Login to your account

Username *
Password *
Remember Me
Venerdì, 13 Dicembre 2019

Articoli filtrati per data: Lunedì, 23 Ottobre 2017 - nelPaese.it

«Dobbiamo rifare noi stessi». Furono queste le ultime parole scritte, prima della fucilazione, dal diciannovenne partigiano Giacomo Ulivi, citate in un bel saggio di Alessandro Galante Garrone. E con questa citazione ha aperto la sua relazione Mariarosaria Guglielmi, segretaria di Magistratura Democratica, al 33° Congresso dell’Associzione nazionale magistrati (anm) a Siena. “Viviamo un tempo di grandi inquietudini con una Magistratura, sempre più tentata di rompere quell'impegno comune che l’ha unita nell’associazionismo – dice Guglielmi - nell’autogoverno, nella società e che ha consentito, come ha scritto Luigi Ferrajoli, la sua crescita culturale, la sua democratizzazione, la formazione della sua identità costituzionale”.

“Oggi – aggiunge -  per questa magistratura, è forte il rischio di perdere la piena consapevolezza di sé, del proprio ruolo, della sua responsabilità sociale e culturale, che solo nella dimensione dell’impegno collettivo può rimanere viva. Smarrita questa identità, emerge un nuovo corporativismo vestito da tratti di individualismo e di protagonismo”.

Magistrati più soli

 “Esaurita la spinta alla forte coesione generata dalla resistenza agli attacchi frontali portati in passato da ampi settori del potere politico, la difesa dell’indipendenza e dei valori della giurisdizione non opera più da vero unificatore ideale, culturale e politico all’interno della magistratura e fra questa e la collettività. Privata del sostegno pubblico nella difesa delle sue prerogative - ricevuto durante la lunga stagione della contrapposizione aperta -, investita dalla sfiducia per l’inefficienza del servizio che rende alla collettività, oggi è una magistratura più sola quella che deve confrontarsi con una politica che ha mutato il suo linguaggio e della magistratura non si dichiara più apertamente nemica. Una magistratura che fatica a sfidare la politica sul piano delle proposte e dei contenuti, richiamandola alle sue responsabilità per garantire una efficace amministrazione della giustizia”.

Una magistratura che cede alla tentazione di prendersi un’altra scena e di ritrovare una sua identità affidando al protagonismo dei singoli, e al consenso che questi come singoli riscuotono, il compito di riscattare la sua immagine di “subalternità” agli occhi del Paese.  

Nella dimensione di questa nuova e diversa identità, “la magistratura incrocia i sentimenti dell’antipolitica, gli atteggiamenti populisti, le rivendicazioni “antisistema” e rischia di farsene interprete, ricercando una nuova legittimazione nell’investitura proveniente dal basso, nel proporsi e nel sentirsi per definizione dalla parte del giusto e del buono. Il passo dal populismo della politica a quello giudiziario è breve e il costo per la magistratura molto alto: la perdita dei valori che sono l’essenza della sua legittimazione, la cultura delle garanzie, la consapevolezza dei limiti della nostra funzione e del carattere relativo della verità processuale, la capacità di autocritica e di vigilanza rispetto alle prassi sulle quali si misura la tenuta delle garanzie e rispetto ai rischi della visione e delle istanze giustizialiste che il populismo porta con sé”.

Il cambiamento culturale in atto nella magistratura “non più soggetto collettivo ci riporta alla dimensione e alle logiche della corporazione”. E di una corporazione “divisa al suo interno”. Nella dimensione dell’individualismo “la magistratura si ritrova, ancora una volta, chiusa in se stessa. Divisa al suo interno. In rivolta contro se stessa. E contro il suo sistema di autogoverno e di rappresentanza”.

