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Lunedì, 18 Novembre 2019

NON CHIAMATEMI EROE: STORIE DI RESISTENZA E CORAGGIO PER I DIRITTI UMANI In primo piano

Scritto da  Redazione Ago 26, 2019

“Non sono un eroe”. Questa frase ricorre spesso nelle conversazioni con gli attivisti per i diritti umani che Lorena Cotza e Ilaria Sesana hanno raccolto nel libro “Non chiamatemi eroe. Storie di ribellione, resistenza e coraggio. Per difendere i diritti umani ad ogni costo”, in libreria per Altreconomia edizioni. Storie a volte dolorose, che oscillano tra la cronaca e il ritratto personale: uomini e donne “normali” che - in modo nonviolento - mettono la propria vita al servizio di una causa.

I difensori e le difensore dei diritti umani si possono definire testimoni scomodi, pietre d’inciampo, lottatori pacifici: persone che - spesso lontano dai riflettori e in aree remote del pianeta - rischiano la vita per proteggere i più deboli, la propria comunità, le minoranze discriminate, i diritti dei lavoratori e dell’ambiente. Si stima che dal 1998 - anno in cui fu siglata la Dichiarazione ONU sugli “human rights defenders” - siano stati uccisi almeno 3.500 attivisti, 321 nel solo 2018 e un numero indefinito è stato arrestato, detenuto, torturato.

L'eroe più radicato nell’immaginario collettivo è forse quello impegnato nella difesa dell’ambiente: la salvaguardia delle foreste e dei fiumi, le proteste contro miniere inquinanti o i progetti di costruzione di grandi dighe, come nel caso di Geovani, leader e portavoce del popolo Krenak, nel Sud Est del Brasile (in copertina nel libro). C'è poi chi difende i diritti delle minoranze - ad esempio i cittadini discriminati per il loro orientamento sessuale - come Veronika Lapina, dell’Ong russa “LGBT Network”, che denuncia le brutalità verso le persone non eterosessuali in Cecenia. A volte la propria professione diventa una missione: Nurcan Baysal giornalista turca di Diyarbakir, nei suoi libri e reportage ha denunciato le discriminazioni e le violenze contro la minoranza curda perpetrate dal governo e dall’esercito turco, pagando con la prigione e continue minacce.

Altre storie mettono in discussione le nostre certezze. Scopriamo, ad esempio, che i difensori non sono dei “solitari”: spesso sono le comunità a cui appartengono - come i popoli indigeni - giocano un ruolo cruciale nella rivendicazione dei loro diritti, come nel caso del villaggio berbero di Imider, in Marocco, minacciato da una miniera d’argento, dove l’intera comunità locale si è mobilitata. Joanna K. Cariño si batte per le comunità indigene e il loro ambiente non da sola ma con la “Cordillera People’s Alliance”.

In altri casi la sorpresa è che le violazioni dei diritti non si verificano solo in Paesi con regimi oppressivi, ma anche nelle cosiddette democrazie, tra cui l’Italia: la storia di Marco Omizzolo, attivista minacciato e calunniato per aver difeso i lavoratori Sikh sfruttati nell’Agro Pontino, è esemplare degli attacchi che subisce chi compie azioni di solidarietà verso i migranti.

Scrive Andrew Anderson, Executive Director di Front Line Defenders: “Nonostante gli arresti, la persecuzione e gli omicidi, in tutto il mondo i difensori e le difensore dei diritti umani continuano a portare avanti il loro prezioso lavoro. Rifiutano di tacere, rifiutano l’indifferenza. E ci chiedono di fare altrettanto: per sostenerli, per lottare contro la censura e l’indifferenza, dobbiamo far di tutto per ascoltare, amplificare e far sentire le loro voci”. Con un'intervista a Guadalupe Marengo, direttrice del Global Human Rights Defenders Programme di Amnesty International.

"Non chiamatemi eroe. Storie di ribellione, resistenza e coraggio. Per difendere i diritti umani, ad ogni costo", di Lorena Cotza e Ilaria Sesana - 128 pp, 13,00 € (Altreconomia)

 

L'ultima modifica Lunedì, 26 Agosto 2019 16:12
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