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Domenica, 20 Ottobre 2019

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MAFIE E QUESTIONE SICUREZZA, PARLA NELLO TROCCHIA: "ORMAI LA REALTÀ HA ABBATTUTO LA PROPAGANDA" In primo piano

Scritto da  Giuseppe Manzo Apr 15, 2019

A Foggia un carabiniere ucciso da un pregiudicato. A Napoli agguati davanti una scuola materna. A Roma nuovi arresti contro i Casamonica mentre anche a Milano continuano le indagini dopo il ferimento a un broker della droga. Escalation criminale o attenzione mediatica? Se il dibattito politico è concentrato su migranti e sicurezza o pistola laser e legittima difesa per la rapina in casa, le mafie invece tengono in scacco interi territori.

Lo abbiamo chiesto al giornalista Nello Trocchia (nella foto sotto, ndr) che con le sue inchieste sui fenomeni criminali ha indagato camorra e la mala del foggiano pagandone anche le conseguenze con aggressioni e intimidazioni. In libreria si trova il suo ultimo lavoro: Casamonica, viaggio nel mondo parallelo del clan che ha conquistato Roma (Utet, 192 pag., 16 euro).

 

Nello, i dati del Viminale dicono che i reati predatori sono in diminuzione. Intanto sulle prime pagine c’è un numero importante di fatti mafiosi di sangue o di arresti come per i Casamonica. Dove sta il corto circuito tra narrazione e politica?

In questi anni di campagna elettorale permanente la percezione abbia soppiantato la realtà della microcriminalità. Prima che arrivasse Salvini al Viminale i reati predatori erano già in diminuzione, il Paese aveva già chiara la fotografia delle priorità. Omicidi, furti e reati vari della criminalità comune sono diminuiti. Invece una presenza enorme e asfissiante sia in termini di economia che di controllo del territorio. Da qualche anno, ancor di più, questa è la fotografia criminale italiana. Uno dei numeri che utilizzo come parametro per spiegare questa situazione è il numero di comuni sciolti per mafia. Invece la priorità politica è diventata un’altra, quella dei reati predatori, e le mafie sono diventate secondarie. Perché questa percezione ha ribaltato la fotografia reale? Basta vedere quali sono le scelte dei partiti nei territori sotto il controllo mafioso: scelte di compromissione. La Lega Nord, partito di governo, che scelte ha fatto in regioni come Campania e Calabria? Scelte di rottura? No. Ci sono inchieste e libri che ci raccontano come i portatori di voti lambiscono quegli ambienti. E così ci troviamo i migranti come pericolo per la sicurezza con tutta la macchina della propaganda, eppure a distanza di un anno dalla formazione del governo la realtà sta soppiantando proprio quella narrazione: la mafia ammazza unendo il Paese.

A proposito di violenza mafiosa e scia di sangue in territori sotto il controllo dei clan: in quale contesto si muove l’omicidio del carabiniere a Foggia?

Quello che è successo a Foggia è indicativo di un quadro diffuso di illegalità dove la presenza dello Stato è un corpo estraneo in quella zona. C’è un’audizione agghiacciante di 5 anni fa dell’ex questore di Foggia che dice: “in questa provincia lo Stato non è percepito come presente, c’è lo sfregio continuo del rispetto delle regole. Bisogna intervenire perché in questo quadro di illegalità ci sono 3 organizzazioni mafiose, quella di Cerignola, della Capitanata e la Società foggiana”. E aggiunse: “cosa vogliamo fare? Vogliamo aspettare che muoia qualcuno di noi o degli innocenti?”. Quell’audizione è rimasta inascoltata e cinque anni dopo sono stati uccisi due agricoltori innocenti e un carabiniere. Tutto era scritto, tutto è stato denunciato. Ma il ribaltamento delle priorità sui fenomeni criminali ha prodotto una totale disattenzione.

