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Lunedì, 02 Agosto 2021

L'Italia abbandoni le politiche di deterrenza e contenimento e si concentri piuttosto sulla salvaguardia e protezione di uomini donne e bambini nel rispetto dei loro diritti umani. È quanto hanno chiesto le organizzazioni ActionAid, Amnesty International e Medici Senza Frontiere, ieri in audizione alle commissioni congiunte esteri e difesa di Camera e Senato. Gravi i profili di criticità, avvertono le organizzazioni, riscontrati nel Decreto Missioni, varato dal governo, che conferma per il quinto anno consecutivo il supporto alla Guardia Costiera Libica e all'Amministrazione Generale per la Sicurezza Costiera.

"Se il Parlamento approverà il rinnovo, l'Italia non solo continuerà a finanziare e sostenere l'attività di intercettazione in mare e lo sbarco nei porti libici di rifugiati e migranti, ma aumenterà i fondi per queste attività con 500 mila euro in più rispetto al 2020" osservano le organizzazioni.

Crescono anche i finanziamenti per le missioni Irini e Mare Sicuro, che prevedono azioni a sostegno delle forze libiche, con un aumento rispettivamente di circa 15 e 17 milioni rispetto al 2020. Viene inoltre prorogato il dispiegamento di una nave italiana a Tripoli, a supporto delle forze navali libiche.

Intanto in Libia migranti e rifugiati continuano ad essere sistematicamente esposti al rischio di detenzione arbitraria e ad altri gravi abusi dei loro diritti. Nei centri di detenzione, in cui vengono trattenuti illegalmente e a tempo indeterminato immediatamente dopo l'intercettazione in mare e lo sbarco in Libia, le condizioni di vita continuano ad essere disumane. Il numero delle persone detenute è cresciuto significativamente negli ultimi mesi, mentre continuano a venire documentati casi di torture, violenze sessuali e sfruttamento. A seguito di ripetuti episodi di violenza contro migranti e rifugiati, a giugno Medici Senza Frontiere ha annunciato la sospensione temporanea delle attività in due centri di detenzione di Tripoli.

A partire dalla firma del Memorandum d'Intesa siglato con l'allora Governo di Accordo Nazionale nel febbraio 2017, l'Italia ha svolto un ruolo chiave nell'ideazione e nell'attuazione delle politiche di contenimento dei flussi migratori. Dei quasi 100 milioni di euro stanziati per il controllo dei confini terrestri e marittimi del Paese, circa un terzo è stato finanziato dal Decreto missioni: una spesa completamente svincolata dall'adozione di misure necessarie ad evitare lo sbarco in Libia delle persone soccorse o intercettate in mare, o per garantire il rispetto dei diritti di rifugiati e migranti in Libia. Con ciò, l'Italia si è resa corresponsabile per le violazioni e gli abusi commessi in Libia. In una memoria firmata anche da Human Rights Watch e trasmessa a Deputati e Senatori membri delle commissioni interessate, le organizzazioni hanno ribadito l'urgenza di modificare i termini della cooperazione con la Libia.

"Sollecitiamo il Parlamento a revocare qualsiasi sostegno alla Guardia Costiera Libica e alla Amministrazione Generale per la Sicurezza Costiera, condizionando qualsiasi intesa all'adozione da parte libica di concrete misure a garanzia dei diritti di rifugiati e migranti, compreso l'impegno a sbarcare persone soccorse in mare in un porto sicuro, che non può essere in Libia".

 

 

 

“Esprimiamo grande preoccupazione e denunciamo quello che sta avvenendo nei servizi di cura della salute mentale a Reggio Calabria e in tutta la regione”. A dirlo in una nota è Legacoopsociali che interviene sul caso dei servizi di cura psichiatrici in Calabria.

“Gli operatori socio-sanitari sono in agitazione insieme alle cooperative sociali – prosegue la nota - e alle organizzazioni di rappresentanza di fronte ai mali storici della salute mentale che abbiamo sempre denunciato in questi anni”.

