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Martedì, 19 Novembre 2019

Articoli filtrati per data: Giovedì, 05 Ottobre 2017 - nelPaese.it

Due vite, due storie di persone transessuali, quelle di Andrea e Sara, che con coraggio hanno deciso di andare fino in fondo attraversando l’abisso, per poi ritrovarsi e vivere la pienezza di se stesse. È quanto racconta il libro “Sconvolti – Viaggio nella realtà transgender” (Alpes, collana “Il neofunzionalismo”, 2017), che sarà presentato sabato 7 ottobre a Padova, ore 18.30, all’interno della“Fiera delle Parole”.

Scritto a quattro mani da Chiara Dalle Luche e Roberta Rosin - entrambe psicoterapeute funzionali da tempo attente alle tematiche legate all’identità e alle politiche di genere -, “Sconvolti” è il primo libro in Italia ad affrontare la tematica transgender a trecentosessanta gradi.

Andrea e Sara hanno scelto di andare “oltre”, portando con sé un bagaglio fatto di paure, pregiudizi e stereotipi, ma anche di aspettative e speranze per un nuovo futuro. Il loro è un percorso lungo e faticoso, un viaggio necessario verso la consapevolezza narrato in queste pagine dalle due psicoterapeute passo dopo passo, affrontando la transizione in tutte le sue molteplici dimensioni: psicologica, medico-chirurgica ed endocrinologica, legale, ma anche sociale, a partire dalle implicazioni familiari e relazionali.

Psicoterapeute, e insieme compagne di viaggio, di tanti Andrea e di tante Sara, Chiara Dalle Luche e Roberta Rosin firmano qui un libro coraggioso e appassionato, lucido e insieme commovente. Un libro che intende anche sollecitare un dibattito libero su temi – la questione del genere, la sua fluidità, le molteplici sfumature – che, soffocati ancora da pregiudizi e forti stereotipi, trovano tutt’oggi poco ascolto e scarsa attenzione e comprensione.

Il percorso di conoscenza raccontato si basa sul modello della Psicologia funzionale e fa riferimento al protocollo Onig, l’Osservatorio nazionale sull’Identità di genere. Una sezione apposita del volume raccoglie alcune “Faq-frequently asked questions”, ossia le domande che le persone interessate a un percorso di transizione, ma anche i loro familiari, rivolgono solitamente ai diversi professionisti e a cui le due autrici propongono le proprie risposte. La prefazione porta la firma del presidente dell’Osservatorio Paolo Valerio, docente di Psicologia clinica all’Università Federico II di Napoli e uno tra i massimi esperti di sessualità e identità di genere.

La presentazione del libro sarà ospitata nella sala grande di Palazzo Trevisan, sede del Centro universitario di via Zabarella, ed è strutturata come un evento spettacolo, in cui alle voci delle due autrici del libro si alternerà quella di Regina Satariano, attivista e responsabile del Consultorio Transgenere di Torre del Lago, presidente dell’Associazione Consultorio Transgenere e vicepresidente di Onig; ad accompagnarle con canzoni e brani musicali eseguiti dal vivo, originali e composti ad hoc, sarà Rachele Colombo, cantante, polistrumentista e compositrice eclettica.

 

 

Pubblicato in Parità di genere

In un nuovo rapporto, Amnesty International ha accusato i governi europei di aver messo a rischio la vita di migliaia di afgani attraverso il rimpatrio forzato in un paese dove corrono il pericolo di essere rapiti, torturati, uccisi e sottoposti a ulteriori violazioni dei diritti umani. 

Proprio mentre il numero delle vittime civili in Afghanistan ha raggiunto livelli record, accusa il rapporto di Amnesty International, i governi europei stanno aumentando i rimpatri forzati di richiedenti asilo esattamente nei luoghi da cui erano fuggiti, in flagrante violazione del diritto internazionale. 

