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Sabato, 07 Dicembre 2019

Articoli filtrati per data: Mercoledì, 06 Settembre 2017 - nelPaese.it
Mercoledì, 06 Settembre 2017 18:06

IN AFRICA NON SI FERMANO I CRIMINI DI BOKO HARAM

Una grande ripresa degli attacchi e degli attentati suicidi di Boko haram ha provocato da aprile almeno 381 vittime civili in Camerun e Nigeria, il doppio rispetto ai cinque mesi precedenti.

Secondo dati resi pubblici oggi da Amnesty International, il deciso aumento delle vittime civili nella regione camerunense dell'Estremo Nord e negli stati nigeriani di Borno e Adamawa è dovuto al maggiore ricorso agli attentati suicidi, spesso mediante donne adulte o bambine costrette a esplodere in aree affollate.

"Ancora una volta Boko haram sta commettendo crimini di guerra su vasta scala, esemplificati dalla tattica depravata di costringere giovani donne a esplodere con l'unico obiettivo di uccidere il maggior numero di persone possibile", ha dichiarato Alioune Tine, direttore di Amnesty International per l'Africa occidentale e centrale.

"Quest'ondata di agghiacciante violenza, alimentata dal grande aumento degli attentati suicidi, mette in luce l'urgente necessità di protezione e assistenza di milioni di civili che vivono nella regione del Lago Ciad. I governi di Nigeria, Camerun e di altri paesi devono agire rapidamente per proteggere i civili da questa campagna di terrore", ha aggiunto Tine.

Nigeria nord-orientale: uccisioni di massa e rapimenti

Da aprile, gli attacchi di Boko haram in Nigeria hanno causato la morte di almeno 223 civili ma si ritiene che il numero effettivo delle vittime possa essere maggiore dato che alcuni di questi attacchi sono stati scarsamente documentati. Tra maggio e agosto il numero dei civili uccisi è stato di sette volte superiore a quello dei quattro mesi precedenti. Solo nel mese di agosto le vittime sono state 100.

Il peggiore degli attacchi recenti è avvenuto il 25 luglio, quando il gruppo armato ha ucciso 40 persone e ne ha rapite tre in un'imboscata ai danni di un team di prospezione petrolifera nella zona di Magumeri, nello stato di Borno.

Da aprile, gli attentati suicidi di Boko haram hanno ucciso almeno 81 persone mentre dall'inizio dell'anno le persone rapite sono 67, per lo più donne adulte e bambine.

Boko haram ha effettuato due raid nei villaggi, dove ha rastrellato e ucciso civili, fatto razzia nei mercati, nei negozi e nelle abitazioni e dato fuoco alle case.

Regione dell'Estremo Nord del Camerun: attentati suicidi con frequenza settimanale

Da aprile, Boko haram ha ucciso almeno 158 civili, un numero quattro volte più alto di quello registrato nei cinque mesi precedenti. Questo picco è stato causato dall’aumentato ricorso agli attentati suicidi: 30, ossia più di uno alla settimana.

Il peggiore attacco ha avuto luogo a Waza il 12 luglio: 16 civili sono rimasti uccisi e almeno 34 feriti dopo che una bambina si è fatta esplodere in un affollato centro di video game.

Nello stesso periodo la città di Kolofata, nel distretto di Mayo-Sava, è stata colpita nove volte; Mora, il secondo centro urbano della regione, tre volte.
Il trasferimento dei combattenti di Boko haram dalla foresta di Sambisa in Nigeria ai monti Mandara in Camerun a seguito di un'offensiva dell'esercito nigeriano, può spiegare in parte l'aumento degli attacchi e degli attentati di Boko haram in Camerun.

Milioni di civili hanno bisogno di assistenza umanitaria
A causa della violenza di Boko haram, milioni di civili nella regione del Lago Ciad hanno bisogno di urgente assistenza umanitaria.

Gli sfollati sono all'incirca 2.300.000: 1.600.000 in Nigeria, 303.000 in Camerun e altri 374.000 in Ciad e Niger.

Oltre sette milioni di persone in tutta la regione hanno pochissimo cibo a disposizione: cinque milioni di questi sono in Nigeria e un milione e mezzo in Camerun. I bambini che soffrono di grave malnutrizione sono 515.000, oltre l'85 per cento dei quali in Nigeria.

