Stampa questa pagina

CARA DI MINEO: VITA QUOTIDIANA DI MIGRANTI E OPERATORI

Scritto da  Redazione Lug 31, 2014

La parlamentare europea Cecile Kyenge e il direttore artistico del Festival Ottobre Africano Cleophas Dioma hanno visitato il Cara di Mineo. Hanno incontrato le diverse realtà e associazioni che lavorano all'interno del centro. Il Cara è un ex caserma di militari americani che adesso ospita più di 4000 immigrati. Ecco come ha raccontato per noi la visita Cleophas Dioma.

Lo scorso 28 luglio Clophas Adrien Dioma, direttore artistico del Festival Ottobre Africano, insieme all'euro parlamentare Cecile Kyenge, ha visitato il Centro Accoglienza Richiedenti Asilo detto Cara di Mineo, di Catania. La visita è stata organizzata dalla Pizzarotti & C. Spa con la presenza del suo vice-presidente, Michele Pizzarotti, l'Ottobre Africano e le diverse realtà e associazioni che lavorano all'interno del centro. Mineo è un piccolo comune della provincia di Catania. Il Cara è un ex caserma di militari americani che adesso ospita più di 4000 immigrati. Ecco come ha raccontato per noi la visita Cleophas Dioma:

 

"La prima impressione quando arrivi in questo posto è chiaramente l'idea di un bunker, idea rafforzata dalla presenza di militari super armati con tanto di mitra a sorvegliare l'ingresso.

Siamo stati accolti dal gruppo dirigenziale del centro e dopo una piccola presentazione e un discorso sulla situazione e i problemi che incontrano a livello amministrativo e legislativo abbiamo effettuato una visita nella struttura. Il centro è organizzato in diverse sezioni: la direzione, l'ufficio immigrazione, il job Center (dove si fanno colloqui e aiuto all'orientamento), le case dove abitano gli ospiti del centro, la mensa, la scuole e la ludoteca per i bambini. Nel centro ci sono tantissimo mediatori culturali: senegalesi, pakistani, burkinabè, eritrei. Dopo la prima impressione su un posto abbastanza particolare, isolato, con questi militari super armati, scopri una realtà abbastanza organizzata al punto di avere l'impressione di vivere in un villaggio multietnico. Con la mensa, il souk (piccoli negozi auto-gestiti dagli immigrati dove trovi un po di tutto: dai vestiti alla cose per la casa o per l'igiene, le scarpe), la scuola di lingua italiana dove un giovane ragazzo maliano ha fatto da interprete tra l'europarlamentare Cecile Kyenge e gli studenti della ludoteca. I mediatori ci hanno esposto i diversi problemi che incontrano: dalle difficoltà di comunicazione dovute alla lingua e problemi legati anche all'apprendimento dell'italiano per coloro che non hanno un livello d'istruzione medio-alto (il livello di analfabetismo è elevato); difficile è anche la gestione della convivenza tra persone di diverse culture. Il sindaco di Mineo ha evidenziato i problemi che incontra nel governare il piccolo comune di 5000 persone nelle cui vicinanze è un centro che ospita quasi 4000 persone, situazione non facile da gestire: gli utenti del centro hanno la possibilità di uscire (possono uscire ma non possono assentarsi dal centro per più di tre giorni pena la perdita del diritto di inoltrare la richiesta del permesso per motivi umanitarie) e molti vanno a Mineo per fare spesa e/o passare del tempo e questo crea qualche problema di convivenza con i residenti.

I ragazzi e ragazze del centro non capiscono perché devono rimanere così tanto tempo dentro il centro. Non capiscono la lungaggine della pratica per la richiesta per il permesso. Ma si trovano comunque molto bene con il personale e, sopratutto, con i mediatori culturali il cui contributo è fondamentale in particolari modo per la comunicazione. Dopo la visita del centro, ci siamo recati nell'ufficio del direttore dove questo ultimo si è reso disponibile, a nome di tutti i membri del gruppo dirigenziale, alla possibilità di lavorare con tutte le realtà politiche che vorranno contribuire al miglioramento delle condizioni del centro: sopratutto evitare i lunghi mesi di attesa (a volte più di un anno) per fare il primo colloquio per la richiesta d'asilo e dopo per avere la risposta. E' chiaro che la situazione della lunga attesa per i colloqui non facilita non solo il lavoro degli operatori del centro ma anche la vita degli ospiti.

Vedere così tanti giovani (africani, pakistani, arabi, donne, uomini, bambini) rinchiusi in quel centro-villaggio mi ha fatto un grosso effetto: ti costruisci quasi una vita in quel posto, ci passi molto tempo e poi se sei fortunato prendi il permesso e ti chiedi cosa ne fai e dove vai; sei sfortunato e non prendi il permesso di soggiorno, dopo un anno o qualcosa di più di vita li, dovresti comunque tornartene a casa tua con un foglio di via. Questa situazione di eterna attesa e la paura del fallimento (tornare a casa in questo modo è sempre vissuto come un fallimento), credo, sia la cosa più difficile da sopportare per gli ospiti del centro. Il direttore a anche comunque fatto capire che malgrado tutti i problemi, come vediamo, la situazione non è così tanto drammatico. l'incontro è finito verso le 15.30 dopo un pranzo insieme a tutti gli operatori del centro e qualche immigrato".

Redazione

@nelpaeseit

 
 
 
Redazione

Redazione