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Giovedì, 21 Novembre 2019

Articoli filtrati per data: Giovedì, 21 Dicembre 2017 - nelPaese.it

Una festa di Natale per i senzatetto della Stazione Centrale di Milano: si svolgerà alla Vigilia, domenica 24 dicembre, a mezzogiorno davanti al Memoriale della Shoah. Alle ore 12 si inizierà con la preghiera interreligiosa: pregheranno insieme Mons. Franco Buzzi, Prefetto della Biblioteca Ambrosiana; gli imam Mohsen Mouelhi e Khaled Elhediny; Raffaele Besso, Presidente della Comunità ebraica di Milano, e l’Assessore alla Cultura della Comunità, Davide Romano; e il monaco buddista tibetano Cesare Milani. Per cercare non ciò che divide, ma ciò che unisce. Interverranno la madrina dei City Angels, Daniela Javarone, e il presidente onorario, Michele Ferrario Hercolani.

Saranno presenti gli assessori comunali Pierfrancesco Majorino e Marco Granelli e la presidente della commissione Politiche sociali e volontariato, Angelica Vasile. La Regione sarà rappresentata da Stefano Bolognini. Presenti anche il presidente del Coordinamento dei Comitati di Quartiere, Salvatore Crapanzano; del Pane Quotidiano, Luigi Rossi; e la grafologa Candida Livatino. Seguiranno la distribuzione ai senzatetto di panettoni, dolci e bevande, realizzata in collaborazione con Coop Lombardia. Il tutto allietato dalla musica del cantautore milanese Folco Orselli.

In occasione della prossima ricorrenza, nel 2018, degli 80 anni della promulgazione delle leggi razziali, l’incontro al Memoriale della Shoah servirà a lanciare, oltre che un messaggio di solidarietà e di amore, anche uno di lotta all’intolleranza, all’antisemitismo, al razzismo e all’omofobia. “Per questo abbiamo invitato l’amico Roberto Cenati, presidente dell’Associazione Partigiani di Milano, in prima linea contro i rigurgiti neofascisti e antisemiti” dice Mario Furlan, fondatore dei City Angels. E auspica “che l’odio venga sconfitto, e che ferite risalenti al tempo della guerra vengano finalmente sanate”.
Furlan invita i milanesi a partecipare a questo momento di solidarietà e di spiritualità. Magari portando un panettone, da donare a un senzatetto. Per vivere insieme il vero spirito del Natale.

Come da tradizione, anche quest’anno il 6 gennaio, presso l’hotel Principe di Savoia, grazie all’interessamento di Daniela Javarone, si svolgerà la Befana del clochard. I 200 senzatetto, anziani poveri e profughi presenti verranno serviti ai tavoli da 75 studenti delle scuole Elementari, Medie o Superiori che potranno partecipare scrivendo aQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e motivando la loro decisione. Verranno scelti gli studenti che trasmetteranno maggiore motivazione e spirito di solidarietà. Con loro, a servire con la pettorina dei City Angels, anche vari personaggi noti e istituzionali, tra cui i candidati a Presidente della Regione Lombardia Giorgio Gori e Dario Violi, l’assessore al Welfare della Regione Giulio Gallera e la Vicesindaco di Milano, Anna Scavuzzo.

I City Angels sono stati fondati a Milano nel 1994 da Mario Furlan, docente universitario di Motivazione e crescita personale. Sono presenti in 19 città italiane e a Lugano, in Svizzera, per un totale di oltre 500 volontari, di cui più della metà donne.

 

 

Pubblicato in Lombardia

Amnesty International ha denunciato oggi che migliaia di rifugiati somali costretti a lasciare il campo di Dadaab in Kenya stanno affrontando siccità, carestia e un nuovo ciclo di sfollamenti in Somalia. 