Il recente peggioramento delle condizioni di sicurezza sta rendendo le operazioni umanitarie difficili e addirittura impossibili in alcune zone inaccessibili del nord-est della Nigeria

"I governi della regione del Lago Ciad devono aumentare i loro sforzi per proteggere centinaia di migliaia di civili che corrono il grave rischio di essere colpiti dalla violenza, dai rapimenti e da altre azioni di Boko haram", ha commentato Tine.

"A sua volta, la comunità internazionale deve accrescere rapidamente il suo impegno a fornire quell'assistenza umanitaria che potrebbe essere vitale per milioni di persone", ha concluso Tine.

Anni di denunce

Dal 2010 Amnesty International sta denunciando le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, equivalenti a crimini di guerra e crimini contro l'umanità, da parte di Boko haram.

L'organizzazione per i diritti umani ha analizzato le notizie di stampa sugli attacchi di Boko haram e le vittime civili, evidenziando un deciso aumento dall'aprile 2017 rispetto ai mesi precedenti e a periodi equivalenti del 2016. Il numero effettivo delle vittime è probabilmente più alto dato che alcune morti non sono state documentate.

Nel 2017 Boko haram ha anche ucciso civili in Niger, nel corso di almeno 10 attacchi nella regione di Diffa.

Tutte le parti coinvolte nel conflitto della regione del Lago Ciad, compreso Boko haram, sono vincolate al rispetto del diritto internazionale umanitario che vieta espressamente qualsiasi attacco diretto contro popolazione e obiettivi civili.

Redazione

@nelpaeseit

Pubblicato in Dal mondo

L’Alleanza contro la povertà propone “di adottare un Piano Nazionale contro la povertà 2018-2020, che prosegua il percorso iniziato con l’introduzione del Rei fino al suo completamento”. Si agirà con gradualità per estendere il Rei a tutti gli indigenti.

 

“L’introduzione del Reddito d’inclusione (Rei) è un’importante innovazione strutturale che riprende numerosi aspetti della misura proposta dall’Alleanza contro la Povertà in Italia, recepiti durante il dibattito parlamentare e presenti nel Memorandum siglato lo scorso aprile con il Governo. Va dato atto a Governo e Parlamento di avere conseguito un risultato importante”. Questo il commento della rete di associazioni che propone misure di contrasto alla povertà in Italia.

“La prossima Legge di Bilancio – continua la nota - rappresenterà però un passaggio storico della lotta alla povertà nel nostro Paese. Si deciderà, infatti, se la recente introduzione del Rei costituirà l’ennesima riforma incompiuta nella storia italiana oppure il punto di partenza di un percorso capace di costruire risposte adeguate per tutti gli indigenti. Le risorse sinora rese disponibili permettono di seguire la proposta dell’Alleanza solo in modo parziale. Ad oggi, infatti, il Rei è destinato a raggiungere esclusivamente una minoranza di poveri, fornendo risposte inadeguate nell’importo dei contributi economici e da verificare nei percorsi d’inclusione sociale”.

L’Alleanza propone quindi “di adottare un Piano Nazionale contro la povertà 2018-2020, che prosegua il percorso iniziato con l’introduzione del Rei fino al suo completamento”. Si agirà con gradualità per estendere il Rei a tutti gli indigenti, rafforzando gli interventi forniti e sostenendo l’attuazione del Rei a livello locale, dove vi è un impegno congiunto di Stato, Regioni ed altri soggetti. Alla conclusione del Piano, nel 2020, serviranno a regime circa 5,1 miliardi in più rispetto ad oggi. “Solo con queste risorse – dicono - e con servizi adeguati l’Italia sarà dotata di una misura nazionale contro la povertà assoluta che possa dirsi universale – ovvero rivolta a chiunque viva in tale condizione –, continuamente monitorata, adeguata nei contributi economici e nei percorsi di inclusione”.

Ad oggi riceveranno il Rei solo 1,8 milioni di individui, cioè il 38% del totale della popolazione in povertà assoluta: pertanto, il 62% dei poveri ne rimarrà escluso. Il 41% dei minori in povertà assoluta non sarà raggiunto dalla misura. Di fatto, il profilo attuale della misura dividerà i poveri in due gruppi: quelli che riceveranno il Rei, e quelli che non lo riceveranno. Tale discriminazione può essere compresa solo se temporanea e, quindi, da considerare come un primo passo nella prospettiva di un progressivo ampliamento dell’utenza.

I dati elaborati dall’Alleanza invitano “a non perdere di vista anche l’ammontare del contributo per evitare un rischio molto concreto: quello che volendo massimizzare il numero di beneficiari senza investire a sufficienza si assistano sempre più persone senza dar loro la possibilità di raggiungere uno standard di vita dignitoso”.

