Login to your account

Username *
Password *
Remember Me
Giovedì, 18 Aprile 2019

Articoli filtrati per data: Mercoledì, 31 Gennaio 2018 - nelPaese.it

Un evento per la presentazione nella del libro di Carmela Moretti “La terra che cura – come la cooperativa Garibaldi vince l’autismo” nella sede della Cooperativa Garibaldi Podere Lazio a Roma. La storia della Cooperativa sociale integrata agricola “Giuseppe Garibaldi” è parte ormai della centenaria storia dell’Istituto Tecnico Agrario “Giuseppe Garibaldi”, nel quale ha portato un innovativo progetto di inclusione di autismo e disabilità intellettiva in ambito scolastico e lavorativo.

La Cooperativa “G. Garibaldi” è nata come laboratorio della scuola per rispondere alle esigenze degli allievi con disabilità e delle loro famiglie, ma anche per offrire a tutti gli studenti (coinvolti nei percorsi di inclusione in qualità di pari) nuove opportunità formative. E’ nata con il sostegno dell’associazionismo cittadino e nazionale e con l’incoraggiamento degli enti locali, Municipi e Asl, firmatari di un protocollo di Intesa interistituzionale per la realizzazione di un progetto di inclusione scolastica degli allievi con Autismo iscritti all’Istituto “Garibaldi”.

La Cooperativa, dal 2010 a oggi, è divenuta la sede sperimentale di nuovi percorsi di abilitazione, mentoring e avviamento al lavoro; il luogo in cui per la prima volta anche giovani adulti con Autismo con bisogno di supporto intensivo si affacciano al mondo del lavoro, e lo fanno con un successo inaspettato; l’epicentro di un movimento di associazioni, famiglie e professionisti che chiedono maggiore rispetto delle leggi e, in particolare, l’attivazione dell’articolo 14 della Legge 328 del 2000, che sancisce che ognuno ha diritto a un proprio “Progetto Individuale”.

Il Progetto Individuale, di cui la famiglia può chiedere la predisposizione al Comune, analizza, organizza e ottimizza tutte le risorse economiche e umane che ruotano intorno alla vita di una persona con autismo: i servizi sociali, scolastici, sanitari e del privato sociale vengono messi in un unico piano di cura, condiviso da tutti e coordinato da un case manager. Oltre all’autrice del libro, nel corso dell’evento sono intervenuti il Prof. Fiorenzo Laghi (Università La Sapienza), Massimiliano Smeriglio (Vicepresidente Regione Lazio), Marta Bonafoni (Consigliera Regione Lazio), Placido Putzolu (Presidente Legacoop Lazio), Leonardo Palmisano (Presidente Cooperativa Radici Future), Maurizio Ferraro (Presidente Cooperativa Garibaldi), Stefano Latini (Presidente Consiglio d’Istituto I.T.A.G. Garibaldi

Pubblicato in Lazio

Coopfond sostiene il piano di investimenti della cooperativa ferrarese Ambra per la ristrutturazione e l’ampliamento di una residenza per servizi di assistenza a patologie psichiatriche, oltre ad ulteriori servizi come centro diurno. Un altro passo per qualificare l’offerta della cooperativa che sta conoscendo un periodo di particolare espansione geografica e dei servizi offerti.

Ambra è una cooperativa sociale di tipo A che realizza un fatturato di circa 20 milioni di euro, con 581 dipendenti e 306 soci lavoratori. È presente anche in Lombardia, Veneto, Friuli e Abruzzo, nei settori dei servizi per infanzia, salute mentale e anziani. Già nel 2014 ha avviato un importante processo di riorganizzazione incorporando alcune piccole realtà, ampliando il mercato di riferimento e ricapitalizzando, con il supporto dei soci e del Fondo mutualistico, la cooperativa.

Grazie alla specializzazione sempre più importante nel settore riabilitativo e della salute mentale, ha acquisito importanti appalti nel territorio di Milano. A Ferrara, sempre in questo ambito, ha vinto un importante appalto della Ausl per 4 anni che comprende tra l’altro attività già svolte e attività da avviare nella struttura di Villa Vittoria, acquisita in leasing dalla cooperativa, e caratterizzata da marginalità su percentuali notevolmente più elevate rispetto alla media aziendale.

 

Pubblicato in Emilia-Romagna

Si è svolto oggi a Roma, presso il Dipartimento della Protezione Civile, il primo incontro del progetto RETRACE-3D (centRal italy EarThquakes integRAted Crustal modEl), finalizzato alla caratterizzazione tridimensionale, geologica e sismotettonica, del volume di crosta terrestre che, a partire dal 24 agosto 2016, è stato interessato dalla sequenza sismica che ha colpito il centro Italia.