Il rapporto di Amnesty International racconta le storie orribili di afgani rimpatriati da Germania, Norvegia, Olanda e Svezia e che sono stati uccisi, sono rimasti feriti in attentati o sono costretti a vivere nella costante paura di essere perseguitati a causa del loro orientamento sessuale o della loro conversione al Cristianesimo. 

"Determinati ad aumentare il numero dei rimpatri, i governi europei stanno attuando una politica tanto sconsiderata quanto illegale. Cinicamente ciechi di fronte al livello record di violenza e all'evidenza che nessun luogo dell'Afghanistan è sicuro, mettono le persone in pericolo di subire rapimenti, torture, uccisioni e altri orrori", ha dichiarato Anna Shea, ricercatrice di Amnesty International sui diritti dei migranti e dei rifugiati. 

Tra gli afgani rimpatriati a forza dall'Europa c'erano anche minori non accompagnati e minorenni diventati adulti quando sono arrivati nel continente europeo. Diverse persone hanno raccontato ad Amnesty International di essere stati rimpatriati in zone dell'Afghanistan in cui non erano mai stati, nonostante la situazione di pericolo e l'impunità per violazioni dei diritti umani come la tortura. 

"Questi rimpatri violano in modo clamoroso il diritto internazionale e devono essere fermati immediatamente. Gli stessi stati europei che una volta si erano impegnati per migliorare il futuro degli afgani ora stanno demolendo le loro speranze abbandonandoli in un paese che da quando sono fuggiti è diventato ancora più pericoloso", ha affermato Shea. 

Aumentano i rimpatri come anche le vittime civili 

Secondo dati ufficiali dell'Unione europea, tra il 2015 e il 2016 il numero degli afgani rimpatriati dagli stati membri è quasi triplicato: da 3290 a 9460. Questo aumento corrisponde a un marcato calo delle domande d'asilo accolte: dal 68 per cento del settembre 2015 al 33 per cento del dicembre 2016. 

Nello stesso periodo, secondo la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama), è aumentato anche il numero delle vittime civili. 
Nel 2016, secondo Unama, sono state uccise o ferite 11.418 persone. Attacchi contro i civili, la maggior parte dei quali rivendicati da gruppi armati tra cui i talebani e lo Stato islamico, hanno avuto luogo in ogni parte dell'Afghanistan. Nei soli primi sei mesi del 2017 le vittime civili documentate da Unama sono state 5423.  Il 31 maggio 2017, in uno dei peggiori attentati mai registrati a Kabul, rivolto contro alcune ambasciate europee della capitale, sono state uccise almeno 150 persone e i feriti sono stati il doppio. 

Uccisi, feriti e nel costante timore di persecuzione 

I ricercatori di Amnesty International hanno intervistato diverse famiglie che, in modo angosciato, hanno raccontato l'orrore in cui sono finite dopo essere state rimpatriate dall'Europa: persone che hanno perso i loro cari, che sono sopravvissute per miracolo a un attentato o che vivono nel costante timore di essere perseguitate in un paese che conoscono a malapena. 

Sadeqa (non è il suo vero nome) e la sua famiglia erano fuggite dall'Afghanistan nel 2015 dopo che suo marito Hadi era stato rapito, picchiato e rilasciato dopo il pagamento di un riscatto. Dopo un viaggio pericoloso durato mesi, erano arrivate in Norvegia. Le autorità di Oslo hanno respinto la loro richiesta d'asilo dando loro la scelta se essere rimpatriate a forza o accettare 10.700 euro in cambio del ritorno "volontario" in Afghanistan. 

Pochi mesi dopo il rientro in Afghanistan, il marito di Sadeqa è scomparso. Giorni dopo si è appreso che era stato ucciso. Sadeqa ora ha persino paura di recarsi a pregare sulla sua tomba. 