Attenzione anche ai servizi: nella costruzione dei percorsi d’inclusione la regia è in capo ai Comuni, che operano insieme al Terzo Settore, ai Centri per l’Impiego e agli altri soggetti sociali del welfare locale. Attualmente si prevede che il 15% dei finanziamenti statali contro la povertà sia destinato ai Comuni per i suddetti percorsi. Gli studi e le analisi empiriche mostrano, tuttavia, “che si tratta di una percentuale inadeguata, che dovrebbe essere portata al 20%”.

Redazione

@nelpaeseit

Pubblicato in Lavoro
Mercoledì, 06 Settembre 2017 16:08

PAVIA, ORDINANZA DEI SINDACI: "CHIUDETE LE FINESTRE"

Incendio in un sito di rifiuti speciali. I sindaci di Mortara, di tutti i comuni confinanti e anche di Vigevano stanno emettendo in queste ore delle ordinanze. Inviteranno la popolazione, a scopo precauzionale, a restare per quanto possibile in casa, a tenere le finestre chiuse e a non raccogliere e consumare i prodotti dell'orto.

Un vasto incendio è in corso dalle 6.30 di questa mattina nella zona industriale di Mortara, all'interno della ditta "Eredi Bertè", in via Fermi, che si occupa di recupero di rifiuti speciali. Una colonna di fumo nero è visibile a molti chilometri di distanza e staziona sulla città.

I sindaci di Mortara, di tutti i comuni confinanti e anche di Vigevano stanno emettendo in queste ore delle ordinanze. Inviteranno la popolazione, a scopo precauzionale, a restare per quanto possibile in casa, a tenere le finestre chiuse e a non raccogliere e consumare i prodotti dell'orto, almeno per il momento e in attesa di conoscere i risultati delle analisi eseguite dall'Arpa. Analoghe disposizioni saranno dettate agli agricoltori. Il prefetto di Pavia, Attilio Visconti, è arrivato sul posto, dove è rimasto fino a poco fa per coordinare le operazioni dei vigili del fuoco e delle altre autorità intervenute. "Le notizie che sto raccogliendo - ha detto - non sono troppo confortanti. Lì sta bruciando di tutto, comprese gomma e plastica, e c'è il rischio che si sviluppi diossina".

Era prevista proprio per oggi, programmata da tempo, la visita ispettiva semestrale dell'Arpa. L'azienda si occupa di ritiro e smaltimento di rifiuti speciali non pericolosi e, in piccola misura, anche pericolosi. Montagne di scarti di ogni tipo, alte almeno dieci metri e contenenti anche gomma e plastica, sono in fiamme. La colonna di fumo è visibile da decine di chilometri di distanza. Le squadre di vigili del fuoco impegnate sul posto sono salite a otto: una arrivata da Vercelli si è aggiunta a quelle di Pavia, Vigevano, Milano e dei quattro distaccamenti volontari lomellini. Ma si sta valutando anche l'intervento di un elicottero. Le operazioni di spegnimento procedono a rilento perché i pompieri hanno problemi di approvvigionamento idrico: sul posto gli idranti sono pochissimi e la pressione nelle tubazioni è bassa. Le autobotti stanno facendo la spola con quattro punti diversi di Mortara e anche con alcuni paesi limitrofi per fare rifornimento.

Sul posto sono al lavoro sette squadre di vigili del fuoco giunte da Vigevano, Pavia, dai distaccamenti volontari di Mortara, Mede, Garlasco e Robbio e anche da Milano.

Al momento - ha aggiunto il prefetto - l'incendio è sotto controllo, ma per domarlo ci vorranno molte ore. Stiamo valutando se far intervenire un elicottero per aggredire dall'alto, con il secchiello, i cumuli di rifiuti in fiamme, ma adesso non è possibile perché il fumo compromette la visibilità". Al momento la colonna nera, spinta dal vento, si sta dirigendo verso nord-est, cioé in direzione di Novara e Vigevano. "Se continua così - ha proseguito il prefetto - non sarà necessario evacuare il personale delle ditte dei dintorni, poi vedremo". Un bar che si trova a ridosso dell'area interessata dall'incendio comunque ha chiuso per motivi di sicurezza.

