso tasso di occupazione dei laureati. La Svimez denuncia una marcata divaricazione tra partecipazione all’istruzione e scolarizzazione. Nella scuola primaria, nell’anno scolastico 2016/2017, il tempo pieno c’è stato in oltre il 40% degli istituti del Centro-Nord, mentre al Sud ha riguardato appena il 16% delle scuole e addirittura il 13% nelle isole. Inoltre, i tassi di partecipazione al Sud sono sì superiori al 95%, ma il tasso di scolarizzazione dei 20-24enni è notevolmente inferiore, a causa di un rilevante e persistente tasso di abbandono scolastico. Nel Mezzogiorno sono circa 300 mila (299.980) i giovani che abbandonano, il 18,4%, a fronte dell’11,1% delle regioni del Centro-Nord.

E i valori più elevati si registrano per i maschi, addirittura il 21,5% nel Sud. Nel Mezzogiorno sono presenti livelli qualitativamente inferiori, dai trasporti, alle mense scolastiche, ai materiali didattici. Sul tasso di apprendimento al Sud pesa anche il contesto economico-sociale e territoriale: la disoccupazione, la povertà diffusa, l’esclusione sociale, la minore istruzione delle famiglie di provenienza e, soprattutto, la mancanza di servizi pubblici efficienti influenzano i percorsi scolastici e l’apprendimento. Il basso tasso di occupazione per i diplomati e i laureati nel Mezzogiorno a tre anni dalla laurea è testimoniato, secondo la Svimez, da questi dati: appena 70 mila su 160 mila (43,8%), contro i 220 mila su 302 mila (72,8%) del Centro Nord. Ciò spiega perché negli ultimi 15 anni c’è stato un aumento dei giovani del Sud emigrati verso il Centro-Nord e/o l’estero: nell’anno accademico 2016/2017, i giovani del Sud iscritti all’università sono circa 685 mila circa, di questi il 25,6%, studia in un ateneo del Centro-Nord. Nello stesso anno accademico il movimento “migratorio” per studio ha interessato, quindi, circa il 30% dell’intera popolazione rimasta a studiare in atenei meridionali. Ciò, secondo la SVIMEZ, comporta, oltre alla perdita di capitale umano, una minore spesa per consumi privati, in diminuzione al Sud, e una minore spesa per istruzione universitaria da parte della Pubblica amministrazione.

Ulteriori dati riguardano lavoro, precarietà, povertà, disagio e migrazioni.

L'ultima modifica Giovedì, 08 Novembre 2018 12:35
Redazione

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