Il progetto, che ha durata di un anno rinnovabile, è il risultato di una collaborazione tra il Dipartimento della Protezione Civile, l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), il Consiglio Nazionale delle Ricerche – che partecipa con l'Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria (CNR-IGAG) e l'Istituto per il Rilevamento Elettromagnetico dell'Ambiente (CNR-IREA) –, e l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), con la collaborazione di Eni e Total, entrambe realtà private ma anch'esse parte del Servizio nazionale della protezione civile, che hanno messo a disposizione i propri dati di sottosuolo.

“RETRACE-3D rappresenta quindi un esempio di collaborazione virtuosa tra protezione civile, comunità scientifica e settore privato, su obiettivi di interesse comune per il Paese, in particolare con lo scopo di ottenere una ricostruzione di alta qualità delle possibili sorgenti sismogenetiche presenti in quel settore di crosta terrestre e una distribuzione in 3D dei diversi tipi di rocce nel sottosuolo, che permetta una localizzazione più precisa dei terremoti”.

A queste finalità se ne aggiungono altre più strettamente scientifiche, come lo sviluppo di modelli dinamici vincolati da dati di tipo satellitare, e approfondimenti su possibili applicazioni future, ad esempio nel campo degli studi di microzonazione sismica. Al kick-off meeting hanno partecipato i vertici degli Enti promotori del progetto e rappresentanti di Eni, Total e della Direzione generale per la Sicurezza anche ambientale delle attività minerarie ed energetiche (DGS-UNMIG) del Ministero dello Sviluppo Economico, nonché esponenti della Commissione Grandi Rischi.

 

Pubblicato in Ambiente&Territorio

Il tribunale di Istanbul ha disposto dopo quasi otto mesi di carcere il rilascio con la condizionale di Taner Kılıç, presidente di Amnesty International Turchia. Il processo nei confronti di Taner Kılıç, della direttrice di Amnesty International Turchia İdil Eser e di altri nove difensori dei diritti umani falsamente accusati di terrorismo, andrà avanti. È uno dei tanti processi nei confronti della società civile turca nell’attuale contesto di repressione in Turchia.

“È un enorme sollievo sapere che Taner sarà di nuovo presto accanto a sua moglie e alle sue figlie – ha dichiarato la direttrice per l’Europa di Amnesty International Gauri van Gulik - e dormirà nel suo letto per la prima volta dopo quasi nove mesi. Ma non possiamo dimenticare che nelle prigioni turche rimangono molte persone innocenti, senza uno straccio di prova nei loro confronti. Questi procedimenti giudiziari infondati sono un tentativo per ridurre al silenzio le voci critiche della Turchia ma sono solo serviti a ribadire l’importanza dei diritti umani e di coloro che dedicano la loro vita a difenderli”. Taner Kılıç, presidente di Amnesty International Turchia, è stato arrestato il 6 giugno 2017 e posto in stato di detenzione tre giorni dopo. Altri 10 attivisti, tra cui la direttrice di Amnesty International Turchia İdil Eser, sono stati arrestati un mese dopo. Otto di loro sono stati tenuti in carcere per quasi quattro mesi prima di essere rilasciati su cauzione alla fine della prima udienza.

L’accusa nei loro confronti, priva di fondamento e a sostegno della quale la pubblica accusa non ha ancora presentato alcuna prova concreta degna di questo nome, è di “appartenenza a un’organizzazione terroristica”. L’accusa per Taner Kılıç è di aver scaricato e utilizzato l’applicazione di messaggistica ByLock, che secondo la procura turca era usata dai membri del movimento Gülen per le loro comunicazioni. Tuttavia, due analisi indipendenti commissionate da Amnesty International sul telefono di Taner Kılıç hanno concluso che sul suo telefono non c’era la minima traccia dell’applicazione. Finora, la procura non ha fornito alcuna prova a sostegno dell’accusa né ha dimostrato alcun comportamento penalmente rilevante.

Il mese scorso le autorità turche hanno ammesso che migliaia di persone erano state ingiustamente accusate di aver scaricato l’applicazione. Dopo aver pubblicato i numeri di telefono di 11.480 utenti, ne era derivata una scarcerazione di massa di cui Taner Kılıç non aveva beneficiato. Oltre un milione di persone da 194 paesi e territori, tra cui decine di personalità e figure autorevoli, hanno firmato gli appelli di Amnesty International per chiedere il rilascio di Taner Kılıç e degli altri difensori dei diritti umani arrestati nell’estate 2017.