Il futuro

Una magistratura che si pone fuori dalla dimensione dell’impegno collettivo e rinuncia alla sua identità di soggetto collettivo “non è più in grado di ricostruire un rapporto intenso con la società e di confrontarsi con le grandi sfide che oggi attendono la giurisdizione e che alla giurisdizione pongono nuove responsabilità”: le sfide legate alla marginalità sociale e alle crescenti e nuove diseguaglianze “che richiedono anzitutto un impegno culturale in senso pieno e l’attuazione di quel progetto di emancipazione che la Costituzione ha costruito sul primato dell’eguaglianza”; le sfide che porta con sé il fenomeno dell’immigrazione, “con la domanda di tutela di diritti e di risposta ai bisogni fondamentali delle persone, in un contesto in cui la condizione di non cittadino priva gli individui di quella "pari dignità sociale" che la nostra Costituzione riconosce a tutti”; le sfide anche culturali del terrorismo globale e quelle che “comporta la forte deviazione del diritto penale verso le finalità della prevenzione, mettendo in discussione il ruolo di garanzia della giurisdizione”.

Da qui riparte il “rifare noi stessi”, ricostruire “la nostra identità di soggetto collettivo, ritrovare il senso del nostro impegno comune”. “Capaci di riscoprire il senso e l’importanza del nostro impegno collettivo – sottolinea Guglielmi - che può avere una dimensione “piena” solo nella società e nel dialogo con l’avvocatura, lungo quel “sentiero comune dei diritti e delle garanzie” che ci ha invitato più volte a percorrere il Presidente Mascherin, ritrovando un rapporto di fiducia con l’intera collettività e la capacità di confronto aperto con l’opinione pubblica”.

Tutto ciò affinché la “Giustizia” sia sempre più “un bene comune: affinché, lo diceva Eschilo, faccia da «scudo a chi si batte per lei» e, oggi, possa fare da scudo ai “luoghi della Giustizia”, contro l’odio sociale, contro tutte le paure dei nostri tempi”.

 

 

Pubblicato in Nazionale

Al via la nuova campagna di raccolta fondi “No al bullismo” di Amnesty International Italia, per sensibilizzare e contrastare gli atti di bullismo, aumentare la consapevolezza di questo allarmante fenomeno e combattere ogni forma di discriminazione e violenza tra i ragazzi e le ragazze grazie a un programma di educazione ai diritti umani all’interno delle scuole italiane. Dal 20 ottobre al 13 Novembre sarà possibile contribuire alla campagna di Amnesty International Italia con un sms o chiamata da rete fissa al 45542

In Italia, un ragazzo o una ragazza su due di età compresa tra gli 11 e i 17 anni ha subito atti di violenza o esclusione da parte dei propri coetanei, ovvero manifestazioni di bullismo. Un fenomeno purtroppo all’ordine del giorno tra i banchi di scuola, ma difficile da identificare da parte di insegnanti, ragazzi, genitori e personale scolastico.

Il bullismo è a tutti gli effetti una violazione dei diritti umani che mina l’autostima e la dignità dei ragazzi e alla lunga può portare a situazioni di depressione e di ansia e a comportamenti autolesivi. Per conoscere e prevenire gli atti di bullismo, aumentare la consapevolezza di ragazzi, insegnanti e personale scolastico su come questo si manifesti e combattere ogni forma di discriminazione e violenza, Amnesty International Italia lancia la campagna di raccolta fondi “No al bullismo”, con l’obiettivo di dare il via a un programma di sensibilizzazione ed educazione ai diritti umani all’interno delle scuole italiane. Dal 20 ottobre al 13 Novembre sarà possibile contribuire alla campagna con un sms o chiamata da rete fissa al 45542.

La fotografia scattata dall’ultima indagine ISTAT del 2015 è allarmante. In Italia più del 50% dei ragazzi e delle ragazze tra gli 11 e i 17 anni ha subito episodi di bullismo e circa il 20% ne è vittima assidua, cioè subisce prepotenze più volte al mese. In un caso su 10, inoltre, gli abusi si ripetono con cadenza settimanale. In particolare, il 16,9% degli 11-17enni è rimasto vittima di atti di bullismo diretto, ovvero da una relazione faccia a faccia tra la vittima e il bullo, e il 10,8% di azioni indirette, ovvero prive di contatti fisici. 