Redazione (Fonte e foto: Ansa)

@nelpaeseit

Pubblicato in Lombardia

Una presa di posizione dopo la protesta che ha vista una ventina di residenti e consiglieri municipali della destra manifestare contro il trasferimento temporaneo dei Rom di Scampìa per l’incendio di Cupa Perillo.  

Cosa sta succedendo nel quartiere di Miano? Ma davvero si dice questo del nostro quartiere? Siamo razzisti? Non siamo accoglienti?. Sono le domande che pongono 4 parroci del quartiere alla periferia nord di Napoli: don Francesco Minervino padre Lillo Di Rosa, don Salvatore Cinque e padre Carlo De Angelis.

In realtà quella dei 4 parroci è una presa di posizione dopo la protesta che ha vista una ventina di residenti e consiglieri municipali della destra manifestare contro il trasferimento temporaneo dei rom di Scampìa dopo l’incendio di Cupa Perillo.

“L’immediata reazione contraria di alcuni cittadini di Miano non la si può liquidare solo come pregiudizio. La protesta è anche sintomo di uno scollamento tra cittadini ed istituzione, con tanto di smarrimento, di paura e di facile strumentalizzazione. Ci sentiamo di invitare tutti a recuperare un confronto civile e senza toni arroganti e violenti, poiché in questa vicenda la comunicazione e una certa politica sul problema sta facendo esplodere una “guerre tra poveri”, un conflitto sociale tra gli ultimi. Dove l'unica guerra da combattere dovrebbe essere quella alle povertà nel nostro quartiere”.

Secondo i parroci “il degrado a Miano non lo porteranno i rom, ma ha cause fortemente radicate in una criminalità organizzata che ha occupato, poi gestito, spazi vuoti”.
“A Miano – continua la nota - il degrado ha una storia antica fatta di non gestione, non soluzioni, rimandi. Questo intossica la convivenza e si arriva paradossalmente a prendersela col più debole. Come in tutte le situazioni che non si affrontano, si accumula delusione e la delusione ha un prezzo: diventano tutti più elettrici, offensivi, difensivi. Ci sono situazioni che durano da anni e che la politica non risolve, distratta e troppo assente”.

Poi arriva la presa di posizione rispetto al pericolo di tensioni razziste: “di fronte alle molteplici emergenze del nostro territorio, la Chiesa oggi si sente sotto pressione, perché chiamata a fare da "supplente" in diverse emergenze. La Chiesa è accanto ai poveri, ma non ha il potere di sradicare la povertà. Alle politiche sociali, quando mancano o sono carenti, non è possibile rispondere in termini di supplenza”. E infine: “come normali cittadini e ancor più come cattolici siamo tenuti a superare e a far superare stereotipi e slogan che non fanno altro che diffondere pregiudizi e soprattutto non bisogna soffiare sul fuoco dell’odio razziale. Dobbiamo essere convinti che ogni essere umano, come ogni vita umana, merita sempre e comunque rispetto, anche chi questo rispetto sembra non meritarlo o volerlo. Può sembrare per alcuni un limite, ma segna la civiltà di un popolo”

Redazione

@nelpaeseit

Pubblicato in Campania
Mercoledì, 06 Settembre 2017 15:32

MUSICA CONTRO LE MAFIE: AL VIA IL NUOVO CONCORSO

Accedendo direttamente al portale, musicisti e gruppi di ogni genere ed età possono iscriversi gratuitamente e concorrere con le proprie composizioni originali, a condizione che esse siano capaci di diffondere messaggi positivi e di tenere viva la memoria con la forza della musica per trasformarla in strumento di impegno.

 

Ritorna il “Premio Musica contro le mafie - 8° edizione”, il concorso nazionale che premia e sostiene realmente la musica socialmente impegnata.

Quest’anno in palio per il vincitore assoluto dell'8° edizione c’è un’importante novità: il Premio Winner Tour, 15.000 euro destinati all’organizzazione di un tour di concerti (progetto realizzato con i fondi dell’Art. 7 L93/92 Nuovo IMAIE). Altre borse di produzione o studio e prestigiosi riconoscimenti per gli artisti in gara sono messi a disposizione dai vari partner, rendendo così sempre più interessante e davvero utile il “Premio Musica contro le mafie”, il quale mira anche a valorizzare il lavoro del

Associazione e partner

musicista, intervenendo concretamente a sostegno delle attività di produzione e promozione musicale.

