Login to your account

Username *
Password *
Remember Me
Lunedì, 16 Settembre 2019

Articoli filtrati per data: Lunedì, 15 Ottobre 2018 - nelPaese.it

Con riferimento all’emanazione del Regolamento di Lodi e alle dichiarazioni, anche di esponenti politici del governo,  che intenderebbero garantire la tutela dei diritti dei bambini e di quanti non abbiano la possibilità di produrre i documenti richiesti, ASGI  e NAGA – che hanno proposto ricorso al Tribunale di Milano in accordo con i coordinamenti locali mobilitati a difesa delle famiglie straniere –  precisano che la questione non può essere affrontata con soluzioni limitate né ai casi di impossibilità di produrre documenti del paese di origine, né ai casi relativi al solo accesso alla scuola.

“Quanto sta accadendo a Lodi e in altri Comuni, riguarda, invece, la pretesa delle amministrazioni di erogare le prestazioni sociali richiedendo agli stranieri documentazione aggiuntiva in contrasto con la procedura ISEE fissata da norma nazionale (DPCM 159/13) e ai sensi dell’art. 117 della Costituzione quale “livello essenziale delle prestazioni”, da garantire su tutto il territorio nazionale”, scrivono le associazioni degli avvocati attivi nella difesa dei diritti.

“E’ un problema di uguaglianza sostanziale non solo tra cittadini e stranieri – aggiungono Asgi e Naga - ma anche tra cittadini italiani giacché se ciascun Comune potesse stabilire  secondo propri criteri “chi è ricco e chi è povero” verrebbe meno la scelta del legislatore, operata nel 2013, di stabilire criteri uniformi su tutto il territorio nazionale, per quanto riguarda l’accesso alle prestazioni sociali”.

L’ISEE – che non è una autocertificazione, ma una attestazione pubblica del livello di reddito e di patrimonio – è appunto il criterio prescelto dal legislatore e ad esso le amministrazioni sono tenute a fare riferimento, salvi ovviamente tutti i controlli successivi che devono essere effettuati , ferma l’erogazione delle prestazioni fino all’esito degli stessi.

Sono queste le ragioni che ASGI e NAGA hanno sottoposto al Giudice nella causa pendente contro il Comune di Lodi che verrà discussa il 6 novembre prossimo e in altra causa contro il Comune di Palazzago (promossa da un singolo interessato con il sostegno di ASGI e della CGIL di Bergamo).

Altre azioni sono in programma per le prossime settimane contro altre amministrazioni a sostegno delle ragioni di uguaglianza e di parità di trattamento che, sottolineano le associazioni, “non riguardano solo l’accesso alle mense scolastiche o ai servizi di scuolabus, ma tutte le prestazioni sociali agevolate previste dalla normativa sull’ISEE”.

Pubblicato in Nazionale

“La situazione che si è creata a Rogoredo, la più grande piazza di spaccio d’Europa, allarma comprensibilmente l’opinione pubblica", dichiara Riccardo De  Facci, vicepresidente del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA). 

“Ma dobbiamo evitare che ciò inneschi semplicemente, come un riflesso condizionato, risposte all’insegna della sicurezza: polizia, esercito, muri, pattugliamenti e presidi. Quello che dovremmo chiederci è: chi sono le circa mille persone ­– dai ragazzini che vanno a scuola agli anziani di settan’anni – che, ogni giorno, si recano a Rogoredo per acquistare droghe? Quale vicenda li porta lì? Di cosa hanno bisogno? Altrimenti, lasciamo i problemi intatti. Ci limitiamo a spostarli altrove.”

“Rogoredo, dove il CNCA è presente quattro giorni a settimana con una propria équipe, è diventato il simbolo di un mondo – quello delle droghe – che le istituzioni e la politica continuano a non voler vedere, a non voler conoscere”, continua De Facci. “L’ultima Relazione al Parlamento sulle dipendenze è passata sotto silenzio. Eppure le ragioni di preoccupazione non mancano: aumento delle overdose; più di 600 nuove sostanze psicoattive chimiche rilevate in Europa, acquistate spesso sul dark web; un aumento dei consumi per tutte le sostanze e contesti e per quasi tutte le fasce d’età (solo per gli adolescenti si registra una situazione tendenzialmente stabile, con una crescita però del consumo di cannabis sintetica); una presa in carico da parte del sistema che arriva mediamente tra gli 8 e i 10 anni dall’inizio del consumo di droghe; un mix di vecchie e nuove droghe presente in strada potenzialmente molto pericoloso perché non sappiamo quali effetti potrà avere. Tutto questo non si può affrontare con la forza pubblica e i cani poliziotto. O con una legge, la 309/90, con la quale si finisce per rincorrere le nuove sostanze che il mercato immette a ritmo continuo, con tempi ben più rapidi di quelli della burocrazia.”