Inoltre,  nonostante il bullismo sia ancora considerato un fenomeno sommerso, i nostri connazionali lo percepiscono come una grave violazione dei diritti umani. Secondo un’indagine realizzata quest’anno da Doxa per Amnesty International, infatti, per gli italiani – anche per il susseguirsi di numerosi fatti di cronaca e perché può esserne vittima qualunque ragazzo – il caso più eclatante di violazione dei diritti umani è proprio quello del bullismo, precedendo casi di interesse internazionale come i fatti drammatici del G8 di Genova.

Ragazzi e ragazze trascorrono più tempo a scuola di quanto non facciano in qualsiasi altro luogo al di fuori delle loro case. Ed è proprio tra le mura scolastiche che spesso assistono o sono vittime di forme non dichiarate o tollerate di violenza. Questa "epidemia silenziosa” si presenta sotto varie forme, da quelle più evidenti, come il bullismo fisico o verbale, a quelle meno conosciute come l’esclusione sociale o il cyberbullismo. Forte il legame tra il bullismo e la discriminazione basata sul sesso, la razza, l’orientamento sessuale o altre caratteristiche uniche per l’identità di una persona. Molto spesso, inoltre, le vittime e gli spettatori sono restii a denunciare le violenze, mentre insegnanti e genitori non sempre possiedono gli strumenti e le conoscenze adatte per riconoscerle e contrastarle.

“No al bullismo’ è un progetto ambizioso a cui teniamo particolarmente. – ha dichiarato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia – Il bullismo è un fenomeno silenzioso che coinvolge ogni anno milioni di studenti. Iniziare a diffondere una cultura dei diritti umani già nelle scuole è fondamentale per aumentare la consapevolezza dei ragazzi e riuscire a contrastare ogni forma di discriminazione e violenza, e dunque anche il bullismo. Il progetto pilota ha già fornito ottimi risultati, ma per riuscire a coinvolgere più ragazzi possibili e fermare sul nascere il bullismo nelle nostre scuole abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti. Basta un sms o una chiamata da rete fissa al 45542“.

L’impegno di Amnesty International per combattere e prevenire il bullismo nelle scuole italiane ed europee è partito già nel 2016, quando la principale organizzazione non governativa al mondo impegnata nella difesa dei diritti umani ha lanciato un progetto pilota con l’obiettivo di ridurre i casi di bullismo in tutti i settori della vita scolastica. All’iniziativa hanno preso parte 16 scuole in Italia, Irlanda, Polonia e Portogallo, impegnando quasi 3.000 persone tra insegnanti, studenti e genitori, coinvolti con eventi formativi, attività di sensibilizzazione e azioni mirate a creare partecipazione e networking. I giovani e gli insegnanti intervistati nel processo di valutazione hanno notato un cambiamento sostanziale del clima scolastico e la riduzione degli episodi di bullismo che, quando presenti, sono stati affrontati tempestivamente. 

La campagna di raccolta fondi “No al bullismo”

La campagna nasce con l’obiettivo di coinvolgere le comunità scolastiche e di consentire loro di intraprendere azioni contro il bullismo utilizzando l’educazione ai diritti umani come strumento per il cambiamento. Per prevenire questo fenomeno, aumentare la consapevolezza di ragazzi, insegnanti e personale scolastico di come questo si manifesti e combattere ogni forma di discriminazione e violenza, sarà possibile contribuire con un sms o chiamata da rete fissa al 45542 dal 20 ottobre al 13 novembre 2017. Il valore della donazione sarà di 2 euro per ciascun SMS inviato da cellulari Wind Tre, TIM, Vodafone, PosteMobile, Coop Voce e Tiscali. Sarà di 5 euro anche per ciascuna chiamata fatta allo stesso numero da rete fissa Vodafone, TWT, Convergenze e PosteMobile, di 2/5 euro da rete fissa TIM, Wind Tre, Fastweb e Tiscali.

Con i fondi raccolta dalla campagna “No al bullismo”, Amnesty International Italia mira in particolare a proseguire il progetto pilota avviato nelle scuole italiane nel 2016 e ad allargare ad altri sei istituti il programma di sensibilizzazione ed educazione ai diritti umani. I fondi raccolti saranno impiegati nella formazione di personale dirigente, docenti e studenti, e nel miglioramento dei luoghi scolastici all’interno dei quali gli studenti svolgono le principali attività. 