“Dal 2015 si assiste al blocco dei ricoveri per 11 strutture miste della provincia di Reggio, dove lavorano personale Asl e cooperative sociali – sottolinea Legacoopsociali - e continuano a non essere riconosciute. A questo mancato accreditamento che rende “illegale” la gestione ibrida anche se da 6 anni fu avviato il percorso per chiedere l’accreditamento e gestire autonomamente le strutture ma dalla regione non è mai arrivata nessuna autorizzazione. Infine dal 31 dicembre 2020 sono interrotti i pagamenti che lasciano nella totale incertezza gli operatori e le loro famiglie, spesso monoreddito”.

Poi un appello al ministro della Salute Roberto Speranza “perché intervenga in una regione che vede la sanità commissariata. Tale gestione in eterna emergenza comporta ritardi e disagi sotto gli occhi di tutti. E chiediamo possa rendere più ‘agevole’ la comunicazione tra i commissari regionale e provinciale sulla interpretazione dei decreti e sulla loro applicazione”.

Infine Legacoopsociali conclude: “chiediamo che i servizi di cura in Calabria come in tutto il Mezzogiorno diventino una priorità assoluta a cavallo dell’emergenza Covid mettendo al centro il ruolo della prossimità e della domiciliarità che le strutture gestite dalla cooperazione sociale offrono a tutti i cittadini”.

 

Legacoop Bologna esprime la propria soddisfazione per l'esito dell'asta per la vendita delle ex fonderie Lem di Alto Reno Terme,  che si è svolta ieri al Tribunale di Bologna, che ha visto l'aggiudicazione del compendio aziendale alla cooperativa Reno Fonderie, costituita da 18 lavoratori della società fallita.

Legacoop Bologna, insieme agli strumenti finanziari del sistema cooperativo, Coopfond e CFI, è stata e sarà al fianco dei "coraggiosi lavoratori protagonisti di questa iniziativa e auspica che venga raggiunto l'ambizioso obiettivo del rilancio di una attività che ha valore per il territorio e la filiera".

Legacoop Bologna esprime, inoltre, "l'auspicio che le istituzioni prestino attenzione e supporto allo sviluppo del progetto di rilancio di un presidio strategico del territorio, che attraverso investimenti volti all'innovazione ed alla sostenibilità dei processi produttivi mira a salvaguardare capacità produttiva  ed occupazione".

 Sul nelpaese.it prosegue la pubblicazione delle prove finali degli studenti del Master Sociocom in comunicazione sociale dell'Università Roma Tor Vergata: qui l'articolo di Alessia Bellino

 

Erre come Riqualificare, come Rigenerazione urbana, come R-Nord (leggi Erre Nord), il nome del complesso edilizio anni ’70 ai margini del centro della città di Modena, da anni oggetto di attenzioni dell’opinione pubblica per problemi legati alla sicurezza, alla convivenza multiculturale, al degrado. Formato da due torri ad uso abitativo e commerciale, rispettivamente di 7 e 10 piani, R-Nord è caratterizzato da una complessa stratificazione demografica che vede mescolarsi le categorie più fragili della popolazione associate a migrazione, povertà, marginalità. Il Comune di Modena ha investito fin dal 2006 in numerosi cantieri per importanti opere di messa in sicurezza e ristrutturazione e per l’inaugurazione di attività di pubblica utilità (palestra, Croce Rossa, laboratorio didattico, ente di formazione, centro giovani, studentato universitario, spazi di co-working).

L’innovatività del progetto è stata l’apertura fin dagli esordi di un Portierato Sociale accanto alla Polizia Municipale di Quartiere, per contrastare il disagio non solo con il controllo e le prescrizioni, ma anche e soprattutto con la creazione di una comunità e di reti di solidarietà, ordite nel tempo e nello spazio come tanti fili di una trama. Il Portierato non è nato per essere un mero sportello, ma un vero e proprio nucleo di prossimità, che fin dal 2008 ha sviluppato iniziative finalizzate al contrasto del degrado, all’inserimento dei residenti nel tessuto sociale della città e all’integrazione tra diverse culture, tessendo una trama sempre più fitta di azioni basate sulla partecipazione e la socializzazione.

