Login to your account

Username *
Password *
Remember Me
Venerdì, 13 Dicembre 2019

Articoli filtrati per data: Lunedì, 11 Settembre 2017 - nelPaese.it
Lunedì, 11 Settembre 2017 16:34

MYANMAR: NON SI FERMA LA TRAGEDIA DEI ROHINGYA

Sale il numero di rifugiati Rohingya che scappano in Bangladesh e hanno urgente bisogno di assistenza, mentre si aggrava la già disastrosa situazione umanitaria lungo il confine con il Myanmar. Medici Senza Frontiere (MSF) sta ampliando il proprio intervento, ma serve un aumento dell’assistenza su larga scala.

Oltre 290.000 persone sono entrate in Bangladesh per scappare dalla violenza nello Stato di Rakhine, in Myanmar. Questa cifra - che si somma alle 75.000 persone arrivate da quando la violenza è iniziata, a ottobre 2016 - rappresenta uno dei più grandi afflussi di Rohingya in Bangladesh. La maggior parte dei nuovi arrivati risiede in baraccopoli già esistenti, in campi delle Nazioni Unite, in tre nuove baraccopoli che sono emerse di recente o nella comunità ospitante. Molti rifugiati sono però bloccati in terre di nessuno al confine con il Myanmar. Anche prima del più recente afflusso, molti rifugiati Rohingya in Bangladesh vivevano in condizioni di insicurezza, sovraffollamento e mancanza di igiene, con poca protezione dalle intemperie.

“In tanti anni, non abbiamo mai visto nulla di simile”, dichiara Pavlo Kolovos, capo missione di MSF in Bangladesh. “Le nostre équipe vedono fiumi di persone che arrivano in condizioni terribili, molto traumatizzate e senza aver avuto accesso a cure mediche. Molti dei nuovi arrivati hanno bisogni medici seri, come ferite dovute alla violenza gravemente infette e complicazioni ostetriche in stadio avanzato. Senza un aumento del supporto umanitario, i potenziali rischi per la salute sono altissimi”.

Un padre di 49 anni ha raccontato a MSF: “Sono scappato di casa con tutta la famiglia, ma mio figlio è stato colpito mentre fuggiva. L’ho portato in ospedale qui in Bangladesh, ma ho lasciato gli altri membri della mia famiglia nascosti nella foresta in Myanmar, senza un riparo. Sono giorni che non li sento. Non so cosa fare, sono disperato”.

MSF ha aperto un secondo reparto di degenza in una delle due cliniche esistenti nell’area di Kutupalong per far fronte all’aumento dei pazienti, grazie anche all’arrivo di nuovi infermieri, ostetrici e medici. MSF sta inoltre supportando i trasferimenti in altri ospedali, fornendo ambulanze attive 24 ore su 24. Mentre due équipe mobili sono all’opera per valutare i bisogni medici e trattare i feriti, MSF sta per metterne in campo altre tre entro la prossima settimana.

In più, MSF ha installato temporaneamente alcuni punti per l’approvvigionamento di acqua potabile nell’insediamento di Kutupalong, dove ha anche distribuito beni essenziali, materiali per la costruzione di latrine e 7.500 saponette antibatteriche.

“Siamo allarmati perché in Myanmar centinaia di migliaia di persone ancora non hanno accesso alle cure sanitarie e non ci sono attori che attualmente siano in grado o siano autorizzati ad agire sul campo”, prosegue Kolovos. “Poiché i tassi di vaccinazione nello Stato di Rakhine, nel nord del Myanmar, sono molto bassi, una delle priorità dovrebbe essere l’aumento delle campagne vaccinali contro il morbillo e altre malattie per i nuovi arrivati. Servono maggiori sforzi per affrontare gli alti livelli di malnutrizione tra i Rohingya arrivati in Bangladesh prima di questo afflusso, così come tra quelli che si trovano nello Stato di Rakhine”.