“Dobbiamo riscrivere il sistema di intervento, fuori dalle ideologie e dalle emozioni suscitate dagli allarmi oggi su Rogoredo domani su chissà quale altro luogo”, conclude il vicepresidente del CNCA. “La priorità è puntare sui servizi di prossimità, sul creare relazioni con le persone che assumono sostanze. Non basta più nemmeno la riduzione del danno, la realizzazione di servizi di cura, bisogna favorire processi di “care”, un prendersi cura che è contatto, attenzione, dialogo e ­– grazie a questo – presa in carico precoce.Chiediamo al governo e a tutti gli addetti ai lavori di aprire al più presto un tavolo di confronto sulla riforma del sistema di intervento.”

 

Pubblicato in Lombardia

La lunga crisi economica che ha interessato l’Italia e l’Umbria negli ultimi dieci anni ha prodotto profonde ferite nel tessuto produttivo nazionale e regionale. Importanti imprese sono andate in difficoltà, molte sono fallite con gravi conseguenze economiche e sociali per i lavoratori e per i territori in cui erano localizzate.

Una parte di queste imprese andate in crisi sono state salvate dai lavoratori, uniti in forma cooperativa, che da operai si sono trasformati in imprenditori. Al 2014 quelle recuperate in Italia erano più di 250 di cui oltre 20 in Umbria.

Queste imprese sono denominate «worker’s buyout» espressione che identifica la situazione in cui un’impresa in difficoltà viene rilevata dai suoi ex dipendenti che si riuniscono in cooperativa e investono l’indennità di disoccupazione per rilanciarne la produzione. Una sfida difficile che però, nella grande maggioranza dei casi, ha successo come testimoniano i bassi tassi di default registrati a livello nazionale.

Come Legacoop accompagniamo i lavoratori che intendono costituire una cooperativa per salvare la propria impresa, mettiamo a disposizione dei lavoratori, a titolo gratuito, consulenze specialistiche e li supportiamo nel confronto con gli istituti di credito con i quali collaboriamo come Banca Etica e società finanziarie specializzate come Coopfond (Il fondo di investimento che interviene nel capitale delle società cooperative e che ha una specifica di linea di intervento per supportare la nascita e lo sviluppo delle imprese recuperate). Recentemente importanti imprese manifatturiere della nostra regione come Stile, Fail e Wald ce l'hanno fatta riuscendo in questo modo a salvare un patrimonio di competenze e 100 posti di lavoro che altrimenti sarebbero andati dispersi.

Questo modello rappresenta un esempio di come sia possibile percorrere nuove strade per tornare a crescere. Dopo anni di crisi economica è sempre più forte l’esigenza di individuare nuove politiche industriali sia in Italia che in Umbria. Per diffondere la pratica delle imprese recuperate è necessario che i lavoratori, le organizzazioni sindacali, i professionisti e le istituzioni considerino la costituzione di una cooperativa formata dagli ex-lavoratori la prima opzione da mettere sul campo e non l’ultima strada da percorrere quando tutte le altre vie non possono più essere intraprese.

Andrea Bernardoni (resp. ufficio finanziario ed economico Legacoop Umbria)

Pubblicato in Umbria

Riace, si allarga il fronte che si oppone alla scelta del Viminale. In una nota congiunta Articolo 21, ASGI- Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, CILD – Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili, Coordinamento per la democrazia costituzionale, Giuristi Democratici, Libertà e Giustizia, Magistratura democratica, Rete dei Comuni Solidali, Volere la luna – Laboratorio di cultura politica e di buone pratiche parlano di “un pericoloso atto di autolesionismo”.

“Al di là delle questioni di merito sollevate per le quali è sempre possibile trovare una composizione, il decreto assume una valenza politica perché pone fine al modello Riace, una esperienza straordinaria che coniuga l’integrazione dei migranti con la rivitalizzazione del tessuto civile e dell’economia dei luoghi di accoglienza: un modello di convivenza felice fra il popolo dei migranti e la popolazione italiana che è stato studiato e apprezzato sul piano internazionale”.