“I nostri ringraziamenti vanno a oltre un milione di persone che hanno chiesto il rilascio di Taner. Hanno dimostrato che quando ci battiamo per la giustizia in prima persona, quando agiamo e parliamo con una sola voce, veniamo ascoltati. Oggi ci prendiamo un piccolo momento per festeggiare. Domani riprenderemo la nostra lotta per ottenere l’annullamento di tutte le accuse nei confronti di Taner, degli altri 10 co-imputati e di tutte le altre vittime innocenti intrappolate in questo feroce giro di vite”, conclude Gauri van Gulik

Pubblicato in Nazionale

Alla vigilia del primo anniversario della firma del Memorandum d'intesa sottoscritto tra Italia e Libia il 2 febbraio 2017 per impedire le partenze di migranti e rifugiati verso l'Europa, Amnesty International ha denunciato che migliaia di persone restano intrappolate nei campi di detenzione libici dove la tortura è all'ordine del giorno. "Un anno fa il governo italiano, appoggiato da quelli europei, ha sottoscritto un equivoco accordo col governo della Libia a seguito del quale migliaia di persone sono finite intrappolate nella miseria, costrette a subire tortura, arresti arbitrari, estorsioni e condizioni di detenzione inimmaginabili nei centri diretti dalle autorità libiche"; ha dichiarato Iverna McGowan, direttrice dell'ufficio di Amnesty International presso le Istituzioni europee.

Secondo il Memorandum, l'Italia avrebbe collaborato con le autorità militari e di controllo delle frontiere della Libia per "fermare le partenze dei migranti irregolari"; in altre parole impedire ai migranti, così come ai rifugiati, di raggiungere l'Europa. La strategia italiana era coerente col più ampio approccio europeo, tanto che venne fatta propria dai leader europei il 3 febbraio con la "Dichiarazione di Malta". Da allora, il governo italiano e l'Unione europea hanno fornito alla Guardia costiera libica imbarcazioni, formazione e ulteriore assistenza per pattugliare il mare e riportare indietro rifugiati e migranti in fuga disperata verso l'Europa. Nel 2017, circa 200.000 persone sono state intercettate in mare dalla Guardia costiera libica e trasferite nei famigerati centri di detenzione del paese.

"L'Europa deve urgentemente porre il tema della dignità umana al centro delle sue politiche in materia d'immigrazione. Se l'Italia è al posto di guida, tutti i governi europei che cooperano con la Libia nel controllo delle frontiere hanno la loro parte di responsabilità per il trattenimento di migranti e rifugiati in centri dove si verificano violenze indescrivibili", ha sottolineato McGowan. Negli ultimi pochi mesi, i programmi per il "ritorno assistito volontario" dei migranti trattenuti in Libia sono stati estesi: nel 2017 19.370 persone sono tornate nei paesi d'origine. Sono stati attuati positivamente più modesti progetti pilota per il reinsediamento di poche centinaia di rifugiati in Francia e Italia.

Far sì che le persone intrappolate nei terribili centri di detenzione della Libia siano rilasciate dev'essere una priorità, ma l'evacuazione dei migranti tramite i programmi di ritorno volontario non può essere la soluzione sistematica. Dev'esserci piena trasparenza per comprendere se le persone "ritornate volontariamente" abbiano avuto accesso a procedure adeguate e non siano state rimandate verso ulteriori violazioni dei diritti umani. Inoltre, devono essere poste in essere alternative più durature come l'aumento dei reinsediamenti e il rilascio di visti umanitari.

"In ogni parte del mondo la gente è rimasta scioccata dall'agghiacciante situazione dei migranti e dei rifugiati in Libia. I governi europei hanno reagito con rimedi provvisori, come le evacuazioni senza alcuna garanzia che le persone tornate nei luoghi di origine possano riprendere una vita in condizioni di sicurezza. Sollecitiamo i leader europei ad assicurare che quelle garanzie siano applicate, soprattutto mediante l'offerta di posti per il reinsediamento e visti umanitari per le persone che sono in un disperato stato di necessità", ha concluso McGowan.

Amnesty International sta anche sollecitando i governi europei a lavorare con le autorità libiche per ottenere la fine delle politiche di detenzione arbitraria e a tempo indeterminato dei rifugiati e dei migranti e il riconoscimento dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati e del suo intero mandato.