Accedendo direttamente al portale, musicisti e gruppi di ogni genere ed età possono iscriversi gratuitamente e concorrere con le proprie composizioni originali, a condizione che esse siano capaci di diffondere messaggi positivi e di tenere viva la memoria con la forza della musica per trasformarla in strumento di impegno e di cittadinanza "attiva, critica e responsabile". Infatti, la finalità principale del Premio Musica contro le mafie consiste nel premiare brani che mettano al centro la speranza nel futuro nel segno del Noi e del fare insieme, promuovendo e diffondendo un modello culturale da contrapporre a quello mafioso.

Come funziona

Dal 4 settembre al 6 novembre 2017 si raccolgono le iscrizioni on line. Dopo una prima fase di giudizio popolare fatto tramite social network (Facebook) nel mese di novembre, tre differenti giurie (social, studentesca e tecnica) stabiliscono i dieci finalisti, i quali vanno ad esibirsi dal vivo alle finali nazionali a Cosenza nel mese di dicembre in una kermesse ricca di incontri, ospiti importanti, concerti, seminari, showcase, spettacoli, momenti di riflessione e azione concreta insieme a migliaia di studenti. Il vincitore assoluto del “Premio Musica contro le Mafie – 8° edizione” e gli altri artisti premiati sono annunciati dopo la conclusione delle finali per essere insigniti dei vari premi a "Casa Sanremo" durante il Festival di Sanremo a febbraio 2018.

Premi

Premio Winner Tour dal Nuovo IMAIE, € 15.000 per il tour di concerti (primo classificato); borsa di produzione o studio (secondo classificato) di € 1.000; Menzioni speciali dal Club Tenco, di Casa Memoria Peppino e Felicia Impastato e dall'Associazione "Musica contro le mafie"; Targa SIAE e borse di studio per giovani autori (un riconoscimento concreto per la costruzione della carriera artistica dei nuovi talenti); altri premi speciali dai partner Casa Sanremo, Acep, Unemia, I-Company, Muzi Kult, On Mag Promotion.

Dal 4 settembre 2017 è on-line il nuovo bando su www.musicacontrolemafie.it/8edizione

Ideato e organizzato dall’Associazione “Musica contro le Mafie” sotto l’egida di Libera (Associazioni, nomi e numeri contro le mafie), il Premio è un progetto culturale che si realizza con il supporto di preziosi contributi di SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori, Acep, Unemia, Acqua Leo, Legacoop Calabria, Smartit, Omnia Energia e con la partnership di Casa Sanremo, Club Tenco, Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, I-Company, Michele Affidato, Avviso Pubblico, Legambiente.

L'associazione negli ultimi anni ha realizzato un libro/cd (Mkrecords/Rubbettino), un documentario dal titolo "L'Alternativa", con proiezioni e presentazioni in tutta Italia e all'estero, contenenti le testimonianze di artisti, scrittori, operatori, giornalisti e testimoni di giustizia. Tra i tanti artisti che hanno deciso spontaneamente di mettere la propria voce, amplificando il messaggio di responsabilità e di diffusione di "buone prassi", ci sono: Fiorella Mannoia, Simone Cristicchi, Paolo Rossi, Samuel dei Subsonica, Roy Paci, Mario Venuti, Lo Stato Sociale, Marlene Kuntz, Sergio Cammariere, Modena City Ramblers, Bandabardò, Teresa De Sio, Raiz, Piotta, Apres La Classe, Sud Sound System, Frankie Hi Nrg, Paolo Belli, Kiave, Eugenio Finardi.

Redazione

@nelpaeseit

Pubblicato in Cultura
Mercoledì, 06 Settembre 2017 14:45

UNA NUOVA STAGIONE DELL'ODIO RAZZIALE

Si sta aprendo una stagione di razzismo propagandato e legittimato che vede tutte le responsabilità davanti ai nostri occhi: istituzioni, magistratura, media e il silenzio di troppi.

"Gli ebrei sono pidocchi e portano il tifo". Questo veniva raccontato nella Germania nazista del 1936. "Dopo la miseria portano le malattie": questo il titolo di Libero (insieme ad altre testate come Il Giornale, Il Tempo) nell’Italia del 2017 in riferimento al caso di malaria che ha causato la morte di una bimba di 4 anni.

Siamo di fronte a una notizia falsa, l’ennesima sulla pelle di migranti e rifugiati. Siamo davanti a un’escalation di propaganda a mezzo stampa partita in primavera con la bufala delle Ong “in affari con gli scafisti”: inchiesta che ad oggi non ha visto alcun provvedimento giudiziario delle Procure siciliane. Eppure è stato un nuovo codice di condotta che ha spinto diverse organizzazione come Msf a ritirarsi momentaneamente dal Mediterraneo dopo aver rifiutato di firmare quel documento dalla ignara collocazione giuridica.

