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Mercoledì, 21 Novembre 2018

Foto corriere della calabria Foto corriere della calabria

LIMBADI: A UCCIDERE VINCI UN ORDIGNO SU AUTO. IL GRIDO DI LIBERA: "CHIAMATI A MEA CULPA" In primo piano

Scritto da  Redazione Apr 12, 2018

La conferma ufficiale: è stato un ordigno guidato a distanza a far esplodere l’auto di Matteo Vinci a Limbadi, nel vibonese. Un’esecuzione in grande stile contro il 40enne e suo padre che hanno avuto alcuni diverbi con la sorella del boss Mancuso.

A prendere posizione è anche Libera di Vibo Valentia, associazione guidata da Giuseppe Borrello.  «Ci chiediamo - scrive Borrello -, un attentato che ricalca appieno il modus operandi della ‘ndrangheta di matrice terroristica, in pieno giorno, nella roccaforte dei Mancuso e secondo i primi passi delle indagini, per un terreno di confine, perché? Qual è il vero prezzo che quel mondo fatto di silenzi e sudditanza, dava a quegli ettari di terreno? Un messaggio di morte - prosegue - da chi vuole far mostra, in modo eclatante della propria presenza, presenza che forse, inizia ad essere disconosciuta, potere che forse, inizia ad essere bestemmiato e vacilla. Nervosi e febbrili vedono il loro campo restringersi grazie al lavoro immane che in questi mesi soprattutto, le Forze dell’ordine stanno svolgendo, ma pensiamo che stia iniziando a sollevarsi rispetto al passato, anche una reazione da parte dei cittadini e delle cittadine, di chi non rimane inerme di fronte alla violenza nefanda ma vuole liberare sé stesso e purificare i luoghi dallo stigma di terra di ‘ndrangheta, con dignità e caparbietà, iniziando ad assaporare il piacere dell’onestà. Tutto questo non è bastato però ad evitare l’atto sanguinoso che ha lasciato tutti sgomenti, allora siamo inevitabilmente chiamati a fare un atto di “mea culpa” e ad assumerci la nostra parte di responsabilità perché se Matteo ha perso la vita, forse, non ha avuto l’appoggio e il sostegno di cui aveva bisogno, forse ancora in terra di Calabria, sono pochi e poche i Matteo che per amore, non cedono». 

E ancora: «Noi la vediamo una piccola luce di speranza ma non basta a riscrivere la nostra storia, siamo chiamati a far sì che quella piccola luce, diventi un sole nuovo dal bagliore accecante e sancisca il “foedus” tra Istituzioni e popolo, di impegno comune per un domani senza più sangue. Il rumore dell’autobomba deve arrivare nelle nostre case, rompere i nostri vetri, entrare prepotentemente nelle nostre teste e nelle nostre coscienze per alimentare l’indignazione, perché la resistenza civile deve incrementare la sua forza anche e soprattutto per Matteo e la sua famiglia, che ci danno un grande esempio di umiltà e di coraggio, di rivendicazione e difesa dei propri diritti. Al simbolismo dissacrante della ‘ndrangheta ha risposto con umanità disarmante Rosaria, la mamma di Matteo, dicendo di non aver paura. Adesso tocca a noi, questo è il momento di metterci la faccia e di far vedere che comunità siamo ma soprattutto che comunità vogliamo essere».

(Fonte: ilvibonese.it)

 

L'ultima modifica Giovedì, 12 Aprile 2018 12:55
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