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Lunedì, 19 Novembre 2018

Articoli filtrati per data: Giovedì, 18 Ottobre 2018 - nelPaese.it

E sono sette. La RFC Lions Ska Caserta festeggia il settimo anno di attività e lo fa organizzando un’intera giornata da vivere tra sport, musica e aggregazione. Sabato 20 ottobre, infatti, il collettivo RFC Ska Lions ha preparato un bel giorno di festa che parte sui campi di calcio e di basket del Cento Sportivo “Acconcia” di Recale e prosegue in serata alla Casa del Popolo “Spartaco” di S. Maria C.V.

Si comincia alle 17:00 con il triangolare di basket che vede protagoniste le compagini di RFC Lions, Stella del Sud e Atletico PKH, tutte iscritte al campionato provinciale Uisp. Si continua alle 18:00 sul campo di calcio, con la partita tra RFC Lions Ska, iscritta anche quest’anno al campionato FIGC di terza categoria, e amici degli RFC Lions. "Si finisce tutti insieme alla Casa del Popolo “Spartaco”, dove si festeggeranno i 7 anni del progetto sportivo antirazzista con la presentazione delle squadre di calcio e basket e il dj-set ska, reggae/roots reggae. L’iniziativa anche quest’anno rientra nell’ambito delle “Football Peolpe Action Weeks”, le due settimane di azione contro il razzismo ed ogni altra forma di discriminazione promosse dal network F.A.R.E. (Football Against Racism in Europe), una rete di squadre, tifosi, gruppi e associazioni di tutta Europa che si dedicano alla lotta al razzismo e alla xenofobia nel calcio".

Le attività della giornata, inoltre, si svolgeranno grazie anche al supporto del progetto internazionale “Sport Welcome Refugees”, di cui la UISP è partner, che si pone l’obiettivo di promuovere la partecipazione dei rifugiati alle attività sportive di base e di aiutare i club e associazioni sportive che si dedicano all’inclusione.

Un compleanno che si preannuncia divertente e intenso per una realtà sportiva che, condividendo i fini e gli obiettivi delle Action Weeks della rete Fare, intende sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi della lotta al razzismo, sessismo, omofobia ed esclusione sociale. Temi su cui la RFC Lions lavora ogni giorno, al fine di promuovere sul territorio i valori della solidarietà, dell’inclusione e della lotta alle discriminazioni.

 

Pubblicato in Sport sociale

Un brutale pestaggio a Sondrio, un atto di apertheid a Trento. Due casi irrompono nelle cronache di emergenza razzista ormai quotidiana nel nostro Paese. Insulti per il colore della pelle. Poi calci e pugni fino a mandarlo in ospedale. L'ennesima aggressione razzista è avvenuta a Morbegno (Sondrio) ai danni di un senegalese di 28 anni. Attorno alle 2 di sabato notte il migrante si stava recando al lavoro, in un panificio della città, quando è stato avvicinato da un gruppo di giovani che hanno cominciato a insultarlo per il colore della pelle. Gli aggressori sarebbero stati individuati grazie anche alle riprese delle telecamere di sorveglianza. 

La brutale aggressione è avvenuta in pieno centro nella località della Valtellina. Due giovani lo hanno bloccato iniziando a picchiarlo e uno gli ha sferrato un pugno all'occhio destro. Il 28enne Mame Serigne Gueye ha perso l'equilibrio ed è caduto a terra. Il cellulare che aveva con sé ha subito danni ma funzionava ancora e il giovane senegalese, sanguinante al volto, è riuscito a chiamare i carabinieri, che ora indagano sull'episodio.

Trento

La denuncia parte da una giovane ragazza trentina che arriva a casa e denuncia su Facebook, con un post diventato virale, l'episodio d razzismo di cui è stata testimone martedi sera su un autobus diretto da Trento a Roma sul quale una donna italiana di circa 40 anni ha inveito contro un ragazzo senegalese impedendogli di sedersi nel posto assegnato, che era accanto al suo. "Qui no, vai via, vai in fondo, sei di un altro colore e di un'altra religione". Così scrive il sito di repubblica.it che continua:

“Mamadou, ha 25 anni, da 15 anni vive a Bolzano dove lavora per un'azienda che monta forni. Aveva un regolare biglietto ed è salito sul mezzo della Flixbus alla fermata di Trento diretto a Roma per incontrare un amico”.