Nonostante siano in corso alcune distribuzioni di cibo, molti rifugiati hanno ricevuto solamente delle razioni di biscotti secchi e preoccupa l’accesso all’acqua pulita. “Quando sono arrivata, mi hanno dato 7 sacchetti di biscotti per nutrire i miei figli. È tutto ciò che hanno mangiato”, racconta un padre di quattro bambini, arrivato tre giorni fa. “Al momento io e la mia famiglia viviamo in una scuola, ma ci hanno detto che dobbiamo lasciarla. Non so dove andremo”.

Amnesty: “Myanmar non può negare ciò che sta accadendo”

Amnesty International è in grado di confermare che l'esercito di Myanmar ha intenzionalmente collocato mine terrestri antipersona, vietate dal diritto internazionale, che nell'ultima settimana hanno ucciso una persona e ne hanno ferite altre tre, tra cui due minorenni di 10 e 13 anni.

Dopo aver raccolto testimonianze oculari e aver chiesto un parere ai suoi esperti in materia di armi, Amnesty International ha concluso che in una striscia di terra di frontiera del nord-ovest dello stato di Rakhine l'esercito di Myanmar ha collocato mine terrestri antipersona. Secondo le Nazioni Unite, nelle ultime due settimane, le operazioni militari hanno costretto alla fuga 270.000 rohingya.

"Abbiamo raggiunto un nuovo picco nell'orribile situazione in atto nello stato di Rakhine. Il ricorso spietato ad armi indiscriminate e mortali lungo percorsi di confine estremamente affollati sta mettendo in grave rischio la vita dei civili in fuga", ha dichiarato Tirana Hassan, direttrice di Amnesty International per le risposte alle crisi, che si trova attualmente nei pressi del confine tra Bangladesh e Myanmar.

"L'esercito di Myanmar è uno dei pochi al mondo, insieme a quelli della Corea del Nord e della Siria, a usare ancora mine terrestri antipersona. Le sue autorità devono porre immediatamente fine al loro uso contro persone già in fuga dalla persecuzione", ha aggiunto Hassan.

Alcune delle mine sono state trovate nei pressi di Taung Pyo Let Wal (località anche nota col nome di Tumbro), al confine tra lo stato di Rakhine e il Bangladesh, dove passano sia coloro che entrano in Bangladesh sia quelli che tornano indietro a prendere cibo o altro e a dare una mano a chi è rimasto indietro.

Il 3 settembre una donna cinquantenne che era rientrata dal Bangladesh a Taung Pyo Let Wal è saltata su una mina durante il percorso opposto. Ha perso una gamba dal ginocchio in giù ed è attualmente curata in un ospedale del Bangladesh.

"Mia suocera era tornata dal campo al villaggio per fare scorta d'acqua. Pochi minuti dopo ho sentito una grande esplosione. Poi ho saputo che qualcuno era saltato su una mina. Solo dopo ho capito che si trattava di lei", ha raccontato Kalma, 20 anni.

Diversi testimoni hanno riferito di aver visto soldati e guardie di frontiera di Myanmar collocare gli ordigni nei pressi del confine col Bangladesh.

Amnesty International ha verificato l'autenticità di immagini scattate coi telefoni cellulari che mostrano le gambe della donna immediatamente dopo l'esplosione. Gli esperti hanno confermato che si è trattato di un ordigno esplosivo potente, posizionato sul terreno e rivolto verso l'alto, ovvero una mina terrestre antipersona.

Altri abitanti dei villaggi hanno mostrato foto di un'altra mina collocata poco distante dalla zona dell'esplosione e anche in questo caso Amnesty International ha potuto verificare la genuinità delle immagini.

Altre quattro possibili mine sono esplose nei pressi di un trafficato incrocio in una zona più interna ma sempre nella zona di confine. Secondo testimoni oculari, due minorenni di 10 e 13 anni sono rimasti feriti e un uomo è morto.

Un rohingya che si sta nascondendo nella zona dell'incrocio ha raccontato di aver trovato - insieme ad altri - almeno sei mine antipersona e di averne sotterrate due per proteggere gli abitanti dei villaggi.

