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Sabato, 15 Dicembre 2018

Articoli filtrati per data: Venerdì, 26 Gennaio 2018 - nelPaese.it

Gli ebrei, gli oppositori, gli omosessuali, i disabili e poi i rom. Il Giorno della Memoria ha un anello che manca. A porre l’accento sulla mancanza di un riconoscimento ufficiale dei circa 500 mila rom e sinti caduti per mano del nazifascismo e è l’Associazione 21 luglio.

Quest’anno la Giornata della Memoria si celebrerà presso Gioia del Colle (BA) dove ha organizzato, in collaborazione con il Comune e l’Associazione Sic! ProgettAzioni Culturali, un convegno dal titolo “Porrajmos. La persecuzione dei rom e dei sinti durante il fascismo”.

“La rimozione dalla memoria collettiva dello sterminio delle comunità rom e sinte durante il nazifascismo è una ferita ancora aperta che spiega bene perché, ancora oggi, queste comunità siano tenute ai margini della vita sociale collettiva – ha sottolineato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – È invece fondamentale riportare quelle comunità che in Italia vivono in condizioni abitative ghettizzanti al centro di azioni politiche inclusive, abbandonando l’approccio pregiudizievole e stigmatizzante”.

Sulla stessa lunghezza d’onda la Fondazione Migrantes, che intende  “ricordare i 500 mila morti tra rom e sinti nei campi di concentramento nazisti noto come Porrajmos, divoramento”. “E’ una giornata che vogliamo non fosse dimenticata – scrive la Fondazione in una nota - e che ha coinvolto uomini, donne e bambini. Non è lontana, però, anche oggi dal sentire comune la discriminazione nei confronti di questo popolo, ancora non riconosciuto come minoranza: un popolo che, in Italia, conta 120 mila persone, di cui la metà sono minori. Persone spesso emarginate, sistemate fuori dai contesti urbani, nei cui confronti prevalgono stereotipi, luoghi comuni e pregiudizi. La Giornata della Memoria ci aiuta a riflettere su questa minoranza mettendo al centro le persone”.

 

 

Pubblicato in Nazionale

Il gioco d’azzardo è diventato in pochi anni uno dei settori più rilevanti dell’economia italiana. Il fatturato, ormai, sfiora i 100 miliardi di euro annui. Ma, con il crescere del fenomeno, sono anche aumentati – in modo esponenziale – i problemi che il gioco d’azzardo produce: “dipendenze più o meno gravi e situazioni di gioco problematico, conflitti familiari che portano a separazioni e divorzi, ricorso all’usura, infiltrazioni mafiose”.

Le misure introdotte finora per ridurre questi danni si sono rivelate del tutto insufficienti. Per questo Mettiamoci in gioco-Campagna nazionale contro i rischi del gioco d’azzardo chiede ai candidati alle elezioni politiche 2018 di assumere un impegno pubblico, “da onorare nella prossima legislatura, che ha una priorità fondamentale”: approvare una legge nazionale “che regolamenti il consumo di gioco d’azzardo nel nostro paese”. In particolare, la Campagna chiede ai candidati un impegno preciso su quattro punti:

Pubblicità zero: “Deve essere sancito il divieto assoluto di pubblicità del gioco d’azzardo su tutti i media e in tutti i luoghi pubblici”.

Meno giochi, meno perdi: “Occorre tagliare, di almeno un terzo, l’offerta complessiva del gioco d’azzardo nel nostro paese, riducendo luoghi, occasioni e prodotti che permettono di giocare”.

La salute dei cittadini prima del business e delle entrate erariali: “Va garantito a Regioni ed Enti locali ­il diritto di regolamentare in modo autonomo dislocazione e orari degli esercizi dove è possibile giocare d’azzardo – diritto che pur senza annullare totalmente l’offerta del gioco d’azzardo sul proprio territorio, non può essere vincolato all’intoccabilità degli interessi già esistenti –, in funzione del più alto principio della salvaguardia della salute del cittadino”.

Diritto alla cura: “Va previsto un aumento delle risorse destinate al sistema dei servizi per garantire effettivamente cura e assistenza gratuite a tutte le persone affette da disturbo da gioco d’azzardo o in situazione di rischio dipendenza e per realizzare azioni mirate di prevenzione”.