Cambiando città, a Roma i Casamonica stanno subendo una serie di arresti. Qui riguarda il tuo ultimo lavoro che ha acceso uno sguardo nuovo su questa famiglia mafiosa. Questa attenzione è reale o “mediatica”?

No no, l’attenzione è vera. La Procura guidata da Pignatone ha fatto un ottimo lavoro sui fenomeni mafiosi e gli ultimi arresti sono la continuazione. Qui la politica e i tweet non c’entrano niente perché l’operazione delle forze dell’ordine la fase due di “Gramigna” sotto il coordinamento dei magistrati. Nel libro Casamonica il pentito Massimiliano Fazzari ha chiarito che eravamo solo all'inizio e il ruolo delle donne quando i mariti sono in carcere. Anche qui è centrale l’indirizzo che deve dare la politica. È ovvio che ci sono corpi investigativi di alto livello ma esiste una quotidianità dove le forze di polizia seguono gli indirizzi politici: la scala di priorità è completamente sbagliata perché non serve salire su una ruspa per abbattere una villa mafiosa. Infatti, attualmente Giuseppe Casamonica abita in una villa molto più grande a pochi metri da un’altra che fu abbattuta. Inoltre sarebbe più simbolico ed efficace non abbattere quelle ville sfarzose ma entrarci dentro e restituirle alla comunità. La legalità deve essere conveniente colpendo i patrimoni dei clan.

Entriamo in un altro settore criminale che secondo gli inquirenti impegna decine di famiglie mafiose. Da Milano a Napoli i rifiuti rappresentano ancora il core business dei clan: siamo nel cuore di un sistema economico. In questo ambito siamo ancora all’anno zero dell’attenzione?

Io non dividerei in due l’Italia. Il problema è unico e la risposta deve essere unica. I clan sono entrati nei rifiuti come in tutti altri affari e non perché, ad esempio, i casalesi sapessero come si fa traffico illecito: sono entrati in un business ideato da un avvocato imprenditore già condannato come Cipriano Chianese. Oggi ci troviamo di fronte a un know how che si inserisce nella modalità del risparmio sui costi di smaltimento. A Napoli o a Caserta, come Milano e Pavia, c’è o non c’è la mafia nel business le imprese hanno un solo obiettivo: risparmiare sugli scarti da smaltire.  Questo è il vero tema. E con la chiusura del mercato cinese si sono verificati i roghi degli impianti che dovevano smaltire. Da 30 anni le aziende legate ai clan hanno creato veri e propri monopoli dove altre imprese sono rimaste schiacciate. Ad esempio il caso dei Pellini che arrestati nel 2006 ma fanno affari dagli anni ’90 e oggi nel 2019 hanno confiscato loro dei beni. Abbiamo imprenditori che hanno smaltito nelle discariche del passato e oggi sono loro l’imprenditoria vincente nel nostro Paese. Insomma, nel settore rifiuti parlare di mafia rischia di essere fuorviante: qui siamo in presenza del delitto d’impresa. E il reato ambientale, purtroppo, è arrivato troppo tardi.

Ultima cosa. Cosa senti di dire ai giovani giornalisti che si cimentano nell’inchiesta dei fenomeni criminali: quanto sono preparati i nostri media ad avere giornalisti liberi che fanno questo tipo di indagine?

Io sono fortunato e non per fare la sviolinata. Ho lavorato in Rai e ora a La7 che è un posto dove fare questo mestiere liberamente. Ai giovani dico chiaramente: le notizie sono un problema. E, soprattutto, le notizie non costruiscono carriere. Siamo nati e cresciuti nel mito di Giancarlo Siani: le notizie non solo non ti aiutano quando le porti ma non ti permettono di uscire dalla precarietà. Esse soddisfano la nostra voglia di cambiare le cose come giornalisti ma non migliorano la condizione individuale. I media non premiano i portatori di notizie.

 

 

L'ultima modifica Lunedì, 15 Aprile 2019 14:23
Giuseppe Manzo

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