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Venerdì, 27 Novembre 2020

Martedì, 07 Novembre 2017 - nelPaese.it

Il Mezzogiorno è uscito dalla lunga recessione e nel 2016 ha consolidato la ripresa, registrando una performance per il secondo anno superiore, se pur di poco, rispetto al resto del Paese. L’industria manifatturiera meridionale è cresciuta al Sud nel biennio di oltre il 7%, più del doppio del resto del Paese (3%); influiscono positivamente le politiche di sviluppo territoriale mentre restano le difficoltà delle imprese del Sud ad accedere agli strumenti di politica industriale nazionale. La stretta integrazione e interdipendenza tra Sud e Nord rafforza la necessità di politiche meridionaliste per far crescere l’intero Paese. Ottima la performance soprattutto al Sud delle esportazioni nel biennio 2015-2016 Le previsioni per il 2017 e il 2018 confermano che il Mezzogiorno è in grado di agganciare la ripresa, facendo segnare tassi di crescita di poco inferiori a quelli del Centro-Nord. Tuttavia la ripresa congiunturale è insufficiente ad affrontare le emergenze sociali.

Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è ancora il più basso d’Europa (35% inferiore alla media UE), nonostante nei primi 8 mesi del 2017 siano stati incentivati oltre 90 mila rapporti di lavoro nell’ambito della misura “Occupazione Sud”. La povertà e le politiche di austerità deprimono i consumi. Il Sud è un’area non più giovane né tantomeno il serbatoio di nascite del Paese. Il Governo nell’ultimo anno ha riavviato le politiche per il Sud; fondamentali due interventi: le ZES e la "clausola del 34%" sugli investimenti ordinari.

Il Pil

Le previsioni per il 2017 e il 2018 – Secondo stime Svimez aggiornate a ottobre, nel 2017 il PIL italiano cresce dell’1,5%, risultato del +1,6% del Centro-Nord e del +1,3% del Sud. Nel 2018 il saggio di crescita del PIL nazionale si attesta al1’,4% con una variazione territoriale dell’1,4% nel Centro-Nord e dell’1,2% al Sud. A trascinare l’evoluzione positiva del PIL nel 2017 e nel 2018 l’andamento della domanda interna, che al Sud registra, rispettivamente, +1,5% e +1,4% (nel Centro-Nord, invece, aumenta quest’anno del +1,6% e il prossimo del +1,3%). Nel 2018 la Svimez prevede un significativo aumento sia delle esportazioni che degli investimenti totali, che cresceranno più nel Mezzogiorno che al Centro-Nord: le esportazioni del +5,4% rispetto a +4,3%, gli investimenti del 3,1% rispetto a +2,7%. Aumento apprezzabile dell’occupazione: +0,7% al Sud sia nel 2017 che nel 2018, e +0,8% in entrambi gli anni al Centro Nord.

Secondo la Svimez, queste previsioni inglobano anche gli effetti della legge di Bilancio 2018, e scontano la mancata attivazione della clausola di salvaguardia relativa all’aumento delle aliquote IVA nel 2018 per circa 15 miliardi. La Svimez ha realizzato una simulazione per valutare quali sarebbero stati gli effetti della manovra sull’IVA nelle due macro aree del Paese, se fosse stata realizzata: in quel caso l’economia meridionale avrebbe subito il maggior impatto, in quanto, nel biennio 2018/2019, il PIL del Sud avrebbe perso quasi mezzo punto percentuale di crescita, -0,47%, mentre quello del Centro-Nord avrebbe avuto un calo dello -0,28%.

I principali dati economici del 2016 – Nel 2016 il PIL è cresciuto nel Mezzogiorno dell’1%, più che nel Centro-Nord dove è stato pari a +0,8%. Nello specifico delle singole Regioni meridionali, il PIL 2016 più performante è quello della Campania +2,4%, seguita da Basilicata +2,1%, Molise +1,6%, Calabria +0,9%, Puglia +0,7%, Sardegna +0,6%, Sicilia +0,3%, Abruzzo -0,2%. Nel 2016 il prodotto per abitante è stato nel Mezzogiorno pari a 56,1% di quello del Centro Nord (66% di quello nazionale). Il PIL per abitante della regione più ricca d’Italia, il Trentino Alto Adige, con i suoi 38.745 euro pro capite, è più che doppio di quello della regione più povera, la Calabria, che è pari a 16.848 euro ad abitante.