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione

Cinquemila persone dipendenti da droghe nella città, quasi settemila nella provincia: a Napoli il consumo di sostanze è un fenomeno rilevante che riguarda in tutto oltre 12mila persone intercettate dai servizi. Un fenomeno profondamente mutato rispetto a vent'anni fa e prevalentemente legato all'abuso di cocaina e alcol, oggi spesso associato alla movida violenta ma che tocca anche le persone più emarginate della società, come gli immigrati, i senza dimora e i detenuti.

È tra di loro e nell'universo dei servizi per le dipendenze a Napoli che si muove il reportage di Napoli Città Solidale, il portale di informazione edito dal gruppo Gesco e messo a disposizione di giornalisti e lettori per approfondire le questioni sociali più rilevanti della nostra città.

Come quella delle droghe che vede Napoli al passo con l'Europa per il sistema dei servizi, frutto di un'integrazione tra la Asl Napoli 1 Centro e il terzo settore rappresentato da Gesco, le coop Era e Dedalus e l'associazione Il Pioppo. Grazie a questa collaborazione Napoli è la prima città d'Italia che ha una consulta della notte sulle droghe e la prima in Campania a realizzare un servizio in strada per senza dimora e migranti e un servizio per i cocainomani nel completo anonimato: in esclusiva nel reportage le interviste ad alcuni utenti.

Rispetto a un'immagine di Napoli città allo sbando della movida e della violenza, Napoli Città Solidale si chiede in che modo sia legata all'abuso di droghe e propone un approfondimento su quanto viene realizzato per aiutare chi soffre di dipendenze patologiche.

«C'è un probabile collegamento tra il consumo di droghe e i fenomeni di violenza che vedono protagonisti talvolta giovani e adolescenti – spiega il presidente di Gesco Sergio D'Angelo – oltre che con episodi di conflittualità nei luoghi del divertimento. L'abuso di sostanze è da sempre legato a temi quali la sicurezza e il benessere di una comunità anche se nell'agenda del Governo sembra non essere più all'ordine del giorno. Napoli però non è solo la città della movida violenta ma anche il luogo di pratiche virtuose, frutto di un'integrazione tra il servizio pubblico e il privato sociale che dovremmo cercare di non disperdere e anzi di rafforzare, per aiutare chi ha problemi di dipendenze, le loro famiglie e la comunità tutta in maniera sempre più proficua ed efficace».

Su questi temi il reportage di Napoli Città Solidale riporta il parere di esperti locali come Silvia Ricciardi (presidente dell'associazione Jonathan) e Samuele Ciambriello (garante dei detenuti della Campania) e nazionali come Riccardo De Facci (vicepresidente del Cnca, Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza). Infine offrono il loro punto di vista come testimoni privilegiati dei fenomeni sociali lo scrittore Maurizio Braucci e il cantante Daniele Sanzone.

 

Pubblicato in Campania

Vite indegne di essere vissute, nel delirante piano di Hitler e dei gerarchi nazisti. Non solo ebrei, rom, oppositori e omosessuali. Tra le tante, quelle delle persone disabili. Storpi, ciechi, sordi, soprattutto i folli: tutti destinati all’annientamento, in quella operazione che fu chiamata “Aktion T4”: un programma di eugenetica con il quale si stima che si siano soppresse tra le 100mila e le 200mila persone. Si sterilizzavano le persone con disabilità e si uccideva in primis – sotto l’attenta supervisione medica - chi aveva malattie genetiche, i malati inguaribili e i disabili mentali. 