Sono diverse le iniziative intraprese per migliorare la vivibilità del contesto e rendere autonoma la collettività di R-Nord promuovendo azioni auto-sostenibili: ad esempio, attraverso un sistema di banca ore interno, i residenti potevano usufruire gratuitamente di spazi comuni, quali il salone per le feste o il doposcuola per bambini, in cambio di ore di lavoro destinate alla collettività, come il taglio del verde condominiale o la pulizia delle aiuole; i prodotti realizzati al laboratorio di sartoria venivano venduti in bancarelle di autofinanziamento per acquistare nuovi materiali; in caso di donazioni di beni alimentari della grande distribuzione, venivano organizzate serate di ritrovo per giocare a tombola e socializzare tra inquilini di diverse etnie in lingua italiana.

La trama di azioni e relazioni nel tempo è diventata sempre più compatta e colorata e resistente, ma non abbastanza da reggere ai tagli degli anni successivi, che han portato a riduzioni di risorse e allo sfilacciamento di alcuni lembi del tessuto, fino all’avvento dell’emergenza sanitaria del 2020 e alla chiusura del servizio. Il timore è che il delicato tessuto delle relazioni della comunità di R-Nord creato sia ora nuovamente da recuperare e ricucire, perché le comunità, per resistere agli strappi, han bisogno di essere tenute allacciate al contesto in cui si trovano e intrecciate con continuità.

Alessia Bellino

Sul nelpaese.it prosegue la pubblicazione delle prove finali degli studenti del Master Sociocom in comunicazione sociale dell'Università Roma Tor Vergata: qui l'articolo di Simone Di Conza

 

Cosa accade quando ad un’esistenza viene concessa un’opportunità di riscatto, mettendo al servizio della comunità il tempo trascorso in detenzione? È quel che è successo nel progetto “Green Compost”, da poco concluso, presso la Casa Circondariale di Lecce.

Alle tante importanti iniziative di recupero e valorizzazione di beni sottratti alla mafia e alla camorra, si affiancano progetti come questo, in cui ad essere recuperate e valorizzate sono invece le vite dei detenuti. Ed anche in questo caso i benefici per la società sono concretissimi ed al contempo ideali. Grazie alle azioni portate avanti dall’Associazione Green Life, i detenuti dell’istituto penitenziario hanno conciliato aspetti di economia circolare ed attività rieducative.

Gli esiti? Nella casa circondariale la popolazione detentiva e gli operatori hanno collaborato per modificare il sistema di raccolta e gestione dei rifiuti prodotti all’interno del carcere e attuare il recupero della frazione organica dei rifiuti stessi al fine di reimpiegarli nelle colture agricole e delle aree verdi dell'Istituto, con un significativo risparmio per l’intera comunità. Al tempo stesso, i detenuti hanno avuto modo di acquisire nuove professionalità, ben spendibili in una prospettiva di reinserimento lavorativo.

Un circuito virtuoso di inclusione sociale e rieducazione si combina ad azioni di trattamento dei rifiuti e compostaggio di comunità, in un percorso partecipativo di riqualificazione e formazione e di vantaggi ambientali derivanti da quelle medesime azioni di recupero sociale. Il progetto inoltre risulta un possibile modello di buona prassi, facilmente replicabile in altri istituti detentivi con caratteristiche simili, soprattutto nell’ottica di considerare analoghe strutture penitenziarie come comunità “viventi” ed in grado di influire positivamente con il tessuto sociale e produttivo del territorio.

Simone Di Conza

Un protocollo d'intesa con Nidil Cgil per garantire la tutela dei diritti dei lavoratori e il lancio di una campagna di crowdfunding per sostenere l'avvio delle attività, dall'acquisto delle bici elettriche allo sviluppo della presenza in rete: decolla il progetto di Robin Food, la cooperativa di delivery fiorentina interamente posseduta ed autogestita da rider. Sono 7 i soci fondatori, che hanno lavorato in questi anni per le multinazionali del delivery e hanno deciso di auto-organizzarsi in cooperativa per costruire un modello alternativo di lavoro in questo settore: Simone Di Giulio, Luca Manetti, Nadim Hammami, Duccio D'Agnano, Salvatore Settimo Micciché, Alessandro Fabbri, Mahmad Bakro. Il gruppo ha partecipato alla terza edizione di Smart and Coop, il bando promosso da Legacoop Toscana e Fondazione CR Firenze per sostenere la nascita di nuove coop formate da giovani under 35, ed ha intrapreso con il supporto di Legacoop Toscana il percorso di costituzione in cooperativa.