I rimpatri da Dadaab hanno conosciuto un'accelerazione da quando, nel maggio 2016, le autorità keniane hanno annunciato l'intenzione di chiudere il campo di Dadaab. In Somalia, i ricercatori di Amnesty International hanno incontrato persone rientrate da Dadaab e attualmente residenti in città sovraffollate o in campi per sfollati. Molti di loro hanno affermato di aver lasciato Dadaab a causa del declino dei servizi e delle forniture di cibo o delle minacce delle autorità keniane che sarebbero stati comunque costretti al rimpatrio e senza alcuna assistenza. 

"Nel suo ostinato intento di rimpatriare i rifugiati, il governo del Kenya ha contribuito a buona parte dei piccoli passi avanti in termini di sicurezza in Somalia ma la realtà è che la maggior parte del paese è ancora piagata da violenza e povertà", ha dichiarato Charmain Mohamed, direttore del programma Diritti dei rifugiati e dei migranti di Amnesty International. 

"I rifugiati un tempo fuggiti dalla siccità, dalla carestia e dalla violenza in Somalia sono obbligati a rientrare nel mezzo di una grave crisi umanitaria. Molti di loro non riescono ancora a tornare nei luoghi di origine e si trovano nella stessa disperata situazione da cui erano scappati", ha sottolineato Mohamed. 

"Fino a quando non vi sarà un significativo miglioramento della situazione umanitaria, il governo del Kenya dovrà continuare a fornire protezione ai rifugiati somali. Altrimenti rischierà di violare gli standard internazionali secondo i quali i rifugiati possono essere rimpatriati solo quando la loro sicurezza e la loro dignità saranno garantire", ha aggiunto Mohamed. 

L'ampia struttura di Dadaab, nel Kenya orientale, ospita attualmente circa 240.000 persone. Nel maggio 2016 il governo keniano ha annunciato che il campo sarebbe stato chiuso per motivi di sicurezza e per l'insufficiente sostegno da parte della comunità internazionale. Questo annuncio ha provocato una grande accelerazione nei rimpatri, fino a quando nel febbraio 2017 l'Alta corte del Kenya ha dichiarato illegale la chiusura del campo. 

Nel novembre 2016 Amnesty International aveva documentato come funzionari del governo keniano stessero minacciando i rifugiati per spingerli a lasciare Dadaab. L'organizzazione per i diritti umani aveva sollevato forti dubbi sulla "volontarietà" dei rimpatri. 

Una crisi umanitaria 

In Somalia è in corso da decenni un conflitto che solo da gennaio 2016 a ottobre 2017 ha causato circa 4585 vittime civili. Il gruppo armato al-Shabaab mantiene il controllo su una rilevante parte del paese e compie attacchi indiscriminati contro i civili. In questo contesto d'insicurezza, la situazione umanitaria continua a peggiorare. Il paese sta attraversando un terribile periodo di siccità e la minaccia della carestia è costante. Secondo le Nazioni Unite, oltre metà della popolazione ha bisogno di assistenza umanitaria. 

Questa combinazione di fattori ha prodotto una profonda crisi interna di sfollamenti. Secondo dati aggiornati al novembre 2017, in Somalia vi sono 2.100.000 profughi interni, molti dei quali ai margini dei sovraffollati centri urbani. La mancanza d'acqua potabile ha causato un'epidemia di colera che tra gennaio e luglio del 2017 ha fatto almeno 1155 vittime. 

Tutto questo porta alla conclusione che la Somalia non è evidentemente pronta per quei ritorni su larga scala diventati più frequenti dal 2016. Quasi tutti i rifugiati incontrati da Amnesty International hanno affermato di trovarsi in gravi difficoltà. 

Amina, 30 anni, era fuggita a Dadaab nel 2011 a causa della siccità. Nell'agosto 2016 lei, suo marito e i loro sette figli sono stati rimpatriati nella città di Badoa, dove il prezzo dell'acqua è proibitivo e la qualità comunque cattiva: 

"Il problema principale in questa zona è l'acqua. Una tanica d'acqua sporca costa 7000 scellini [oltre 10 euro]. Per alcuni giorni finiamo per fare senza". 
La Somalia sta anche conoscendo una fase di grave insicurezza alimentare e la maggior parte dei rifugiati può fare affidamento solo sull'assistenza umanitaria. 