La famiglia Farhadi ha subito il rimpatrio forzato dalla Norvegia nell'ottobre 2016. Un mese dopo un attentato dello Stato islamico contro la moschea Baqir-ul-Uloom di Kabul ha causato 27 morti. La famiglia Farhadi si trovava lì. L'intensità della bomba è stata così forte che Subhan, di due anni, è caduto dalle braccia della madre. Quando la famiglia è tornata a casa, si è accorta che il piccolo Subhan sanguinava da un orecchio; a distanza di mesi, gli fa ancora male. 

Farid (non è il suo vero nome) aveva lasciato l'Afghanistan con la famiglia quando era ancora piccolo. Dopo un periodo trascorso in Iran, la famiglia era arrivata in Norvegia. Lì Farid si era convertito al Cristianesimo. Nel maggio 2017 è stato rimpatriato a Kabul, il luogo più violento di tutto l'Afghanistan, dove nel 2016 è stato registrato il 19 per cento di tutte le vittime civili dell'intero paese. 

Farid non ricorda nulla dell'Afghanistan. Ora vive nel costante timore di essere perseguitato, in un paese dove i gruppi armati come i talebani prendono di mira chi si converte a una fede diversa dall'Islam. "Ho paura. Non conosco l'Afghanistan, dove dovrei andare? Non ho soldi per vivere da solo e non posso vivere dai miei parenti perché vedrebbero che non prego". 

Azad (non è il suo vero nome), cresciuto in Iran, era fuggito in Olanda insieme al fratello. Rimpatriato in Afghanistan nel 2017 nonostante avesse cercato di suicidarsi appena appresa la decisione, è stato identificato come omosessuale e ora teme che il suo orientamento sessuale possa essere riconosciuto da persone intenzionate a fargli del male. 

"Un calice di veleno" 

Tutt'altro che ignari rispetto alla situazione pericolosa in Afghanistan, i governi europei l'hanno infatti riconosciuta all'atto della firma del "Joint Way Forward", l'accordo tra Unione europea e le autorità di Kabul per il rimpatrio dei richiedenti asilo afgani. 

In un documento riservato diventato pubblico, le agenzie europee avevano ammesso "il peggioramento della sicurezza e le minacce cui vanno incontro le persone", così come "i livelli record di attacchi terroristici e di vittime civili". Tuttavia, con spietatezza, hanno insistito sul fatto che "potrebbe essere necessario far tornare [in Afghanistan] oltre 80.000 persone nel breve periodo".  Vi sono prove attendibili che la "necessità" sia stata espressa sotto forma di pressioni sul governo afgano. Ekil Hakimi, ministro delle Finanze, ha dichiarato al parlamento: "Se l'Afghanistan non collabora con gli stati membri dell'Unione europea nella crisi dei rifugiati, questo avrà un impatto negativo sull'ammontare degli aiuti destinati al nostro paese". 

Una fonte confidenziale afgana a conoscenza dell'accordo con l'Unione europea ha dichiarato ad Amnesty International che è trattato di "un calice di veleno" che il governo di Kabul è stato costretto a bere in cambio degli aiuti. 

(foto Amnesty)

@nelpaeseit

Pubblicato in Nazionale

Lella Palladino (a sinistra nella foto, ndr), la nuova presidente di Di.Re., Donne in Rete contro la violenza fa il punto sull’antiviolenza in Italia e ci parla dei nuovi obiettivi dell’associazione anti violenza. Palladino,  sociologa, presidente della cooperativa sociale Eva di Santa Maria Capua Vetere (una delle voci del nostro documentario Futura realizzato nel 2013, ndr), esperta di tematiche di genere, fin dal 2008 ha condiviso la nascita e la formazione di Di.Re., la prima associazione italiana a carattere nazionale di centri antiviolenza non istituzionali e gestiti da associazioni di donne che affronta il tema della violenza maschile sulle donne secondo l’ottica della differenza di genere, collocando le radici di tale violenza nella storica, ma ancora attuale, disparità di potere tra uomini e donne nei diversi ambiti sociali.