Le storie

Abusi di ogni genere: inferno senza fine. “Dopo il terribile viaggio nel deserto speravo che in Libia la situazione sarebbe stata migliore di quello che avevo vissuto – racconta Blessing, 24 anni,  nigeriana -. Pensavo che sarei stata impiegata come domestica in una casa di arabi, come mi era stato detto. Mi hanno invece portata in un centro, dove sono rimasta molti mesi. Mi davano da mangiare un pugno di riso ogni giorno, me lo versavano sulle mani. Vendevano il mio corpo agli uomini arabi e io non potevo sottrarmi. Quando ho provato a farlo sono stata brutalmente picchiata e violentata”. Francis, 20 anni, gambiano racconta di essere stato rapito da una banda criminale. “Ci hanno portato in uno stanzone dove eravamo in 300. Sono rimasto lì per 5 mesi. Ogni giorno ci costringevano a lavorare per loro e chi si opponeva, era morto. Le donne venivano picchiate e violentate; i ragazzi tenuti in prigione e venduti come servi a famiglie libiche".

La sua testimonianza fa parte del rapporto pubblicato oggi da Oxfam e Borderline Sicilia, alla vigilia dell’anniversario del Memorandum Italia-Libia, firmato il 2 febbraio 2017. Testimonianze drammatiche di uomini, donne e minori, riusciti a scappare e arrivare in Italia, che confermano rapimenti, omicidi, stupri, lavori forzati.

(Fonte: Redattore Sociale)

 

 

 

 

Pubblicato in Nazionale

Il Patto per il Parco Basaglia di Gorizia, modello di relazioni virtuose tra ente pubblico e cooperazione sociale. Un’Ati (associazione temporanea d’impresa) tra due cooperative sociali di inserimento lavorativo (Arcobaleno di Gorizia e La Collina di Trieste) sta gestendo la palestra e la sala musica del Parco Basaglia, strutture ambedue usufruite dalle associazioni del territorio. L'idea progettuale nasce al festival è Storia del 2016, dove, in un dialogo tra diverse realtà goriziane e regionali (Regione, Provincia, Università di Trieste, Palazzo del Cinema e le due cooperative sociali, si pone all’opinione pubblica il tema del recupero e della valorizzazione di un giacimento culturale da tempo abbandonato.

Il resoconto dell’iniziativa è visibile qui. Stiamo parlando di un grande patrimonio naturalistico e storico, meritorio di essere restituito ad una fruizione integrale della collettività locale, e per di più collocato giusto sulla linea di confine che, dal 1945 al 2004 ha diviso le varie parti della città. Infatti, come ha scritto la stessa AAS 2 nel suo bando, «Il Parco Basaglia si definisce come patrimonio di natura, architettonico e di memoria.

Nato come area che circondava il Manicomio aperto nel 1911, sotto l’allora Impero Asburgico, dopo il primo conflitto mondiale rimase inattivo fino alla riapertura delle attività in quello che divenne l’Ospedale Psichiatrico Provinciale nel 1933. Da allora le attività all’interno del parco continuarono secondo quelle che erano le pratiche e le consuetudini di funzionamento di tutti gli OPP italiani: una cittadella autonoma, confinata ai margini della città, destinata ad accogliere e segregare persone “pericolose per sé e per gli altri e di pubblico scandalo” come recitava la legge del 1904.

“Nel novembre del 1961 – scrive Gian Luigi Bettoli, responsabile Legacoopsociali Fvg e componente della presidenza nazionale - con l’arrivo di Franco Basaglia il parco si trova ad ospitare l’inizio di un percorso rivoluzionario che cambierà completamente il modo di intendere la malattia mentale e di prendersene cura. E soprattutto cambierà la vita di tutte quelle persone che nel loro esistere sperimentano la sofferenza mentale. Questo fa del Parco Basaglia un luogo di incredibile valore storico e simbolico, che a ben diritto deve stare tra i luoghi di maggior pregio storico della città di Gorizia. Come tutti i parchi che ospitavano gli ospedali Psichiatrici, dopo la sua istituzione all’inizio del secolo, e dopo la sua decostruzione negli anni settanta, avrebbe dovuto necessariamente vivere una nuova stagione di commistione fra aspetti sociali, culturali e scientifici”.

Così a Gorizia non è stato e il Parco aspetta ancora di assumere una sua identità. La collocazione del Parco lungo quello che fu un confine di dolorosa memoria, gli fa assumere una valenza strategica e un valore straordinari nella ricerca del suo pieno utilizzo e della sua valorizzazione in termini economicamente compatibili e socialmente utili, nello spirito della ritrovata vicinanza tra le due popolazioni confinanti: italiana e slovena. Quello che è stato “il luogo della psichiatria” deve essere “il luogo della città“ o meglio “delle città“: Gorizia, Nova Gorica, Šempeter unite nello scenario configurato dal GECT-Go. Un parco bello e utile, luogo di relazioni culturali, di produzione di salute, e di opportunità per i cittadini.