Dopo le invettive della donna è scoppiato in lacrime dicendo: "Non faccio nulla di male. Non sono cattivo. Voglio solo sedermi e riposare perchè sono stanco".

Il dramma di Amadou

Amadou Jawo, un 22enne del Gambia che da due anni viveva in Italia, si è tolto la vita, impiccandosi al cornicione della casa a Castellaneta Marina dove viveva con altri connazionali. Per l'associazione Babele, che ha lanciato una sottoscrizione per il rimpatrio della salma, il giovane "aveva avuto il diniego" alla domanda di asilo politico "e non poteva più restare in Italia. Desiderava tornare in Africa, ma temeva di essere additato come fallito e si vergognava. Ha pensato di non avere scelta".

Due giorni fa il ragazzo ha deciso di farla finita e a nulla sono serviti i tentativi di soccorso da parte del 118. L'associazione sta raccogliendo donazioni con appelli diffusi anche tramite i social network "per riuscire a riportare la sua salma nel villaggio del Gambia in cui viveva". "Servono in pochi giorni - viene spiegato - circa 5mila euro per pagare l'agenzia funebre che si occupa dello spostamento". Il 22enne era stato prima in una struttura di accoglienza nel leccese e poi si era trasferito a Castellaneta Marina. Alcuni giorni fa gli era scaduto il permesso di soggiorno.

(Fonti: Ansa – repubblica.it)

 

Pubblicato in Nazionale

L’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) esprime il proprio sostegno all’iniziativa intrapresa da Mediterranea. “In questo delicato periodo, nel quale i processi di criminalizzazione delle forme di solidarietà e la mancanza di responsabilità da parte delle istituzioni italiane ed europee hanno configurato un sostanziale azzeramento della capacità di soccorso lungo la rotta del Mediterraneo centrale, la notizia dell’inizio del viaggio di una nave che monitora quello che accade in quel tratto di mare non può che essere accolta con interesse e soddisfazione”.

ASGI ha, negli ultimi anni in particolare, prestato “molta attenzione alle violazioni dei diritti denunciate dai cittadini stranieri, una parte significativa delle quali è stata perpetrata, anche grazie alla collaborazione delle autorità italiane con quelle libiche, proprio in quel tratto di mare. Da alcuni mesi a questa parte sono particolarmente visibili gli effetti del clima di ostilità determinato dalle iniziative assunte dal precedente governo nei confronti delle organizzazioni che si occupavano di soccorso in mare. In particolare, tale ostilità ha costretto numerose ONG a interrompere le loro attività di osservazione e soccorso. Gli effetti sono evidenti e inquietanti: il numero delle persone morte e disperse nel tentativo di arrivare in Europa è drammaticamente aumentato negli ultimi mesi.

L’assenza delle navi delle organizzazioni umanitarie ha reso molto complicata la comprensione delle dinamiche che caratterizzano oggi i flussi migratori, lasciando senza testimoni le violenze perpetuate dalle autorità libiche”.

L’iniziativa di Mediterranea può contribuire a fare luce e a rimettere al centro del dibattito pubblico il tema delle violazioni dei diritti dei migranti che quotidianamente avvengono come conseguenza delle decisioni politiche assunte dalle istituzioni nazionali e internazionali in evidente contrasto con i principi basilari dell’ordinamento europeo.

In aggiunta, il profilo specifico assunto da questa iniziativa, che si propone di coniugare la necessaria salvaguardia della vita con l’esigenza di proporre riflessioni di più ampia portata e di riflettere sulle cause che hanno reso possibile la configurazione di una generalizzata sospensione delle garanzie giuridiche, “non può che riscontrare l’attenzione e l’interesse di ASGI”.

In ultimo, l’iniziativa di Mediterranea “restituisce l’idea che pur in un contesto difficile e ostile, come quello che caratterizza l’attuale rapporto tra spazio europeo e migrazioni, è possibile intraprendere operazioni di ampia portata al fine di tutelare i diritti delle persone che migrano: tale specifica prospettiva non può che incontrare i favori di chiunque è impegnato a vario titolo in difesa dei diritti dei migranti e ha a cuore la qualità della tenuta democratica dell’Europa”.

Alla luce di quanto esposto, l’associazione mette a disposizione “le proprie competenze giuridiche, qualora dovessero determinarsi situazioni di violazione dei diritti dei migranti e di tutti coloro che hanno dato vita e sostengono Mediterranea”.