Come ha accolto la nomina e quali obiettivi si propone di perseguire?

Questa nomina arriva dopo un percorso di forte condivisione, nel solco della continuità e al contempo nel tentativo di migliorare la vita associativa. I primi passi sono quelli di una maggiore condivisione e partecipazione alla rete da parte di tutti i centri antiviolenza. Poi ci poniamo il macro obiettivo di continuare ad essere interlocutore forte e importante del Governo per orientare le politiche nazionali ed essere parte attiva del movimento Non una di meno.

Dalla Carta della Rete Nazionale dei Centri antiviolenza e delle Case delle donne stilata nel 2006 sono passati 10 anni, va modificata?

Stiamo lavorando all’attualizzazione della carta alla luce dei cambiamenti normativi intervenuti in questi anni, in particolare la Convenzione di Istanbul e la legge 119. Ma restano fermi e i nostri principi fondamentali: lavoriamo mettendo le donne al centro nel rispetto delle loro scelte e della loro autodeterminazione, garantiamo riservatezza, anonimato e gratuità delle prestazioni oltre a lavorare con un’ottica di genere e secondo la metodologia della relazione tra donne che è riconosciuta anche dalla Convenzione di Istanbul e che purtroppo spesso resta ancora inapplicata.

Come valuta Di.Re. le politiche nazionali per l’antiviolenza?

Abbiamo molte preoccupazioni rispetto all’efficacia del nuovo “Quadro strategico nazionale” perché: parte senza che sia stata cambiata l’intesa Stato - Regione che definisce i requisiti minimi dei centri antiviolenza e delle case rifugio; i centri antiviolenza sono stati previsti solo a livello tecnico e non sono presenti nei luoghi decisionali sia a livello nazionale che regionale e poi ultimo, ma non ultimo, non si capisce bene quali e quante risorse saranno appostate per l’antiviolenza dalla legge di stabilità.

Attualmente i servizi antiviolenza riescono a coprire i bisogni?

Siamo ancora molto lontani dalla copertura dei bisogni delle donne, soprattutto rispetto alle case rifugio che risultano insufficienti. Molti servizi non hanno i requisiti minimi dettati dalle prescrizioni europee, ovvero l’esperienza minima di cinque anni maturata in questo campo, la mission finalizzata all’antiviolenza o la presenza di sole donne.

Muore una donna ogni tre giorni per mano di un uomo. E’ un dato che in Italia non cambia da 10 anni, ma si può dire che gli omicidi sono più efferati?

Innanzitutto bisogna fare una distinzione tra narrazione della violenza, che è spettacolarizzata e che si focalizza sulle situazioni estreme per incrementare l’ascolto mediatico e quella che è la quotidiana persistente violenza contro le donne che nella buona sostanza non cambia. Secondo i dati dell’Istat e quelli raccolti da Di.Re. non registriamo grossi cambiamenti: la violenza è agita soprattutto in ambito familiare (secondo gli ultimi dati raccolti dall’Istat nel 2014 gli omicidi vengono commessi nel 62,7% dei casi da partner o ex, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici) ed è trasversale all’età, al titolo di studio, al reddito, all’occupazione degli uomini. L’Istat registra però un aumento delle violenze estreme e un maggior numero di giorni di ospedalizzazione: gli uomini fanno più male fisicamente alle donne ad esempio con sigarette spente addosso o tagli da coltello. C’è poi ancora tanto sommerso, di donne che non chiedono aiuto a nessuno e non accedono ai servizi, quindi non compaiono nelle statistiche. Recentemente è stato stilato un protocollo di intesa tra il Dipartimento delle Pari Opportunità Cnr e Istat per fare una nuova ricerca sulla violenza e noi di Di. Re. li incontreremo presto per condividere indicatori e modalità di ricerca che a nostro parere andrebbero rivisti.