Almeno uno degli ordigni usati dovrebbe essere una mina terrestre antipersona PMN-1, realizzata in modo da procurare danni in modo indiscriminato.

In un rapporto del giugno di quest'anno Amnesty International aveva documentato l'uso delle mine antipersona o di ordigni improvvisati da parte sia dell'esercito di Myanmar che dei gruppi armati attivi negli stati di Kachin e Shan, che avevano causato morti e feriti.

Il sostegno militare internazionale
L'esercito di Myanmar riceve addestramento dall'Australia mentre Russia e Israele sono tra i paesi che gli forniscono armi. Sebbene l'Unione europea mantenga in vigore un embargo sui trasferimenti di armi, alcuni suoi stati membri si sono proposti per fornire sostegno di diversa natura, ad esempio attraverso l'addestramento militare.

Gli Usa stanno a loro volta valutando se ampliare la cooperazione militare con Myanmar, attraverso addestramento e corsi di formazione.

"I governi che continuano a fornire addestramento o a vendere armi all'esercito di Myanmar stanno rafforzando un soggetto che sta portando avanti operazioni militari di feroce violenza contro i rohingya, tali da costituire crimini contro l'umanità. Devono fermarsi immediatamente, così come i governi che stanno pensando di farlo in futuro", ha ammonito Hassan.

Nei giorni scorsi il portavoce della consigliera di stato Aung San Suu Kyi aveva smentito le notizie secondo cui l'esercito di Myanmar aveva fatto ricorso alle mine terrestri antipersona: "E chi può dire con sicurezza che quelle mine non sono state piazzate dai terroristi?"

Successivamente, il ministro degli Esteri del Bangladesh Shahidul Haque aveva confermato all'agenzia Reuters di aver protestato formalmente nei confronti di Myanmar per aver collocato mine terrestri lungo la frontiera comune tra i due paesi.

"Le autorità di Myanmar devono smettere di negare a tutto tondo cosa sta accadendo. Tutte le prove a disposizione portano alla conclusione che le forze di sicurezza stanno collocando lungo la frontiera mine terrestri antipersona che non solo sono illegali ma che hanno già provocato danni ai civili", ha ribadito Hassan.

"Ciò che si sta rivelando di fronte ai nostri occhi può essere descritto come pulizia etnica: i rohingya sono presi di mira per la loro etnia e religione. Detto in termini giuridici, si tratta di crimini contro l'umanità tra cui omicidio e deportazione o trasferimento forzato di popolazione", ha sottolineato Hassan.

"Il governo di Myannar deve porre immediatamente fine alla campagna di terribili violazioni contro i rohingya e deve permettere agli organismi umanitari, compresi i team di sminatori, di entrare e operare nello stato di Rakhine senza impedimenti né ostacoli", ha concluso Hassan.

Redazione

@nelpaeseit

Pubblicato in Dal mondo

Il 35% dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni vorrebbe poter sviluppare la propria carriera professionale in Italia e andrebbe all'estero solo a fronte di un'offerta di lavoro davvero vantaggiosa. I dati di una ricerca di InfoJobs.

Il 35% dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni vorrebbe poter sviluppare la propria carriera professionale in Italia e andrebbe all'estero solo a fronte di un'offerta di lavoro davvero vantaggiosa. Sono queste le principali evidenze che emergono dalla ricerca svolta da InfoJobs, la piattaforma di recruiting online su un campione di oltre 4.000 utenti.

La survey ha infatti evidenziato che il 65% dei giovani sarebbe disposto a lavorare all'estero ma, di questi, il 32,6% si trasferirebbe solo per fare un'esperienza da sfruttare al rientro in Italia, mentre il 51% ritornerebbe in patria a fronte di un'offerta di lavoro valida. Il 79,6% degli intervistati, inoltre, si muoverebbe dalla penisola solo con un impiego sicuro nel Paese di destinazione, mentre solo il 20,5% partirebbe senza sicurezze in cerca di un'occupazione una volta raggiunta la meta estera. Il lavoro ideale al di fuori dell'Italia si pone per la grande maggioranza del campione in continuita' con quanto iniziato a costruire in patria, seguendo quindi il settore della professione (39,6% del totale) o degli studi (37,2%) che si svolgono attualmente.