La campagna ha ricevuto il sostegno di RAI Responsabilità Sociale, di SKY per il Sociale, di LA7.

Pubblicato in Diritti&Inclusione

Momentum of  Change è un'iniziativa guidata dal segretariato del cambiamento climatico delle Nazioni Unite per illuminare l'enorme terreno delle attività in corso in tutto il mondo che stanno spostando il mondo verso un futuro altamente resistente e a basso tenore di carbonio. Momentum for Change riconosce soluzioni innovative che riguardano sia i cambiamenti climatici che le più grandi sfide economiche, sociali e ambientali.

Sono alcuni degli esempi più pratici, scalabili e replicabili di ciò che persone, imprese, governi e industrie stanno facendo per affrontare il cambiamento climatico. Tra i vincitori del 2017 c’è il progetto Quid della omonima cooperativa sociale di Verona.

Secondo il segretariato Onu “Il modello innovativo di QUID consente il recupero di una grande quantità di residui di tessuto, evitando così lo smaltimento delle discariche, suscettibili di produrre un potente gas a effetto serra, metano. Anche il consumo di energia associato allo smaltimento dei rifiuti è ridotto, con un effetto di abbattimento dei costi. Durante i primi quattro anni di attività del QUID, ha continuato a recuperare una quantità sempre crescente di tessuti, evitando le emissioni di gas a effetto serra che altrimenti avrebbero portato”.

Inoltre le Nazioni Unite sottolineano che “questa impresa principalmente femminile (85% dei dipendenti è donna) ricicla i rifiuti di tessuto di alta qualità delle aziende di moda per produrre e vendere collezioni di abbigliamento da designer di donne. Queste collezioni sono vendute attraverso partnership con aziende di moda che credono nei valori di QUID e dispongono delle collezioni QUID nel loro negozio. Mentre la domanda e le vendite sono aumentate, così c'è anche la produzione, che consente alla cooperativa di assumere sempre più numero di lavoratrici ogni anno, pur recuperando una quantità crescente di tessuti altrimenti sprecato. L'aumento del tessuto riciclato porta a meno rifiuti tessili e meno energia necessaria per smaltire tali rifiuti”.

L’azione pratica nella difesa dell’ambiente vede nel modello innovativo di QUID “il recupero di una grande quantità di residui di tessuto, evitando così lo smaltimento delle discariche, suscettibili di produrre un potente gas a effetto serra, metano. Anche il consumo di energia associato allo smaltimento dei rifiuti è ridotto, con un effetto di abbattimento dei costi. Durante i primi quattro anni di attività del QUID, ha continuato a recuperare una quantità sempre crescente di tessuti, evitando le emissioni di gas a effetto serra che altrimenti avrebbero portato”.

La disoccupazione dei lavoratori femminili svantaggiati, la diseguaglianza di genere e i rifiuti tessili sono prevalenti in molti paesi. “Il piano a lungo termine di QUID – conclude l’Onu - è quello di sostenere la creazione di una "Franchising Sociale", replicando il progetto in altre aree sia a livello nazionale che internazionale. QUID fornirà supporto e tutoraggio a queste nuove imprese, tra cui: la formazione, le risorse umane, la ricerca di partner for-profit e la creazione di una rete di partner sociali e sostenibili, ampliando così quelli che possono trarre vantaggio dai metodi di economia circolare sostenibile sviluppati da QUID”.

 

 

 

 

 

 

Pubblicato in Nazionale

“Coltiviamo ortaggi per buttare giù muri”, nasce a Ragogna una nuova associazione di promozione sociale per favorire l’orto come luogo di incontro e socializzazione. Si chiama OrtoBorto e nasce dal basso su iniziativa di alcuni cittadini, con l’obiettivo di incoraggiare la pratica e la coltivazione dell’orto come strumento di integrazione sociale di persone, anche straniere, che vivono situazioni di disagio sociale. Sabato 28 ottobre alle 11 la presentazione del nuovo sodalizio cittadino e l’apertura dell’orto alla comunità nella sede di via Luca Petris 9, nella frazione di San Giacomo, cui seguirà una bicchierata.