Negli ultimi mesi sono stati soprattutto giovanissimi a commettere violenze efferate sulle donne. Significa che non c’è alcuna speranza di cambiamento delle nuove generazioni?

Rispetto alla violenza i giovani maschi sono uguali agli uomini adulti. Quindi evidentemente non c’è stato un cambiamento sociale e culturale. La violenza è un problema strutturale che appartiene potenzialmente a tutti gli uomini in quanto parte dello stesso sistema maschilista fondato sul potere e sul controllo; esiste la violenza perché esiste la discriminazione di genere. Non a caso la violenza è più diffusa nelle regioni italiane del nord e nei paesi del nord Europa dove le donne sono più emancipate; le donne con uno status più elevato sono più a rischio perché mettono in discussione il sistema maschilista.

E’ cambiato il modo in cui le donne reagiscono alla violenza?

Le donne sono più consapevoli, escono prima dalla violenza quando è grave e agita fisicamente, ma continuano a subire a lungo altri tipi di violenza come quella psicologica o economica. Tuttavia una donna che ha meno opportunità economiche e sociali esce con più difficoltà da una relazione anche se è molto violenta. Il punto è che si pensa ancora alla donna come un soggetto fragile o vulnerabile, e come tale viene trattata in alcuni centri. Una metodologia assolutamente sbagliata perché rischia di vittimizzare le donne facendole sentire “sfortunate” o “deboli” mettendole nello stato di “minorità” in cui di fatto cercano di metterle gli uomini violenti. La violenza colpisce trasversalmente tutte le donne perché è agita trasversalmente da tutti gli uomini, quindi le donne non vanno colpevolizzate. Il modo legittimo di sostenere la donna nel percorso di fuoriuscita dalla violenza è quello di lavorare sulle sue potenzialità e sulla sua forza, non sulla sua debolezza. Per questo è fondamentale che siano le donne a lavorare sulle donne e la relazione tra donne e il sentirsi parte di un gruppo di pari è parte integrante del lavoro.

Che lavoro si fa o si dovrebbe fare con gli uomini violenti?

Con gli uomini si attua un lavoro di sensibilizzazione; attraverso la prevenzione si possono scardinare gli stereotipi, dalla formazione scolastica alle campagne di comunicazione, smettendola con la mercificazione e la denigrazione delle donne nei media. Si può cominciare dalla prima infanzia con l’educazione alle differenze, non a caso con la Coop. Eva abbiamo aperto un nido che si chiama “Educare alla differenza” e sperimenta nuove metodologie pedagogiche. In Italia esistono dei “Centri per uomini maltrattanti”, ma bisogna dire che se non si parte dalla presa di responsabilità degli uomini su ciò che hanno commesso e dalla consapevolezza di se, si ottengono pochi risultati per questo non credo ai percorsi imposti che spesso sono chiesti dagli avvocati per ottenere gli sconti di pena. In un convegno organizzato a maggio dall’associazione Maschile Plurale è emerso che anche il lavoro in carcere sugli stupratori non dà un’evidenza di dati: chi segue dei percorsi psicologici in taluni casi non agisce più fisicamente la violenza, ma difficilmente riesce a modificare profondamente il proprio atteggiamento che fa lega sulla discriminazione.

In una società in cui non esistono sufficienti servizi per le donne è più difficile uscire dalla violenza?

Certo. Nel momento in cui viene impoverito il sistema dei servizi del welfare tutto il lavoro di cura della casa e della famiglia ricade sulle spalle delle donne. Di fatto mancano risposte concrete e il welfare è troppo povero di risorse: non c’è un sistema di aiuto per la conciliazione del lavoro fuori e dentro casa. Per fortuna a livello nazionale si inizia a prestare attenzione al problema dell’inserimento lavorativo essenziale se si vuole dare alle donne la possibilità concreta di uscire dalla violenza.

(intervista di Alessandra Del Giudice per napolicittasolidale.it)

@nelpaeseit

 

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