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Mercoledì, 21 Agosto 2019

Articoli filtrati per data: Martedì, 31 Ottobre 2017 - nelPaese.it

"Quando un detenuto nelle carceri incontra associazioni e realtà che fanno iniziative, quando un detenuto, dopo aver scontato la sua pena, sta in una comunità di accoglienza o incontra la Pastorale carceraria di Napoli, non torna in carcere. Il 90% di loro, coinvolti in iniziative, non e' recidivo". Ad affermarlo, nel corso di un'intervista alla Dire, è Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania. "Coinvolgerli è positivo, per loro e per la società. Aiutarli è anche un risparmio economico oltre che un dovere costituzionale: per l'articolo 27 della Costituzione - ricorda Ciambriello - il carcere è un luogo di rieducazione".

Per promuovere attività alternative in carcere, il garante dei detenuti annuncia anche l'avvio di un nuovo percorso realizzato in collaborazione con l'assessore regionale all'Istruzione, Lucia Fortini. "Abbiamo avuto un incontro molto costruttivo - dice - e presto partiranno corsi di formazione e di avviamento al lavoro. Sara' un percorso strutturato sulla base delle singole competenze dei detenuti. Fare attivita' in carcere semplicemente per 'intrattenere' i detenuti non basta: dobbiamo creare delle zattere tra loro e la societa', tra i detenuti e il mondo del lavoro". 

"La mia struttura è composta soprattutto da volontari e 2 soli dipendenti. Mi auguro che il nostro gruppo di lavoro possa arrivare a 5 dipendenti".  A lavoro da circa un mese nella struttura del Consiglio regionale, Ciambriello racconta di aver firmato due protocolli d'intesa "per il rimpatri forzati degli immigrati e sul tema della tortura" e ora la sua azione si concentrerà soprattutto per garantire ai detenuti una permanenza più dignitosa negli istituti della Campania.

"Occorre favorire relazioni umani e rapporti sociali. Nei penitenziari - afferma il garante - mancano figure che si occupano di sociale, che facciano da ponte tra chi e' in cella e chi fuori. Alle persone che sbagliano va tolta la libertà ma non la dignità: i colloqui durano un'ora, una volta a settimana. Cosi' non alleviamo le loro sofferenze".

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione

Il progetto NutriMax nasce a seguito dell’esigenza di Vincenzo Armini di finanziare il proprio lavoro di dottorato, in seno al Dipartimento di Agraria dell’Università di Napoli Federico II. Insieme ad un gruppo di amici, colleghi universitari e di Croce Rossa, Armini fonda l’Associazione di Volontariato NutriAfrica nel dicembre del 2016: l’obiettivo è quello di realizzare l’ultima parte della tesi di dottorato, ossia la costruzione di un impianto pilota presso l’Università di Gulu (Uganda), allo scopo di produrre e testare, su piccola scala, l’alimento speciale a rapido utilizzo contro la denutrizione infantile progettato.

Il target finanziario da raggiungere è 50.000 Euro e in dieci mesi di lavoro, attraverso una serie di eventi e iniziative, si riescono a racimolare 10.700 Euro. Venerdì 3 novembre, alle ore 11, nella Sala Cinese della Reggia di Portici, è previsto un incontro con la stampa: gli studenti, i ricercatori, gli strutturati e i professori del Dipartimento di Agraria dell’Università di Napoli Federico II (e – si spera – di altri Dipartimenti/Atenei) mirano alla diffusione dei risultati scientifici salienti raggiunti dal progetto NutriMax, nonché degli obiettivi raggiunti nella raccolta fondi, con uno sguardo rivolto verso le prospettive future.

Inoltre, per l’occasione sarà presentato anche il nuovissimo portale web dell’Associazione NutriAfrica, avente anche lo scopo di raccogliere fondi attraverso una piattaforma proprietaria, a livello nazionale e internazionale, essendo possibile la navigazione in italiano e in inglese.

Pubblicato in Campania

I rapporti non sempre facili tra Amministrazione pubblica e Cooperazione sociale, le difficoltà di dialogo se non le diverse visioni o interpretazioni normative tra gli assessorati regionali in tema di Cooperazione sociale, la nuova legislazione sull'impresa sociale ed il terzo settore e le nuove regole per gli appalti, che continuano ad essere al massimo ribasso e – come ha recentemente sottolineato papa Francesco - finiscono per tradire la loro stessa missione sociale al servizio della comunità, la questione degli operatori senza titoloche in Friuli Venezia Giulia sono migliaia a causa dei ritardi pluridecennali della Regione.

Questi ed altri i temi che hanno fatto da cornice ieri al 4^ Congresso regionale di Legacoopsociali Fvg svoltosi a Gorizia nella sede di Magazìn, spazio di coworking della Cooperativa sociale Arcobaleno. Presenti, tra gli altri, la vicepresidente nazionale di Legacoop e presidente di coop sociale Itaca Orietta Antonini, il vicepresidente della Regione Fvg Sergio Bolzonello, il presidente della Commissione attività produttive del Consiglio Regionale Alessio Gratton ed i consiglieri regionali Diego Moretti ed Andrea Ussai, oltre al presidente di Legacoop Fvg Enzo Gasparutti. La Cooperazione sociale è nata e si è sviluppata per offrire servizi a sostegno e vantaggio del territorio, ma troppo spesso si scontra, nei rapporti con le pubbliche amministrazioni, con normative che non facilitano la cooperazione con gli enti locali. “In questi anni abbiamo fatto un grossissimo lavoro per evidenziare le lacune e mancanze del settore pubblico – ha affermato Gian Luigi Bettoli, presidente di Legacoopsociali Fvg -. Tanti gli aspetti positivi ma anche grossi limiti.