"La nostra cooperativa vuol essere un'alternativa etica e sostenibile rispetto alle grandi aziende che dominano il mercato del food delivery - afferma Simone di Giulio, presidente di Robin Food - Principalmente ci concentreremo sul settore del food delivery, ma gestiremo la logistica anche di altri beni lavorando con le aziende del territorio". Tra gli elementi distintivi che danno valore aggiunto al progetto c'è la scelta della forma giuridica - la cooperativa -, che garantisce la partecipazione democratica di tutti i lavoratori ed un'equa ripartizione degli utili tra di essi.

"Quello che presentiamo oggi è un progetto di auto-imprenditorialità in cui un gruppo di giovani ha scelto di impegnarsi in prima persona per migliorare le condizioni di lavoro nel settore del food delivery - afferma Irene Mangani, vicepresidente di Legacoop Toscana -. Per portare avanti la propria idea di impresa hanno scelto di puntare sul modello cooperativo, un modello che storicamente è nato per rispondere ai bisogni dei lavoratori nella società: sarà una sfida importante in un settore complesso". Robin Food garantirà la tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori: questa mattina è stato siglato un protocollo di intesa con Nidil Cgil Firenze attraverso il quale la cooperativa si impegna ad applicare correttamente ai propri soci lavoratori e lavoratori la disciplina del lavoro subordinato secondo i ccnl di settore.

"La nascita di Robin Food e la firma del Protocollo che sancisce piene tutele per i fattorini - sottolinea Ilaria Lani, segretaria generale Nidil Cgil Firenze - propone ai consumatori una nuova alternativa sostenibile nel settore delle consegne a domicilio ed è significativo che i protagonisti di questa esperienza siano proprio i rider che in questi mesi si sono battuti contro lo sfruttamento imposto dalle multinazionali e che con concretezza e coraggio si sono autorganizzati in cooperativa".

Robin Food vuole offrire un modello più solidale, in termini di commissioni e soluzioni, anche alla stessa ristorazione locale e contribuire a generare valore per il territorio, sotto forma di tasse che rimarranno all'interno della comunità. Per le consegne verranno utilizzati solamente mezzi di trasporto non inquinanti, come biciclette e mezzi elettrici e nei packaging verranno privilegiati materiali ecologici.

Per sostenere l'avvio dell'attività la cooperativa lancia da oggi su Eppela all'indirizzo https://www.eppela.com/robinfood una campagna di crowdfunding. La cifra che la cooperativa punta a raggiungere è di 15.000 euro e sarà utilizzata per sostenere le spese dell'acquisto di e-bike aziendali, biciclette cargo per la logistica, pagare la presenza in rete ed altre eventuali spese relative al progetto.
 La piattaforma che gestirà gli ordini in arrivo si appoggia a CoopCycle, federazione internazionale di cooperative che usano lo stesso software condiviso e che collaborano per proporre una alternativa etica e sostenibile al modello dominante nel settore del food delivery. La piattaforma sarà disponibile da settembre.

“Napoli non c’era; non c’era il rumore, il clangore, non il precipitoso coagulo di colori, non gli dèi, le donne, l’aroma del cibo, il sonno. Eppure l’ipotesi colossale di Napoli agiva”. Con le parole di Giorgio Manganelli entriamo in punta di dita nella città nuova per definizione, viva prima ancora di nascere, dove vale tutto e il suo contrario e la fine coincide con l’inizio.

“Napoli” è il libro (Polaris editore, pag.232, euro 15) di Giusy Palumbo, campana che vive a Milano e si occupa di cooperazione e progetti editoriali, in uscita il prossimo 5 luglio.

Questo viaggio napoletano ci porterà, senza pigrizia, con curiosità e voglia di passeggiare, ben oltre i suoi confini: da Procida a Resina, con il mare sempre negli occhi. La scopriremo flegrea, vesuviana, tifatina e addirittura “himalayana”, come la definì il futurista Emilio Buccafusca trovandola accogliente quanto un rifugio alpino. Con sguardo forestiero, spirito d’avventura e giochi di prospettiva, qui Napoli è sconfinata, multipla e irriducibile: una palestra eccezionale per imparare (in dialetto significa anche insegnare), pensando alla città come a un bene comune di cui avere cura e al turismo come un altro modo di (salva)guardare la terra.