"Se entri nelle abitazioni, puoi incontrarci persone che non mangiano da almeno tre giorni", ha raccontato Igal, 40 anni, tornato a sua volta a Badoa coi suoi sei figli. 

Poiché molti rifugiati non possono rientrare nelle loro zone di origine, trovare un rifugio disponibile è un ulteriore problema. Quasi tutti i rifugiati incontrati da Amnesty International hanno dichiarato di non essere stati in grado di trovare un riparo adeguato e di essere costretti a vivere nei campi profughi o all'esterno di essi. 

Un fallimento internazionale 

A spingere in modo determinante il governo del Kenya a forzare i rifugiati somali a lasciare Dadaab è la mancanza di un sostegno adeguato da parte della comunità internazionale. A partire dal 2011 i finanziamenti si sono ridotti in modo eccessivo rispetto al numero, anch'esso in diminuzione, dei rifugiati.  Nel novembre 2017 l'appello dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati per rispondere alla crisi dei rifugiati in Kenya era stato finanziato solo per il 29 per cento. Anche il Programma alimentare mondiale lamenta mancanza di finanziamenti ed è regolarmente costretto a ridurre il valore energetico delle forniture di cibo ai rifugiati. 

Amnesty International chiede alla comunità internazionale di fornire al governo del Kenya assistenza tecnica e finanziaria adeguata e di proporre soluzioni sostenibili e di lungo periodo per l'integrazione dei rifugiati nel paese attraverso il completo finanziamento dei programmi dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati e l'incremento dei posti per il reinsediamento e di percorsi alternativi per i rifugiati somali. 

"Dato che la situazione dei somali tornati nel loro paese si fa sempre più disperata, i rimpatri su larga scala da Dadaab non possono essere la soluzione. Invece di rimandare i rifugiati nel mezzo di una crisi umanitaria, il governo del Kenya dovrebbe pensare a soluzioni sostenibili, anche attraverso l'integrazione locale", ha commentato Mohamed. 

"Ma non può certo farlo da solo: la comunità internazionale deve accelerare la sua risposta, che finora è stata del tutto inadeguata e che ha contribuito alla sofferenza dei rifugiati in Kenya e di quelli rimpatriati in Somalia. Il bisogno di un'equa condivisione delle responsabilità non è mai stato così chiaro", ha concluso Mohamed. 

Pubblicato in Dal mondo

Una nuova pagina è stata scritta nel Processo per la strage del cosiddetto “sangue infetto”, provocata tra gli anni ’70 e ’90 dalla messa in commercio di prodotti emoderivati non controllati. Iniziato oltre 20 anni fa a Trento, il processo è ora in corso a Napoli e il primo grado di giudizio dovrebbe concludersi nel 2018. Sono migliaia gli emofilici contagiati inconsapevolmente in quegli anni dai virus dell’Aids ed epatite trasmessi da farmaci emoderivati infetti. Moltissimi di loro persero la vita e molti di quelli sopravvissuti soffrono ancor oggi le pesanti conseguenze delle negligenze di allora.

Il 4 dicembre scorso, al tribunale di Napoli, si è tenuta un’udienza di grande rilevanza nel dibattito che vede imputati alcuni responsabili della sanità italiana di allora e di case farmaceutiche e in cui la Federazione delle Associazioni Emofilici (FedEmo) si è costituita parte civile.

Nel corso dell’udienza è stato infatti ascoltato Kelly Duda, giunto nel capoluogo partenopeo direttamente dagli Stati Uniti. Il giornalista e regista americano è autore di “Factor 8 – The Arkansas Prison Blood Scandal”, un docu-film del 2006, inedito nel nostro Paese. Ai magistrati, Kelly Duda ha raccontato quanto documentato durante la propria inchiesta sulla raccolta sangue avvenuta nelle carceri americane tra gli anni ‘60 e ’80 (condotta attraverso un lavoro di ricerca durato oltre 7 anni n.d.r.). Questo tanto atteso testimone ha dichiarato come fossero già note all’epoca dei fatti le pessime condizioni di salute in cui versavano i donatori detenuti e come il sangue da loro prelevato fosse oggetto di compravendita per la distribuzione di farmaci per la cura dell’emofilia.