Relativamente alla meta geografica verso cui indirizzare il trasferimento professionale, l'Europa resta il continente maggiormente attrattivo: sarebbe infatti la scelta per il 67,0% del campione. Le nazioni piu' ambite sono il Regno Unito (41,2%), seguito da Svizzera (37,1%), Germania (35,9%) e Spagna (35,3%). Il 19,3% dei giovani intervistati si trasferirebbe invece negli Stati Uniti o in Canada, mentre il 5,4% in Australia. L'1,5% sceglierebbe invece l'Asia, con una netta preferenza per il Giappone (77,1%).

Tra i motivi che spingono i giovani a intraprendere un'avventura professionale all'estero ci sono la ricerca di una migliore qualita' della vita (57,4% del campione) e di salari piu' alti (56,6%). Viene anche inseguita una maggiore meritocrazia (41,2%) e un ambiente di lavoro stimolante e dinamico (32,4%). Le pecche maggiori del mercato del lavoro in Italia sono, oltre alla difficolta' a trovare un'occupazione (per il 65,0% dei rispondenti), il basso livello di retribuzione (55,6%) e le scarse possibilita' di crescita professionale (38,9%).

"Nonostante negli ultimi anni siano state implementate con successo politiche volte ad aumentare le assunzioni, dalla nostra survey emerge come ci sia ancora disparita' tra le aspettative dei giovani e le prospettive offerte dal mercato del lavoro italiano", commenta Melany Libraro, CEO di Subito e InfoJobs. Davanti a questa sfida e' importante che tutte le parti coinvolte - a livello professionale, educativo e governativo - facciano al meglio la loro parte per venire incontro alle richieste di chi si affaccia al mondo del lavoro o vi e' appena entrato. Come InfoJobs, mettiamo la nostra esperienza e i nostri strumenti al servizio di un corretto matching fra domanda e offerta per facilitare da una parte la ricerca dei migliori talenti e dall'altra la possibilita' di trovare un'occupazione il piu' possibile in linea con le proprie aspettative".

La survey fornisce poi interessanti elementi per valutare l'esperienza di chi sta gia' svolgendo un percorso professionale all'estero. In particolare, chi e' partito lo ha fatto per una ragione di attrattivita' dell'offerta estera (41,7%) o perche' il lavoro proposto aveva condizioni molto vantaggiose (36,1%). Anche in questo caso, il trasferimento e' avvenuto solo con un impiego sicuro nel Paese di destinazione (per il 61,2% del campione). La grande maggioranza dei rispondenti si e' indirizzata verso un Paese europeo (72,6% del totale), mentre il 6,0% ha optato per Stati Uniti o Canada e il 2,7% l'Asia.

La scelta e' stata fatta principalmente sulla base di una remunerazione piu' adeguata (45,5%), di un maggior riconoscimento delle capacita' individuali (41,4%) e di una migliore qualita' della vita (41,3%). Le difficolta' con cui si sono scontrati una volta sbarcati all'estero sono invece state legate alla capacita' di raggiungere un buon tenore di vita (29,1% del totale) e di avere un orario di lavoro che permettesse di conciliare tempi lavorativi e personali (20,4%). Infine, per quasi la meta' del campione (46,8%) l'esperienza all'estero e' stata temporanea e utile per la crescita personale, mentre per il 21,4% e' stata una scelta permanente, che li ha portati a costruirsi una nuova vita nel Paese in cui si sono trasferiti per lavoro.