 

Pubblicato in Migrazioni

Per limitare i danni del caos in rete e della diffusione di notizie false, più di regole, algoritmi e fact-checking, molto può fare la cultura. Una sorta di alfabetizzazione mediatica che renda i cittadini vigili, attenti e consapevoli. Perché alla fine è sempre il cittadino che deve comprendere la notizia, valutarla, scegliere se credere oppure no.

E l’Auser è pronta a fare la sua parte attraverso le sue strutture e la rete nazionale delle Università popolari e dei Circoli Culturali. Con il convegno iniziato oggi a Torino “Chi dà retta alle sirene? Informazione e Disinformazione nell’era del Web e dei Social” l’associazione intende proporre una grande campagna di alfabetizzazione mediatica tra i soci e i cittadini, soprattutto i più anziani, sul tema dell’informazione e della disinformazione per sapere con quali obiettivi la disinformazione si crea e si diffonde, imparare ad approfondire criticamente le notizie e i messaggi provenienti dalla rete, conoscere le tecniche di manipolazione che possono circolare sui social. Iniziative, laboratori, corsi e tutto ciò che possa contribuire ad alzare le difese delle persone, creando con il tempo una sorta di vaccinazione.

L’ultima indagine OCSE – PIAAC conferma che l’Italia è al penultimo posto in Europacon il 28% della popolazione composta di analfabeti funzionali, cioè persone che non sanno comprendere e interpretare la realtà che li circonda e le informazioni a cui sono esposti. Fra gli over 55 la percentuale sale ad un preoccupante 41% Quasi la metà della popolazione adulta arriva al massimo alla licenza media e circa il 70 per cento non padroneggia le competenze chiave per il lavoro e la cittadinanza. Un triste primato su cui riflettere quando si parla di fake news e manipolazione.

“Spetta in primo luogo alle istituzioni, a tutti i livelli, intervenire con politiche mirate, che affrontino insieme il problema più generale dell’analfabetismo funzionale e di quello mediatico Ma anche Auser può fare molto, così come altri Enti del Terzo Settore che si occupano di cultura e di apprendimento, e contribuire a questo obiettivo di democrazia, svolgendo un importante ruolo di coinvolgimento dei cittadini nella diffusione della conoscenza del fenomeno della disinformazione e dei suoi rischi” ha sottolineato Patrizia Mattioli di Auser Nazionale nella sua relazione introduttiva.

“E’ urgente e necessario – ha proseguito - promuovere a livello sociale una sorta di alfabetizzazione mediatica diffusa, che coinvolga i cittadini e li faccia riflettere su quanto sta avvenendo, fornire le conoscenze necessarie per suscitare dubbi e favorirne la capacità critica”.
Ben vengano gli interventi regolatori dell’Unione Europea e degli Stati membri, l’attività di verifica delle informazioni da parte di esperti capaci di smascherare inganni e manipolazioni e denunciarli pubblicamente, ma la società civile può avere un ruolo determinante. 

Del lato oscuro della Rete, dei suoi usi distorti e manipolatori, dominati spesso da toni da rissa, che seminano divisione, pregiudizi, ostilità preconcette, l’Auser ha deciso di occuparsi in questa edizione numero nove della Città che apprende l’evento biennale dedicato alla cultura e all’educazione degli adulti, che si è aperta oggi a Torino alla presenza di circa 300 rappresentanti provenienti da tutta Italia delle università popolari e dei circoli culturali. Due giorni di confronto con esperti del settore, per conoscere i processi di questo fenomeno, comprenderne l’impatto e confrontarsi sulla possibilità di eventuali azioni di contrasto. Le bufale non sono certo nate oggi. Ma oggi combattere il fenomeno delle notizie false richiede definizione di norme e regole ed un profondo cambiamento culturale.

Auser nazionale, a partire da questo convegno, è pronta a dare il suo supporto al lavoro delle strutture e delle Associazioni. Tutto il materiale di documentazione, slide e video degli interventi degli esperti, sarà disponibile sul sito www.auser.it

I lavori proseguono domani, venerdì 19 ottobre con la presentazione alle ore 9.00 del libro di Andrea Fontana “Io credo alle sirene”. Partecipa l’autore. Interviene Andrea Goldstein, senior economist dell’Ocse. Introduce e coordina Francesco Maggio, economista e giornalista. Alle ore 10.00 Secondo laboratorio didattico su False notizie su Europa, immigrazione, sicurezza. Franco Martini, segretario nazionale Cgil interviene alle ore 11.00. Tavola Rotonda alle ore 11,30 e conclusioni del presidente Auser Enzo Costa alle ore 13.00.

