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Martedì, 16 Luglio 2019

Nella foto Antongio Gargiulo con la moglie Marianna Nella foto Antongio Gargiulo con la moglie Marianna

IL RACCONTO / PATRON AFRONAPOLI AGGREDITO E RAPINATO CON LA MOGLIE INCINTA: UN ISTANTE DECIDE LA TUA VITA In primo piano

Scritto da  Redazione Mag 15, 2019

Mi chiamo Antonio Gargiulo e sono il presidente dell'Afro-Napoli. Sabato sera intorno alle nove, sono con mia moglie fermo a un semaforo a Capodimonte, quando all'improvviso il finestrino dal mio lato viene infranto da un oggetto contundente, che capisco essere una pistola quando un istante dopo me la puntano in faccia.

È uno di quei momenti in cui il tempo si ferma, soprattutto se tua moglie è incinta e il tuo primo pensiero va a lei e al bambino. Un istante che può decidere molte cose: la tua felicità, quella della persona che ami, la piccola vita non ancora sbocciata ma che già ami più di ogni altra cosa. Può finire tutto, in quel momento brevissimo ma interminabile, in cui mi trovo a guardare il mondo dalla prospettiva sbagliata della canna di un'arma da fuoco, in un sabato sera qualunque.

Nella mia città.

Giovani, napoletani come noi, sui vent'anni. Si percepisce nonostante i caschi e il volto parzialmente coperto da una sciarpa che li rendono irriconoscibili. I soldi che ho in tasca, la borsa di mia moglie con i documenti. Riesco a salvare i miei, ma non il colpo finale che mi viene inferto sul viso col calcio della pistola, come a manifestare un senso di dominio che deve essere assoluto.

In momenti come questo, comprensibilmente il cervello invoca punizioni feroci. Poi ti calmi e finisci paradossalmente per dire a te stesso che vi è andata bene, avete salvato la vita, la vostra esistenza può ripartire come se quel maledetto semaforo non fosse mai esistito.

Un errore di percorso con conseguenze infinitamente minori di quelle toccate alla piccola Noemi, che a soli quattro anni lotta per tornare alla sua vita di prima.

Per quanto io sia consapevole che nessuna repressione fermerà la criminalità, mi lascia comunque l'amaro in bocca riuscire a sporgere denuncia solo il giorno dopo presso la questura centrale, dopo tre tentativi infruttuosi presso caserme dei carabinieri e commissariati di polizia chiusi, o che non accettano denunce.

È lì che in realtà mi sento solo, perché mi accorgo che nemmeno l'accusa che spesso si utilizza per dire che in certi quartieri lo stato si presenta solo in divisa, a conti fatti è vera. Lo stato, che è presente in forze se si deve rimuovere civilissimi striscioni di protesta contro il ministro dell'interno, oppure fare la faccia feroce coi migranti, lascia completamente soli noi normali cittadini.

Come sole sono le periferie di questa città e i loro giovani, stretti intorno ai feticci di una narrazione che parla del crimine come unica scelta possibile.

Guardo anche io Gomorra come tanti di voi e non penso che la criminalità dipenda da una serie televisiva. A quel semaforo, quella sera, in quell'istante interminabile in cui le nostre vite sono rimaste sospese, ho pensato però che vorrei un racconto in cui ci siamo anche noi. Una prospettiva che parli delle vittime, di quelli come noi che subiscono rapine, di chi convive ogni giorno con le angherie di vittime fattesi carnefici, di chi rischia di morire a quattro anni senza ancora essersi affacciata davvero alla vita.

Vorrei che ci fosse la Napoli che nonostante tutto resiste. La nostra città, anche quella dell'Afro-Napoli.

 

 

 

L'ultima modifica Mercoledì, 15 Maggio 2019 15:06
Redazione

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