Consumi e terziario

I consumi delle famiglie meridionali sono aumentati nel 2016 dell’1,2%, contro l’1,3% del Centro Nord: in particolare, la spesa alimentare e quella per abitazioni cresce al Sud meno che nel resto del Paese. Nel 2016 gli investimenti sono cresciuti nel Mezzogiorno del 2,9%, un incremento sostanzialmente in linea con quello del Centro Nord (+3%. Nel 2016 in agricoltura il valore aggiunto, dopo il boom del 2015, è tornato a diminuire, -8,8% rispetto al 2015, che si traduce in -9,5% nel Mezzogiorno e -1,9% nel Centro Nord. Nell’industria il prodotto è cresciuto al Sud (+3%) più che al Centro Nord (+1%). Positivo nel Mezzogiorno anche il valore aggiunto delle costruzioni (+0,5%), rispetto al centro Nord (-0,3%).

Infine, nel terziario il valore aggiunto del Mezzogiorno con +0,8% ha superano quello del Centro Nord (+0,5%). Secondo la SVIMEZ, l’aumento del PIL meridionale mostra primi segni di solidità: il recupero del settore manifatturiero, cresciuto del +2,2%, la ripresa dell’edilizia (+0,5%9, il positivo andamento dei servizi (+0,8%), soprattutto nel turismo, legata alle crisi geopolitiche dell’area del Mediterraneo che hanno dirottato parte dei flussi verso il Mezzogiorno. 3 Interdipendenza tra Sud e Nord – La domanda interna del Sud, data dalla somma di consumi e investimenti, attiva circa il 14% del PIL del Centro-Nord (nel 2015, un ammontare di circa 177 miliardi di euro).

Distribuzione fiscale

I recenti referendum in Lombardia e Veneto hanno riaperto la discussione sul tema del residuo fiscale. I flussi redistributivi verso le regioni meridionali sono in calo di più del 10%, da oltre 55,5 a circa 50 miliardi. Peraltro le risorse che, sotto diverse forme, affluiscono al Sud, non restano circoscritte al solo Mezzogiorno, ma hanno effetti economici che si propagano all’Italia intera.

Secondo la Svimez, che ha fatto una valutazione quantitativa di tali effetti, su 50 miliardi di residui fiscali di cui beneficia il Mezzogiorno, 20 ritornano direttamente al Centro-Nord, altri contribuiscono a rafforzare un mercato che resta, per l'economia dell'intero Paese, ancora rilevante. Rilancio degli investimenti pubblici. Nel 2016 hanno toccato il punto più basso della serie storica (la spesa in conto capitale è stata il 2,2% del PIL, nel Mezzogiorno appena lo 0,8%), dopo il modesto incremento del 2015. L’andamento della spesa in conto capitale in questi anni mette il Mezzogiorno su un livello molto più basso rispetto ai livelli pre crisi. Il crollo della spesa per infrastrutture nell’ultimo cinquantennio è stato del -2% medio annuo a livello nazionale, sintesi di un -0,8% nel Centro-Nord e -4,8% nel Sud. In termini pro capite, gli investimenti in opere pubbliche nel 1970 erano pari a livello nazionale a 529,6 euro, con il Centro-Nord a 450,8 e il Mezzogiorno a 673,2 euro. Nel 2016 si è passati a 231 euro a livello nazionale, con il Centro-Nord a 296 e il Mezzogiorno a meno di 107 euro pro capite.

Secondo la Svimez, l’attivazione della clausola del 34% potrebbe invertire il trend, ma dovrebbe riguardare non solo le Amministrazioni Centrali ma anche il Settore pubblico allargato. La Svimez chiede inoltre di rafforzare l’efficacia di tale norma prevedendo un monitoraggio al Parlamento e l’istituzione di un Fondo di perequazione delle risorse ordinarie in conto capitale, in cui riversare le eventuali risorse non spese nel Mezzogiorno, per poi finanziare i programmi maggiormente in grado di raggiungere l’obiettivo del riequilibrio territoriale. Pubblica amministrazione al Sud: -21.500 dipendenti - La qualità dei servizi pubblici nel Mezzogiorno presenta un quadro di luci e ombre.