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione

Ecosistema Scuola 2018, l’indagine annuale di Legambiente sullo stato del patrimonio edilizio scolastico e dei servizi educativi, presentato oggi a Napoli nel corso del Forum Scuola, vede in cima alla classifica Bolzano e Trento, due realtà particolarmente virtuose in tema di sicurezza (tutti gli istituti presentano le certificazioni di agibilità, collaudo statico, prevenzione incendi, agibilità igienico sanitaria e hanno effettuato i monitoraggi per radon e amianto), e di innovazione, con il 6% di edifici costruiti secondo i criteri della bioedilizia a fronte di una media nazionale che non raggiunge l’1%, frutto di una chiara scelta di governance confermata anche dalla spesa per la manutenzione straordinaria degli ultimi cinque anni, pari a circa 175mila euro per edificio, cioè circa dieci volte la media nazionale.

Un mix di programmazione, di investimenti costanti e di innovazione che è mancato soprattutto alle regioni del sud Italia e delle isole, le cui città capoluogo sono tutte dopo la trentesima posizione in graduatoria ad eccezione di Cosenza (17° posto), con Reggio Calabria, Palermo, Latina (l’unica del centro Italia in questa posizione di coda), Foggia e Messina che chiudono la classifica.

Una situazione preoccupante dal punto di vista della sicurezza, perché ai minori controlli corrisponde una maggiore fragilità sismica del territorio (al sud tre scuole su quattro sono in area a rischio sismico, con la Sicilia che vede interessate quasi il 98,4% delle scuole, con una percentuale di verifica di vulnerabilità sismica ferma al 2,4%) anche se con alcune eccezioni, come la già citata Cosenza (17º) che oggi ha tutte le scuole con le certificazioni richieste, grazie ad un abile reperimento di fondi nazionali e regionali e Ragusa (48º) che si è dimostrata virtuosa nel recepire e spendere i fondi regionali a disposizione per la manutenzione straordinaria.

Nel complesso, però, la fotografia è abbastanza chiara: nella top ten di Ecosistema Scuola 2018 troviamo tutti Comuni del nord, con la sola eccezione di Prato (7º): dopo Bolzano (1º) e Trento (2º) abbiamo Bergamo (3º) e ben 4 capoluoghi dell’Emilia Romagna: Reggio Emilia (4º), Piacenza (5º), Parma (6º), Rimini (10º). Gli altri Comuni presenti sono Pordenone (8º) e Verbania (9º). In coda, come già detto, le città del Sud e delle isole: ultima in graduatoria Messina, preceduta da Foggia (82º), Palermo (80º), Reggio Calabria (79º), Siracusa (78º), Potenza (77º), Sassari (75º) e Crotone (74º). Sempre in fondo, una città del centro, Latina (81º) e una del nord, Trieste (76º). E’ Firenze (18º), tra le grandi città a posizionarsi nella parte più alta della classifica, quindi Torino (20º), Milano (27º) e Napoli (32º), seguono a distanza Venezia (52º), Catania (53º), Bari (62º), Genova (69º), mentre nella parte più bassa troviamo Reggio Calabria, Palermo e Messina. Roma invia dati incompleti e pertanto non entra in graduatoria. Bologna e Cagliari non inviano dati.

“Abbiamo sempre di fronte un quadro di urgenza ed emergenza – ha dichiarato Vanessa Pallucchi, responsabile Scuola e Formazione di Legambiente -, crediamo che per dare una scuola sicura a tutti gli studenti occorra accelerare gli interventi di riqualificazione dando priorità alla messa in sicurezza delle scuole nelle aree sismiche più vulnerabili e al miglioramento delle prestazioni energetiche. Gli enti locali vanno aiutati con una semplificazione delle linee di finanziamento e sostenuti in fase di progettazione ed esecuzione dei lavori. Occorre poi aprire una nuova fase dell’edilizia scolastica ed utilizzarla come leva di rigenerazione di territori e quartieri. Le zone più svantaggiate del nostro paese sono quelle dove dobbiamo andare a investire su scuole più belle e innovative. Ora accade esattamente il contrario. Una sperequazione che vediamo anche nei servizi scolastici, che sono una parte importante del modello di governance che si dà un territorio rispetto agli stili di vita individuali e collettivi. Un piedibus che ben funziona o una mensa sana e accogliente, aiutano a ricostruire quella comunità e quei processi di condivisione di cui ora abbiamo tanto bisogno”.

