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Venerdì, 27 Novembre 2020

Mercoledì, 08 Novembre 2017 - nelPaese.it

Il Cas di Roggiano Gravina gestito dall'Associazione San Biagio onlus (dall'elenco pubblicato dalla Prefettura e aggiornato al 10/05/2017),  risulta attivo dal 2016 con convenzione stipulata giorno 01/12/2016 con decorrenza dal 19/11/2016. Nello stesso elenco è riportato il Cas di Altomonte con una presenza di 19 persone e il Cas di Cosenza con una presenza di 8 persone, per tutti e due i Cas è riportata un'istruttoria in corso. La Prefettura di Cosenza ha pubblicato una Manifestazione di interesse, con scadenza 22 maggio 2017, per l'individuazione di operatori economici ai quali affidare il servizio di "Prima accoglienza di cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale e la gestione dei servizi connessi" per il corrente anno ai sensi del d.lgs 50/2016 articolo 63 comma 2 punto C.

Con verbale del 15 giugno 2017 è stata approvata la graduatoria finale nella quale si legge che l'Associazione San Biagio onlus non è ammessa per la mancanza di comprovata esperienza. La stessa aveva dato disponibilità all'apertura di nuovi Cas nella città di Cosenza e Altomonte, Cas comunque già attivi senza convenzione. La Campagna LasciateCIEntrare ha effettuato una visita di monitoraggio nel centro. “Lo scorso 29 aprile – affermano gli attivisti - decidiamo di effettuare una prima visita all'interno del Centro in questione. Appena arrivati troviamo i  richiedenti asilo seduti su una panchina di fronte alla struttura. Prima di interloquire con i gestori, ci fermiamo a parlare con loro. Il Centro, attualmente concentrato in 7 appartamenti ricavati in un ex scuola del paese (dall'aprile 2017), è stato originariamente aperto  all'interno di una struttura priva di riscaldamenti, nella quale è rimasto ubicato per tutto l'inverno scorso. Ogni appartamento è servito da due servizi igienici. Al momento della nostra visita le persone ospitate all'interno della struttura sono circa 60”.

“Gli ospiti non sono a conoscenza della propria situazione giuridica - aggiungono rispetto alla richiesta di protezione internazionale. Alcuni affermano di aver fatto richiesta al momento dello sbarco a Pozzallo o Lampedusa, ma non sanno a che punto sia l'iter di riconoscimento del proprio status. Alcuni sono arrivati nel CAS da circa sei mesi altri da 3 – 5 mesi, ci riferiscono. Chi è arrivato da meno tempo non ha ancora redatto il modello C3. Nessuno è andato in Commissione pur essendo presenti persone che arrivate 6 mesi addietro. Dichiarano di non essere in possesso della tessera sanitaria e che per qualsiasi tipo di malessere viene somministrato loro lo stesso medicinale. Il cibo, ci riferiscono sia i migranti che, successivamente, gli operatori, viene portato dall'esterno da un ditta di catering, ma i migranti affermano che è insufficiente e di bassa qualità. I pocket money vengono erogati mensilmente e ammontano a 75 euro. Lamentano di non avere ricambi di vestiario e di utilizzare da mesi sempre gli stessi abiti,  impossibilitati a lavarli, di conseguenza. Stesso dicasi per le uniche e sole lenzuola a loro disposizione. Ogni qualvolta provano a lamentarsi o a protestare per qualcuno dei disservizi di cui sopra, riferiscono, vengono chiamati i carabinieri”.

L’incontro con i responsabili

“Ci presentiamo e chiediamo informazioni sulla gestione del CAS. A seguire, arriva una persona che si presenta come il responsabile della struttura e tre operatori. Il responsabile inizia a rispondere in maniera approssimativa alle nostre domande rispetto all'erogazione dei servizi di accoglienza (riconoscimento status giuridico, corsi di lingua italiana...). Inizialmente afferma che gli ospiti del centro hanno presentato tutti il modello C3, poi afferma il contrario, dichiara che quotidianamente viene tenuto il corso di lingua italiana e che i ragazzi frequentano corsi professionali presso un'altra associazione del paese. Appare disorientato quando gli indichiamo la differenza tra il possesso del codice STP e l'iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale. Ci comunica che all'interno della struttura è presente il mediatore culturale di lingua inglese, nonostante quasi tutti gli ospiti siano francofoni!