Nei rapporti con l’Amministrazione regionale sono stati diversi iprovvedimenti di sostegno economico a favore della Cooperazione sociale, più che positiva la riorganizzazione degli uffici con la recente istituzione, grazie all’intervento dell’assessore regionale alla Cooperazione Sergio Bolzonello, di uno specifico Servizio regionale per la Cooperazione sociale presso la direzione centrale attività produttive”.

“Ma in Regione – ha proseguito Bettoli - predomina un’organizzazione che rallenta, se non impedisce, i processi per cui sarebbe ingiustificabile che questa legislatura si concludesse senza una serie di atti che mettano nero su bianco ciò che tutti i singoli assessorati hanno nella loro competenza per la Cooperazione sociale, si veda ad esempio tutta la partita legata alla formazione degli operatori senza titolo. Siamo l’unica regione d’Italia che ha un gap di questo tipo legato alla formazione degli operatori sociali, dal momento che per 20 anni la Regione è stata ferma in questo senso”.

Nel corso del suo intervento di saluto, Silvana Romano - assessora al Welfare del Comune di Gorizia - ha ben sintetizzato una delle sfide da superare nei prossimi anni, ovvero il tema dei rapporti tra amministrazione pubblica e Cooperazione sociale, troppo spesso difficoltosi a causa di una normativa che non ne facilità la collaborazione. “Mi trovo ogni giorno a contatto con le difficoltà degli enti locali a collaborare con le Cooperative a causa delle norme di legge, mi auguro si possano superare tali difficoltà e lavorare assieme”. Sulla stessa linea la vicepresidente nazionale di Legacoop, Orietta Antonini, che ha sottolineato che “la Cooperazione sociale non cerca una normazione che la privilegi rispetto ad altre forme d’impresa. Svolgiamo servizi pubblici e abbiamo bisogno di continuare a lavorare con le pubbliche amministrazioni: ma 24 contenziosi all’anno fatti alle PA del Friuli Venezia Giulia - per procedure di gara che non rispettano le normative di legge - sono un dato importante, sul quale non possiamo non riflettere. Per altro, lo stesso documento congressuale nazionale di Legacoopsociali (il Congresso nazionale è previsto a Roma il 15 e 16 novembre, ndr) evidenzia la necessità di ampliare il nostro campo di intervento, perché abbiamo ancora molto da sperimentare anche dentro la cooperazione stessa”.

Della necessità di una “maggiore integrazione tra i servizi anche in termini interassessorili” ha parlato Alessio Gratton, presidente della 2^ Commissione del Consiglio regionale, che ha posto l’accento sul bisogno di “integrare le diverse visioni degli assessorati regionali per avere una interlocuzione seria. Occorre ricostruire la fiducia non solo tra il movimento cooperativo e le istituzioni, ma anche tra cittadinanza e parte politica”.

“In Friuli Venezia Giulia, la Cooperazione sociale nasce 45 anni fa – ha ricordato Bettoli – grazie al movimento di deistituzionalizzazione psichiatrica legato a Franco Basaglia, anche se come Legacoopsociali Fvg nasce formalmente 12 anni fa; con questo congresso diventeremo una Federazione nazionale delle cooperative ed imprese sociali. In questi 12 anni, Legacoopsociali Fvg si è costruita sulle basi delle Cooperative sociali esistenti, partendo da quadri che sono stati e sono cooperatori sociali, in una forte osmosi con il territorio. In questi decenni, la Cooperazione sociale ha dimostrato di saper dare risposte puntuali e concrete, fornendo occasioni di riscatto alle persone, anche svantaggiate, e anche in termini di inserimento lavorativo”.

Quello degli appalti al massimo ribasso è un tema cruciale da anni per la Cooperazione sociale. Se n’è accorto anche papa Francesco che, nei giorni scorsi, è intervenuto evidenziando l'inefficienza delle amministrazioni locali quando indicono appalti con il criterio del massimo ribasso e, credendo di ottenere risparmi ed efficienza, finiscono per tradire la loro stessa missione sociale al servizio della comunità. Su questo tema è intervenuta la vicepresidente di Legacoopsociali Fvg, Michela Vogrig, secondo la quale “l’introduzione della legge quadro sugli appalti ha cercato di configurare le diverse spinte del terzo settore, mettendo al centro l’impresa sociale come soggetto sul quale si snodano e sviluppano tutta una serie di azioni”. Vogrig ha evidenziato luci e ombre del corpus normativo, sottolineando che “i nuovi obblighi, come ad esempio quello della trasparenza e rendicontazione per tutti i soggetti anche di diversa natura che collaborano con le pubbliche amministrazioni, implicano il bisogno di rinnovare la prospettiva rispetto alle politiche associative. Serve un processo diridefinizione, una nuova fase rigenerativa che può portare all’avvio di nuove attività. Per questo abbiamo proposto sperimentazioni guidate che misurino l’impatto delle azioni della Cooperazione sociale sul territorio”.