Siamo immersi in una vera e propria spirale che avevamo già previsto a fine luglio prima della pausa estiva. La bufala divampa sui media (i social network non sono i soli “responsabili”), il leader politico di turno commenta con ferocia verbale, sulla rete si scatena la canea spesso organizzata e dalle istituzioni arrivano provvedimenti che cavalcano l’onda per farsi legittimare. È ciò che è accaduto a Roma durante e dopo gli sgomberi di piazza Indipendenza e le successive aggressioni ai danni dei rifugiati. La quotidianità è pervasa, ormai, da convinzioni e da un vocabolario composto esclusivamente di odio razziale e notizie false che giustificano tale accanimento.

Si sta aprendo una stagione di razzismo propagandato e legittimato che vede tutte le responsabilità davanti ai nostri occhi: istituzioni, magistratura, media e il silenzio di troppi. Si apre una stagione che conviene a chi si trova alla vigilia di una campagna elettorale che avrà solo questo tema su cui si sbraneranno per i consensi. Non bastano le scuse del ministro Marco Minniti che ha parlato di “tenuta democratica” a rischio alimentando questo odio scatenando le parole durissime di Gino Strada e della senatrice Pd Rosaria Capacchione, giornalista sotto scorta. Non è soltanto la creazione del nemico sociale, più debole, che un’istituzione non deve legittimare ma siamo al radicamento di una sottocultura che è ormai di massa: quel consenso che il nostro Paese ha vissuto durante il Ventennio fascista.

Chi si considera democratico e aperto a una forma di civiltà che ha cancellato gli orrori della storia deve dirlo e praticarlo veramente, senza ambiguità. Chi fa informazione prenda posizione e le distanze da un giornalismo di propaganda, pubblicando notizie vere. Chi sta nelle istituzioni dia priorità alle sofferenze sociali e al divario territoriale che vive il nostro Paese. La nuova stagione dell’odio razziale è iniziata e se non si inizia anche a fermarla la pagheremo cara, tutti.

Giuseppe Manzo (nella foto di repertorio: rifugiati in fila sotto la neve che richiama le immagini dei campi di concentramento nazisti)

@nelpaeseit

Pubblicato in Editoriale

Quasi metà degli alunni (il 48%) delle scuole primarie e secondarie di primo grado non ha accesso alla mensa scolastica. L’assenza di regole condivise, inoltre, contribuisce all’ampia disparità nelle modalità di accesso e di erogazione del servizio, anche laddove presente, con molti istituti che non assicurano ai bambini e alle loro famiglie condizioni adatte ad avvalersi in modo adeguato di un importante strumento di educazione alimentare e inclusione.

A rilevarlo è il rapporto “(Non) Tutti a Mensa 2017”, quarta edizione del monitoraggio realizzato nell’ambito della Campagna “Illuminiamo il Futuro” da Save the Children - l’Organizzazione internazionale dedicata dal 1919 a salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro – alla vigilia dell’inizio dell’anno scolastico.

Il quadro che emerge è allarmante: in 8 regioni italiane oltre il 50% degli alunni, più di 1 bambino su 2, non ha la possibilità di accedere al servizio mensa. La forbice tra Nord e Sud continua a essere ampia, con cinque regioni del Meridione che registrano il numero più alto di alunni che non usufruiscono della refezione scolastica: Sicilia (80%), Puglia (73%), Molise (69%), Campania (65%) e Calabria (63%).

Poche mense, più dispersione

Delle cinque regioni in cui oltre metà dei bambini non accede alla mensa, quattro registrano anche la percentuale più elevata di classi senza tempo pieno (Molise 93%, Sicilia 92%, Campania 86%, Puglia 83%), superando ampiamente il già preoccupante dato nazionale, stando al quale circa il 69% di classi non offre questa opportunità.

In quattro delle stesse regioni si osservano anche i maggiori tassi di dispersione scolastica d’Italia (Sicilia 23,5%, Campania 18,1%, Puglia 16,9%, Calabria 15,7%). “Anche quest’anno i dati confermano che l’offerta del servizio di refezione e del tempo pieno ha un valore essenziale in azioni come il contrasto all’abbandono scolastico” commenta Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia Europa di Save the Children.