Diritti e servizi

Il Sud è un’area penalizzata nel godimento di alcuni diritti di cittadinanza e nell’offerta dei servizi pubblici. Tra gli aspetti postivi, un deciso calo dei procedimenti di giustizia civile pendenti, più accentuato al Sud, e un forte recupero nella diffusione dell’ICT nella P.A. C’è un forte ridimensionamento della P.A. nel Mezzogiorno, in termini di risorse umane e finanziarie, tra il 2011 e il 2015: -21.500 dipendenti pubblici (nel Centro-Nord sono calati di -17.954 unità) e una spesa pro capite corrente consolidata della P.A. (fonte CPT) pari al 71,2% di quella del Centro-Nord. Un divario in valore assoluto di circa 3.700 euro a persona. La sfida di una maggiore efficienza della macchina pubblica al Sud passa per una sua profonda riforma ma anche per un suo rafforzamento attraverso l’inserimento di personale più giovane a più alta qualificazione. Ciò a dispetto dei luoghi comuni che descriverebbero un Sud inondato di risorse e dipendenti pubblici. 4 La Qualità del Lavoro al Sud: crescono gli occupati al Sud ma a basso reddito.

Disoccupazione

Nelle regioni meridionali nel 2016 gli occupati sono aumentati dell’1,7%, pari a 101 mila unità, ma mentre le regioni centro settentrionali hanno recuperato integralmente la perdita di posti di lavoro avvenuta durante la crisi (+48 mila nel 2016 rispetto al 2008), in quelle meridionali la perdita di occupazione rispetto all’inizio della recessione è ancora pari a 381 mila unità. Nel 2016 l’occupazione giovanile meridionale è aumentata marginalmente, di sole 18 mila unità (+1,3%), la crescita maggiore continua a riguardare gli ultra cinquantenni, con oltre 109 mila unità, pari a +5,6%.

Sulla crescita dell’occupazione nel Mezzogiorno incide l’ulteriore aumento del part time involontario (+1,9%), di poco inferiore all’80% del lavoro a tempo parziale. L’unica regione del Sud dove gli occupati calano è la Sardegna e, in misura più contenuta, la Sicilia. I livelli restano comunque generalmente distanti da prima della crisi: -10,5% di occupati in Calabria, - 8,6% in Sicilia, -6,6% in Sardegna e Puglia, -6,3% in Molise, -5% in Abruzzo. Solo in Campania (-2,1%) e Basilicata (-0,8%) siamo su valori vicini a quelli del 2008. L’aumento dei posti di lavoro al Sud riguarda in particolare l’agricoltura (+5,5%), l’industria (+2,4%) e il terziario (+1,8%). Nei primi 8 mesi del 2017 sono stati incentivati oltre 90 mila rapporti di lavoro nell’ambito della misura “Occupazione Sud”, grazie alla proroga delle misure per la decontribuzione dei nuovi assunti nel Mezzogiorno decise dal Governo.

Secondo la Svimez, la crescita dei posti di lavoro nell’ultimo biennio riguarda innanzitutto gli occupati anziani, nella media del 2016 si registrano ancora oltre 1 milione e 900 mila giovani occupati in meno rispetto al 2008. E poi il lavoro a tempo parziale, che però non deriva dalla libera scelta individuale ma è involontario. Si sta consolidando un drammatico dualismo generazionale, al quale si affianca un deciso incremento dei lavoratori a bassa retribuzione, conseguenza dell'occupazione di minore qualità e della riduzione d’orario, che deprime i redditi complessivi. Il depauperamento del capitale umano meridionale Alla fine del 2016 il Mezzogiorno ha perso altri 62 mila abitanti. Il saldo migratorio totale del Sud continua a essere negativo e sfiora le 28 mila unità, mentre nel Centro Nord è in aumento di 93.500. In particolare nel 2016 la Sicilia perde 9.300 residenti, la Campania 9.100, la Puglia 6.900.

Emigrazione

Il pendolarismo nel Mezzogiorno nel 2016 ha interessato circa 208 mila persone, di cui 54 mila si sono spostate all’interno del Sud, mentre ben 154 mila sono andate al Centro-Nord o all’estero. Questo aumento di pendolari spiega circa un quarto dell’aumento dell’occupazione complessiva del Mezzogiorno di circa 101 mila unità nel 2016. Secondo la Svimez, che ha elaborato una stima inedita del depauperamento di capitale umano meridionale, considerando il saldo migratorio dell’ultimo quindicennio, una perdita di circa 200 mila laureati meridionali, e moltiplicata questa cifra per il costo medio che serve a sostenere un percorso di istruzione elevata, la perdita netta in termini finanziari del Sud ammonterebbe a circa 30 miliardi, trasferiti alle regioni del Centro Nord e in piccola parte all’estero. Quasi 2 punti di PIL Nazionale. E si tratta di una cifra al ribasso, che non considera altri effetti economici negativi indotti.