L’iniziativa ha trovato notevole interesse nel mondo professionale, come dimostra il recente n. 41 della rivista Festival dell’architettura magazine, a cura di Angela D’Agostino dell’Università di Napoli, dedicata al Rapporto sullo stato degli ex ospedali psichiatrici in Italia.

"Le cooperative sociali - aggiunge Bettoli - sono anch’esse sono ambedue storiche realtà nate dall’esperienza della deospedalizzazione psichiatrica avviata dall’équipe di Franco Basaglia dapprima a Gorizia e poi a Trieste. L’affidamento è avvenuto nel 2017 tramite una gara riservata alle “cooperative sociali B” (cioè quelle di inserimento lavorativo di persone svantaggiate), da parte dell’AAS 2 “Bassa Friulana-Isontina”, ai sensi delle due leggi speciali di settore, la 381 del 1991 e la regionale 20 del 2006. Norme così importanti per la loro finalità sociale, da essere state sempre confermate, ed implementate nei loro effetti, dalla legislazione successiva: Direttive dell’Unione Europea, Codici degli Appalti e leggi sulla spending review”.

L’affidamento volto ad affidare i due immobili per renderli disponibili alla collettività goriziana, nell’ambito di un programma di riqualificazione dello storico parco dell’ex Ospedale Psichiatrico Provinciale. Infine (last, but not least) nel dicembre scorso la Giunta Regionale del Friuli Venezia Giulia, con una sua deliberazione, ha provveduto ad implementare il programma di valorizzazione del Parco Basaglia, attraverso l’approvazione di una convenzione tra Regione ed AAS 2, volta ad introdurre nuovi interventi. La convenzione prevede l’implementazione del partenariato tra il pubblico ed il privato sociale, con l’obiettivo della ri-animazione del parco.

 

 

 

Pubblicato in Economia sociale

"NuovaMENTE" si unisce agli appelli lanciati in questi ultimi giorni dalla cooperativa.  L'associazione dei familiari degli Ospiti assistiti presso la Comunità Residenziale Psichiatrica Futura di Maropati si dichiara “fortemente preoccupata dal fatto che  l'inerzia,  l'indifferenza e forse anche per il disinteresse dimostrato fin qui dalla direzione dell'Azienda Sanitaria reggina,  possa far chiudere una realtà che, come poche, sa dare vanto a questa terra”. 

"In una situazione nella quale da mesi si allunga l'agonia dei Soci lavoratori – scrive l’associazione - che continuano ad  operare con sacrificio, passione ed a proprie spese,  mantenendo un servizio efficiente e fino ad oggi di aiuto necessario non solo all'utente diretto ma a quanti, come noi familiari,   vivono e si trovano a gestire  in solitudine  il problema  del disagio psichiatrico,  riteniamo vergognoso  rilevare il prolungarsi  di questa triste vicenda oramai nota a tutti".

Per i familiari ciò rappresenta “un chiaro segnale  di  assenza ed inefficienza delle  istituzioni in cui  brilla fra tutte l'assenza di una politica sanitaria all'interno dell'Azienda Sanitaria provinciale di Reggio Calabria e della stessa politica che,  tanta comprensione è pronta a dimostrare solo quando si tratta di proclami e propaganda elettorale”. L'associazione "NuovaMENTE " si opporrà con tutte le forze ad un disegno miope volto, forse, al risparmio di qualche manciata di euro sul breve periodo, ma con pesantissime ricadute sulla vita delle persone affette da disturbi psichiatrici, in un territorio in cui la Futura rappresenta oggi l'unica risposta di qualità del  servizio.

"Ci schieriamo a fianco dei lavoratori che si sentono umiliati dall'indifferenza dimostrata dall'Azienda Sanitaria preposta alla definizione della problematica e difendiamo la dignità di persone che vogliono continuare  a vivere  un'esperienza, quale quella della Futura, che non può essere cancellata dal vuoto istituzionale in cui si trova la psichiatria reggina" dichiara il Il Presidente dell'Associazione.

A nulla sono valse gli appelli e le denunce della cooperativa, che ha invano inseguito la strada del confronto rispettoso e del dialogo  civile, sperando in una risoluzione della problematica che oltre a garantire il pagamento di quanto dovuto, assicurasse la continuità di un servizio essenziale e unico nel territorio.   