OrtoBorto, in realtà, esisteva già. Era l’orto di Nella e Loris, che nella loro casa di via Petris hanno sempre accolto tutti. Ed è questo lo spirito con cui la figlia Maria Teresa, con l’aiuto degli amici Christian e Beatrice, ha voluto farlo un po’ più grande e condividerlo con gli altri. I principi che animano il progetto sono, infatti, quelli dell’uguaglianza e dell’accoglienza, “principi che per noi di OrtoBorto sono alla base di chi siamo, come individui e come associazione”. Ragogna (in friulano Ruvigne) è un paese di quasi tremila persone situato nel lembo nord-occidentale dell'anfiteatro morenico del fiume Tagliamento, in provincia di Udine, in una zona fortemente caratterizzata dal punto di vista ambientale, tanto che in uno spazio ridotto si passa dal fiume alla pianura, al lago, alla collina e al monte.

In questa cornice il progetto OrtoBorto si apre alle persone come luogo di incontro e aggregazione, spazio di integrazione interculturale, intergenerazionale e sociale attraverso la mobilitazione di risorse del territorio. Scopo dell’associazione è infatti diffondere e promuovere l’orticoltura e l'agricoltura sociale come veicoli d’incontro e di promozione delle pari opportunità, ma anche per contrastare e prevenire l’isolamento, la discriminazione e il disagio sociale.

“Ci piace definirci orto sociale – spiegano i fondatori - perché condividiamo un orto e i suoi prodotti. Ci autofinanziamo e ci autogoverniamo. Ci unisce la convinzione che l’orto sia un luogo democratico, generoso e universale perché, se trattato con il dovuto rispetto, offre a chiunque con qualsiasi abilità qualcosa da fare, e in cambio dona i suoi frutti”. Tra le tante peculiarità del progetto, “ci ispiriamo alla tradizione contadina friulana dei nostri nonni e bisnonni, per alcuni di noi trisnonni. Quel modo di fare orto che, in parte, non è mai scomparso. Ci scambiamo le piantine, ci doniamo l’eccedenza, non sprechiamo nulla e ci aiutiamo a vicenda nei lavori”.

OrtoBorto è aperto a tutti, chiunque può partecipare a prescindere dalle condizioni psico-fisiche e dall’età. “Perché all’orto non interessa la provenienza, la religione, il genere, l’orientamento sessuale di chi lo lavora. Le patate e i pomodori – sottolineano - non vengono meglio o peggio secondo la nazionalità di chi li coltiva, vengono bene se si rispettano la terra e l’ambiente”.

Info e contatti: https://ortoborto.org, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.<mailto:Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.>.

 

Pubblicato in Friuli-Venezia Giulia

Bufale e fake news vengono spesso additate come un problema del web e dei social network. Se da una parte il business dei click alimenta propaganda politica e inserzioni pubblicitarie, i media mainstream sono protagonisti di notizie false. Dalla vicenda Ong ai presunti stupri di massa a Colonia, l’informazione televisiva e la carta stampata pubblicano news non verificate e che si rilevano successivamente false o parzialmente vere. 

In questo scenario si aprono alcune domande: le fake news segnano anche lo stato di saluto del giornalismo? Le bufale sono il sintomo di una mancata innovazione della professione e di tutti gli strumenti di comunicazione? Mettono al centro anche la questione della competenza e della qualità professionale? 

Il Giornale Radio Sociale organizza un workshop a più voci all’interno del Salone dell’Editoria Sociale di Roma il prossimo 26 ottobre alle 12.30 negli spazi di Porta Futuro in via Galvani, 108. Intervengono: Paolo Foschi – Corriere della sera; Elisa Marincola – Articolo 21; Eleonora Camilli – Redattore Sociale. Modera Giuseppe Manzo – redattore Economia Giornale Radio Sociale

 

Pubblicato in Cultura
  1. Popolari
  2. Tendenza
  3. Commenti

Articoli Correlati

Calendario

« Ottobre 2017 »
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
            1
2 3 4 5 6 7 8
9 10 11 12 13 14 15
16 17 18 19 20 21 22
23 24 25 26 27 28 29
30 31