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Mercoledì, 19 Giugno 2019

CHI HA UCCISO IL GIORNALISMO? NEL LIBRO "SLOW JOURNALISM" LA PROPOSTA PER SALVARE QUESTO LAVORO In primo piano

Scritto da  Redazione Apr 10, 2019

Quale è stato il momento in cui si è spezzato il rapporto di fiducia tra i cittadini e i media? Da questa e da altre domande parte il libro “Slow Journalism. Chi ha ucciso il giornalismo?”, scritto dai giornalisti Daniele Nalbone e Alberto Puliafito (Fandango, euro 17.50). Dallo choc dell’irruzione e dell’ossessione dei social network ai modelli sbagliati di business e alla scure delle fake news fino alla questione dei diritti sindacali e salariali con una precarietà strutturale.

A Roma il prossimo 16 aprile alle 19.30 nella sede di Sparwasser, in via Pigneto 215, si terrà la presentazione del volume con gli interventi di Alexander Damiano Ricci e Tiziana Barillà.

I due autori si sono avventurati in una delle operazioni editoriali più complicate per un giornalista: analizzare criticamente una categoria e un settore che ha enormi difficoltà a mettersi in discussione, soprattutto se tocca pratiche e decisioni degli organismi professionali. E vanno anche oltre, lanciando una proposta per salvare questo lavoro da se stesso: lo slow journalism appunto.

Sui temi del libro sono state poste alcune domande a uno dei due autori, Daniele Nalbone.

Daniele, il lavoro giornalistico vive una crisi dettata, innanzitutto, dallo sfruttamento a bassissimo costo come denunciate nel libro: perché questa categoria è incapace di "sindacalizzarsi"? 

Perché quella dei giornalisti non è più nemmeno “una” categoria. Sono diversi mondi che non riescono a comunicare. Il cuore del problema è nella divisione tra “giornalisti” e “giornalisti web” voluta, chiaramente, dai primi. Il corporativismo è una barriera con la quale dobbiamo necessariamente fare i conti. Con la nascita dei siti di informazione, perdonami la banalità, i giornalisti si sono sentiti attaccati da un mondo con il quale semplicemente non hanno voluto fare i conti. E si sono barricati. Dall’altra parte centinaia di giovani “non giornalisti” hanno fatto il loro ingresso nella professione uscendo da corsi e scuole e non conoscendo nemmeno i diritti di base di questa professione: co.co.co. a non finire, finte partite iva, collaboratori di ogni sorta. Stipendi di 800 euro per 10 pezzi al giorno e/o 200 pezzi al mese. Testa bassa sulla tastiera a rielaborare agenzie o notizie uscite su altri organi di informazione. La luce del sole intravista solo in pausa pranzo. Per non parlare di quanti lavorano per un giornale online da casa, nella loro stanza, riempiendo pagine e pagine di Wordpress. Come si fa a sindacalizzare qualcosa che, di fatto, non esiste e non ha nemmeno consapevolezza di esistere? Ed è qui la prima responsabilità del “sindacato”: non aver mai cercato di capire come erano (non) fatte le redazioni dei “giornali web”. Non aver mai chiesto a un editore “ma questo Mario Rossi che scrive dieci pezzi al giorno, dov’è? Che fa? Che contratto ha?”. Oppure: “Ma è normale che su 80 pezzi al giorno che pubblicate, 75 sono a firma redazione? Chi li sta scrivendo? Che contratto ha?”.

Tra il 2010 e il 2014 i Coordinamenti dei precari in tante regioni riuscirono a costruire un movimento "dal basso" che poneva la questione sociale e salariale. Furono criminalizzati soprattutto dal sindacato, gestione Siddi: come vedi oggi la capacità rappresentativa della Fnsi?

Parliamo purtroppo di un sindacato che ha perso ogni battaglia. La motivazione oggettiva, spesso, si è trasformata in una scusa: la crisi del settore. Da qui si è lasciato campo aperto a qualsiasi editore, assecondando ogni suo bisogno e sacrificando sull’altare dei “posti di lavoro” qualsiasi diritto. Tante persone hanno continuato a combattere da dentro, a lottare per un altro sindacato. E tantissime, ed è giusto il riferimento ai Coordinamenti dei precari, hanno provato a farsi sentire. Ma aprire a una riflessione avrebbe significato mettere a rischio lo status quo, in primis, proprio dei vertici della Fnsi. La scelta è stata quella di fare meno onda possibile quando ci si trova in un mare, diciamo così, non fatto di acqua. Quindi, chiudere le porte e aspettare che passasse la bufera. Bene, ora che la bufera è passata fuori dalla Fnsi non è rimasto nulla o quasi. O meglio, non conosco nessuno che, avendo un problema personale o collettivo, di redazione, abbia come primo pensiero anche solo “mando una mail alla Fnsi”.