Il nome di questa specifica operazione di sterminio, T4, è l'abbreviazione di "Tiergartenstrasse 4", la via di Berlino dove era situato il quartier generale dell'ente pubblico nazista per la salute e l'assistenza sociale. La designazione Aktion T4 non è nei documenti dell’epoca ma, secondo alcune fonti letterarie, i nazisti usavano il nome in codice Eu-Aktion o E-Aktion. E “Programma di eutanasia” è la denominazione utilizzata dai giudici durante il processo di Norimberga. Nel Mein Kampf (scritto mentre il futuro dittatore era in carcere per il fallito tentativo di colpo di Stato a Monaco di Baviera nel 1923) Hitler esprime chiaramente i suoi obiettivi di “selezione”: “Chi non è sano e degno di corpo e di spirito, non ha diritto di perpetuare le sue sofferenze nel corpo del suo bambino. Qui lo Stato nazionale deve fornire un enorme lavoro educativo, che un giorno apparirà quale un’opera grandiosa, più grandiosa delle più vittoriose guerre della nostra epoca borghese”. 

Il massacro dei bambini e degli adulti disabili, portato avanti da medici, è passato alla storia per essere stato l’unico crimine che il regime decise di sospendere sotto le pressioni dell’opinione pubblica. Sospensione più di facciata che effettiva, visto che, come ricorda la voce Aktion T4 della versione italiana di Wikipedia, l’ultimo bimbo soppresso fu Richard Jenne, 4 anni, ucciso il 29 maggio 1945, 21 giorni dopo la fine della guerra in Europa. Tuttavia il processo venne, se non fermato, sicuramente rallentato dalle pressioni della Chiesa cattolica e dalla protesta che montava nel popolo tedesco per la strage degli innocenti. 

L’Aktion T4 portò dunque alle estreme conseguenze i concetti di igiene razziale, eutanasia ed eugenetica che tra le due guerre non furono affatto una prerogativa della sola Germania. Come fa notare Ian Kershaw, il principale biografo di Hitler, nel saggio ‘All’inferno e ritorno’ pubblicato in Italia da Laterza, l’eugenetica derivava dal darwinismo sociale ed era considerata una scienza progressista ben prima della Grande Guerra, con estimatori del calibro dell’economista John Maynard Keynes, degli scrittori H.G. Wells e D.H Lawrence e del commediografo George Bernard Shaw. Si pensava che, selezionando gli esemplari di razza umana, si sarebbero eliminate, scrive Kershaw, “le caratteristiche che producevano la criminalità, l’alcolismo, la prostituzione e le altre forme di comportamento deviante”. Come ricordano Silvia Morosi e Paolo Rastelli sul blog Poche storie, “quando l’eugenetica che auspicava l’eliminazione degli ‘inadatti’ si incrociò con il razzismo e la ‘purezza di sangue’ predicate dal nazismo, si creò una miscela esplosiva in cui maturarono i peggiori eccessi”. 

(Fonte: Redattore Sociale/Ep)

 

Pubblicato in Nazionale

Anche se esistono trattamenti efficaci, ogni anno il veleno del morso di serpente uccide più di 100.000 persone in tutto il mondo, più di qualsiasi altra malattia tropicale negletta identificata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Tra le aree più colpite c’è l’Africa sub-sahariana, dove ogni anno il morso del serpente causa la morte di 20.000 persone.

Numeri che hanno spinto l’OMS a lanciare un ambizioso piano d’azione che ha come principale obiettivo quello di rispondere alla mancanza di accesso ad antidoti efficaci e di qualità, uno dei principali ostacoli che Medici Senza Frontiere (MSF) incontra in paesi come il Sud Sudan, la Repubblica Centrafricana e l’Etiopia. Il tema è nell’agenda del Comitato esecutivo dell’OMS in corso in questi giorni a Ginevra.

MSF tratta gratuitamente migliaia di casi all’anno nelle sue strutture. Tuttavia la grande parte delle vittime vive nelle aree rurali povere senza accesso alle cure mediche. “Tempestività e qualità del siero iniettato come antidoto, sono questi i due fattori che salvano la vita delle persone. Purtroppo nelle aree rurali le cure sono di fatto inaccessibili perché un trattamento di qualità costa molto di più di quello che la gente guadagna in un anno intero. Per i casi più gravi, sono necessarie più dosi di siero, portando oltre i 200 dollari il costo totale del trattamento”, dichiara la dottoressa Federica Zamatto di Medici Senza Frontiere. “A causa degli alti prezzi degli antidoti di qualità, si ricorre spesso a prodotti più economici di dubbia efficacia e sicurezza, che nulla possono contro l’alta mortalità e disabilità derivanti dai morsi di serpente”, aggiunge Zamatto. 

