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Venerdì, 21 Giugno 2019

SALVA CON NOME: LA RACCOLTA DI RACCONTI SPARSI DI PIETRO TRECCAGNOLI In primo piano

Scritto da  Giuseppe Manzo Mar 25, 2019

Il santo. Il rifugio. L’orco. Il poeta e il contadino. Sono alcune delle storie di “Salva con nome”, una raccolta di testi sparsi che il giornalista Pietro Treccagnoli ha voluto recuperare, ma non postumo “com’è da consuetudine”. E così nel libro edito da Alessandro Polidoro Editore (2019, pa.124, 8 euro) l’autore “ha osato essere postumo in vita” con testi narrativi mescolati a falsa autobiografia e in gran parte inediti.

Qualcuno è stato pubblicato su Il Mattino, giornale per cui Treccagnoli ha lavorato per quasi 40 anni, altri sui social: “tornano con qualche limatura. Tutti gli altri sono inediti e li lega un filo nascosto che il lettore non faticherà a trovare”, dice l’autore nelle note.

Una lettura da viaggio che può accompagnarvi sul treno o in metropolitana, per recuperare ogni tanto il valore della carta e farvi riporre tablet e cellulari in tasca per alcuni minuti. Magari dopo aver letto proprio questo link. Ecco un estratto del primo racconto.

Il vecchio e la vecchia

"Non c’era racconto, per quanto povero, che non cominciasse con due vecchi. Lei, la vecchia, la immaginavo piccola e ossuta, come un passero spennato. Lui, il vecchio, alto e curvo, un po’ sciancato, con i baffi e un liso abito da impiegato statale in pensione, al collo un cravattino nero stinto. In pratica nessuno, perché i miei due nonni, Ventura e Ze’ Pieto, erano contadini, dritti e secchi come stecche e piccoli, baffuti e orgogliosi dei loro panciotti e della catena d’oro che si chiudeva con il cipollone, nascosto in un taschino laterale. Così erano nei ritrattoni ufficiali che, a sepoltura avvenuta, avrebbero dovuto testimoniare alla discendenza che loro erano i patriarchi.

I vecchi del monte e dello specchio restavano degli esseri immaginari e fiabeschi. Che ci facessero dietro il monte potevo pure capirlo, nella mia bambinesca scienza. Stavano di casa lontano ancora di zi’ Prizzitina e zi’ Carmela che vivevano ai piedi delle montagne di Caserta, vicino a paesi dai incredibili: Formicola, Pignataro, Mondragone, Sessa Aurunca. Ma lo specchio a che serviva? Non lo sapeva neppure mia madre. Ci stava, e loro si nascondevano. Ma dove lo tenevano, nel cortile o in casa? E che ne sapeva lei? In casa, congetturavo io, tra l’armadione e il letto. Ed era uno specchione grande e ovale, di quelli che si capovolgevano ed erano doppi, come avevo visto una volta in un film. Uno specchio e basta, tagliava corto mia madre. Perché non è importante lo specchio, il bello viene appresso" […]

L'ultima modifica Lunedì, 25 Marzo 2019 14:05
Giuseppe Manzo

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