Ancora rispetto al tema degli appalti, “vi sono diversi aspetti di miglioramento su cui puntare. Siamo parzialmente soddisfatti – ha proseguito Vogrig - perché, se da un lato c’è stato un lavoro finalizzato a processi premianti con affidamenti riservati alla Cooperazione sociale, dall’altro manca ancora un pezzo perché non bastano le leggi, non bastano i decreti, ma servono azioni mirate per creare le condizioni e concretizzare l’attenzione alla Cooperazione sociale. Noi siamo Cooperative sociali anche di inserimento lavorativo, non vogliamo avere vantaggi rispetto ad altre imprese, ma riteniamo che realtà di questo tipo vadano considerate in maniera diversa proprio per mettere al centro la nostra funzione sociale”. Sulla stessa linea anche Luca Fontana, presidente di Federsolidarietà Fvg, il quale ha ribadito che “non chiediamo di fare percorsi esclusivi, ma di costruire una comunità insieme all’ente pubblico”.

Il presidente di Legacoop Fvg, Enzo Gasparutti, ha posto l’accento sul tema dell’intergenerazionalità, un vero e proprio valore aggiunto. “L’intergenerazionalità è la forza del movimento cooperativo, un testimone che dia alle generazioni future la forza di continuare questo percorso. Se in passato questo elemento aveva diviso la Cooperazione sociale da quella non sociale, oggi non può essere che elemento di unione”.

"Il concetto di intergenerazionalità è molto legato anche in solido a ciò che è successo in questa regione negli ultimi anni – ha sottolineato Orietta Antonini -, non solo con alcune Cooperative di consumo, ma anche con il caso recente di una grossa Cooperativa di servizi che recentemente si è trasformata in Spa. Ciò chiama in causa la Lega delle Cooperative, dal momento che il parere dei soci è vincolante nella trasformazione di una società cooperativa”.

Il vicepresidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Sergio Bolzonello, ha esordito evidenziando che “il tema vero è quello del cambio di paradigma che c’è in questo momento nel modello sociale, un cambio di paradigma importante. La Regione è attenta alle richiestedel settore della Cooperazione sociale e consapevole che è necessario un cambiamento dei modelli di gestione, per conciliare le esigenze economiche con la capacità di stare vicino agli ultimi e contrastare le diseguaglianze”. Un’attenzione dimostrata, come aveva in precedenza ricordato anche Bettoli, con l'istituzione di uno specifico Servizio regionale dedicato alla Cooperazione sociale “che è stato un primo fondamentale passaggio ma che ora va strutturato in maniera tale sia da avere credibilità all’interno dell’Amministrazione regionale, sia da essere riconosciuto dalla Cooperazione stessa, dal momento che da qualcuno nell’associazionismo cooperativo il servizio era stato visto come una sottrazione di potere”.

Intanto, già nelle prossime settimane – ha annunciato Bolzonello -, “apriremo un tavolo di confronto su tutte le richieste che Legacoopsociali ha posto all'amministrazione regionale in merito a quattro specifici provvedimenti di settore”, che riguarderanno anzitutto un orientamento regionale sugli affidamenti alla Cooperazione sociale, ai sensi della normativa vigente, che determini nel10% del monte appalti totale, la percentuale di riferimento di appalti che la pubblica amministrazione deve destinare al settore per l'occupazione di persone svantaggiate. E poi una “clausola di garanzia” per gli operatori sociali “privi di titoli” che li tuteli nei cambi di appalto.

Quello del “chiarimento della normativa regionale sul trasporto sanitario è il tema più delicato, sul quale la visione tra il mio assessorato e quello alla salute è molto diversa. L’impegno che posso prendermi è di convocare un tavolo vero per un approfondimento più strutturato”. Infine, una direttiva regionale relativa all'aiuto alla autosomministrazione dei farmaci agli utenti, da parte del personale sociale ed educativo. Le conclusioni dei lavori sono state tratte da Orietta Antonini. La vicepresidente nazionale di Legacoop ha posto l’accento sul “ruolo del territorio in termini di vigilanza”, a fronte del passaggio da associazione delle Cooperative sociali ad associazione anche delle imprese sociali.

“Un passaggio obbligato rivolto al pluralismo ma anche molto complicato, dal momento che l’allargamento della platea di soggetti pone un problema di vigilanza molto più stringente. Peraltro, il decreto sull’impresa sociale darà la possibilità di attrarre capitali privati, con il rischio di aumentare le diseguaglianze sociali non favorendo la perequazione tra i territori. Davanti a noi si affacciano sicuramentenuove opportunità, ma dobbiamo interrogarci su come poter rendere sostenibile nel tempo quello che facciamo e come progettare la Cooperazione sociale di domani”.

Nel corso del Congresso, che ha riunito 47 tra Cooperative sociali e Consorzi aderenti a Legacoop con un valore della produzione di 150 milioni di euro per oltre 5300 addetti, si è provveduto alla rielezione del Comitato direttivo regionale, composto da 23 componenti, in quasi perfetto equilibro tra i generi.

 

Pubblicato in Friuli-Venezia Giulia

Dar vita a dieci nuove start up femminili e a cinque cooperative di comunità che gestiscano i servizi nella Valle del Giordano, proprio laddove la popolazione subisce gli effetti di politiche discriminatorie che impongono un ridotto accesso alla terra, alle fonti idriche, ai servizi sanitari ed energetici. E’ uno degli obiettivi ambiziosi del progetto TU.R.B.O, elaborato da GVC in partenariato con il Governatorato di Tubas, Business Women Forum, Legacoop Emilia Romagna, Melpignano, LattEmilia soc. coop. e la Provincia autonoma di Bolzano, per creare innovazione sociale e opportunità economiche.

