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Martedì, 23 Luglio 2019

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NAPOLI, VIOLENZA E BABY GANG: NON CHIAMATELA EMERGENZA In primo piano

Scritto da  Giuseppe Manzo Gen 15, 2018

Giancarlo Siani li chiamava "muschilli" nei suoi articoli. Erano i bambini degli anni ’80 che a Napoli il grande Joe Marrazzo intervistava nel memorabile reportage “Sciuscià 80”: dai 5 ai 10 anni giravano per la città in motorino, non vanno a scuola, vivono di piccoli espedienti e in mezzo alla strada.

Oggi viene definita erroneamente “emergenza” la violenza delle cosidette “baby gang”. Bande di minori e bambini si aggirano per il centro e nelle periferie armati di coltelli e catene. Con un pretesto mirano e accerchiano la vittima, poi scatta l’arancia meccanica.  L’ultima aggressione risale a ieri sera, alla fermata della metro Policlinico. In questo caso hanno anche derubato la vittima del suo cellulare. La settimana scorsa davanti un’altra metro, quella di Chiaiano, in 15 hanno pestato Gaetano a cui è stata asportata la milza. E ancora Arturo, vivo per miracolo dopo 12 coltellate in via Foria, che proprio oggi è rientrato a scuola.

A queste aggressioni si aggiungono i raid delle cosidette “stese” che vedono altri minori vittime come Stefano a Capodanno nel quartiere San Giovanni e protagonisti come i troppi ragazzini affiliati nelle bande criminali per il controllo del territorio.

Non esiste un’emergenza, esiste una questioni minorile a Napoli e nel Sud. Il termine usato e abusato in altre occasioni come rifiuti e camorra nasconde invece una realtà strutturale nel capoluogo campano e in altri territori del Mezzogiorno. Cambiano contesti e condizioni, oggi la violenza si è fatta gratuita ma si parte da una stessa condizione: povertà educativa, povertà materiale, welfare azzerato, scuola non in grado di fornire risposte, famiglie lacerate e incapaci di avere funzione di controllo, politiche giovanili inesistenti.

Non esiste un’emergenza che poi si può risolvere chiedendo a gran voce il carcere duro per dei bambini di 13 e 14 anni. Soluzione che spesso serve a lavare la coscienza di adulti responsabili.

Non esiste un’emergenza perché mentre si verificano questi episodi all’interno della stessa generazione c’è chi reagisce e si ribella. Dopo le coltellate ad Arturo migliaia di studenti marciarono dal quartiere Sanità al luogo dell’aggressione. E mercoledì 17 lo stesso faranno per Gaetano a Chiaiano.

Studenti in piazza e le mamme

“Gaetano, come Arturo – scrivono gli studenti dei collettivi - è stato vittima di una violenza inaudita ed ingiustificata. Poteva essere un tuo amico, un tuo parente, il tuo amore, poteva essere un tuo caro affetto…Potevi essere tu. Non possiamo restare indifferenti alle violenze, non possiamo restare fermi mentre ci sono dei ragazzi che sono stati picchiati brutalmente, non possiamo restare fermi mentre questi ragazzi hanno rischiato la vita, non possiamo restare indifferenti ad una situazione del genere.

E' il momento di scendere in piazza, è il momento di partire da Scampia. E' il momento di partecipare ad un grande corteo che coinvolga studenti, docenti, persone del quartiere e non e le comunità che si impegnano giorno per giorno nei nostri territori per un futuro migliore. E' il momento che l'Area Nord di Napoli si muova in una marcia di solidarietà nei confronti di Gaetano e di tutte le vittime di violenze e per combattere il fenomeno dell'omertà”.

Oltre agli stessi studenti ci sono le mamme a prendere parole. Sono le mamme delle vittime. Ha iniziato Maria Luisa, madre di Arturo, che dal primo momento ha presidiato i media e la stessa piazza denunciando anche i tentativi di intimidirla in questa sua denuncia. E anche Stella, la mamma di Gaetano, con la stessa forza si presenta davanti alle telecamere per denunciare la violenza subita dal figlio.

Le responsabilità

Ci sono tanti aspetti in questa violenza disperata che va oltre la banale emulazione di una fiction o le stesse condizioni materiali di vita. Un ragazzino protagonista di un’altra aggressione al Vomero ha dichiarato ai poliziotti che lo interrogavano: “puntiamo quelli più fortunati di noi”. Siamo di fronte al deprezzamento della propria vita e di quella dei propri coetanei. L’assenza di una cornice politica e culturale forte, di pensieri forti, determina per questi ragazzini e bambini la mancanza di qualsiasi riferimento credibile. E allora anche l’odio sociale o di “classe” si rivolge a una violenza gratuita e criminale che porta a distruggere solo le vite dei protagonisti.

Il ritorno prepotente della questione meridionale e lo smantellamento chirurgico dei diritti hanno armato la mano di una generazione che rischia di smantellare se stessa e il diritto alla vita. I responsabili sono gli adulti, ad ogni livello: nessuno si tiri fuori dalle proprie responsabilità.  

L'ultima modifica Lunedì, 15 Gennaio 2018 14:26
Giuseppe Manzo

Giuseppe Manzo

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