“Nel momento in cui atti diffusi d’intolleranza fanno avvertire come un peso la presenza di quote di migranti nelle comunità locali – continua la nota - l’ultima cosa da fare sarebbe quella di smantellare le esperienze di convivenza virtuosa che sono riuscite a trasformare il popolo dei migranti in una risorsa per le comunità locali, ripopolando e ridando vita a borghi disagiati destinati all’impoverimento e all’abbandono”.

“Per questo ad essere danneggiati dal provvedimento saranno, insieme agli stranieri che vanno via, gli italiani che restano. È un provvedimento che obiettivamente lede anche gli interessi degli italiani e irresponsabilmente opera per rendere la convivenza più difficile e più problematica per l’ordine pubblico”.

“L’esperienza di Riace – aggiungono - si muove nel solco della grande apertura che la Costituzione italiana ha fatto verso la comunità internazionale, con il riconoscimento del valore del diritto internazionale, con il diritto d’asilo e con il ripudio della guerra. Costituisce una sperimentazione, a livello delle comunità locali, dei grandi principi della fratellanza fra i popoli, di umanità, di solidarietà, di rispetto delle persone e del dovere di soccorso verso le vittime di ogni guerra”.

Il decreto del Ministero dell’Interno interviene “creando un inaccettabile corto circuito fra la legalità costituzionale e la legalità delle prassi amministrative”. “Al contrario noi riteniamo che sia necessario e urgente ripristinare il nesso fra i comportamenti delle autorità amministrative e i valori irrecusabili della Costituzione, che garantiscono la pace, la libertà e la giustizia per il popolo italiano. Per questo chiediamo che si organizzi una mobilitazione popolare affinché dalla società civile giunga un severo richiamo alla politica per evitare che vengano disperse esperienze preziose come quella di Riace”.

 

Pubblicato in Migrazioni

L'Afro-Napoli United non è una squadra come le altre. Nasce come progetto di inclusione e integrazione per dare voce a un'Italia multietnica che già esiste e che quotidianamente è oggetto di discriminazioni e razzismo, vedendosi negare diritti, uguaglianza, opportunità.

Ed è per questo che la polisportiva ha preso una decisione difficile quanto obbligata: “ci vediamo costretti a comunicare che, in seguito alla scelta della capitana della nostra squadra femminile, Titty Astarita, di candidarsi alle elezioni comunali di Marano con una lista civica alleata a Noi con Salvini, non formalizzeremo l'iscrizione al campionato C1 regionale campano di calcio a 11”. La vicenda è esplosa ieri con il rifiuto di scendere in campo da parte della squadra e il botta e risposta durante una trasmissione sportiva su un'emittente locale. 

“Che compatibilità può esistere fra l'Italia dell'amministrazione leghista di Lodi che nega la mensa scolastica ai figli degli immigrati più poveri e l'Afro-Napoli? Quale terreno d'incontro e di dialogo, fra chi sta provando ad annientare il modello d'integrazione virtuosa di Riace e i valori che abbiamo messo insieme al pallone a centrocampo dalla nostra prima partita? Quanto è conciliabile il razzismo dei colpi di arma di fuoco contro migranti e rifugiati, legittimato istituzionalmente dall'alto e fattosi senso comune al punto di spingere dei ragazzini baresi a ricoprire di schiuma un loro coetaneo di origini straniere "così diventa bianco", con il progetto di inclusione che ci vede in campo dal 2009?”. Queste sono le domande che il team multietnica e antirazzista pone all’attenzione dell’opinione pubblica.

“La scelta di Titty Astarita – continua la nota stampa - ci ha lasciato perciò esterrefatti. Ci addolora la sua perseveranza nel rifiutare il passo indietro da noi richiestole, soprattutto perché dopo un anno di partecipazione alle vicende dell'Afro-Napoli, in un ruolo chiave di rappresentanza, le dovrebbe essere stato chiaro che quella candidatura la poneva automaticamente fuori dal perimetro dell'idee-guida che sono alla base del nostro sodalizio”.

Lo sport è da sempre terreno d'inclusione. Un suprematista bianco non sarebbe compatibile con una squadra che si batte per i diritti civili. Lo sport è l'afroamericano Jesse Owens che conquista quattro medaglie d'oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936, facendo non solo infuriare Adolf Hitler, ma denunciando in numerose interviste la condizione di segregazione che la sua gente viveva negli Stati Lo sport è il pugno alzato di Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri alle Olimpiadi a Città del Messico nel 1968, fedeli al motto «Perché dovremmo correre in Messico solo per strisciare a casa?», dell'Olympic Project for Human Rights.