Ai morti, bisogna infatti aggiungere le centinaia di migliaia di persone che restano disabili in modo permanente. “Questo tragico incidente può portare a serie limitazioni motorie causate dalla retrazione di articolazioni, oppure a una sfigurazione del volto stigmatizzante con complicazioni di tipo psicologico”, osserva ancora Zamatto.

Dato che le onerose spese dirette sostenute oggi dai pazienti sono oggi le maggiori barriere di accesso, MSF auspica lo sviluppo di un sistema di finanziamento internazionale di approvvigionamento di sieri sicuri e di qualità. Per salvare vite, c’è bisogno di metter in piedi un meccanismo internazionale di finanziamento per gli antidoti e includere il trattamento per il morso di serpente nelle politiche di copertura sanitaria universale.  I sieri, iniettati nei pazienti per endovena, sono medicinali derivati dal sangue dei cavalli che vengono “iperimmunizzati” con il veleno dei serpenti.

Per fermare questa crisi, deve essere messo in atto il piano d’azione dell’OMS a livello nazionale, regionale e globale. Gli antidoti efficaci e di qualità devono essere disponibili gratuitamente – o quanto meno a prezzi decisamente inferiori – per curare le vittime del morso di serpente.

Più persone avranno accesso a trattamenti salva-vita

La percentuale delle vittime di morsi di serpente in Africa che hanno accesso a qualunque tipo di trattamento con antidoto (anche di quelli non efficaci) è molto bassa. L’alto prezzo degli antidoti si traduce nel fatto che molte delle vittime si rivolgono a metodi di cura tradizionali prima di recarsi in ospedale – anche se nessuno di questi metodi è efficace. Se i trattamenti di qualità fossero disponibili gratuitamente o a un prezzo molto basso, le persone sarebbero più disposte a cercare cure efficaci prima di arrivare in ospedale, quando spesso è troppo tardi.

Gli antidoti non efficaci scompariranno

Nel mercato africano si sono diffusi alcuni antidoti di bassa qualità perché il prezzo è più economico. Se gli antidoti di qualità fossero sovvenzionati dall’OMS, rendendoli così disponibili gratuitamente o a un prezzo molto più basso per chi ne ha bisogno, la produzione delle alternative più economiche e di bassa qualità non sarebbe più un business percorribile.

L’antidoto sarà il trattamento preferito nell’Africa sub-sahariana

Data l’inefficacia dei prodotti di scarsa qualità, gli operatori sanitari e le comunità esitano a utilizzare l'antidoto. Un migliore accesso a trattamenti di qualità è cruciale per ripristinare la fiducia della popolazione sull’uso dell’antidoto come migliore cura del morso di serpente.

Le persone morse saranno trattate con il giusto dosaggio

Il numero delle fiale necessarie per trattare un morso di serpente dipende dalla quantità di veleno iniettato nella persona quando è stata morsa e dalla potenza dell’antidoto utilizzato. Spesso, le persone non ricevono il dosaggio raccomandato di antidoto perché possono permettersi solo una parte della terapia. Le persone non hanno bisogno del dosaggio che possono permettersi ma di quello che evita loro una disabilità o la morte.

Aumenterà il numero dei fornitori africani di antidoti efficaci e di qualità

Molti fornitori di antidoti di qualità hanno interrotto la produzione poiché poco redditizia. Fav-Afrique, prodotto da Sanofi-Pasteur, è l’esempio più recente del ritiro di un prodotto che, invece, ha contribuito a salvare migliaia di vite. Se l’offerta e la disponibilità di antidoti efficaci di qualità fossero sovvenzionate, assicurando un prezzo economicamente sostenibile per i produttori, la domanda per i trattamenti di qualità crescerebbe.

Al momento, come primo passo, l’OMS sta valutando gli antidoti esistenti per l’Africa sub-sahariana per identificare cosa fa di un antidoto un trattamento efficace di qualità e far scomparire dal mercato quelli inefficaci. Dato che le onerose spese dirette sostenute oggi dai pazienti sono oggi le maggiori barriere di accesso, il passo successivo dovrà essere lo sviluppo di un sistema di finanziamento internazionale di approvvigionamento di sieri sicuri e di qualità. Per salvare vite, i paesi e i donatori devono agire ora supportando un meccanismo internazionale di finanziamento per gli antidoti e includendo il trattamento per il morso di serpente nelle politiche di copertura sanitaria universale. 