Redazione (Fonte: Redattore Sociale/Dire)

@nelpaeseit

Pubblicato in Lavoro

Il bilancio ufficiale conferma al momento sei morti. Una settima vittima, che alcuni collegano al nubifragio, in realtà è un uomo deceduto in un frontale non lontano da Livorno, ma l'incidente non è ancora stato collegato al maltempo. In nottata sulla città ha piovuto per circa un'ora poi ha smesso anche se il cielo è coperto di nuvoloni grigi. Alle 12.00 è previsto l'arrivo del ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti per un vertice in prefettura. Dal Comune confermano che oltre alla ricerca dei due dispersi la priorità resta quella di liberare le strade dal fango prima possibile.

Quattro persone, quasi una intera famiglia - due soli i superstiti - sono morti nella stessa casa, al piano terra di un palazzo signorile a due passi dal lungomare. Altre due sulla zona ai piedi della collina di Montenero. Tra i morti c'è già un eroe: un nonno che dopo aver messo in salvo la nipotina si è rituffato nell'acqua limacciosa e buia per tentare di trarre in salvo anche il nipotino di quattro anni. Sono morti entrambi e con loro il babbo e la mamma dei piccoli.

È stata riaperta stamani anche in direzione Firenze la superstrada Firenze-Pisa-Livorno chiusa ieri a seguito degli allagamenti nella zona di Vecchiano (Pisa). Nella serata di ieri la superstrada era già stata riaperta in direzione Livorno.

"A Livorno invito tutte le istituzioni a collaborare senza fare polemiche, mettendo al centro la comunità". Così il presidente del Consiglio,Paolo Gentiloni ha ricordato "la tragedia" avvenuta ieri a Livorno inaugurando una scuola nel Milanese. Il riferimento è alle polemiche scatenate dalle diverse parti politiche sulle responsabilità mentre erano appena iniziati i soccorsi.

E i volontari spalano

Scavano senza sosta. Spalano, ripuliscono, rimuovono il fango. Montagne di fango che hanno seppellito tutto, hanno trascinato auto e motorini, tronchi d’albero e lamiere. I torrenti sono esondati e sono entrati nelle case, nei negozi. E loro, i volontari, continuano a spalare. Giorno e notte. A raccontarlo è un reportage di Jacopo Storni su Redattore Sociale (nella foto in alto): “Armati di guanti, pale, spazzoloni. E’ un esercito di solidarietà quello che si è riversato su Livorno e provincia per aiutare i tanti cittadini colpiti dal terribile nubifragio che ha creato morte e distruzione nella città toscana. Molti torrenti hanno esondato. Hanno rotto gli argini e sono esplosi, portando fango e detriti lungo le strade”.

“Montenero è una delle frazioni più colpite. Proprio qui, c’è la sede delle Misericordie locale. Distrutti sette mezzi di soccorso. Tantissimi volontari si sono precipitati in questa sede, diventato centro logistico dei soccorso delle colline livornesi. Volontari arrivati dalla Misericordia di Antignano, poi quella di San Vincenzo, Piombino, Castagneto”.

E proprio a Montenero sta passando le ore il presidente regionale delle Misericordie Alberto Corsinovi. “Esprimo la mia profonda vicinanza alla popolazione livornese colpita dal terribile alluvione, i nostri volontari, come sempre, si sono mossi fin da subito per aiutare le popolazioni e supportarle in un momento così difficile cercando di non lasciare solo nessuno. Questo non è il momento di fare polemiche, ma rimboccarsi le maniche e aiutare le popolazioni a ripartire”. Cibo e bevande nella sede della Misericordia, dove abitanti e volontari hanno trovato un prezioso punto di ristoro.

Anche cinquanta profughi aiutano i livornesi a spalare il fango, rimuovere le macerie dai garage e dalle case, ripulire le strade dai detriti. Sono soprattutto nigeriani e senegalesi, richiedenti asilo ospitati all'ex Hotel Atleti. In queste ore i migranti si trovano nella frazione Ardenza e sono di grande aiuto alle famiglie vittime del nubifragio.