“Non è mai stata fatta chiarezza su questa tragica pagina della sanità italiana – ha dichiarato l’avvocato Cristina Cassone, Presidente FedEmo. Siamo ancora in piena attività processuale ma riteniamo che finalmente sia emersa quella verità che in tanti stiamo attendendo da troppo tempo: sono convinta che presto avremo giustizia per i nostri cari”. “A Napoli – ha aggiunto Cassone - è tornata alla luce una parte importante della storia dell’emofilia. Una pagina triste, che molti, giustamente, non riescono e non vogliono dimenticare: mi riferisco a tutte quelle famiglie che hanno perso un parente a causa dei contagi da infusioni di sangue infetto e a tutti coloro che dovranno portare per tutta la vita su di sé le conseguenze di quelle colpevoli negligenze”.

“La strada per vedere la luce alla fine di questo tunnel è ancora lunga ma finalmente dopo molti anni qualcosa si muove – ha concluso il neo consigliere FedEmo Luigi Ambroso, presente all’udienza - e il processo continuerà per udienze calendarizzate sino alla prossima primavera. Siamo perciò fiduciosi, perché abbiamo intravisto uno spiraglio che, speriamo presto, possa riportare serenità e giustizia alle famiglie di tutti i fratelli che abbiamo perso nel corso degli anni e che inconsapevolmente venivano contagiati proprio mentre cercavano solamente di curarsi dall’emofilia”.

 

Pubblicato in Salute

Napoli, i suoi bambini, i ragazzi e la violenza. Venti coltellate, una alla gola, hanno ridotto in fin di vita un 17enne in via Foria, in pieno centro. A infierire con tale brutalità sono stati dei minori, alcuni di loro hanno solo 13 anni. La città resta incredula e si divide sul pericolo emulazione dopo la fiction Gomorra. Un dibattito che diventa un groviglio di accuse reciproche tra il diritto alla cronaca e le mancanze di chi governa. Un dibattito sterile che si allontana dall’analisi dei fatti. A reagire sono i compagni di scuola di Arturo che frequenta il liceo Cuoco: domani ci sarà una marcia dal rione Sanità fino al luogo dell'orribile aggressione.

Ed è invece sui fatti che si basa l’inchiesta del portale Napoli Città Solidale sulla prima infanzia negata, a firma di Maria Nocerino. Dati, interviste a esperti, operatori sociali, amministratori e, soprattutto, le mamme che vivono ogni giorno disservizi e mancanza di risposte per i propri figli nella fase della prima crescita: nidi comunali e convenzionati, tempo libero, spazi verdi con aree gioco.

L’inchiesta

“Una copertura pubblica del 5,5%, spazi gioco inesistenti o devastati, aree verdi abbandonate, strade e ristoranti inaccessibili: viaggio nella città 0-3 anni

Napoli è “a’ voce d’e’ criature”, come recita una popolare canzone di Pino Daniele. Ma nella città più giovane d’Europa, nei cui  vicoli la voce dei bimbi ci fa sentire meno soli, come crescono i più piccoli? Quali opportunità ci sono per loro? E quali punti di riferimento per le loro famiglie? Napoli è davvero una città a misura di bambino e, ancora di più, a misura di genitore con figli piccoli? Cercheremo di rispondere a queste domande, attraverso un viaggio all’interno del mondo dei piccoli, dai nidi e gli altri servizi educativi e di cura destinati ai bambini fino ai tre anni, all’offerta di tempo libero e verde presenti in città, dove qualcosa pure si sta muovendo, negli ultimi anni.

A parlare saranno i dati, la fotografia reale dell’offerta educativa e  i protagonisti diretti: gli operatori, gli esperti, i decisori istituzionali e soprattutto le mamme, che avrebbero molte idee per migliorare il futuro della città”.

È possibile leggere tutta l’inchiesta su www.napolicittasolidale.it

 

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