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Mercoledì, 15 Luglio 2020

NAPOLI PIANGE UN ALTRO MINORE TRA GIUSTIZIALISMO, IL BRAND DELLA VIOLENZA E IL VUOTO SOCIALE In primo piano

Scritto da  Giuseppe Manzo Mar 05, 2020

Ugo Russo aveva 16 anni ed è morto mentre faceva una rapina con una pistola giocattolo. Ad ucciderlo i colpi di pistola della sua vittima, un carabiniere fuori servizio, che oggi è indagato per omicidio volontario: uno dei proiettili sarebbe stato sparato dopo il primo e alle spalle mentre Ugo era in fuga. La magistratura valuterà le responsabilità penali, sul campo resta un ragazzino che in un sabato notte non doveva stare in giro con una pistola giocattolo per fare le rapine.

Nei giorni successivi si è scatenato un dibattito molto acceso sulla stampa locale e nazionale. A far discutere molto è stata la reazione di amici e familiari che hanno devastato il pronto soccorso dell’ospedale dove era stato condotto Ugo. Sempre quella stessa notte sono stati sparati colpi di arma da fuoco fuori la caserma dei Carabinieri. Come è tipico del condominio italico si sono create le curve, da una parte i giustizialisti e dall’altra una certa sinistra ancorata a un’immagine del rapinator gentile di inizio novecento.

La questione minorile: i dati

Prima di entrare nel merito della vicenda ci sono i dati che spiegano il contesto. Se Napoli è da sempre una città che paga la condizione di abbandono e devianza dei minori, dai primi reportage di Joe Marrazzo e Giancarlo Siani negli anni ’80, oggi non ci troviamo in una situazione di emergenza. Su questo giornale abbiamo pubblicato i numeri della giustizia penale minorile che vedono gli indicatori con il segno meno tra il 2014 e il 2018 e le associazioni come Antigone esprime soddisfazione perché funzionano i percorsi alternativi al carcere.

Sui reati predatori c’è un calo di molti delitti: gli omicidi volontari (-46,6%) e colposi (-45,4%), i sequestri di persona (-17,2%), i furti (-14,03%), le rapine (-3,9%) e l'associazione per delinquere (-82,5%). Aumenta molto, in modo preoccupante, il numero dei minori segnalati per associazione di tipo mafioso (+93,8%: erano 49 nel 2014, sono diventati 95 nel 2018). In generale c’è un calo dei reati commessi dai minori dell’8.3%.

Partendo da questi numeri si può capire meglio il fenomeno, come spiegano gli operatori sociali, i magistrati e anche chi vive determinati territori a forte esclusione sociale.

Tra esclusione e lo status del boss onnipotente

Intervistando con Lorenzo Giroffi alcuni ragazzi di area penale di una comunità nel 2017 fu interessante la risposta al motivo per cui fare una rapina: “c’è chi lo fa per bisogno e chi invece se stai un gradino più in alto io lo raggiungo con la violenza, per comandare”. Questo punto di vista ci parla di una mutazione dei valori e delle aspirazioni che si legano in quell’indice di aumento dei minori segnalati per associazione mafiosa. Il complice 17enne di Ugo ha raccontato che quella rapina per il rolex serviva ad andare in discoteca e chissà quante altre rapine di altri ragazzi servono a “salire quel gradino” o acquistare una griffe per mostrare il proprio status.

La violenza nelle relazioni sociali è un tema che investe i minori, soprattutto quelli sottoposti a contesti di fragilità e devianza sociale. Ed è per questo che la giustificazione di ampi settori verso gli atti di distruzione di un pronto soccorso è una posizione sconsiderata e che non pone quel limite invalicabile tra rabbia sociale e i diritti inalienabili di persone vulnerabili, altro che infantilismo, come chi era in quel momento sottoposto alle cure o ci è morto come la donna pestata dal marito.  

Dall’altra parte c’è un clima che vuole “giustiziare” e non “recuperare”, un Paese che mette in conto la morte di un 16enne come qualcosa che non gli riguarda perché “se fai le rapine questo ti può capitare”. E abbiamo un carabiniere che, in questo clima, gira con una pistola stando fuori servizio e che di fronte al terrore di un’arma puntata contro può sparare come è accaduto. Questo è il clima di chi fa della sicurezza una bandiera ideologica priva di ricadute sociali e della legittima difesa un uso strumentale per “armare” i cittadini contro i criminali.  

Il vuoto delle istituzioni

Lo ha spiegato bene un’operatrice dell’Associazione quartieri spagnoli dove Ugo fino a 13 anni era uno dei ragazzi delle attività ludiche e sociali. Le istituzioni hanno demandato al terzo settore il tentativo di mediazione sociale per creare occasioni di inclusione per questi minori. Ma quei valori “per salire il gradino” e le condizioni del contesto familiare possono portare i tanti Ugo fuori dai percorsi scolastici, formativi e inclusivi per darsi un’opportunità di vita alternativa a povertà o reati predatori. “Uno scende e decide se farsi una partita di pallone o una rapina”. In questa frase c’è il vuoto che impedisce a un 16enne di prendere in considerazione il fatto di impugnare un’arma come se fosse un gesto normale ed inevitabile.

Povertà educativa, degrado sociale e territori espulsi da circuiti produttivi e culturali sono il contesto dove crescono i minori a mano armata. Questi ragazzi inseguono nuovi miti, pistola in pugno, per dare una risposta alle proprie privazioni o in continuità con i propri contesti familiari. È una lunga storia di Napoli, del Sud e di tutte le periferie urbane dove la devianza nutre il malaffare.

Ugo aveva solo 16 anni e non doveva stare un sabato notte con una pistola a rapinare qualcuno. E non doveva morire, ammazzato, così. Per evitare che non ci siano più altri Ugo bisogna parlare con loro, ascoltarli, capire bene cosa pensano e, soprattutto, intervenire: più welfare e più formazione, il lavoro come cultura e come diritto. Altrimenti sarà un far west dove Scarface o l'Immortale resteranno l'unico immaginario possibile per i "muschilli" napoletani dei rioni popolari e di tutte le periferie del Paese.

 

 

L'ultima modifica Giovedì, 05 Marzo 2020 11:51
Giuseppe Manzo

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