Una guida informale su Napoli che invita a pensare la città come un bene comune di cui prendersi cura e al turismo come difesa - e non consumo - dei territori. Lungo gli itinerari diverse le cooperative sociali che si incontrano. Lazzarelle, cooperativa sociale di sole donne impegnata nell’inserimento socio-lavorativo di detenute della Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli. A Napoli hanno aperto un bistrot che invita a gustare e acquistare i prodotti delle economie carcerarie, a iniziare dal caffè prodotto nella Torrefazione di Pozzuoli. Non solo bistrot e bottega, Lazzarelle è anche spazio di socialità, arte e cultura.

Casba, cooperativa sociale che con il progetto Migrantour organizza passeggiate interculturali condotte da cittadini di origine straniera che raccontano la città dai loro punti di vista.

Officina dei Talenti, cooperativa sociale di tipo b che, tra le tante cose, ha curato l'illuminazione con tecnologia a led delle Catacombe di San Gennaro, per preservarne il vasto patrimonio pittorico e musivo.

A gestire le Catacombe – oltre a quelle di San Gennaro c’è la Catacomba di San Gaudioso – sono i giovani soci della cooperativa La Paranza, a cui si lega anche il recupero di due strutture ricettive ricavate da conventi: Casa del Monacone e Casa Tolentino.

La cooperativa Radio Siani, web radio della legalità, anticamorra e denuncia sociale nata nel 2009 da un gruppo di attivisti che scelse di intitolarla alla memoria di Giancarlo Siani, giornalista napoletano ucciso sotto casa all’età di 26 anni. La radio occupa, in Corso Resina 62 ad Ercolano (NA), un bene confiscato alla camorra.

Il 23 e 24 giugno la conferenza dei donatori del GAVI, l'Alleanza globale per i vaccini, discuterà dei cambiamenti da apportare al sistema COVAX, uno strumento che avrebbe dovuto garantire un accesso equo al vaccino Covid-19 in tutto il mondo sotto il coordinamento e la gestione del GAVI.

Un anno fa, quando il meccanismo COVAX veniva istituito, MSF esortava il GAVI a non ripetere gli errori commessi nel passato con l'istituzione di un fondo simile per sostenere l'acquisto e la distribuzione del vaccino anti-pneumococcico. Già allora purtroppo i costi elevati imposti dalle aziende farmaceutiche impedirono a numerosi paesi di poter sostenere sul lungo periodo in maniera autonoma questa spesa.

Attualmente il COVAX è lontano dal raggiungimento del suo obiettivo di fornire 2 miliardi di dosi entro la fine del 2021. Ad oggi con questo meccanismo sono state distribuite solo 88 milioni di dosi a fronte delle circa 337 milioni previste entro la fine di giugno. Meno della metà dell'1% della popolazione totale dei paesi COVAX ha ricevuto almeno una prima dose di vaccino tramite questo strumento. Mentre la comunità scientifica globale discute sempre più di modelli per prepararsi a future pandemie, MSF avverte che le carenze del modello COVAX non dovrebbero essere ripetute.

"Il COVAX è decisamente lontano dal raggiungimento dei suoi obiettivi - scrive in una nota Medici senza frontiere - e il crescente divario globale nell'accesso ai vaccini è una chiara prova delle principali carenze di questo modello. Molti dei paesi in cui lavora MSF non hanno nemmeno dosi sufficienti per vaccinare gli operatori sanitari e le persone più vulnerabili. I forti appelli fatti all'inizio della pandemia sull'allontanarsi da un approccio orientato dal profitto sono stati ignorati: le società farmaceutiche che sviluppano vaccini hanno ricevuto miliardi di finanziamenti dai governi senza avere alcun vincolo, sentendosi così libere di imporre il proprio prezzo e di vendere al miglior offerente". 