Saranno le cooperative di comunità che nel governatorato di Tubas gestiranno  alcuni dei servizi più importanti per la popolazione quali la fornitura di energia elettrica, la distribuzione di acqua, foraggio animale, piantine e semi per la coltivazione. Affidare alla collettività la gestione delle risorse, nel cuore della West Bank, non significa solo combattere il tasso di disoccupazione e affrontare i problemi sociali ma anche rafforzare la comunità, perché sia in grado di proteggersi dalle violazioni dei diritti umani, rendendosi capace di contrastare gli effetti dell’isolamento e dell’occupazione.

La stessa FAO ha evidenziato l’importanza di fornire direttamente alle comunità nell’Area C gli strumenti per rafforzare la loro resilienza e il loro sviluppo socio-economico.  Grazie alla bonifica dei terreni ed ad un migliorato accesso all’acqua e all’energia solare,  le comunità saranno uteriormente protette dagli effetti negativi dell’occupazione. Molto importante sarà anche la produzione di foraggi che abbatterà i costi di produzione del latte. Il progetto “TU.R.B.O Tubas Rural Business Opportunities and social innovation” consentirà di sperimentare, per la prima volta, un nuovo modello imprenditoriale come quello delle cooperative di comunità. Non ancora riconosciute in Italia, le cooperative di comunità di fatto esistono in tutto il mondo e garantiscono l’attivazione di modelli organizzativi e gestionali volti a coinvolgere i soci e i membri della comunità nella gestione di servizidi pubblica utilitá.

Ciascuno assume un ruolo non di semplice consumatore ma al contempo anche di produttore del servizio. Un percorso di innovazione sociale, un processo sinergico tra individui, comunità, imprese, ONG e istituzioni, per combattere dall’interno fenomeni di molecolarizzazione e depauperamento sociale. TURBO intende accompagnare la nascita di dieci nuove start up femminili che, dopo un processo di formazione, assistenza e selezione, riceveranno un finanziamento per avviare l’attività. Il percorso  coinvolgerà 50 aspiranti imprenditrici in 19 villaggi che avranno la possibilità di seguire 60 giorni di formazione tecnica personalizzata e 40 di coaching,nonché di essere seguite nella redazione dei loro piani di marketing.

“Turbo contribuisce, da una parte, alla realizzazione delle infrastrutture e dei servizi e dall’altra introduce elementi di innovazione nella governance in termini di ownership e incentivi- chiarisce Gianluca Nocera, development coordinator e project manager di TU.R.B.O-. Noi crediamo che attraverso stimoli ed incentivi opportunamente tarati, insieme all’offerta di modelli già testati e sperimentati, si possano generare quei meccanismi necessari per garantire la sostenibilità e quindi la resilienza dei servizi”. E aggiunge: “TURBO intende portare esperienze e modelli all’attenzione di tutti gli attori per far comprendere che solo il dialogo, la collaborazione e l’impegno reciproco possono generare risultati. Noi vogliamo partire con il chiedere: ”Dove volete andare? Come vogliamo arrivarci insieme?” e da li costruire insieme un percorso condivisoche è fatto sì di formazione, responsabilità, procedure e meccanismi ma soprattutto di una meta visibile e condivisa”.

 

Pubblicato in Nazionale

Dopo l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri il 29 agosto scorso, il 13 ottobre 2017 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto legislativo che istituisce il reddito di inclusione (ReI). Il decreto legislativo introduce, a decorrere dal 1 gennaio 2018, una misura “di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale a carattere universale, condizionata alla prova dei mezzi e all’adesione a un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale” (art.1).

L’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) sottolinea che tra i requisiti c’è la questione“di nazionalità” . “Il componente che richiede la misura (e dunque non tutti i componenti del nucleo) deve avere uno dei seguenti status: cittadino italiano, cittadino dell’Unione, familiare di un cittadino dell’Unione, titolare del permesso di lungo soggiorno”

Resterebbero quindi esclusi i titolari dello status di rifugiato o protezione sussidiaria: “è paradossale – afferma Asgi - se si considera che già in occasione di due analoghe esclusioni, l’INPS era dovuto intervenire con propria circolare estendendo ai titolari di detti status – in attuazione di quanto previsto dall’art. 29 direttiva UE 2011/95  – un beneficio che  la legge non aveva previsto: il riferimento è all’assegno di natalità (cfr. circolare n. 93 dell’ 8 maggio 2015) e all’assegno di maternità di base (cfr. circolare n. 9 del 22 gennaio 2010). Vedremo se anche questa volta l’INPS interverrà nello stesso senso, ma certo la tecnica della legislazione che procede “per errori” affidando poi la correzione alle circolari è davvero criticabile e continua a favorire l’incertezza del diritto”.

Sono parimenti esclusi i titolari di permesso unico lavoro. “Anche in questo caso la riconduzione della prestazione nell’ambito della direttiva 2011/98 potrebbe essere dubbia, stante le caratteristiche più discrezionali del beneficio (quantomeno con riferimento alla possibilità di sanzione e revoca) e stante la finalità (il contrasto alla povertà) che non è di per sé inclusa nell’elenco dei rischi di cui all’art. 3 regolamento 883/04, cui la direttiva rinvia”. Resta tuttavia il fatto che fino a quando sarà riservato a disabili, minori, donne in gravidanza o anziani disoccupati, “la misura si configura come un intervento rivolto a tutelare da rischi pienamente compresi nell’elenco di cui all’art. 3 (rispettivamente: disabilità, famiglia, maternità, disoccupazione) e dunque ben potrebbe ricondursi nell’ambito della direttiva e della relativa clausola paritaria prevista dall’art. 12”.

