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Mercoledì, 03 Giugno 2020

TORINO, UNIVERSITÀ E COOPERAZIONE SOCIALE INSIEME PER L'INCLUSIONE: ECCO "AUT" In primo piano

Scritto da  Redazione Mar 02, 2020

Una settimana di lavoro, sul campo. Studenti del Politecnico di Torino, tecnici, operatori e persone con disabilità, a passarsi pala e martello, a scavare, spostare terra. Costruire.

Una vera meraviglia per gli occhi. Per chi c’era e ha dato concretezza a termini così abusati come “progettazione partecipata” e “inclusione sociale”.

Succede grazie a un “workshop di autocostruzione” gestito dal team studentesco AUT del Politecnico di Torino e destinato a un servizio della cooperativa sociale Il Margine. Succede a Collegno, animato Comune della Città Metropolitana di Torino, sede di uno dei più grandi ospedali psichiatrici italiani.

Qui, la cooperativa Il Margine ha recuperato da tempo un’area che storicamente era l’azienda agricola che nutriva il manicomio, per dare forma a un nuovo servizio immaginato per offrire opportunità di lavoro a persone con disabilità o altre forme di svantaggio, avviare percorsi riabilitativi attraverso attività di produzione ortofrutticola e florovivaistica.

Negli anni, il servizio conosciuto da tutti con il nome di “Orto che cura” è diventato un punto di riferimento cittadino, un luogo aperto a tutti, un centro di produzione in campo e in serra. Ed è proprio in questo luogo simbolico che il 13 febbraio scorso è iniziato il workshop di autocostruzione. Nelle intenzioni del progetto, la realizzazione di strutture temporanee per la coltivazione, l'interazione e la condivisione sociale, all'interno degli orti storicamente attivi.

Ma, evidentemente, dietro l’attivazione del cantiere, c’è molto di più. Per il team di AUT, il workshop ha rappresentato l’occasione per mettere in pratica i principi della progettazione partecipata, ma anche per testare la propria capacità di interpretare desideri e immaginari collettivi per migliorare un luogo che ha un ruolo fondamentale nella rieducazione e nel reinserimento sociale e lavorativo di persone con diverse difficoltà.

Per i ragazzi e gli operatori dell’Orto che cura, invece, si è trattato di sperimentare una settimana all’insegna dell’integrazione, della progettazione e realizzazione condivisa, lavorando accanto a persone che provengono da mondi molto diversi, ma che hanno deciso di mettersi in gioco e di condividere con grande entusiasmo le loro competenze.

Primi passi verso il workshop

A Novembre del 2019, il team del Politecnico ha incontrato la maggior parte dei frequentatori attualmente attivi all’Orto che cura, per conoscerli e registrare aspettative di miglioramento rispetto a uno spazio che per loro è lavoro, occasione di socializzazione, “cura”.

“Ciò che abbiamo condiviso ha superato di gran lunga le nostre prime aspettative – spiegano i ragazzi di AUT – Ci siamo trovati di fronte a una vera e propria comunità di persone unite da rapporti che vanno al di là della collaborazione lavorativa nell’orto, ma rispecchiano piuttosto legami familiari di condivisione del quotidiano”. “Per noi, riuscire ad interfacciarci con una vera e propria comunità che vive ordinariamente, cura e “si cura” attraverso un luogo condiviso e pronto ad accogliere differenze e difficoltà, è sicuramente stato un momento decisivo”.

AUT nasce con l’obiettivo di portare l’architettura al di fuori delle mura, teoriche e fisiche, della Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, collaborando con attori affini presenti sul territorio (persone, gruppi, associazioni, ...) per progettare e realizzare direttamente manufatti e strutture caduche che possano trasformare positivamente gli spazi rispondendo alle esigenze di chi questi spazi li vive.

“Fin da subito, l’ipotesi di organizzare un workshop in un contesto come l’Orto che cura ci è sembrata un’ottima possibilità, del tutto in linea con i principi di AUT – spiegano i membri del team. “Poter lavorare con e per le persone che frequentano l’Orto che Cura, con le loro diverse abilità e peculiarità, è per noi motivo di grande orgoglio e di accrescimento personale e professionale”.

Le ricadute sociali di una cooperazione virtuosa

L’aspetto innovativo del progetto è evidentemente la sua ricaduta sociale, non solo sul territorio ma anche nei confronti di tutti gli attori che a diverso titolo hanno contribuito alla buona riuscita del workshop.

“Questo progetto ha rappresentato una grande opportunità per AUT – precisano a più voci gli studenti del Politecnico - Riuscire a coinvolgere le persone seguite dalla cooperativa il Margine in semplici attività di costruzione, ha avuto per noi un valore enorme.

Insieme abbiamo realizzato vasche contenitive per la semina, abbiamo recuperato l’antica conigliera trasformata in luogo di aggregazione, abbiamo costruito panche in legno per una migliore condivisione degli spazi dell’Orto.

Tutti si sono sentiti protagonisti di un processo trasformativo dove anche il più piccolo contributo ha significato moltissimo per la riuscita finale del progetto che, evidentemente, va al di là della costruzione e che, ci auguriamo, sarà evidente a chi frequenta ogni giorno l’Orto che Cura”.

Ritroviamo le stesse valutazioni anche nei commenti a caldo di chi lavora all’Orto per la cooperativa Il Margine. I primi a esprimere entusiasmo sono proprio i signori che frequentano il servizio: “Mi aspettavo, e così è stato, tante cose belle, conoscere tante persone nuove ed essere partecipe nel lavoro”, precisa Michele. “E adesso potremo anche fare un laboratorio di pittura”, si augura Gianfranco.

“E coltivare pomodori, zucchine e melanzane” aggiunge Mihai. “Ho trovato nuovi amici e ho fatto un’esperienza nell’ambito del lavoro agricolo che mi servirà per il futuro”, aggiunge Marco, uno dei ragazzi in inserimento lavorativo all’Orto che cura.

“Questa esperienza ha migliorato il mio apprendimento – continua Roberto, anche lui in inserimento lavorativo -. Vorrei crescere in questo settore, perché spero di trovare un posto di lavoro, magari proprio questo, per il mio futuro”.

“È stato bello conoscere persone nuove che hanno portano saperi che non conoscevo e che non ho mai avvicinato”, conclude Paolo, un altro degli inserimenti lavorativi. “È stata una settimana all’insegna dell’integrazione, della progettazione e realizzazione condivisa – conclude, sorridendo, Paola, coordinatrice del servizio – che ha dato una nuova forma al luogo che tutti noi frequentiamo tutti i giorni”.

Stare sui territori, creare reti tra soggetti diversi e dare respiro a nuove opportunità di collaborazione è la grande sfida che ogni giorno la cooperazione sociale si trova ad affrontare. Quando accadono progetti come quello di AUT all’Orto che cura di Collegno è una gran bella boccata d’ossigeno.

 

L'ultima modifica Lunedì, 02 Marzo 2020 11:17
Redazione

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