"Il COVAX non è stato istituito per raggiungere l'obiettivo, ma per lavorare all'interno degli attuali parametri del mercato farmaceutico - prosegue Msf - dove prima ci si orienta rispetto ai potenziali guadagni per poi eventualmente negoziare sul prezzo. Il COVAX è stato progressivamente lasciato indietro mentre i governi più ricchi si sono assicurati le loro dosi attraverso accordi bilaterali con un'industria che ha agito come da copione: vendendo le dosi prima a quegli acquirenti che potevano permettersi di pagare di più. Se il COVAX inizialmente rappresentava l'acquirente più interessante poiché si poneva come rappresentativo della maggior parte dei paesi a livello internazionale, oggi il modello si affida in misura maggiore sulle dosi donate caritatevolmente dai paesi ricchi che provano così a colmare l'enorme divario presente."

"Il fatto che il board di GAVI stia ora rivedendo il modo in cui i paesi più ricchi (i così detti "autofinanziati") possono continuare a partecipare è in parte la dimostrazione del fatto che il sistema non funziona. Permettere ai paesi più ricchi di scegliere in che misura aderire al COVAX e quanti vaccini ottenere ha causato ritardi e minato gli obiettivi del programma. Un modello più equo avrebbe incoraggiato una leadership regionale con metodi di acquisto decentralizzati. Nel futuro, dovremmo supportare queste iniziative regionali che spingono verso l'autosufficienza e l'autodeterminazione. Qualsiasi futura risposta a una pandemia deve rompere con lo status quo dell'attuale modello farmaceutico: è necessario che per ogni finanziamento pubblico vengano posti chiari e precisi condizionamenti, devono essere promosse licenze non esclusive e il trasferimento tecnologico deve essere pensato in modo da garantire una reale condivisione dell'innovazione medica. È fondamentale inoltre garantire trasparenza sui costi e i prezzi, tutti i contratti dovrebbero essere resi pubblici", conclude la nota della Ong.

"L'attivazione della diplomazia Vaticana con l'utilizzo del Concordato per cercare di bloccare l'iter della legge Zan al Senato è un qualcosa senza precedenti nelle relazioni tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede, il tentativo esplicito e brutale è quello di sottrarre al Parlamento il dibattito sulla Legge e trasformare la questione in una crisi diplomatica, mettendola nella mani del Governo Draghi per far si che tutto venga congelato": lo dichiara Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay.

Che prosegue: "I motivi portati dal Vaticano nella nota diplomatica sono poi agghiaccianti: leggendo tra le parole usate da monsignor Gallagher nella nota ufficiale si capisce chiaramente che il problema non è tanto la legge, ma la Costituzione Italiana, in particolare l'art 3 a cui la legge si ispira, richiamandone i diritti alle libertà e tutele fondamentali dei cittadini. La Santa Sede, ad esempio, vive come un problema il fatto che le scuole private non siano esentate dall'occuparsi di contrastare l'omofobia: vorremmo quindi capire che cosa ci sta dicendo il Vaticano, che le scuole private difendono il diritto ad essere omofobe? La legge altro non fa che richiamare la legge sulla Buona scuola approvata nel 2016, che suggerisce alle scuole di adottare iniziative educative atte a contrastare le discriminazioni, iniziative che comunque non sono obbligatorie, e che sono lasciate alla discrezionalità dei Consigli d'Istituto di ogni scuola, che decidono se e come fare ad affrontare queste tematiche”.

“Confidiamo che il Governo Draghi difenda i principi di laicità che ispirano la nostra democrazia, respingendo al mittente questa iniziativa della Santa Sede, perché si tratta di una ingerenza che supera ogni livello mai raggiunto nei rapporti tra l'Italia e il Vaticano, giocando sull'ambiguità di essere religione e di essere Stato, ambiguità che sarebbe ora di mettere in discussione, cancellando privilegi risalenti a 90 anni fa. Il compito del nostro Paese è quello di tutelare dalle violenze e dalle discriminazioni le cittadine e i cittadini italiani, e questo dovere, a fronte di aggressioni e violenze quotidiane che subiscono le persone LGBT+, non può essere messo in discussione da stati esteri, men che meno da uno stato teocratico come il Vaticano", conclude Piazzoni. 

Legacoopsociali, l’Associazione Nazionale di settore della Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue e FNOPI, la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche, guardano oltre l’emergenza.