Per garantire una risposta globale al morso di serpente, l’OMS, i paesi e i donatori devono anche impegnarsi a: supportare la ricerca e lo sviluppo di nuovi trattamenti e nuovi strumenti diagnostici; migliorare la formazione per gli operatori sanitari e organizzare campagne di sensibilizzazione nelle comunità sulla pericolosità e le strategie di prevenzione del morso del serpente; creare un sistema di monitoraggio sul reale numero e distribuzione dei morsi di serpente nei paesi colpiti; intensificare il lavoro per controllare la qualità degli antidoti

Durante la riunione del Consiglio Direttivo dell’OMS a Ginevra di questo mese, gli Stati membri hanno discusso una proposta di risoluzione da sottoporre all’approvazione dell’Assemblea Mondiale della Sanità che si terrà a maggio. La risoluzione proposta e il piano d’azione dell’OMS rappresentano una grande opportunità. È arrivato il momento per i governi e i donatori di prevenire morti e disabilità dovute ai morsi di serpente.

 

Pubblicato in Salute

Si è svolto presso il Tecnopolo di Reggio Emilia il Workshop “How to Cooperate-Design Thinking”. L'iniziativa rientra rientrante nel Progetto “Bellacoopia University”, giunto alla sua quinta edizione e promosso congiuntamente da Legacoop Emilia Ovest e Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. Bellacoopia University è un percorso formativo riservato agli studenti universitari per la conoscenza dell’impresa cooperativa e la redazione di progetti di impresa innovativi.

Al workshop, collocato strategicamente a metà del percorso formativo 2017-2018, hanno partecipato oltre 70 studenti provenienti dai 4 Dipartimenti dell'Università con sede a Reggio Emilia: Scienze e Metodi dell’Ingegneria, Comunicazione ed Economia, Educazione e Scienze Umane, Scienze della Vita e dal Dipartimento di Economia “Marco Biagi” di Modena.

La giornata si è aperta con l’illustrazione del processo creativo di emersione delle idee del “Design Thinking”, da parte del professor Matteo Vignoli e del suo team, cui è seguito il lavoro di gruppo degli studenti, chiamati a confrontarsi sulle “sfide” lanciate dalle cooperative tutor che collaborano al progetto. Le cooperative che quest’anno hanno accompagnato il percorso come tutor sono Accento, Coopselios, Coopservice, CIR food, Coop Alleanza 3.0, Greslab, Sicrea.

"L’obiettivo - spiegano Daniela Cervi e Matteo Pellegrini di Legacoop Emilia Ovest, che coordinano il progetto - è quello di sottoporre problematiche aziendali concrete agli studenti, cercando soluzioni alternative e punti di vista originali rispetto a consuetudini consolidate, sviluppando percorsi di innovazione che consentano, reciprocamente, un accrescimento delle conoscenze iniziali. Gli studenti - proseguono Cervi e Pellegrini - avranno ora sino alla fine di marzo per sviluppare un’idea imprenditoriale sostenibile, accompagnata da una valutazione di natura economico-finanziaria, il più possibile conforme a quanto emerso nel corso della giornata di workshop sulla base della contaminazione reciproca tra suggestioni lanciate dalle cooperative e risposte progettuali degli studenti".

 

Pubblicato in Emilia-Romagna

“Il fascismo ha fatto cose buone”, dice Salvini. In Friuli il comune di Gorizia celebra la X Mas con Casa Pound. Le dichiarazioni sulla “razza bianca” del candidato di centrodestra in Lombardia. Non sono frasi e atti messi a caso ma il cappello politico sui dati che Swg pubblica oggi sull’avanzata delle idee neonaziste nel nostro Paese.