“La mensa, oltre a svolgere una funzione cruciale nell’educazione alimentare, rappresenta non solo un mezzo di inclusione e socializzazione fondamentale, ma anche uno strumento per combattere dispersione e indigenza. Non dimentichiamo che in Italia la povertà minorile è in costante aumento: è un dovere investire sul servizio di mensa scolastica, garantendo un pasto proteico al giorno a quel 5,7% di bambini che non ha altro modo di consumarlo”.

Comune che vai, mensa che trovi

Per il terzo anno consecutivo, all’interno del Rapporto, l’Organizzazione ha analizzato la proposta di refezione scolastica per le scuole primarie di 45 comuni capoluogo di provincia con più di 100mila abitanti, valutando tariffe, agevolazioni, esenzioni e trattamento delle famiglie morose.

Il servizio mensa non è presente in modo uniforme nelle scuole dei territori: solo in 17 comuni è disponibile in tutti gli istituti primari. Sono Reggio Calabria, Siracusa e Palermo le città in cui la refezione scolastica è presente in un numero di scuole inferiore al 10%. Osservando, invece, il numero di alunni che ne usufruisce, è stato rilevato che 17 comuni offrono la mensa a meno del 40% dei bambini, con cifre al di sotto del 5% nei comuni già menzionati: Reggio Calabria e Siracusa con beneficiari del servizio sotto alla soglia dell’1% e Palermo con poco più del 2%. In quattro comuni, invece, a fruirne è il 100% degli alunni (Cagliari, Forlì, Monza, Bolzano).

“Fino a quando le amministrazioni locali continueranno ad avere piena discrezionalità, esisteranno delle disparità. Non solo: il servizio potrebbe non essere garantito affatto nel caso in cui l’amministrazione fosse in difficoltà finanziaria. Messina è emblematica in tal senso, perché il servizio non è stato erogato a causa di motivi connessi al bilancio. Per questo continuiamo a chiedere con forza la riqualificazione della mensa da servizio a domanda individuale a servizio pubblico essenziale, proseguendo lungo il percorso avviato col IV Piano Nazionale Infanzia. Il servizio mensa deve essere garantito in modo uniforme: a prescindere dalla provenienza e dalla condizione economica, ogni bambino deve poterne usufruire” aggiunge Raffaela Milano.

La disomogeneità trasversale dell’accesso e delle tariffe

Come rileva il rapporto “(Non) Tutti a Mensa 2017”, agevolazioni e tariffe applicate per il servizio di refezione scolastica sono molto variabili, con differenze che interessano in modo trasversale tutto il Paese e che non garantiscono un equo accesso.

Un quarto dei comuni afferma di non prevedere l’esenzione totale dal pagamento della retta né per reddito, né per composizione del nucleo familiare, né per motivi di carattere sociale. Di questi, 8 ammettono tale possibilità solo in caso di disagio accertato tramite la segnalazione da parte dei servizi sociali. Tre (Bolzano, Padova e Salerno) escludono anche questo tipo di eccezione.

Per quanto riguarda le agevolazioni, queste ultime sono comunque disomogenee, con l’applicazione di criteri diversi e che sommano, in taluni casi, le soglie reddituali a motivazioni di natura familiare o sociale. La residenza, inoltre, continua a essere un requisito restrittivo per l’accesso alle agevolazioni in 27 dei comuni esaminati (più della metà), penalizzando tantissimi bambini che per diversi motivi non sono - o non sono ancora - residenti nel comune della scuola di riferimento.

Nei comuni monitorati le tariffe massime variano dai 2,30 euro (Catania) ai 7,28 (Ferrara), mentre quelle minime vanno da 0,30 (Palermo) a 6 euro (Rimini). Il risultato di questa disomogeneità è che, per esempio, la tariffa minima di Rimini (6) corrisponde quasi al triplo della tariffa massima prevista a Catania (2,30).

Una famiglia con un reddito annuale medio (ISEE 20.000 euro) pagherebbe una tariffa uguale o inferiore a 3 euro in 8 comuni, mentre in 13 sarebbe applicata loro una tariffa uguale o superiore a 5 euro. Un nucleo con reddito annuale basso (ISEE 5.000 euro) sarebbe esentato dal pagamento in 9 comuni, a Rimini, Bergamo, Modena e Reggio Emilia pagherebbe una tariffa superiore a 3 euro. In ogni caso 27 comuni lo esenterebbero in caso di segnalazione dei servizi sociali.