Alla domanda riferita alla mission dell'associazione prima della gestione del CAS, risponde uno degli operatori in maniera infastidita "mi para ca stati faciannu troppi domandi" (mi sembra che stiate facendo troppe domande), mentre alla nostra richiesta di visitare il centro afferma che "mancu curi carr'armati potiti trasiri" (neanche con i carri armati potete entrare). Poi gli operatori, eccetto uno che sembrerebbe sia rimasto a controllare che i ragazzi non ci dicessero qualcosa di compromettente, si congedano”. “Tutte le persone con cui abbiamo parlato – raccontano - hanno confermato i maltrattamenti e i disservizi subìti dai migranti così come la volontà da parte del gestore di allontanare chiunque non si allinei alle sue posizioni e/o inizi a fare troppe domande e a pretendere servizi e trattamenti dignitosi. Pare che i ragazzi abbiano effettuato solo 4 lezioni di alfabetizzazione e che non sia stata organizzata nessun'altra attività all'interno del centro, secondo quanto riferitoci dagli stessi. Le relazioni tra gestore e migranti sono costituite da continue aggressioni e violenze verbali da parte del primo, ci raccontano. In molte occasioni i ragazzi sono stati costretti a protestare contro i trattamenti  subìti all'interno del centro”.

“L'ultimo sopralluogo effettuato qualche settimana fa dagli enti preposti nella struttura di Roggiano, inoltre, ha evidenziato il permanere di alcuni disservizi, tra cui la mancanza di acqua calda e riscaldamenti in alcuni locali, a cui i gestori avrebbero dovuto sopperire entro 15 giorni. Allo scadere di tale periodo di tempo gli stessi enti avrebbero effettuato un ulteriore sopralluogo per verificare l'avvenuto adeguamento. Ad oggi, quest'ultimo ulteriore sopralluogo non è stato ancora effettuato”.

Nei tanti centri di "malaccoglienza ordinaria", concludono gli attivisti di LasciateCIEntrare, “che si stanno moltiplicando sul nostro territorio non importa la qualità del servizio offerto, non importa la professionalità, la sensibilità e la capacità relazionale degli operatori, non importa il valore infinito di una vita umana”. Ciò che importa è “il tornaconto economico che la sola presenza di quella singola vita riesce a produrre”; ciò che importa “è riuscire ad utilizzare, manovrare, minacciare quelle stesse vite”. Ciò che importa “è, soprattutto, che tutto  questo non esca fuori dai luoghi in cui ogni presenza "non allineata" è assolutamente bandita”. Un copione già letto altrove.

 

Pubblicato in Migrazioni

I servizi basilari – fra cui cibo, acqua e accesso alle cure mediche – per gli oltre 600 rifugiati e persone vulnerabili trattenuti all’interno del centro di detenzione Lombrum, sull’isola di Manus, devono essere ripristinati prima che si verifichi un’enorme tragedia, ha dichiarato Amnesty International dopo il rientro di una missione di ricerca dall’isola. Rifugiati e uomini vulnerabili non dovrebbero inoltre essere ricollocati contro la loro volontà e in assenza di garanzie per la propria incolumità e dignità.

“Oggi, la Corte suprema di Papua Nuova Guinea ha respinto l’ultimo disperato tentativo dei rifugiati che chiedevano di avere di nuovo accesso ai servizi essenziali e di vedere tutelati i loro diritti. La decisione è un riprovevole attacco al diritto alla vita”, ha dichiarato Kate Schuetze, ricercatrice per il Pacifico di Amnesty International. “Se le autorità non prenderanno provvedimenti immediati, c’è il rischio concreto che la situazione possa diventare catastrofica. Le vite di questi uomini, che reclamano solo il loro diritto alla dignità e alla sicurezza, sono in serio pericolo”.

