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Domenica, 21 Aprile 2019

SCONTRI E ATTACCHI MILITARI, LIBIA NEL CAOS. ONG: "NON UN PORTO SICURO, PROTEGGERE I CIVILI" In primo piano

Scritto da  Redazione Apr 09, 2019

Libia nel caos, scontri armati tra diverse fazioni. A rischio ci sono i civili e la conferma che il Paese non rappresenti un porto sicuro. L'Isis ha compiuto un attacco nel centro della Libia, a Fuqaha, uccidendo due persone tra cui il presidente del consiglio comunale e rapendo il capo delle Guardie municipali. E' quanto emerge da resoconti dei siti di due media libici tra cui Libya Al-Ahrar. Nell'attacco avvenuto la scorsa notte nella città a oltre 600 km a sud-est di Tripoli, i terroristi hanno incendiato la sede della Guardia municipale e abitazioni di alcuni poliziotti, precisa il sito della tv Libya Channel.

Medici Senza Frontiere (MSF) esprime grave preoccupazione per i civili intrappolati nei combattimenti in corso a Tripoli, compresi migranti e rifugiati bloccati nei centri di detenzione. Migliaia di persone che abitano nelle aree del conflitto sono fuggite in altre aree della città. Ma i migranti bloccati nei centri non hanno alcuna possibilità di fuga.   

Craig Kenzie, capoprogetto delle operazioni MSF a Tripoli: “Siamo molto preoccupati per tutti i civili intrappolati nei combattimenti in corso a Tripoli, compresi i migranti e i rifugiati bloccati nei centri di detenzione nelle aree colpite o nelle immediate vicinanze. Anche in periodi di relativa calma, migranti e rifugiati trattenuti nei centri di detenzione sono costretti a condizioni pericolose e degradanti che hanno impatti negativi sulla loro salute fisica e mentale. Il conflitto ha reso queste persone ancora più vulnerabili e ha drasticamente ridotto la capacità della comunità umanitaria di fornire una risposta salvavita tempestiva e garantire evacuazioni urgentemente necessarie”.  

“Il centro di detenzione di Ain Zara – aggiunge Kenzie - dove pochi giorni fa il segretario generale delle Nazioni Unite ha constatato “la sofferenza e la disperazione” di rifugiati e migranti, si trova ora nel pieno degli scontri, con quasi 600 persone vulnerabili, compresi donne e bambini, intrappolate al suo interno. Testimonianze arrivate da un altro centro suggeriscono che alcune persone vengano costrette a lavorare per i gruppi armati”. 

“È la terza volta negli ultimi sette mesi che a Tripoli scoppiano combattimenti – conclude - eppure molte delle persone trattenute nei centri sono lì a causa delle politiche degli stati membri europei, che permettono alla guardia costiera libica di intercettare migranti e rifugiati in mare e riportarli forzatamente in Libia, in violazione del diritto internazionale. Il conflitto attuale non fa che evidenziare ancora una volta che la Libia non è un porto sicuro dove la protezione di migranti e rifugiati possa essere garantita.” 

Amnesty International ha espresso il timore per ulteriori perdite di vite civili a seguito dell'intensificarsi degli scontri alla periferia di Tripoli tra l'autoproclamato Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar e le milizie fedeli al governo riconosciuto a livello internazionale. 

Secondo il ministero della Salute di Tripoli dal 4 aprile, giorno dell'inizio dell'offensiva del generale Haftar verso la capitale, sono state uccise almeno 25 persone e altre 80 sono rimaste ferite. Secondo le Nazioni Unite fra le vittime vi sono almeno quattro civili, tra cui due operatori sanitari.  "L'escalation di violenza alle porte di Tripoli è profondamente preoccupante: temiamo che il numero delle vittime civili aumenti rapidamente e che i combattimenti vadano a interessare  zone più densamente popolate della capitale libica", ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice per il Medio Oriente e l'Africa del Nord di Amnesty International. 

"Tutte le parti in conflitto sono obbligate dal diritto internazionale umanitario a proteggere i civili. Esse devono sempre distinguere tra civili e combattenti ed è loro assolutamente vietato colpire civili, operatori sanitari e strutture mediche. Munizioni esplosive ad ampio effetto, come i colpi di artiglieria e di mortaio, non devono mai essere impiegate nei pressi dei centri abitati", ha aggiunto Mughrabi. 

L'Organizzazione internazionale per le migrazioni ha reso noto che finora circa 2800 persone sono sfollate a causa dei combattimenti e che in alcune zone i residenti sono impossibilitati a fuggire a causa dell'intensità degli scontri. Molti non hanno accesso ai servizi di emergenza. Le richieste di una tregua per evacuare i feriti e i civili da alcune zone sono state ignorate.  "Tutti i civili che vogliono lasciare le aree coinvolte nei combattimenti dovrebbero farlo liberamente senza finire sotto attacco", ha sottolineato Mughrabi.  Alcuni degli scontri si svolgono anche nei pressi dei centri di detenzione di Qasr Ben Gashir e Ain Zara, dove sono trattenuti circa 1300 migranti e rifugiati. 

"Si tratta di persone già in condizioni di estrema vulnerabilità e che hanno subito orribili violenze da parte delle autorità che le tengono in detenzione e dei trafficanti. Vi sono timori concreti per la loro incolumità e per la loro situazione umanitaria in caso di aumento degli scontri. Abbiamo già ricevuto notizie di detenuti bloccati, senza acqua né cibo, in condizioni inumane", ha concluso Mughrabi. 

L'ultima modifica Martedì, 09 Aprile 2019 15:14
Redazione

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