Il rapporto Ecosistema Scuola è stato presentato in apertura del Forum, che si è tenuto oggi a Napoli sul mondo della scuola, promosso da Legambiente insieme a Editoriale La Nuova Ecologia e Kyoto Club, con il contributo di Fassa Bortolo e Iccrea BancaIntesa, in partenariato con Ecomondo e Vastarredo, che ha visto partecipare e confrontarsi Comuni, amministrazioni centrali, dirigenti scolastici, docenti, famiglie, studenti e aziende su sfide e opportunità in campo per un’edilizia scolastica sicura e sostenibile e servizi che abbiano una elevata qualità. Per una scuola che sappia essere luogo di innovazione e benessere.

Per quel che riguarda i servizi e i progetti educativi, dal 2012 ad oggi si registra un calo della diffusione degli Scuolabus che passa dal 30% al 23% circa a livello nazionale ma con una forbice che va da più del 40% di scuole che possono contare su questo servizio nelle città capoluogo di provincia del centro Italia ad un irrisorio 13,7% al sud, rendendo il trasporto scolastico sempre più appaltato alle famiglie, incentivate così all’uso del mezzo privato a danno anche della sostenibilità ambientale e dell’economia familiare. 

In diminuzione tutte le infrastrutture di gestione della mobilità autonoma e in sicurezza del percorso casa-scuola, quali il pedibus, realtà presente prevalentemente nelle città del centro-nord, e esperienza eccellente a Bergamo, Lecco, Macerata e Padova, o la presenza di piste ciclabili nelle aree antistanti gli edifici scolastici per permettere agli studenti di raggiungere  le proprie scuole in bicicletta (migliori strutture ancora a Bergamo, Modena, Pordenone Ravenna e Reggio Emilia), così come gli edifici scolastici collocati all’interno di isole pedonali, zone 30 e ZTL. Palestre e strutture sportive, sono presenti mediamente solo in una scuola su due (ma se in Lombardia sono presenti nel 74% circa delle strutture, in Calabria non si raggiunge il 27%), mentre giardini e spazi verdi fruibili – fondamentali luoghi di aggregazione per l’infanzia e l’adolescenza spesso aperti al quartiere - rimangono una chimera nelle isole (nel 60% dei casi) e ancora al Sud (50%). Il servizio mensa (legato spesso alla possibilità di effettuare il tempo pieno), è garantito nell’87% delle scuole del nord e del centro ma solo a poco più del 60% degli istituti del Sud e al 30% delle scuole sulle isole. Le biblioteche scolastiche, invece, presenti solo nel 37% degli edifici, sono più numerose sulle isole (49,4%) che al nord (38,5%) o al centro (37,9%) ma risultano sempre meno diffuse al sud (23,6%).

I progetti educativi, importantissimi anche per l’apprendimento attivo e le competenze di cittadinanza, dal 2012 ad oggi calano di oltre 10 punti percentuali fermandosi al 72% delle scuole, con una spesa media a studente di circa 11 euro, con situazioni molto differenti tra loro: dall’eccellenza di città virtuose come Reggio Emilia, che investe una media di più di 160 euro a studente, fino ad un nutrito numero di amministrazioni che purtroppo non investono affatto, come Avellino, Caltanissetta, Campobasso, Catanzaro, Chieti, Cosenza, Crotone, Cuneo, Gorizia, Matera, Messina, Reggio Calabria, Rieti, Rimini, Rovigo, Sassari, Varese.

Tornando alla qualità degli edifici e alla sicurezza, nel complesso i dati presentati dall’Ecosistema scuola 2018, relativi all’anno 2017, mostrano un panorama di 5.725 edifici, di cui quasi la metà edificati prima degli anni ’70, ovvero prima dell’entrata in vigore di importanti normative come la normativa antisismica e il collaudo statico, di queste, ben il 46,8% necessita di interventi urgenti di manutenzione.