Nel libro spiegate bene il ruolo dei social che sono nel mirino degli editori e dei giornalisti di "carta" e "tv" mentre possono rappresentare un'opportunità: è sbagliato il modello di business editoriale o è continua autoconservazione del potere?

Ci sono diversi interventi, in Slow Journalism, proprio sui modelli di business. In uno scriviamo, testualmente, che “il mondo è cambiato”. E fin qui è facile ricevere consenso. La parte dolorosa, però, è la seguente: “Viviamo in un mondo digitale. Il che non significa progettare buone pagine online. Significa ripensare l’offerta giornalistica, il prodotto, che prima di tutto deve essere a servizio del pubblico, buono, pulito, giusto”. Senza queste basi non si va da nessuna parte e possiamo anche smettere di parlarne. “È proprio inutile”, scriviamo, “cominciare a pensare a qualcosa di nuovo se non condividiamo la necessità di trasparenza, competenza, valore aggiunto per il pubblico”. Ecco, la chiave è tutta qui: a queste domande abbiamo risposto con il clickbaiting, con i piani editoriali da 150 articoli al giorno, con il link da “sparare” su Facebook entro 120 secondi dalla breaking news per arrivare prima. Non vedo nessun complotto dei grandi mezzi di informazione. Non c’è nessun piano diabolico. Vedo più, alla fonte, proprio l’incapacità anche solo di immaginare un tipo di giornalismo diverso – diciamo così - al tempo dei social.

Analizzate criticamente il contratto Fnsi-Uspi per i giornalisti "web": l'idea di partenza di un contratto ad hoc non potrebbe essere un'opportunità per l'emersione del lavoro nero o a bassissimo costo?

Non credo che una nuova stagione sindacale possa iniziare con un contratto di “serie B” sui diritti dei giornalisti. Sono mancati – ognuno scelga tra queste voci – il coraggio, la forza, l’interesse per giocare la vera partita, mettere mano al contratto Fieg/Fnsi, che nessuno nasconde essere, oggi, decisamente troppo oneroso in termini economici per molti editori. Si è scelta, invece, la strada di un contratto “parallelo” per i “poveri giornalisti del web”. E anche qui si è arrivati ben presto a scoprire come quello che era nato come contratto per i piccoli siti di informazione è diventato strumento a vantaggio degli editori. Sul sito dell’Uspi c’è ancora l’annuncio della firma del contratto che, spiegano, doveva essere rivolto a quelle testate, “native digitali, che non raggiungono i centomila euro di fatturato annuo”. Il risultato, però, è che due delle prime cinque testate online italiane usano tranquillamente questo contratto, pur fatturando rispettivamente intorno ai dieci milioni di euro l’anno. E non è un caso che editori attenti, invece, alla vita dei propri giornalisti stiano “aggirando” il contratto Uspi dall’altra parte, prendendo la retribuzione “minima” (1.400 euro) appunto come base dalla quale partire per una contrattazione individuale, e non come “questo dice il contratto, questo ti pago”.

Proponete un manifesto dello "slow journalism" con proposte pratiche per superare la crisi: qual è la prima e più immediata da applicare?

Posso essere banale? Rallentare. E iniziare a studiare, a capire come utilizzare la tecnologia nel migliore dei modi possibili. Il primo passo da fare è riconoscere la sovrapproduzione di contenuti come primo problema, e come risultato di una certa interpretazione del sistema capitalistico, e risolvere il problema. Quindi, il primo passo, è rispondere “quando è pronto” alla domanda “per quando ti serve quel ‘pezzo’?”.

Daniele, scrivere un libro sul giornalismo è una delle cose più complicate che possa fare proprio un giornalista che attira critiche e diffidenza nella categoria: chi ve lo ha fatto fare?

L’amore per questo lavoro. Una delle cose che mi sono ripetuto nei mesi di lavoro con Alberto è stata quella di non dover più avere paura: è finito il tempo del fare la “cosa migliore”, è iniziato quello del fare la “cosa giusta”. Siamo pronti alle critiche, molte ne sono già arrivate e altre ne arriveranno, ma siamo noi stessi a ritenere questo lavoro non “la” risposta” ma la “nostra” risposta. E poi, abbiamo scritto a caratteri cubitali dietro alla copertina del libro che “essere slow journalist è una forma di attivismo”. Quindi la risposta è molto semplice: lo abbiamo fatto perché non potevamo non farlo. Almeno non stavolta.

 

L'ultima modifica Mercoledì, 10 Aprile 2019 16:00
Redazione

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