“Facciamo appello a tutti gli amministratori locali, a tutte le forme associative locali, a tutto il terzo settore, alle organizzazioni sindacali ed  a tutta l'opinione pubblica del territorio di non permettere che ciò avvega, ma che si uniscano alla protesta, pronti ad essere presenti nel sostenere la battaglia che la  Cooperativa FUTURA e noi insieme  porteremo avanti  per rendere i nostri territori luoghi degni di vita e di dignità, con servizi adeguati e di qualità  per le persone con disabilità”. 

 

 

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione

In Campania ci si ammala di più ai polmoni rispetto al resto del Paese. I dati e le cause dell’’Associazione Italiana di Oncologia Toracica (AIOT) rispondono nei fatti a chi dice che la Terra dei Fuochi non è mai esistita. Ogni anno in Italia si registrano circa 38 mila nuovi casi di tumore al polmone, il  15% dei quali (circa 4.800) in Campania. Mentre il dato nazionale indica che negli uomini, dal 2008 al 2016,  c’è stata una diminuzione dell’ incidenza dei casi di tumore del polmone e della prostata (-2,5% per anno), il Registro Tumori Campano evidenzia, per la stessa fascia di popolazione, maggiori tassi di incidenza del tumore al polmone rispetto alla media nazionale.

Se in parte il fenomeno è probabilmente dovuto al fatto che la  Campania  è la Regione con la più alta percentuale di fumatori negli ultimi venti anni, ma presentando un tasso di tabagisti poco superiore alla media nazionale (31% contro il 28). Nel solo 2015, inoltre, la Regione ha registrato la comparsa di  3.844 nuovi casi di carcinoma polmonare.

Sui fattori che possono favorire l’insorgenza del tumore del polmone, in primo piano restano, oltre al fumo, l’inquinamento ambientale e atmosferico:  “Nelle  zone in cui sono presenti discariche abusive dove spesso i rifiuti vengono bruciati - dichiara Carlo Curcio, Direttore UOC Chirurgia Toracica Ospedale dei Colli -  si è registrata una maggiore incidenza tumorale. Oltre  ad essere inquinato il sottosuolo, infatti, si registrano nell’aria forti concentrazioni di diossina e altri gas tossici. Nell’area di Bagnoli invece ci sono ancora altissime concentrazioni di radon nel sottosuolo, in una quantità molto superiore a quelle consentite. Se si volesse veramente parlare di prevenzione, bisognerebbe bonificare questi ambienti ad altissimo rischio per la salute pubblica.”

Questi dati si aggiungono alle parole del presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Ricciardi che a Presa Diretta fornì i numeri dell’aspettative di vita nel Mezzogiorno. E, soprattutto, del disastro della sanità pubblica nel meridione. Tra le varie cause, infatti, vanno aggiunti anche i cosiddetti stili di vita, la prevenzione individuale e i controlli periodici, soprattutto per gli individui maggiormente a rischio: “Occorre adottare stili di vita corretti abolendo completamente il fumo, seguendo una corretta alimentazione e svolgendo  attività fisica che  favorisca il ricambio di ossigeno nei polmoni – conclude. A questo si aggiungono gli screening periodici. Le TAC di cui disponiamo oggi  permettono  di intravedere neoplasie anche inferiori ai 5 millimetri.  Da sola, però, la TAC non basta, perché alcuni tumori molto aggressivi a distanza di sei mesi possono presentarsi per la prima volta già in fase avanzata.  Per cui ci viene in aiuto una importante novità che è la biopsia liquida, un particolare esame del sangue che monitora le mutazioni di alcuni elementi presenti nell’acido ribonucleico (RNA) che indicano la predisposizione del soggetto all’insorgenza del tumore. Se si notano queste  mutazioni, lo screening andrà effettuato non più  due volte l’anno, ma ad una distanza molto più ravvicinata, che permetterà di intercettare l’eventuale tumore allo stadio iniziale“.  

Resta, però, un problema drammatico quello della prevenzione. I tempi delle liste di attesa per un esame arrivano anche a 1 anno. Chi non ha i soldi per ricorrere alle cure e alla prevenzione privata è seriamente a rischio. E quello della povertà sanitaria, soprattutto al Sud, è il tema strettamente legato ai fattori ambientali: due fattori che stanno mettendo a rischio la vita per intere generazioni in Campania e nelle altre regioni meridionali.