“Ma resta soprattutto – aggiungono i giuristi - l’irragionevolezza (che ben potrebbe sfociare in una censura di incostituzionalità ex artt. 2, 3 e 34) di escludere dal beneficio proprio gli stranieri che, a causa della assenza di reddito, non sono riusciti ad accedere al permesso di lungo periodo; esclusione tanto più illogica ove si consideri che il “radicamento territoriale” è già garantito dalla norma,  in modo uniforme per italiani e stranieri,  dalla residenza continuativa biennale, sicché aggiungervi un requisito di residenza quinquennale  per i soli stranieri più poveri appare davvero illogico”.

La consolidata giurisprudenza della Corte Costituzionale (si veda la rassegna ) avrebbe invece potuto fornire in proposito indicazioni importanti,  dalle quali il legislatore non avrebbe dovuto discostarsi: “in primo luogo laddove la Corte ha escluso la possibilità di porre limiti per i soli stranieri nella fruizione di diritti sociali fondamentali (all’interno dei quali ben potrebbe ricondursi anche il contrasto alla povertà) ma in particolare laddove la Corte con la sentenza del 12 dicembre 2011 n. 32 ha dichiarato incostituzionale il requisito della carta di soggiorno  per l’accesso alla indennità di frequenza che è un contributo per la frequenza alla scuola del minore disabile, riconosciuto indipendentemente dal reddito: ebbene se è stata considerata incostituzionale quella limitazione, davvero non si vede come possa essere costituzionale l’esclusione dello straniero in condizione di grave povertà da un contributo che serve (anche) ad assistere il componente disabile della famiglia”.

Pubblicato in Nazionale
Martedì, 31 Ottobre 2017 13:51

TORINO: A PORTA PALAZZO PASSA L'INTEGRAZIONE

Galleria Umberto I, centro storico di Torino. Nel cuore di Porta Palazzo, quartiere multietnico sede del  più grande mercato all’aperto d’Europa, un gruppo di giovani dai 15 ai 29 anni fa quotidianamente esercizi di cittadinanza attiva, praticando l’accoglienza e il superamento dei pregiudizi. Sono eterogenei per nazionalità, età, sesso, background culturale, condizione economica e sociale. Rappresentano tutte le parti del mondo e hanno storie di vita diversissime. Alcuni di loro abitano o lavorano nel quartiere, altri ci sono arrivati per il passaparola dell’amico. All’occhio distratto del passante sembrano l’uno l’opposto dell’altro, ma chi li osserva con attenzione vedrà che hanno molto in comune, a partire dalla voglia di mettersi in gioco in prima linea per diventare protagonisti del cambiamento di loro stessi e del luogo in cui vivono. Grazie a YEPP Porta Palazzo, immaginano e realizzano progetti di riqualificazione del quartiere; nel frattempo, scoprono i loro talenti e crescono come persone e cittadini.

Il progetto YEPP Porta Palazzo nasce nel 2012 per volontà e con il supporto della Compagnia di San Paolo come sito locale nell’ambito della rete YEPP internazionale. Trae le sue origini da YEPP ( Youth Empowerment Partnership Programme ), un metodo sviluppato a livello europeo che punta a migliorare la qualità della vita dei giovani in aree che presentano una particolare complessità sociale , facendoli diventare membri attivi delle proprie comunità. Promuovendo il lavoro in rete del terzo settore insieme a quelli pubblico e privato, YEPP coinvolge i giovani nell’ideazione, progettazione e realizzazione di iniziative che rispondono ai loro bisogni e desideri . Il metodo YEPP è promosso in Italia dall’Associazione YEPP Italia e conta ad oggi 15 siti locali dal Piemonte alla Sicilia.

Nel corso di questi anni, YEPP Porta Palazzo ha realizzato azioni con e per i giovani perseguendo i seguenti obiettivi : promuovere aggregazione e socialità negli spazi pubblici del quartiere (le strade, i parchi, le gallerie, le aree più centrali e quelle più periferiche), in un'ottica di prevenzione e riqualificazione; scoprire e valorizzare i talenti dei ragazzi in ambito sportivo, artistico e lavorativo e potenziare le loro capacità organizzative; migliorare la qualità del tempo libero dei giovani che frequentano Porta Palazzo. Tutte le iniziative sono state implementate in rete con altre realtà attive sul territorio - pubbliche, private, del terzo settore e cittadini - affinché avessero maggiore diffusione e impatto. Sul lungo periodo, YEPP Porta Palazzo mira a consolidare un gruppo di giovani attivi e motivati che continuino a collaborare nel quartiere.

“Diamo la possibilità a ragazzi e ragazze di tutti i tipi di immaginare attività da fare insieme nel quartiere, guidati e supportati da tre tutor dell’Associazione Arteria onlus e altri giovani volontari più esperti” affermano le coordinatrici locali Cristina Basciano e Isabella Brossa , lo staff messo a disposizione dalla Compagnia di San Paolo per accompagnare il gruppo nel processo di progettazione, gestione e valutazione. “YEPP offre opportunità a cui i nostri ragazzi avrebbero difficoltà ad accedere a causa di barriere economiche, sociali, relazionali” aggiungono. Secondo la tutor Anna Gentile , una delle opportunità più significative è quella di “favorire l’interazione, il confronto alla pari e lo spirito di gruppo tra giovani di età, provenienze e stili di vita molto diversi tra loro”.