“Nel 2013, durante la mia prima visita nel centro di detenzione di Manus, alcuni rifugiati raccontarono di essere come in una ‘guerra psicologica’, pensata appositamente per colpire la salute mentale delle persone. Quattro anni dopo, si fa ancora ricorso a tattiche crudeli per mettere sotto pressione i rifugiati, e per spingerli a trasferirsi o stabilirsi in Papua Nuova Guinea. La situazione si è ulteriormente deteriorata, fino a essere disperata” ha aggiunto Schuelze. I ricercatori di Amnesty International sono stati testimoni dell’inizio della catastrofe durante una visita effettuata in Papua Nuova Guinea dal 27 ottobre al 7 novembre.

L’attuale situazione sull’isola di Manus equivale a un trattamento crudele, inumano e degradante, una violazione della Convenzione delle Nazione Unite contro la tortura. “Questa è la terza volta che visitiamo Manus, ma quello che abbiamo visto con i nostri occhi in quest’ultima settimana mi ha profondamente scioccato. Siamo in presenza di una situazione disperata, e fra poco sarà una catastrofe”, ha detto Kate Schuetze. “Il comportamento delle autorità di Australia e Papua Nuova Guinea, che ha provocato questa crisi lasciando rifugiati vulnerabili che erano alla ricerca di protezione in Australia in una situazione disperata, è brutale, crudele e profondamente scandaloso. È necessario trovare una soluzione immediata. I servizi devono essere ripristinati e deve essere garantita assistenza ai rifugiati all’interno del centro, fino a quando potranno spostarsi in un posto sicuro e dignitoso”.

Circa 600 rifugiati e uomini vulnerabili non hanno voluto spostarsi in nuove sistemazioni per via di violenti attacchi nei loro confronti, attacchi che le autorità non hanno contrastato a sufficienza. Per loro, rimasti nel centro di detenzione, l’accesso a cibo, acqua e assistenza medica si è via via ridotto da quando, il 31 ottobre, i servizi sono stati interrotti. Alcuni tentativi di far entrare cibo nel centro sono stati impediti dalle autorità di Papua Nuova Guinea. “Spingere questi uomini a scegliere forzatamente fra cibo, acqua e medicine o spostarsi in un posto dove hanno una fondata paura di subire violenza o altri attacchi è un trattamento crudele, inumano e degradante”, ha detto Kate Schuetze.

“Papua Nuova Guinea non è un posto adatto per far stabilire persone vulnerabili che sono fuggite dall’oppressione e sono arrivate in cerca di sicurezza e della protezione dell’Australia. Il paese non è dotato di un sistema in grado di garantire una vita dignitosa e sicura ai rifugiati e la popolazione locale ha dichiarato esplicitamente che vuole che questi uomini vadano in Australia”. Amnesty International chiede da tempo al governo australiano di interrompere il sistema della “gestione offshore”, di trasferire gli uomini in Australia e di rispettare gli obblighi sanciti dal diritto internazionale di esaminare le richieste di asilo. Questa continua a essere una responsabilità dell’Australia. Tuttavia, poiché l’Australia sembra determinata a ignorare e a disprezzare la legge, Amnesty International chiede ora ad altri paesi di ricollocare da Papua Nuova Guinea questi uomini.

“Questa plateale violazione della responsabilità legale e morale da parte dell’Australia è inaccettabile. Dal momento che il governo sembra intenzionato a sottrarsi a tutti i suoi obblighi internazionali, ora siamo nelle condizioni di dover cercare altri paesi che possano accogliere gli uomini e offrire loro sicurezza, dignità e un futuro”, ha aggiunto Schuetze. L’Australia deve agevole, e non impedire, il ricollocamento in paesi terzi. La Nuova Zelanda, per esempio, ha più volte offerto protezione ai rifugiati che sono a Manus, ma è stata fermata dall’Australia.

