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Lunedì, 22 Luglio 2019

DA PECHINO ALL'ITALIA: A TEATRO LA FAVOLA DI TURANDOT, SPECCHIO DI DUE MONDI In primo piano

Scritto da  Redazione Gen 30, 2019

Una delle poche date del tour italiane, dopo il debutto a Pechino il 21 dicembre scorso, arriva al Teatro Comunale di Casalmaggiore venerdì 1 febbraio alle ore 21 la Compagnia Nazionale dell’Opera di Pechino con “Turandot”, una produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Metastasio di Pratoe China National Peking Opera Company, atteso appuntamento della Stagione Teatrale 2018-2019 diretta da Giuseppe Romanetti, realizzata dal Comune di Casalmaggiore con il sostegno della Regione Lombardia nell’ambito di Circuiti Teatrali Lombardi, con il contributo di AFM Casalmaggiore srl.

Favola, per antonomasia, dell'esotismo orientale, “Turandot” è divenuta nel tempo, da Gozzi a Puccini, l'emblema del nostro immaginario sulla grande Cina. Per la prima volta, ora, il regista italiano Marco Plini, proprio rivisitando la novella del principe Calaf e della principessa Turandot, si confronta con la tradizione e il fascino dell'Opera di Pechino.

Lo spettacolo è un sottile gioco di specchi tra due mondi, lontani in apparenza, ma reciprocamente attratti e affascinati l'uno dall'altro, perché entrambi eredi di civiltà antiche, sofisticate e misteriose a un tempo. Da un lato, dunque, la raffinata arte attoriale dell'Opera di Pechino, sublime mescolanza di recitazione, danza e canto, tesa a una continua perfezione del gesto artistico, dall'altra lo sguardo prospettico d'invenzione tutta italiana, il gusto visionario e la lunga sapienza d'ordire, scene illusionistiche, abilità divenuta patrimonio del teatro europeo.

Un lavoro teatrale lontanissimo dall’opera di Puccini che tutti conosciamo: qui siamo in Cina, quella vera, non quella vagheggiata o raccontata, e solo una parte della storia (che risale addirittura al medioevo persiano) ha qualche similitudine. Anche sul piano musicale, il confronto avviene con una tradizione secolare come quella dell’Opera di Pechino, con i suoi attori e musicisti, con il suo retaggio musicale. In questa “Turandot” viene posto in essere un incontro fra musica elaborata da un’autrice cinese a partire da melodie della tradizione dell’opera di Pechino (per 8 voci, jing hu, er hu, yue qin e percussioni cinesi) e musica originale composta da due autori italiani (per contrabbasso, percussioni, chitarra elettrica ed elaborazione elettronica in tempo reale e differito). Gli strumentisti italiani e quelli cinesi, suonando insieme, creano una dimensione altra, fatta di scambi e relazioni.

"Ho immaginato di portare il pubblico europeo a entrare in un sogno bellissimo e colorato - scrive il regista - che non possiamo capire fino in fondo, ma le cui immagini ci attraggono e risucchiano in un vortice di colori brillanti e suoni rumorosissimi, che man mano prendono un senso profondo, atavico, che ci colpisce nel profondo ma a cui non riusciamo a dare un nome. Come i principi che si recano a palazzo per cercare di risolvere gli enigmi nella speranza di poter sposare la principessa di incomparabile bellezza, restiamo stregati da un’immagine che incanta. Ma Turandot è una favola nera, fatta di sangue, teste tagliate, vendette e paure".

Un dialogo tra due civiltà teatrali antiche, un banchetto meticcio di oriente e occidente è l’opera cinese che, come scrive il drammaturgo Wu Jiang, è il ‹‹simbolo della cultura cinese, una vivace espressione di bellezza e amore. È anche un “oggetto” a cui guardano con interesse e desiderio tutti gli artisti nella società moderna››.

La storia

La storia è quella della principessa cinese, Turandot, che per vendicare la zia, rapita dagli stranieri e costretta a prendere marito contro la sua volontà, si presentò al popolo annunciando: “sposerò l’uomo che riuscirà a svelare i tre indovinelli da me proposti; ma chi fallirà sarà decapitato”. I tanti pretendenti giunti alla sua corte persero la vita, uno dopo l’altro. In quel tempo Calaf, principe straniero esiliato in Cina, ritrovò a Pechino suo padre Timur e la serva Liù. Assieme e in incognito assisterono all’esecuzione di uno dei principi usciti sconfitti dalla prova, giustiziato sotto lo sguardo glaciale di Turandot. Impressionato dalla bellezza della principessa, Calaf decise di affrontare la sfida, nonostante l’opposizione del padre e di Liù.

Il giovane, pur senza rivelare la sua identità, risolse gli enigmi, ma Turandot si rifiutò, comunque, di sposarlo. Allora Calaf, con sorpresa di tutti, le propose a sua volta una sfida: se la principessa, prima dell’alba, fosse riuscita a scoprire il suo nome e dunque chi fosse, lui avrebbe rinunciato al matrimonio. In preda al furore, la principessa fece arrestare Timur e Liù, per torturarli e farsi così svelare da loro quel nome. Liù finì addirittura suicida pur di difendere il segreto di Calaf. Turandot, impressionata dalla fedeltà dell’amore di Liù e messa di fronte a quel gesto disperato, fu come folgorata: il suo cuore gelido si sciolse, colmato da un caloroso amore per Calaf. La forza dell’amore vinse, superando la crudeltà e il male.

 

 

 

 

L'ultima modifica Mercoledì, 30 Gennaio 2019 13:04
Redazione

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