“C’è un’amara constatazione che, nell’approssimarsi del Giorno della Memoria, si è costretti a fare. Gli anticorpi anti-nazisti sembrano perdere di vigore, mentre nelle viscere della società, specie nei segmenti sociali più bassi e poveri, le spinte e le simpatie verso quest’ideologia ampliano la propria capacità di presa”, scrive l’istituto statistico.

Negli anni Cinquanta del secolo scorso il filosofo tedesco di origine ebraica Theodor W. Adorno (costreBo ad abbandonare la Germania con l'arrivo al potere di Adolf Hitler) scriveva, con angosciata forza: “Il nazismo vive ancora”. Per lui la minaccia non era quella del ritorno del fascismo contro la democrazia, ma, piuttosto, quella della sopravvivenza del fascismo nella democrazia. Un monito che ritorna tristemente attuale e reale oggi, non solo e non tanto per i fatti di cronaca, quanto e soprattutto per l’emergere, nell’opinione pubblica italiana, di forme di giustificazionismo e d’indulgenza verso le espressioni neonazi.

I dati

“Il 65% degli italiani ritiene importante combattere il ritorno delle ideologie naziste e fasciste, ma il 27% del Paese lo ritiene poco o per nulla importante (e a questa quota si aggiunge il restante 8% che non ha una propria opinione sul tema). Tra i giovanissimi under 24 anni, il ripudio dell’ideologia neonazista è decisamente forte e coinvolge il 78% dei ragazzi. Situazione leggermente differente tra i 25-34enni, dove la repulsione scende al 60%. Il quadro più inquietante, tuttavia, giunge dai diversi segmenti sociali. I soggetti più attratti dalle pulsioni neonaziste o neofasciste si rintracciano tra i ceti poveri del nostro Paese: il 55% si colloca su posizioni indulgenti e contrarie a combattere le ideologie naziste e fasciste. Molto minore è, complessivamente, l’accettabilità e l'accondiscendenza verso le azioni o i raid neonazisti: il 75% degli italiani si schiera per una repressione immediata. I più indulgenti verso le azioni neonazi sono i giovani tra i 25 e i 34 anni e i segmenti sociali più disagiati”.

Il consenso tra i ceti medio-bassi

“Quest’ultimo dato conferma la netta separazione di classe esistente di fronte al revanscismo neonazista. Il ceto medio è maggiormente schierato per la repressione di qualunque raid di stampo nazista, con il 77% di favorevoli, il 18% di contrari e il 5% che si dichiara indifferente. Il quadro cambia tra i ceti più poveri con il 36% di favorevoli alla repressione, il 24% di contrari e il 40% di indifferenti”.

Nell’ordinamento giuridico italiano l’apologia del fascismo è un reato (art. 4 della legge 20 giugno 1952, n. 645 contenente "Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione"). Tra gli italiani la punibilità di quanti magnificano tali ideologie è piuttosto fredda. “Il 60% delle persone è favorevole a colpire chi inneggia al fascismo e il 68% è concorde nel chiedere di perseguire quanti celebrano il nazismo. A fronte di questa maggioranza, nel Paese è presente una folta minoranza di persone che non concorda con le ipotesi repressive delle opinioni fasciste o naziste. Il 31% dell’opinione pubblica, con in testa i ce- più poveri (39%), avversa qualunque idea di impedimento dell’espressione delle idee neofasciste”.

“Un po’ differente è la sensibilità sull’apologia del nazismo. I contrari alla repressione di quanti inneggiano a Hitler e alle sue idee, scendono al 23%. Tra i trentenni la contrarietà alla repressione sale leggermente (25%), mentre vola più in alto tra i segmenti più poveri della popolazione (37%). Complessivamente il 51% degli italiani ritiene il neo-nazismo un reale pericolo per il nostro Paese e il 43% afferma di provare paura di fronte alle espressioni neonaziste”. Il Giorno della Memoria, per non dimenticare mai Ebrei, Rom e tutti coloro che sono morti per mano dei nazisti nei campi di concentramento, è anche l’occasione per riflettere sull’Italia di oggi.

Sul fatto che, nella nostra società, specie nei segmenti sociali economicamente più disagiati, le spinte, le pulsioni, i vagheggiamenti neonazisti sono tutt’altro che spenti e che il monito di Theodor W. Adorno è quanto mai attuale

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