Vite in pericolo

La salute dei rifugiati è a rischio per la mancanza di acqua potabile e per la precarietà dei servizi igienico-sanitari e la situazione peggiora giorno dopo giorno. Gli uomini sono inoltre privi di elettricità nell’opprimente caldo tropicale. Non c’è accesso a servizi di assistenza medica e non è chiaro se sia disponibile qualche tipo di aiuto in caso di emergenza sanitaria. Negli ultimi 10 giorni, durante la presenza di Amnesty International sull’isola, i rifugiati hanno riferito di tre emergenze. In un caso hanno chiesto, senza ottenerlo, aiuto per un rifugiato epilettico, che è rimasto incosciente per diverse ore in seguito a un attacco di convulsioni. In un altro episodio, un rifugiato si è procurato volontariamente delle lesioni; in seguito, è precipitato in uno stato di fragilità emotiva, con il solo supporto dei suoi amici.

La sera del 4 novembre un rifugiato di cui era nota una disfunzione cardiaca ha avuto un collasso. I rifugiati hanno contattato un numero di emergenza ma non hanno avuto risposta. Una pattuglia della polizia di Papua Nuova Guinea, parcheggiata di fronte al centro, ha rifiutato di prestare assistenza. Dopo più di quattro ore è stato trasportato all’ospedale di Lorengau, ma non c’erano cardiologi disponibili. È stato successivamente dimesso, ma rimane a rischio di complicazioni. Anche il diniego di cure mediche può rappresentare una forma di tortura secondo il diritto internazionale. C’è anche una profonda preoccupazione che, man mano che terminano le scorte di medicinali, la situazione possa diventare più seria, mettendo in pericolo la vita dei rifugiati. Molti di loro soffrono già di forme croniche di disturbi mentali, in conseguenza della prolungata detenzione e dell’incertezza del futuro.

Da un centro di abuso a un altro

L’attuale situazione ha origine dalla decisione dell’Australia di spostare i rifugiati da un centro all’altro, sebbene questa scelta non abbia assolutamente alcun effetto sul problema principale, ossia le politiche estremamente repressive dell’Australia nei confronti dei rifugiati, o rappresenti un rimedio all’illegalità di tali pratiche. Non c’è un piano definito per il ricollocamento dei rifugiati in un paese sicuro, e l’incertezza prolungata resta. Ai rifugiati continua a essere negato il permesso di lavorare o di spostarsi liberamente e nutrono forti preoccupazioni relative alla propria sicurezza. Il trasferimento in nuove località, per quanto possa valere, ha esacerbato il rischio, per rifugiati che già vivono nella paura, di attacchi da parte della popolazione locale, che ha dichiarato apertamente che non li vuole in Papua Nuova Guinea.

La ricerca di Amnesty International conferma che i timori dei rifugiati per la propria incolumità sono fondati, nel caso fossero spostati più vicino alla città. Un rifugiato bangladese ha riferito all’associazione di un incidente avvenuto quattro mesi fa, in cui fu aggredito, rapinato e attaccato con un machete in pieno giorno. Ha avuto dei punti e ha una lunga cicatrice sul gomito che è ancora gonfia e gli procura dolore. Ai ricercatori sono stati riferiti alti casi in cui i rifugiati sono stati rapinati o aggrediti in città, il che ha diffuso molta paura. “Le autorità di Papua Nuova Guinea e Australia devono garantire che non verranno effettuati tentativi di spostamento forzato dei rifugiati e devono immediatamente ripristinare l’accesso a cibo, acqua ed elettricità, così come devono permettere al personale sanitario l’accesso ai rifugiati. Devono essere approntati programmi chiari e immediati per spostare i rifugiati e gli uomini vulnerabili nei paesi dove potranno essere ricollocati in sicurezza e garantire un esame rispettoso delle procedure per la loro richiesta di protezione internazionale”, ha concluso Kate Schuetze.

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