Nel corso dei tre anni di monitoraggio vi sono stati dei segnali positivi, alcuni comuni hanno apportato delle modifiche verso una maggiore equità, grazie alla riduzione delle tariffe minime: è il caso di Bergamo (-1,50 in tre anni) e Livorno (-1,20) o di quelle città che, nonostante il lieve aumento delle tariffe massime, hanno comunque diminuito le minime (Brescia, Andria, Monza).
Infine anche la compartecipazione delle famiglie ai costi è disomogenea: varia da un massimo nei comuni di Bergamo, Forlì e Parma, che riferiscono di caricare sulle famiglie il 100% circa del costo, a un minimo dichiarato da Bari (30%), Cagliari, Napoli e Perugia (35%).

“Queste differenze nell’accesso e nelle tariffe sono dannose: hanno contribuito, per esempio, a far sì che molte famiglie preferissero per i figli il panino da casa alla mensa; molti alunni sono per questa ragione costretti a consumare il pranzo da soli. Per loro il pasto diventa un momento di isolamento invece che di socialità. Tutte le famiglie devono essere messe in condizione di poter scegliere con serenità la refezione scolastica”, afferma Antonella Inverno, Responsabile Unità Policy&Law Save the Children.

Fattore di forte discriminazione è, altresì, la scelta di 9 comuni [14] monitorati di non consentire l’accesso al servizio mensa ai quei bambini la cui retta non è stata pagata regolarmente. Anche in questo caso agli alunni è imposta la separazione al momento del pasto, a causa di una strategia di contrasto alla morosità che coinvolge direttamente i più piccoli: ai bambini i cui genitori o tutori sono in ritardo col pagamento è imposto di mangiare in classe e a volte subiscono persino l’umiliazione del tornello che, per via della tessera mensa non ricaricata, impedisce la loro entrata nel locale. Sono 35 i comuni che, invece, non si rivalgono sugli alunni in caso di insolvenza, attivando la procedura di recupero crediti senza la sospensione del servizio.
Riconoscendo la necessità di richiedere il pagamento ai morosi, Save the Children ribadisce che le conseguenze non devono ricadere sui bambini.

Grandezza, rumorosità, scarsa pulizia e qualità del cibo tra i motivi di insoddisfazione

Il rapporto “(Non) Tutti a Mensa 2017” riporta i risultati dell’indagine condotta nell’ambito di Fuoriclasse - programma di contrasto alla dispersione scolastica promosso da Save the Children sul territorio nazionale - [15], che raccoglie l’opinione di 1656 alunni della scuola primaria di 8 comuni (Milano, Torino, Napoli, Roma, Scalea, Bari, Ancona e Padova). A più del 59% dei bambini la mensa piace abbastanza (42%) o molto (17%). Al 28% la mensa non piace e al 13% non piace per niente. Dimensioni, rumorosità e pulizia sono cause di scontento tra i bambini: quelli che reputano la mensa grande, pulita o poco rumorosa la apprezzano più degli altri. A influire sul parere generale che hanno sulla mensa, anche la percezione della qualità del cibo: il 22% lo reputa cattivo al punto di lasciarlo spesso, per il 40% è abbastanza buono, per il 26% è buono e solo per il 12% è “così buono da fare il bis”. Il 57%, inoltre, afferma che il cibo arrivi in tavola non riscaldato.

Dalla mensa ai libri: garantire il diritto allo studio

A pochi giorni dall’inizio dell’anno scolastico Save the Children sottolinea come, per assicurare un’applicazione effettiva del diritto allo studio, sia necessario intervenire anche su altri due importanti elementi: i libri di testo e i contributi volontari.

In particolare la Conferenza Stato Regioni ha decurtato quest’anno in maniera sostanziosa i fondi destinati a garantire la fruizione dei libri di testo per gli alunni meno abbienti e rimangono diffuse cattive prassi di richiesta obbligatoria del versamento del contributo volontario nelle scuole dell’obbligo, testimoniate nel rapporto da diverse famiglie che hanno incontrato difficoltà nell’iscrizione a scuola dei figli.

“Affinché tutti i bambini possano esercitare a pieno il proprio diritto allo studio, l’Organizzazione ricorda che è indispensabile intervenire in modo organico. Dalla mensa che deve diventare un servizio essenziale, all’accesso ai buoni libro che deve esser assicurato in tempi certi e rapidi, fino alla cessazione della cattiva prassi di render difficoltosa l’iscrizione a scuola per coloro che non pagano i contributi volontari” conclude Antonella Inverno.

Redazione

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