“L'Afro-Napoli United ha scelto di non strisciare – continua il comunicato - di non prestare il fianco a chi ha fatto dello straniero il capro espiatorio di un paese che ha ben altri colpevoli da condannare per la sua decadenza. Questo è il nostro progetto: dimostrare sul campo, con quattro promozioni in cinque anni, che il passaporto, il colore della pelle, la cittadinanza, sono solo dettagli marginali. Che l'unica razza di cui ha senso parlare è quella umana. Che l'Italia, storicamente tuttora paese di emigranti, non può sottrarsi alla sua responsabilità storica di considerare suoi figli e cittadini tutti i suoi abitanti, si chiamino Gennaro, Ambrogio, Mohamed o Igor”.

“Lo diciamo con chiarezza ai soloni immemori della lezione di Karl Popper – conclude AfroNapoli United - a quelli che elevano paradossalmente il razzismo a libertà di parola, a chi derubrica quotidianamente le manifestazioni xenofobe a goliardia: noi saremo sempre intolleranti nei confronti degli intolleranti. Senza un solo passo indietro nei confronti di chi sta provando a scaraventare di nuovo questo paese nell'incubo che credevamo aver consegnato alla storia e all'oblio del tempo nel secolo scorso”.

 

Pubblicato in Campania

Bilancio positivo per la XVIII edizione delle Giornate di Bertinoro per l’Economia Civile che ha chiuso il sipario registrando un record di presenze con quasi 300 partecipanti. L’impatto delle tecnologie convergenti, il valore sociale nell'era dell’Intelligenza Artificiale, piattaforme inclusive e collaborative ad impatto sociale sono stati i temi affrontati quest’anno.

La Sessione di Chiusura Rigenerare democrazia e innovazione sociale nella IV Rivoluzione Industriale ha visto la partecipazione di Enzo Risso, Direttore Swg; Stefano Zamagni, Università di Bologna; Leonardo Becchetti, Università di Roma Tor Vergata; Ivana Pais, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano; Enzo Rullani, Centro Tedis, Venice International University; Enrico Loccioni, Presidente Loccioni e Claudia Fiaschi, Portavoce Forum Nazionale del Terzo settore.

I lavori hanno preso il via con Enzo Risso, Direttore Swg, che ha presentato l’indagine “Società: paure e desideri nell’Era 4.0” – realizzata su incarico di AICCON - sull’opinione pubblica rispetto alle principali conseguenze derivanti dalle innovazioni introdotte nell’Era 4.0.

Secondo quanto emerge dallo studio, le principali conseguenze dell’avvento dell’Industria 4.0 sono per molti una perdita secca di posti di lavoro (42%) e altri danni collaterali, come, ad esempio, il bisogno di minori professionalità basse (faranno tutto le macchine) e di nuove professionalità iper specializzate (36%).

Complessivamente l’utilizzo di robot e di Intelligenza Artificiale produrrà, secondo l’opinione pubblica, vantaggi alle imprese che vedranno lievitare i propri profitti (72%). Le previsioni illustrano un sostanziale e generalizzato peggioramento della qualità della vita e del lavoro; la riduzione dei livelli di benessere, degli stipendi, delle opportunità e delle libertà, nonché la crescita dell’incertezza di vita e relazionale.

Tra dubbi e preoccupazioni per l’occupazione resta comunque predominante la percezione che la tecnologia può rendere l’economia più sociale. Lo testimonia il fatto che che più della metà degli intervistati sugli atteggiamenti nell’economia futura reputi importante condivisione (64%) e mutualismo (51%). 

“La tecnologia applicata al sistema di produzione – spiega il direttore scientifico di Swg, Enzo Risso –genera la paura che si riduca la possibilità di trovare occupazione, mentre per le singole persone la percezione è positiva. Secondo l’opinione pubblica le sfide per un’economia futura sono il benessere lavorativo (76%), il coinvolgimento attivo dei lavoratori nella vita d’impresa (72%), lo sviluppo di senso etico (71%) ed il rispetto e la tutela dei valori etico-sociale (71%)”.

 

 

Pubblicato in Economia sociale

Calano lievemente gli infortuni sul lavoro, ma aumentano le malattie professionali e gli incidenti mortali: nel 2018, sono stati rispettivamente 419.400 (contro i 421.969 del 2017), 40.219 (ovvero il 2,2% in più rispetto al 2017) e 713 (a fronte dei 682 del 2018). Sono i dati del confronto tra il periodo gennaio-agosto 2017 e gennaio-agosto 2018, elaborato da Anmil sugli Own data Inail e diffusi oggi, in occasione della Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro, istituzionalizzata nella seconda Domenica di ottobre con D.P.C.M. nel 1998 su richiesta dell'Associazione, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica. 