E lo fanno in sinergia per potenziare, attraverso l’allargamento della riduzione del vincolo di esclusività oltre le campagne vaccinali, la valorizzazione della professione in termini economici e di carriera, la garanzia di un servizio adeguato anche per la somministrazione dei vaccini nelle strutture residenziali per i più fragili e dell’adeguamento dei servizi all’evoluzione dei bisogni dei cittadini.

Nell’incontro tra alcuni componenti del Comitato Centrale della FNOPI e della Presidenza di Legacoopsociali, dopo l’illustrazione dell’evolversi delle caratteristiche dei servizi residenziali verso livelli più alti di integrazione delle prestazioni sanitarie e in relazione alla presenza e alle opportunità di sviluppo di figure sanitarie in tutte le tipologie di servizi, a partire dalle cure domiciliari, nei quali la cooperazione sociale opera, si è aperto un proficuo confronto sulle prospettive formative, di impiego e di valorizzazione della figura dell’infermiere e su quali provvedimenti adottare, a sia con carattere di urgenza, sia nel medio – lungo periodo, per far fronte alla grave carenza di infermieri che si è determinata nei servizi a seguito dell’emergenza pandemica e del conseguente forte reclutamento da parte del Servizio Sanitario Nazionale.

"Si è convenuto sulla necessità di aggiornare la definizione dei contingenti formativi alle reali esigenze di tutti i servizi oltre quelli ospedalieri e gestiti dalla PA, nonché sulla opportunità di aprire un laboratorio di confronto sulle traiettorie di specializzazione e sviluppo professionale in chiave clinica per attualizzare la necessaria maggiore pertinenza alla complessità e tipologia assistenziale, amplino le opportunità di scelta nell’esercizio della professione e contribuiscano altresì a ripensare modelli assistenziali e di servizio in chiave innovativa e di appropriatezza all’evolversi dei bisogni nonché di sostenibilità per l’intero sistema pubblico e privato. Questi elementi possono costituire una importante leva di cambiamento anche nell’ottica del ripensamento più complessivo del sistema delle cure socio-sanitarie e sanitarie quale quello che affronteremo anche supportati dalle risorse del PNRR".

La visione di prospettiva non ci allontana però dall’emergenza per la carenza di personale infermieristico che i servizi stanno vivendo. Le cooperative di legacoopsociali hanno adottato numerose strategie per supportare il pesante impegno del personale durante la pandemia, ma oggi si trovano nella condizione di non poter rispondere alla domanda di presa in carico nelle cure domiciliari e nelle strutture residenziali per mancanza del personale sanitario. A questo proposito al fine di poter supportare le persone bisognose di servizi almeno fino a tutta la durata della campagna vaccinale e al formarsi di nuovi professionisti si è convenuto sulla richiesta di alcuni interventi d’urgenza: allargamento del vincolo di esclusività, oltre l’attività vaccinale, per tutte le prestazioni sanitarie proprie della professione infermieristica al fine di poter garantire e sostenere le attività delle strutture socio-sanitarie nell’emergenza della carenza professionale e non compromettere la possibilità di dare risposte appropriate dal punto di vista quantitativo e qualitativo ai bisogni dei cittadini; attivazione di un confronto a livello regionale per l’aggiornamento delle regole di accreditamento delle strutture, nell’ottica di adeguamento dei servizi offerti all’evoluzione dei bisogni dei cittadini e per la conseguente revisione dei modelli organizzativi e assistenziali, promuovendo una evoluzione delle varie figure professionali e di un chiaro e competente coordinamento della pianificazione e dell’intervento assistenziale valorizzazione della professione infermieristica in termini economici, ma anche favorendo percorsi di carriera professionale in ambito manageriale e clinic; apertura alla libera professione infermieristica, creando percorsi di inserimento e di impiego professionale valorizzanti ed attrattivi

"Auspicando che tali livelli di confronto e collaborazione possano contribuire ad individuare e sostenere la soluzione rapida dei problemi emergenziali ed aprire una prospettiva di miglioramento complessivo del sistema l’incontro si è concluso con l’impegno a favorire l’apertura del confronto sui livelli territoriali per gli interventi di pertinenza delle Amministrazioni Regionali e a continuare il confronto per la formulazione di proposte operative per gli ambiti formazione e sviluppi futuri".

 

 
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