Povertà

La ripresa non migliora il contesto sociale – Nel 2016 10 meridionali su 100 risultano in condizioni di povertà assoluta, contro poco più di 6 nel Centro Nord. L’incidenza della povertà assoluta nel 2016 nel Mezzogiorno aumenta nelle periferie delle aree metropolitane e nei comuni più grandi. Il rischio di cadere in povertà è triplo al Sud rispetto al resto del Paese, nelle due regioni più grandi, Sicilia e Campania, sfiora il 40%. L’emigrazione sembra essere l’unico canale di miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie meridionali. Secondo la SVIMEZ, l’introduzione del reddito di inclusione avvia un processo per dotare anche l’Italia di una forma universalistica di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale. Ma per ora l’impegno finanziario è assolutamente insufficiente: del REI beneficerà soltanto il 38% circa degli individui in povertà assoluta per importi che sono generalmente compresi fra il 30 e il 40% della soglia di povertà assoluta per molte tipologie familiari. Vanno fatte scelte redistributive che, senza gravare sul bilancio pubblico, consentano di allargare la platea dei fruitori.

Si tratta di una misura che avrebbe un impatto sui consumi senza dubbio notevole. Credito, il surplus dei depositi al Sud finanzia l’economia del Centro-Nord - Il rapporto tra impieghi – incluse le sofferenze – e i depositi è strutturalmente più elevato nel Centro-Nord rispetto al Mezzogiorno: nel 2016 esso è pari a 1,14 al Sud contro 1,74 nel resto del Paese. Questo divario evidenzia il trasferimento della raccolta dalle regioni meridionali a quelle centro-settentrionali. Nel 2016 nel Mezzogiorno, a fronte di depositi raccolti dalle banche operanti nell’area per 283 miliardi, ci sono solo 278 miliardi di impieghi. Livelli di impieghi inferiori ai depositi si riscontrano in tutte le regioni del Mezzogiorno, ad eccezione delle Isole. Il rapporto tra impieghi e depositi risulta particolarmente basso in Molise, Basilicata e Calabria. Al contrario, nelle regioni centro-settentrionali, si osserva un fenomeno opposto: a fronte di 959 miliardi di depositi raccolti, ci sono 1.610 miliardi di impieghi

Pubblicato in Nazionale

Un piccolo museo, un’eccellenza campana, un luogo di interesse culturale dotato di una serie di servizi, completamente privo di barriere architettoniche, in cui l’ingresso è gratuito ed è possibile prenotare in maniera facile e interattiva dal suo sito multilingue. Sarà anche per questo che il Museo Archeologico Calatia, di Maddaloni (Ce), è l’unico museo campano e tra i pochi del Sud, tra i tanti che ci sono candidati, ad avere ottenuto una menzione speciale all’interno del Premio Icom Italia-Museo dell’anno 2017.

Un riconoscimento importante promosso dalla principale organizzazione italiana che rappresenta i musei e i professionisti del settore “impegnati a preservare, assicurare e comunicare il valore del patrimonio culturale e naturale mondiale, attuale e futuro, materiale e immateriale”. Dieci i musei ritenuti degni di nota sui 75 candidati, in base a una serie di requisiti, tra cui la gestione e valorizzazione dei patrimoni, la comunicazione, i progetti, l’uso delle tecnologie digitali, la partnership con i privati; tra questi sarà poi proclamato il museo dell’anno.

Il Museo archeologico di Maddaloni sorge in un palazzo settecentesco recentemente ristrutturato e raccoglie i materiali archeologici provenienti dall’area urbana di Calatia. Al suo interno sono esposti, suddivisi su due piani del palazzo, i materiali provenienti dagli scavi condotti nell'area dell’antico abitato e i corredi provenienti dalle necropoli calatine, che si distinguono per la loro completezza e lo stato di conservazione, documentando un lungo arco cronologico che va dall’VIII sec. a.C. al III d.C. L’esposizione è resa attraente e stimolante dalla ricostruzione in scala reale dei contesti tombali, realizzata il più possibile con materiali antichi, e accompagnata da postazioni multimediali ed interattive e da pannelli didattici multilingue. 