La celebrazione principale quest’anno si tiene a Roma, con il Patrocinio di Roma Capitale, e vede la partecipazione delle massime istituzioni per fare il punto su quanto è necessario fare per diminuire il fenomeno infortunistico che vede colpiti in particolar modo i giovani. Dopo la Messa in memoria delle vittime del lavoro, che si è celebrata alla 8.30 nella Chiesa di Santa Maria in Portico in Campitelli, alle 10 si è svolta la Cerimonia civile, nella Sala della Protomoteca in Campidoglio.

“Per questa 68ª Giornata vogliamo rimarcare che la salute e la sicurezza sul lavoro sono una priorità per il futuro del nostro Paese e per le nuove generazioni – ha dichiarato il presidente nazionale dell’Anmil Franco Bettoni - in un momento storico in cui l’incertezza e la preoccupazione per il futuro sono diventate una costante, dopo anni di crisi che hanno avuto riflessi negativi sia a livello sociale che economico e, di conseguenza, anche sull’andamento del fenomeno infortunistico.

Leggendo i dati Inail – ha aggiunto - si scopre che a partire dal 2015, con la ripresa dell’occupazione, le denunce d’infortunio sono cresciute dalle 637 mila unità circa alle 641 mila del 2017, con un incremento dello 0,6% - aggiunge Bettoni - e per il 2018, sembra profilarsi un andamento infortunistico in linea con questa tendenza. Tuttavia questa modesta crescita appare certamente rilevante e significativa se guardiamo l’età dei lavoratori che, nello stesso triennio 2015-2017, sotto i 35 anni risultano la categoria più a rischio, con un incremento di infortuni del 2,2% (da circa 167 mila a 191 mila), più che triplo rispetto a quello medio. Analogamente si mantengono su quote ancora molto elevate gli infortuni mortali di cui rimangono vittima i giovani”.

Di fronte a questi numeri, “ oggettivamente gravi, bisogna puntare alla diffusione della cultura della sicurezza e sulla formazione professionale – sottolinea il presidente – dove ciascuno può fare la propria parte e, certamente, un ruolo fondamentale lo riveste il mondo dei media che auspichiamo approfittino di questa occasione per dare il loro prezioso contributo”.

(Fonte: Redattore Sociale)

 

Pubblicato in Lavoro

Un polverone politico e sociale che apre nuove tensioni sul tema migranti. Questa è la conseguenza dell’annuncio del Viminale di porre fine al modello Riace dopo i discussi arresti domiciliari per il sindaco Mimmo Lucano. A gettare acqua sul fuoco, però, è lo stesso ministero. "Non ci sara' alcuna deportazione da Riace". Cosi' ai microfoni del Gr1 Rai Daniela Di Capua, direttrice del Servizio Centrale dello Sprar, il sistema di protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati, in merito alle notizie di possibili trasferimenti dei migranti che vivono a Riace, dopo la chiusura del progetto di integrazione su disposizione del Ministero dell'Interno.

"I rifugiati, ma anche i richiedenti asilo non sono detenuti", aggiunge la direttrice, "le persone che sono in accoglienza possono proseguire il progetto di integrazione in un altro progetto Sprar e noi, operativamente, cerchiamo di individuare altri posti che siano adeguati alle richieste del rifugiato, tenendo in considerazione, ad esempio, il nucleo familiare", spiega ancora la Di Capua, sottolineando che il trasferimento viene proposto e non imposto ai migranti. "I richiedenti asilo e i rifugiati sono liberi di stare dove vogliono, possono affittare una casa, possono lavorare; se non sono in grado, stanno nei centri per richiedenti asilo", conclude la Di Capua

Associazioni, giuristi e sindacati: un coro di indignazione

“Non sarà una circolare del Ministero dell'Interno italiano a fermare un'esperienza di civiltà, di umanità, di solidarietà, di rispetto delle persone”. A dirlo è l’associazione Giuristi Democratici. “La circolare del Ministero dell'Interno – scrivono i giuristi democratici -vuole distruggere uno dei rari esempi, se non l'unico, di convivenza civile che sia stato costruito in Italia, grazie al Sindaco e alla Giunta comunale di Riace. La volontà, partita da un vertice e pedissequamente eseguita dagli ufficio burocratici del ministero, è chiara a tutti”.