E rischia così di suonare come una beffa il primato del Monaldi che per il quarto anno consecutivo,  con 160 interventi nel solo 2017, si conferma al primo posto in Italia per interventi chirurgici sui pazienti affetti da tumore al polmone con tecniche mini-invasive in videotoracoscopia o VATS (Video-assistedthoracoscopicsurgery). La nuova tecnologia, che ha completamente rinnovato la chirurgia toracica,  è stata introdotta nella struttura dal 2011 e fino ad oggi ne hanno beneficiato oltre 560 pazienti. Grazie ai nuovi sistemi gli interventi chirurgici sono molto più sicuri e molto meno traumatici e si aggiunge l’importante abbattimento dei costi dovuto alla riduzione dei giorni di degenza ospedaliera.

Di fronte alle condizioni di vita e alla tossicità ambientale serve una sanità pubblica efficiente e avanzata che non costringa più i cittadini campani e meridionali a un esodo di massa verso il Nord.

 

 

Pubblicato in Campania

Più lavoro nero, così il sommerso ha fatto cassa con la crisi. Sono oltre 3,3 milioni i lavoratori vessati in tutte le false imprese dei settori produttivi del Paese, 100 mila nelle false cooperative. Nel sommerso il salario medio orario scende da 16 euro a 8. L’evasione tributaria e contributiva schizza a quota 107,7 miliardi, quattro volte la manovra approvata il mese scorso. È così che in Italia l’economia sommersa ha sfruttato la crisi stringendo nella sua morsa la parte più esposta e meno difesa: i lavoratori che a causa della difficoltà hanno accettato un lavoro a ogni costo.

Le false imprese che ricorrono al lavoro irregolare riducono il costo del lavoro di oltre il 50% mettendo spesso fuori mercato le aziende che operano nella legalità. Sono i dati allarmanti che emergono dal focus Censis - Confcooperative “Negato, irregolare, sommerso: il lato oscuro del lavoro”. “Attraverso questo focus – dice Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative – denunciamo ancora una volta e diciamo basta a chi ottiene vantaggio competitivo attraverso il taglio irregolare del costo del lavoro che vuol dire diritti negati e lavoratori sfruttati. Se le false cooperative sfruttano oltre 100 mila lavoratori, qui fotografiamo un’area grigia molto più ampia che interessa le tantissime false imprese di tutti settori produttivi che offrono lavoro irregolare e sommerso a oltre 3,3 milioni di persone”.

La metà dei disoccupati della crisi risucchiati nell’illegalità Nel periodo 2012-2015 mentre nell’economia regolare venivano cancellati 462 mila posti di lavoro (260 mila riconducibili a lavoro svolto alle dipendenze e 202 mila nell’ambito del lavoro indipendente), la schiera di chi era occupato illegalmente cresceva di 200 mila unità, arrivando a superare quota 3,3 milioni. All’espansione del lavoro non normato ha contribuito in maniera prevalente l’occupazione dipendente (+7,4%), mentre sul fronte dell’occupazione regolare è la componente indipendente che, in termini relativi, ha subito un maggiore ridimensionamento (-3,7%).

Lavoro domestico, alle famiglie il record del nero. La classifica delle attività a più ampio utilizzo di lavoro sommerso vede ai primi posti quelle legate all’impiego di personale domestico da parte delle famiglie, secondo un tasso di irregolarità che sfiora ormai il 60%. “Va fatta una distinzione tra i livelli di irregolarità di una badante e quella di un lavoratore sfruttato nei campi o nei cantieri o nel facchinaggio. Il primo – aggiunge Maurizio Gardini –  seppur in un contesto di irregolarità, fotografa le difficoltà delle famiglie nell’assistere un anziano, un disabile o un minore. Le famiglie evadono per necessità. Le false imprese per moltiplicare i profitti e mettere fuori gioco le tantissime imprese che competono correttamente sul mercato”.

A seguire, ma con tassi più che dimezzati, è nell’ambito delle attività agricole e del terziario che permane uno stock di occupati non regolari: nel primo caso il tasso è del 23,4%, mentre nel secondo caso – e nello specifico delle attività artistiche, di intrattenimento e di altri servizi – risulta di poco inferiore (22,7%). Piuttosto elevata la quota di irregolari nel settore alloggi e ristorazione, con il 17,7%, e nelle costruzioni (16,1%). Più contenuti rispetto alla media riferita al totale delle attività economiche (13,5%), ma in ogni caso in crescita nel 2015 rispetto al 2012, i valori relativi a trasporti e magazzinaggio (10,6%), al commercio (10,3%).