“Lavoriamo in strettissima correlazione con le scuole e il nostro traino è rappresentato dai giovani”, racconta il direttore Elena Laforgia, che da dieci anni promuove la valorizzazione sul territorio di questo piccolo e virtuoso museo, di cui ha curato anche il restauro.

Info su museoarcheologicocalatia.beniculturali.it

 

(da napoliclick.it)

 

Pubblicato in Campania

La legge di bilancio si muove nel "solco del percorso peraltro condivisibile di accompagnare e stimolare la ripresa, senza sacrificare il riequilibrio i medio termine dei conti pubblici". Lo dice Mauro Lusetti, co-presidente di Alleanza cooperative, in audizione in Senato sulla legge di bilancio, osservando che "anche le imprese cooperative vedono consolidate le proprie attese sul futuro a breve. Il segno e' stazionario ma diminuisce la sfiducia e la situazione si conferma a chiaroscuri".

L'Alleanza delle cooperative apprezza "l'enorme sforzo di evitare l'entrata in vigore nel 2018 degli aumenti dell'IVA, nonché di mantenere alcuni incentivi fiscali per il settore privato e lo stanziamento di risorse per gli investimenti pubblici specie nel settore del welfare, con l'introduzione di una misura strutturale per il contrasto alla povertà".

Le cooperative confermano poi l'interesse perché “in materia di contrasto all'evasione fiscale non si arretri di un passo e l'auspicio è che si acceleri il processo di diffusione della fatturazione elettronica. Riteniamo inoltre - conclude il co-presidente - che le misure a favore delle imprese che si stanno elaborando in queste ore possono essere rinforzate da ulteriori interventi congeniali alle particolarità delle società cooperative".

 

 

Pubblicato in Economia sociale

Lo sport dilettantistico e sociale attraversa da tempo una fase delicatissima di allarmi e preoccupazioni che arrivano direttamente dalle decine di migliaia di società sportive di base. Le stesse sono state in grado di rispondere alla lunga crisi economica grazie all’apporto volontario di centinaia di migliaia di persone che ogni giorno permettono di svolgere una qualunque attività motoria e sportiva a bambini, giovani, adulti ed anziani.

“In giugno abbiamo già avuto modo di richiamare l’attenzione del Governo sul rischio che corrono le Associazioni sportive dilettantistiche e gli Enti di Promozione Sportiva nel non poter beneficiare della qualifica di associazioni di promozione sociale dovendo avere tra i propri affiliati soggetti che non avrebbero condizioni vantaggiose dall’iscrizione nel Registro Unico del Terzo Settore. A tal proposito c’è già stato un incontro con il tavolo tecnico legislativo del Ministro dello Sport che dovrebbe prevedere la partecipazione anche del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per trovare un’armonizzazione normativa con il D.Lgs. 117/2017 (Codice del Terzo settore) e confermare il riconoscimento delle organizzazioni sportive dilettantistiche come soggetti attivi in questo mondo a partire dal ruolo sociale che svolgono”. Questo dichiarano le principali reti e associazioni di sport sociale: ACSI, AICS, ASC, ASI, CNS LIBERTAS,CSAIN, CSEN, CSI, CUSI, ENDAS, MSP, OPES, PGS, UISP, US ACLI

“L’inserimento, pertanto, nel panorama dei soggetti sportivi, attraverso ‘il pacchetto sport’ nella Legge di Stabilità, della nuova figura di società sportiva dilettantistica lucrativa è da respingere – aggiungono - poiché da un lato minerebbe alla base il volontariato sportivo che è quello che ha permesso fino ad oggi una crescita capillare nel Paese fino a diventare il 47% dell’intera realtà della promozione sociale italiana, dall’altro produrrebbe un ulteriore effetto spiazzamento rispetto alla recente normativa sul terzo settore”.

“Negli ultimi giorni – continua la nota - assistiamo anche a forme di “schizofrenia decisionale”: da un lato la Corte di Giustizia dell’Unione Europea che definisce che il bridge non possa essere ritenuto attività sportiva, mentre dall’altro, il Cio, il Comitato Olimpico Internazionale, che afferma che i videogiochi competitivi possono essere considerati un’attività sportiva e che i giocatori che si preparano e si allenano con intensità possono essere paragonati a quelli delle discipline tradizionali e quindi poter entrare a far parte delle stesse attività olimpiche”. Il 1° di gennaio 2018, inoltre, avrà efficacia la delibera del Coni che esclude tutta una serie di attività sportive dichiarandole non ammissibili per l’iscrizione al Registro del Comitato Olimpico e come tali non più considerate meritevoli di pubblico interesse e, di conseguenza, neppure destinatarie della fiscalità di vantaggio; di contro, pochi giorni fa, il presidente del Consiglio Gentiloni ha annunciato che lavorerà per inserire lo yoga nelle ore di educazione fisica a scuola.