Redazione (Fonte: Ansa - Foto ed estratto reportage: Redattore Sociale/Js)

@nelpaeseit

Pubblicato in Nazionale

Da Rimini a Firenze, casi di stupro e violenze sessuali contro donne e ragazze al centro di un agone mediatico e politico. La violenza sparisce come soggetto, si delineano tifoserie e distinguo, sui giornali si fa spettacolo pubblicando particolari morbosi mentre leader politici e istituzionali cavalcano l’onda con dichiarazioni fuori luogo.

Se per i 4 stupratori di Rimini le condanne sono nette e si agita la strumentalizzazione del “migrante violentatore” sui carabinieri si attivano prudenze o sospetti. Da Salvini al sindaco Nardella si contestualizza la presunta violenza nonostante le prese di posizioni nette del ministro della Difesa Pinotti e del generale dell’Arma Del Sette.

 

La criminologa: “donne stuprate due volte, anche da opinione pubblica”

Per capire cosa sta accadendo al Paese sul fronte della violenza di genere parla la criminologa e psicoterapeuta Rosaria Cataletto (a sinistra nella foto) che con il suo lavoro è in prima linea costante su questo fronte.

Caso Rimini, ora Firenze, fino a quelli che avvengono nel quotidiano in silenzio. Lo stupro sta diventando, però una tragica bandiera di lotta politica su chi lo commette: cosa ne pensa?

Lo stupro ha sempre avuto una connotazione politica, partendo da quelli di massa che a tutt’oggi ancora si verificano in tantissimi paesi, come predominanza della propria etnia, come possesso di territorio, come indice della supremazia maschile sulla donna. La connotazione politica, che sia su larga scala, o limitata al singolo caso, resta invariata. Infatti, questo viene percepito diversamente a secondo, della fede politica che ci sottende, e a secondo d chi è lo stupratore.

Il caso Rimini è emblematico. Vediamo una larga parte di sinistra che in modo più o meno velato cerca di contenere le aberranti azioni commesse quelle notte da tre ragazzi sventolando in maniera giusta, tra l’altro , che non è stato il colore della pelle il responsabile di quella azione. Dall’altra parte abbiamo una destra che ha visto in questo il segno divino per una lotta senza fine verso tutto ciò che non è bianco, non è nazionale.

Allo stesso modo, dopo qualche giorno, vi è lo stupro di due ragazze americane, fatto da due italiani e tra l’altro militari , le cui reazioni della stampa e quelle popolari hanno ribattuto lo stesso iter dello stupro di Rimini.

Una gran fetta di simpatizzanti della destra, che in maniera quasi spasmodica difendono l’onore nazionale della divisa prima e degli uomini dopo, e una sinistra che invece attacca su tutti i fronti, urlando le proprie ragioni. Sia nel primo caso che nel secondo caso è indubbio che della donna che ha subito lo stupro, non interessa nulla a nessuno, del dolore di questa, della sofferenza, dei danni che si porterà dentro per il resto della vita, non interessa ne a destra e a sinistra. Ognuno attraverso quello stupro, porta i colori del proprio simbolo politico, evidenziando ancora di più, che il fatto che oggi non esiste più una sinistra o una destra, è la teoria più inesatta che possa esserci.

Ma indipendentemente dalla destra o dalla sinistra, la donna che subisce uno stupro viene marchiata e purtroppo molto spesso, le critiche peggiori provengono proprio dalle donne. Proprio per questo motivo di ordine sociale e culturale, la vittima di violenza sessuale viene continuamente stuprata prima dall’aggressore e poi, senza pietà alcuna dalla pubblica opinione e dalla stampa.

Una grande polemica è nata sulla pubblicazione dei particolari della violenza sessuale di Rimini: la responsabilità etica dei giornali è proporzionale alla “domanda” maschile su questi aspetti morbosi?

Tutto è un grande spettacolo, tutto fa audience, i like sono la chiara rappresentazione della nostra importanza. I giornali propongono titoli e articoli che indicano uno stato di reale corrispondenza tra la richiesta e la domanda. La morbosità espressa dai quotidiani circa i particolari di una violenza, altro non è che l’indice di uno stato di malattia di una popolazione.