“I ragazzi arrivano a Casa YEPP perché sono in cerca di contatto umano e di socializzazione - racconta il tutor Davide Balistreri - Hanno tanta energia da condividere, energia a cui noi tutor proviamo a dare un obiettivo, aiutandoli a mettere alla prova le loro abilità, il loro saper fare e saper essere”. “L’unicità di questo progetto sta nella sua capacità di considerare i ragazzi attori protagonisti del loro tempo libero e del loro futuro - spiega il tutor Ivano Casalegno - Noi non ci consideriamo animatori, ma tutor che li supportano e li incoraggiano nel trasformare sogni e bisogni in progetti concreti, da realizzare insieme agli altri. Di conseguenza, i ragazzi non sono utenti: a chi vuole unirsi al gruppo, chiediamo di farsi carico della promozione e attuazione delle singole iniziative dimostrando costanza e responsabilità. Se manca l’impegno, il progetto non si fa”.

Pubblicato in Piemonte
Martedì, 31 Ottobre 2017 13:22

KENYA, ELEZIONI TRA VIOLENZA E CAOS

Amnesty International ha reso note le prime conclusioni della missione di ricerca svolta in Kenya in occasione della ripetizione delle elezioni presidenziali. Nella città occidentale di Kisumu, dove forze di polizia munite di armi pesanti stanno usando illegalmente la forza contro manifestanti e semplici passanti, è in corso quella che appare una campagna punitiva diretta a chi continua a protestare contro l'esito delle caotiche elezioni della scorsa settimana.

A Nairobi, la brutalità delle forze di polizia è stata accompagnata da atti di violenza e intimidazioni tra i sostenitori dei due più importanti esponenti politici del paese, il presidente uscente Uhuru Kenyatta e il leader dell'opposizione Raila Odinga.  "A Kisumu le forze di polizia hanno aperto il fuoco, aggredito persone e persino fatto irruzione nelle abitazioni di persone sospettate di aver preso parte alle proteste. Ma ne hanno fatto le spese anche persone che semplicemente si trovavano nei pressi delle manifestazioni: chi stava acquistando cibo al mercato, chi tornava a piedi da scuola o chi riposava in casa propria", ha dichiarato Justus Nyang’aya, direttore di Amnesty International Kenya.  "Stiamo assistendo a un'azione punitiva, un palese tentativo di intimidire e punire chi abita in una roccaforte dell'opposizione", ha aggiunto Nyang’aya.

Uccisioni e uso indiscriminato delle armi da fuoco

Il 26 ottobre a Kisumu le forze di polizia hanno ucciso almeno due persone. Un terzo uomo è morto a seguito di ferite inferte con un grande corpo contundente ma le circostanze della sua morte restano sconosciute. Sempre il 26 ottobre un attivista è stato ucciso nello slum di Mathare Nord, nella capitale Nairobi. Le prove sin qui disponibili indicano che a sparargli siano state le forze di polizia intervenute nello slum per affrontare le proteste. La polizia non ha confermato l'accaduto. A Kisumu, Amnesty International ha incontrato sette persone, tra cui un 16enne, colpite dai proiettili delle forze di polizia. Nella maggior parte dei casi si è trattato di vittime casuali del fuoco aperto a casaccio dagli agenti contro le persone che prendevano parte alle proteste.

"L'uso indiscriminato di proiettili veri contro i manifestanti dev'essere fermato immediatamente. Le armi da fuoco non dovrebbero mai essere usate per disperdere la folla. Agli agenti di polizia devono essere impartite chiare istruzioni affinché usino solo i metodi consentiti dalla legislazione nazionale e dal diritto internazionale", ha chiarito Nyang’aya. Sempre a Kisumu, Amnesty International ha incontrato altre sette persone aggredite e ferite da agenti di polizia tra il 24 e il 27 ottobre, in quattro dei casi dopo che le forze di polizia avevano fatto irruzione nelle loro abitazioni.

Un uomo di circa 30 anni, che vende cibo cucinato dalla madre, ha riferito di essere stato colpito mentre si stava recando al mercato di Kondele per acquistare delle verdure. Quando ha visto gli agenti armati, si è inginocchiato e ha alzato le mani. Un agente ha sparato alla sua mano sinistra ferendolo al dito anulare. Un secondo agente lo ha trascinato presso una fogna costringendolo a bere le acque di scarico. Poi l'uomo è stato picchiato e colpito col calcio di una pistola sul dito precedentemente ferito.  La gravità delle ferite riportate da alcune delle vittime lascia intendere che le forze di polizia abbiano fatto ricorso a un livello estremo di violenza.

Sempre a Kondele, alle 8 di sera del 27 ottobre, un uomo inseguito dalle forze di polizia ha cercato riparo in casa: "Ho chiuso a chiave la porta di casa, ma gli agenti l'hanno sfondata. Hanno iniziato a picchiarmi sulla testa coi manganelli, ho cercato di proteggermi con le braccia e hanno preso a colpire ovunque. Ho la schiena e le costole doloranti". All'uomo sono state diagnosticate una frattura al cranio e varie ferite a un braccio. Sono stati necessari alcuni punti di sutura sotto gli occhi: "Come se avesse avuto un incidente in motocicletta", ha sintetizzato un medico.