“Tutto questo mentre l’Istat nell’ultima indagine sull’attività sportiva 2015 in Italia – sottolineano - censisce per la prima volta una categoria di persone attive considerandole di diritto come facenti parte della grande galassia di coloro che svolgono un’attività motoria legata al benessere. Senza dimenticare la irrisolta questione del Decreto Balduzzi relativa alla tutela sanitaria per l’attività ludico motoria, che crea disparità di trattamento tra associazioni per il solo fatto di far parte o meno dell’ordinamento sportivo”.

E le associazioni concludono rivolgendosi a Governo, Parlamento e Coni: “C’è materia sufficiente per fermarsi e di aprire una stagione, come è stato fatto per altri settori, per una vera e propria riforma di sistema dello sport italiano, auspicata ancora una volta non solo da noi ma dallo stesso presidente del Coni Giovanni Malagò in occasione dell’ultimo Consiglio Nazionale”.

 

Pubblicato in Sport sociale

Si è svolta ad Umbrò (6 novembre 2017) l’Assemblea Regionale delle cooperative sociali di Legacoop Umbria. Nell’Umbria che ha perso 15,7 punti di Pil dal 2007 al 2015 le cooperative sociali vanno in netta controtendenza: “Godiamo di buona salute – afferma Andrea Bernardoni confermato responsabile della cooperazione sociale di Legacoop Umbria - se prendiamo gli ultimi 4 anni, a fine 2016, le cooperative associate erano 57 con un valore della produzione aggregato di 188 milioni di euro ed un incremento di 23 milioni di euro, pari al 14% rispetto al dato del 2013. Gli occupati erano 5676 con quasi 5000 soci. I lavoratori svantaggiati impiegati 496. Abbiamo dimostrato di saper innovare ed investire.Tutto questo garantendo i diritti ai più deboli”.

Per poter continuare a crescere Legacoop propone alle istituzioni un’agenda di lavoro comune. “Il potenziale di crescita della cooperazione – continua Bernardoni – potrebbe essere liberato con una serie di azioni a “costo zero” per le casse pubbliche. Il nostro obiettivo è crescere insieme alle comunità”. Nel corso dell’assemblea sono state presentate diverse proposte concrete e da subito attuabili: in primis il supporto agli inserimenti lavorativi delle persone disabili. Partendo dall'ART.112 del nuovo Codice degli Appalti si propone alla Regione Umbria ed ai Comuni di destinare il 10% del budget annuale, riservato all’acquisto di beni e servizi, alle imprese che realizzano inserimenti di persone svantaggiate.

Come secondo punto si chiede di ridurre l’utilizzo delle gare di appalto e di puntare con sempre maggiore convinzione sui servizi accreditati. Altra questione il superamento effettivo del massimo ribasso attraverso l’adozione di un “capitolato tipo regionale” che deve orientare le stazioni appaltanti.

Ed infine il ruolo degli utenti, delle loro famiglie e più in generale della società civile che dovrebbero essere sempre più coinvolti nella gestione dei servizi.
Sarebbe anche importante realizzare una mappatura puntuale dei beni di proprietà pubblica dismessi o inutilizzati per valorizzarli a costo zero coinvolgendo i giovani e generando nuovo lavoro e nuovo sviluppo.

All'appuntamento hanno partecipato il Presidente di Legacoop Umbria Dino Ricci, l’Assessore al Welfare Luca Barberini, il Presidente dell’Anci Regionale Francesco De Rebotti e la Vice Presedente della Camera Marina Sereni e la Presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini, che ha dichiarato: “La cooperazione sociale tradizionalmente è stato un motore di innovazione ma anche di legami e oggi, nelle sfide sull'immigrazione, sulla tenuta dei servizi socio sanitari, sull'infanzia, sulla non autosufficienza si impone questa duplice necessità: innovazione sociale e nuove politiche di welfare”.

 

Pubblicato in Umbria
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