A questo si aggiunga che i social vengono utilizzati come platee dove per alzata di mano o di clik, si stabilisce ciò che è bene o male, provocando una sorta di influenza collettiva. Più è attivo questo fenomeno, più la stampa perde di vista la sua reale connaturazione rappresentata dalla semplice esposizione di fatti, cercando di presentare le notizie in maniera più o meno imparziale. In sintesi, scrivono fatti, secondo modalità che ai loro utenti più sono gradite.

In questa situazione, la violenza di genere sparisce dall’agenda politica se non in forma di contesa; qual è la sua analisi del nostro paese su questo fenomeno?

La violenza contro le donne è un fatto innegabile, dove spesso la famiglia, diventa il luogo ideale dove perpetrare queste condotte. Purtroppo, la visione di determinati comportamenti tende a radicalizzarsi, per cui, quasi sempre a livello generazionale, troviamo poi, gli stessi modelli. Sono questi aspetti culturali cosi interiorizzati dove le stelle leggi non riescono a portare modifiche significative. Inoltre non dimentichiamo che la stessa politica spesso si macchia di incuria verso il sesso femminile, una chiara conferma di ciò che è stato indicato e lo possiamo trovare nella legge sullo stalking.

Osservando le evoluzioni di questa negli ultimi anni, fino ad arrivare alle ultime modifiche, avute nel luglio di quest’anno, sembra essere ritornati indietro di decenni, dove l’offesa , l’umiliazione, la paura e la dignità della donna, assumono un valore economico. Gli eventi legati ai diversi stupri di questa lunga estate, ha senz’altro distratto sia la pubblica opinione, sia il legislatore. Tutti sono coinvolti tutti in show mediatici, a destra richiedono pene esemplari, a sinistra sventolano tutele per tutti. In realtà, viviamo in uno stato che non è in grado di tutelare nessuno.

Gli indicatori sociali del paese confermano ancora una posizione marginale della donna nel lavoro, nei ruoli dirigenti, o continua quella visione di madre velina: quali sono le condizioni culturali di questa condizione?

La condizione della donna nel nostro paese subisce ancora tanto gli influssi culturali, legati a millenni di storia, che l’hanno sempre relegata a posizioni marginali. Le donne che contestavano determinati ruoli, sempre, sono state allontanate dalla loro quotidianità. Nel medio evo venivano rinchiuse in conventi religiosi, poi con l’inquisizione arse vive, successivamente ospedalizzate, fino ad arrivare al fascismo, in cui ospedali psichiatrici o meglio i famosi “manicomi”, rappresentavano la naturale destinazione, per tutte quelle che rifiutavano ruoli affidati dallo stereotipo.

Nella nostra cultura ancora è molto forte il ruolo della donna madre, a cui affidare il ruolo dell’intera famiglia, dell’educazione dei figli e del sano funzionamento di quel sistema. Ci scandalizziamo per un meteorite che colpisce la madre mentre prepara la colazione, capirà quanto siamo ancora lontani da quel processo di parità professionale che invece dovrebbe essere garantito.

Purtroppo, negli ultimi anni anche da noi in Italia, si è affermato il mito della donna manager epur essendo privi di tutto il contesto culturale che sottende una tale metamorfosi. Chiaramente, mancando un valido e solido supporto culturale, ci ritroviamo donne che strafanno. Donne stanche, proiettate solo tra lavoro, responsabilità, figli, casa e l’immancabile marito, che ancora fa da supervisor.

Giuseppe Manzo

@nelpaeseit

Pubblicato in Nazionale
  1. Popolari
  2. Tendenza
  3. Commenti

Articoli Correlati

Calendario

« Settembre 2017 »
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
        1 2 3
4 5 6 7 8 9 10
11 12 13 14 15 16 17
18 19 20 21 22 23 24
25 26 27 28 29 30