Otto agenti armati hanno fatto irruzione nell'abitazione di una donna, iniziando a picchiare il figlio ventenne. Quando lei ha supplicato di smetterla, l'hanno presa a calci sullo stomaco: "Sono entrati in casa dicendo 'Siete voi quelli che hanno lanciato i sassi'. Ho detto che non eravamo stati noi. Allora ci hanno ordinato di mostrare le mani, le hanno osservate e hanno concluso che erano mani di chi aveva lanciato sassi. Allora hanno iniziato a picchiarci". Quando Amnesty International ha incontrato suo figlio, questi aveva ancora evidenti segni di ferite a un occhio.  Lei e altre cinque persone hanno trascorso la notte in una scuola per timore di ulteriori irruzioni nelle abitazioni. 

"Sebbene alcune delle proteste di Kisumu siano state violente, con lanci di pietre e di fionda, la risposta delle forze di polizia è stata gravemente sproporzionata e a volte ha somigliato più ad azioni di rappresaglia che a legittime operazioni di controllo dell'ordine pubblico", ha commentato Nyang’aya.

Nairobi: la polizia nega

Nella capitale, la polizia continua a negare di aver aperto il fuoco in diverse circostanze. Oltre all'uccisione dell'attivista di Mathare Nord del 26 ottobre, secondo alcune fonti negli ultimi giorni e nella stessa zona sono state ferite a colpi d'arma da fuoco almeno altre quattro persone. Amnesty International ha anche ricevuto informazioni credibili su pestaggi ad opera della polizia. Amnesty International ha seguito ulteriori casi di uso eccessivo della forza nel giorno delle elezioni e in quelli successivi. Molti di questi casi non sono stati denunciati alla polizia o sono stati negati da quest'ultima. Le vittime hanno estrema paura di raccontare l'accaduto, temendo ritorsioni.

Le indagini sono essenziali 

Sia a Nairobi che a Kisumu le forze di polizia hanno dovuto affrontare proteste e, in alcune zone, i tentativi di impedire l'apertura dei seggi o d'intimidire i votanti. La polizia ha il dovere di assicurare che chi intende recarsi a votare possa farlo in condizioni di sicurezza e può reagire nel caso in cui le proteste diventino violente ma solo ricorrendo alla forza minima necessaria per gestire la situazione.  L'uso delle armi da fuoco è giustificato solo quando le forze di polizia, o singole persone che dovrebbero proteggere, sono di fronte a un'imminente minaccia di morte o di ferimento grave. In nessuno dei casi riferiti ad Amnesty International la polizia ha agito in modo legittimo e proporzionato alla minaccia. Molte delle persone raggiunte da proiettili paiono essere state colpite poiché gli agenti hanno aperto il fuoco in modo indiscriminato, anche nei confronti di persone che in tutta evidenza si stavano limitando a osservare le proteste.

Tutti i casi in cui un pestaggio risulta intenzionale costituiscono una violazione dei diritti umani. "Il fatto che le forze di polizia rifiutino di fornire informazioni sulle uccisioni è profondamente preoccupante. Su ogni caso del genere, l'Autorità indipendente di monitoraggio delle operazioni di polizia dovrebbe avviare indagini immediate", ha commentato Nyang’aya.

"Se si vuole che l'azione delle forze di polizia sia posta a freno e risulti conforme alle linee guida riconosciute a livello internazionale sul mantenimento dell'ordine pubblico, è fondamentale che coloro che le hanno violate e chi era in posizione di comando nei loro confronti siano portati di fronte alla giustizia", ha concluso Nyang’aya.

 

Pubblicato in Dal mondo

Sei campagne di fundraising per sostenere sei progetti concreti, dalla battaglia per il matrimonio egualitario, ai laboratori contro il bullismo nelle scuole, dall'accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo lgbti alla mappatura degli episodi di omotransfobia, dal programma nazionale per la diffusione del test rapido per l'Hiv alle iniziative a sostegno del coming out dei giovani.

E per promuoverle una piattaforma sul web e un video virale che ironizza su quelli che dicono di avere "tanti amici gay", chiamandoli a sostenere concretamente i sei progetti, perché "tra amici ci si aiuta". Si chiama "Premesso che" l'iniziativa con cui Arcigay rilancia la sua azione in sei ambiti di intervento, chiamando la cittadinanza al sostegno concreto.

"Abbiamo voluto mettere in campo un'azione chiara e trasparente, - dichiara Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay -  attraverso la quale dichiariamo  obiettivi e strategie per ogni ambito in cui l'associazione opera attraverso i suoi 60 presidi locali. Lo facciamo per focalizzare delle mete e mobilitare la popolazione per raggiungerle. E lo facciamo anche per sottolineare una serie di bisogni, come il contrasto al bullismo omotransfobico nelle scuole o l'accoglienza dei migranti lgbti, rispetto ai quali il lavoro delle associazioni come Arcigay è oggi catalizzatore indispensabile nella costruzione di risposte strutturate.Per promuovere queste campagna, i creativi dell'agenzia Pavlov hanno realizzato un video che coglie con intelligenza uno dei paradossi di questo Paese, in cui tutti dicono di avere "tanti amici gay", ma poi quando si tratta di fare o sostenere battaglie o azioni concrete, i tanti amici su cui le persone lgbti dovrebbero poter contare sembrano sparire nel vuoto. Un'ironia che punge nel vivo una delle frasi fatte del nostro politicamente corretto, chiamando tutti e tutte a confrontarci sulla sostanza delle cose"