Calabria, Campania, Puglia e Sicilia le regioni “sommerse”. Sul piano territoriale, e riguardo all’incidenza del lavoro irregolare sul valore aggiunto regionale, Calabria e Campania registrano le percentuali più alte (rispettivamente il 9,9% e l’8,8%), seguite da Sicilia (8,1%), Puglia (7,6%), Sardegna e Molise (entrambe con il 7,0%).

Scende il salario medio. Secondo la Commissione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva, istituita presso il MEF, considerato l’insieme delle attività economiche, il salario medio orario sostenuto dalle imprese per retribuire un lavoratore regolare dipendente è di 16 euro; il  salario pagato dalle aziende per un lavoratore irregolare corrisponde a 8,1 euro cioè circa la metà del salario orario lordo. Il cosiddetto monte salariale irregolare nel 2014 ha raggiunto i 28 miliardi di euro, pari al 6,1% del valore complessivo delle retribuzioni lorde. 

Nel settore industriale si registra il divario maggiore tra retribuzione lorda oraria regolare e retribuzione percepita da un lavoratore irregolare (il 53,7% in meno), seguono i servizi alla imprese (-50,3%), dove in ogni caso gli importi dei salari orari lordi dei regolari sono di base più alti se confrontati con le altre attività economiche (rispettivamente 17,7 euro per il settore industriale e 19,1 euro per i servizi alle imprese). Nei servizi in generale lo scarto è di 46,8%, nelle costruzioni del 41,4%. In agricoltura, dove la retribuzione oraria è più bassa, la differenza non supera il 36% (35,7).

L’evasione tributaria e contributiva, nel periodo 2012-2014, ha raggiunto una media annua di 107,7 miliardi di euro, 97 dei quali riconducibili all’evasione tributaria e 10,7 all’evasione contributiva.
Fra le voci più rilevanti dell’evasione si distingue quella relativa all’Iva che sfiora i 36 miliardi di euro e quella da mancato gettito dell’Irpef derivante da lavoro e impresa, pari a 35 miliardi di euro. La sola Irap fa registrare una mancata contribuzione di 8,5 miliardi. Il mancato versamento dei contributi risulta pari a 2,5 miliardi per il lavoratore dipendente e a 8,2 per il datore di lavoro.

 

Pubblicato in Lavoro

Il 16 febbraio (ore 17), alla presenza di autorità istituzionali, sarà inaugurato il Museo Archeologico Nazionale di Palazzo Nieddu del Rio. Il museo è stato realizzato nell’ambito di un progetto POIN - Attrattori culturali, naturali e turismo (FESR) 2007-13 seguito dall’allora Direzione regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Calabria, oggi Segretariato Regionale della Calabria, che prevedeva anche il recupero del Palazzo Nieddu di proprietà comunale.

Il palazzo consegnato ufficialmente al MiBACT - Polo Museale della Calabria in data 19.12.2017, risalente ai primi del novecento, sta diventando un punto di riferimento culturale per il centro cittadino e per l’intera Locride. Il progetto scientifico prevede l’esposizione al pubblico di testimonianze sulla vita del territorio nell’età protostorica relative alle necropoli di Canale Ianchina nell’entroterra locrese, di Sant’Onofrio di Roccella e di  Santo Stefano di Grotteria ed in età greca con le novità emerse a seguito di recenti scavi legati all’ammodernamento della SS 106. Sarà così possibile offrire una panoramica ancora più articolata della vita nel territorio della Locride, che porterà ad una maggiore conoscenza e valorizzazione del patrimonio culturale, obiettivo primario della politica del Polo Museale della Calabria.

Il patrimonio storico-archeologico del territorio di Locri già concretamente rappresentato dal Parco archeologico e dai due musei dedicati, l’uno alla vita della polis coloniale e l’altro alla città  di  epoca romana, si arricchisce, quindi, di un ulteriore museo allestito presso Palazzo Nieddu del Rio nell’odierno centro cittadino di Locri sempre afferente al Polo Museale della Calabria.

Gli adempimenti ultimativi sono stati seguiti congiuntamente dal Comune di Locri, dal direttore del Polo Museale della Calabria, Angela Acordon e dal direttore del Museo e Parco Archeologico Nazionale di Locri, Rossella Agostino. 

 

Pubblicato in Calabria
  1. Popolari
  2. Tendenza
  3. Commenti

Articoli Correlati

Calendario

« Gennaio 2018 »
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
1 2 3 4 5 6 7
8 9 10 11 12 13 14
15 16 17 18 19 20 21
22 23 24 25 26 27 28
29 30 31