“Non di sola disobbedienza civile si deve ora parlare. Ma di determinato rispetto della Costituzione repubblicana. Che dai soggetti che dovrebbero rappresentare le Istituzioni e che oggi occupano i loro vertici, non è considerato il primo dei loro doveri. E su questa Costituzione questi stessi soggetti hanno giurato prima di prestare la loro funzione. Da parte nostra, possiamo garantire che tutti gli strumenti giuridici verranno apprestati per impedire l'esecuzione di questa circolare”, aggiunge l’associazione.

"La scelta di trasferire i migranti ospiti nello Sprar di Riace presso altre strutture lo riteniamo un grave errore. Attraverso una circolare, il Ministero dell'Interno ha disposto il trasferimento di quella che e' a tutti gli effetti una comunita' e che a questo punto produrra' effetti terribili per gli uomini e le donne che hanno trovato un approdo sicuro in quei luoghi". Cosi' una nota di Cgil, Cisl e Uil. "Un conto- continuano i sindacati- e' chiedere ed avere rendicontazioni e giustificativi sull'utilizzo delle risorse e trasparenza su tutti gli atti amministrativi da parte dell'amministrazione comunale, altra cosa e' smantellare il "modello Riace", simbolo di accoglienza diffusa che ha rianimato un paese morente e promosso processi di integrazione che hanno favorito la serena convivenza tra culture ed etnie diverse, rendendola un fattore di sviluppo oltre che un valore, un'esperienza importante di accoglienza per persone che scappavano via da guerre, violenze e persecuzioni. Si attacca Riace per colpire tutto il modello Sprar. Un'azione di questo tipo rappresenta una lesione dei diritti umani.

Marco De Ponte, segretario generale ActionAid dal Festival della Partecipazione dell'Aquila, chiede un "cambio di rotta" in materia di sicurezza, a nome di tanti che lavorano ogni giorno per l'accogllienza. "Negli stessi giorni in cui il Governo mette fuori legge il modello Riace e dell’arrivo in Senato del disegno di legge su Sicurezza e Immigrazione - ha riferito - noi abbiamo messo insieme la società civile, rappresentanti istituzionali di maggioranza e opposizione, richiedenti protezione internazionale e abbiamo discusso di accoglienza e di migrazioni; delle buone pratiche e dei rischi che derivano dal nuovo Decreto Sicurezza. E'emersa una richiesta forte e chiara da parte di chi lavora tutti i giorni nel sistema accoglienza, di chi si occupa di ricerca, degli studenti, dagli attivisti e delle persone che sono ospiti negli Sprar, perché il decreto immigrazione e sicurezza venga cambiato. Devono essere affrontati i temi dei flussi regolari e dei corridoi umanitari e deve essere introdotta la reversibilità della protezione, senza la quale migliaia di persone diventerebbero irregolari nel giro di poco tempo, generando ancora più esclusione e marginalità".

"La scelta del Ministero dell'Interno di 'chiudere' l'esperienza di Riace non ha nulla a che vedere con le irregolarità contestate al sindaco Mimmo Lucano, che saranno verificate in sede giudiziaria. É piuttosto una scelta politica che mira a distruggere la testimonianza concreta del fatto che la migrazione può essere vissuta come un'opportunità, che può portare sviluppo, crescita e qualità della vita ai territori interessati" ha dichiarato Gianni Rufini, direttore di Amnesty International Italia.  

"Il desiderio è di cancellare quello che funziona e che, proprio per questo, contrasta con una rappresentazione della realtà per cui la migrazione sarebbe soltanto fonte di problemi e disagi per gli italiani. Una rappresentazione funzionale a certa propaganda politica ma lontana dalla verità" ha aggiunto Rufini.

"La preoccupazione è che la 'chiusura' faccia ritornare Riace alla sua condizione precedente di paese in pericolo d'estinzione in quanto abitato prevalentemente da persone anziane e che costringa centinaia di italiani che a Riace sono tornati o che vi si sono stabiliti negli ultimi anni alla più classica delle vie di fuga dalla marginalità: l'emigrazione" ha concluso Rufini.

 

(Fonti: Dire/Redattore Sociale)

Pubblicato in Nazionale
  1. Popolari
  2. Tendenza
  3. Commenti

Articoli Correlati

Calendario

« Ottobre 2018 »
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
1 2 3 4 5 6 7
8 9 10 11 12 13 14
15 16 17 18 19 20 21
22 23 24 25 26 27 28
29 30 31