Sono sei i progetti che fanno parte della piattaforma, accessibile dal sito Arcigay all'indirizzo www.arcigay.it/. "Lo stesso sì" è la mobilitazione permanente che chiede, in tema di coppie formate da persone dello stesso sesso, l'istituzione del matrimonio egualitario e il riconoscimento pieno delle famiglie omogenitoriali; Migranet è un programma di aiuto e sostegno rivolto ai migranti e richiedenti asilo LGBTI; SchoolMates è il programma nazionale che mette in rete  i gruppi scuola per il contrasto al bullismo; StayAPP! è il progetto per la riduzione del disagio e dell'isolamento nei giovani LGBTI under 28 e che vuole mappare gli episodi di omotransfobia; ProTest è il programma di offerta del test HIV rapido, gratuito e anonimo in modalità community-based; infine Ho Qualcosa Da Dirvi è la campagna permanente rivolta a tutti, giovani e meno giovani, per favorire il coming out. Per ognuno di questi progetti, di cui nella piattaforma sono descritti obiettivi, strategie e step intermedi, è fissato un obiettivo economico di 30mila euro, al quale tutti e tutte possono contribuire donando direttamente dal sito, tramite PayPal o carta di credito. 

 

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Cooperazione sociale romagnola e svedese a confronto a Ravenna. Una delegazione dell’associazione di promozione cooperativa “Coompanion”, composta da Joachim Keim e Jan Svensson, è stata ospite nei giorni scorsi di Legacoop Romagna, all’interno del progetto europeo Fit4Se. A riceverla, tra gli altri, il vicepresidente dell’associazione, Giampiero Boschetti. All’incontro hanno partecipato rappresentanti cooperativi, delle istituzioni regionali e delle realtà coinvolte nella partnership.

Il responsabile delle cooperative sociali di Legacoop Romagna, Emiliano Galanti, ha presentato il ruolo e la consistenza dell’impresa sociale in questo territorio, mentre il consigliere regionale Mirco Bagnari ha illustrato le caratteristiche dell’economia dell’Emilia-Romagna, in particolare rispetto alla capacità imprenditoriale e all’export. Sono seguiti gli interventi di Sara D’Attorre (Aster), Sara Goldoni (Aiccon) e Laura Zambrini (Demetra). Lorenzo De Benedictis, responsabile del progetto per Legacoop Romagna, ha coordinato i lavori.

A pranzo il gruppo è stato ospite di Camst alla trattoria Gustavo del centro commerciale Esp, dove ha potuto incontrare il responsabile commerciale della cooperativa della ristorazione, Rocco Di Pretoro.

Nel pomeriggio la delegazione ha visitato gli impianti produttivi della cooperativa Deco Industrie presso lo stabilimento di San Michele di Ravenna, dove la responsabile qualità Nicoletta Matteucci ha condotto una visita guidata alle linee produttive dei prodotti da forno.

 

 

Pubblicato in Emilia-Romagna

“Se vuoi la partecipazione, crea partecipazione, se vuoi spazi di indipendenza e libertà di pensiero, costruiscili. Lo abbiamo dichiarato e intendiamo metterlo in pratica”. Così Il Salto, la neonata piattaforma di giornalismo cooperativo, presenta Saltiamo 2017: la prima festa del per l’informazione indipendente e cooperativa: “una due giorni di elaborazione e progettualità legata agli strumenti operativi e professionali di cui disponiamo e ai modi in cui possiamo utilizzarli”.

“Il Salto è un luogo di racconto e confronto delle idee e delle pratiche – scrivono dalla testata dove si sperimentano forme di estensione ed effettiva realizzazione della democrazia, di partecipazione, di economia “diversa” e di ritrovato “potere sociale”.
Il Salto è anche un hub dal quale partono progetti condivisi e attività di finanziamento dal basso per il racconto e l’analisi del presente. Per farlo abbiamo bisogno di essere in tante e tanti”. L’obiettivo è quello di superare “la logica della competizione al ribasso e individuare strategie per fare giornalismo in network, secondo un’etica di fondo e linguaggi condivisi e in virtù di un ventaglio di opportunità di finanziamento che – nell’ottica della reciprocità, delle economie di scala e della condivisione – rendano in tutti i sensi sostenibile il nostro lavoro”.

Saltiamo è innanzitutto una festa e un’occasione “per stringere e consolidare relazioni umane e professionali”. Nella bella cornice del Villaggio Globale, che mette a disposizione i suoi spazi, si alterneranno brevi momenti di plenaria (in apertura e in chiusura di ciascuna giornata) e tavoli tematici in cui si approfondiranno gli argomenti in programma. Ma anche musica, Speaker’s corner, l’area bar gestita da Arci Sparwasser e la buona cucina. Poca analisi (i problemi da risolvere li conosciamo bene) e molta proposta: “questo è l’obiettivo che ci siamo dati, assieme a quello di fare con questa due giorni un sostanziale passo avanti nell’espansione e nel rafforzamento operativo del nostro network di informazione indipendente e cooperativa (anche evidenziando le tipologie di collaborazione che si possono innescare con Il Salto)”.

Non resta che saltare: il 4 e 5 novembre per cooperare e copro gettare buona informazione

 

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