Al sud, nonostante tre scuole su quattro siano in area rischio sismico, solo una scuola ogni quattro risulta costruita secondo criteri antisismici e non si pratica la necessaria prevenzione. La verifica di vulnerabilità sismica è stata eseguita solo dal 27,4% degli edifici del sud e dal 2,4% delle scuole delle Isole mentre la percentuale sale al 50,9% al centro e 35,3% al nord. Le indagini diagnostiche dei solai hanno riguardato l’8,6% delle scuole del sud e delle isole, il 31,6% delle scuole del centro e il 25,2% degli istituti del nord. I certificati di agibilità, prevenzione incendi e porte antipanico sono abbastanza diffusi con percentuali però più basse soprattutto nelle isole.

Per sanare questa situazione e assicurare lo stesso grado di sicurezza agli alunni del Belpaese, occorre conoscere lo stato di salute degli edifici scolastici situati nelle aree a rischio sismico maggiore, così da programmare le priorità d’intervento e la messa in sicurezza delle scuole maggiormente esposte.

“Sebbene in Campania oltre la metà degli edifici scolastici hanno goduto di manutenzione straordinaria restano ancora tantissimi, più del 64%, quelli che necessitano di interventi urgenti – sottolinea Francesca Ferro, direttrice di Legambiente Campania –. Un’esigenza di intervento presumibilmente legata a una spesa sia per la manutenzione straordinaria che ordinaria di molto al di sotto delle medie nazionali. Così come, se da un lato è positiva la performance delle città campane sul fronte dei servizi e pratiche ecocompatibili, soprattutto per la raccolta differenziata dei rifiuti, dall'altro non va bene riguardo la mobilità casa-scuola ed è ancora insufficiente l’utilizzo di energie rinnovabili. Napoli si piazza prima tra le grandi città del sud, ma occorre anche qui investire di più e, più in generale, serve uno sforzo maggiore per promuovere un grande cantiere di innovazione”.

L’innovazione tecnologica e ambientale degli edifici scolastici spesso passa attraverso scelte più ampie, come un progetto di rigenerazione sociale, educativo e ambientale di un territorio o un quartiere, come narrano molte delle Storie di scuole sostenibili, i dieci casi virtuosi di edifici scolastici nuovi o riqualificati contenuti nel dossier di Legambiente. Esempi virtuosi e importanti esperienze che troviamo anche in Comuni che hanno scelto di investire in innovazione e sostenibilità con grandi risultati, a partire da Bolzano che con l’efficientamento energetico di tutti gli edifici scolastici ha ridotto del 50% i consumi energetici.

Ma molti sono ancora i passi avanti da fare nel campo della sostenibilità energetica con l’85% circa delle scuole classificate nelle ultime tre classi energetiche(E, F, G) e solo poco più del 5% nelle prime tre classi, Dato tendenzialmente positivo, anche se comunque molto migliorabile, quello delle scuole che utilizzano fonti di energia rinnovabile che salgono al 18,2%, contro il 13,5% registrato nel 2012.

 

Pubblicato in Nazionale

Dopo il putiferio e le polemiche sono stati rimossi. A Roma non sono più visibili i manifesti con la nuova campagna di comunicazione promossa dalle associazioni Pro Vita e Generazione Famiglia: un messaggio contro la pratica della maternità surrogata (il cosiddetto "utero in affitto") che non è stato giudicato idoneo dal Campidoglio.

I cartelloni raffigurano due uomini, individuati come genitore 1 e genitore 2, che spingono un carrello con dentro un bambino col codice a barre sul petto. "Due uomini non fanno una madre", è la scritta, corredata dall'hashtag "stoputeroinaffitto".

La sindaca Virginia Raggi ha richiesto agli uffici competenti la rimozione di quelli che ha definito "manifesti omofobi riconducibili all'associazione onlus Provita". Per il Campidoglio "il messaggio e l'immagine veicolati dal cartellone - mai autorizzato da Roma Capitale e dal Dipartimento di competenza - violano le prescrizioni previste al comma 2 dell'art. 12 bis del Regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali". "La strumentalizzazione di un bambino e di una coppia omosessuale nell'immagine del manifesto - ha dichiarato Raggi - offendono tutti i cittadini".

La rimozione è stata rivendicata come un successo da Famiglie Arcobaleno, che parla di "ignobile campagna omofoba" e di manifesti che "rappresentano un’offesa non solo per le persone LGBT+ e le loro famiglie ma per la cittadinanza tutta e sono l’ennesimo tentativo di Provita di alzare l’asticella della comunicazione per ottenere visibilità nonché l’occasione di passare per vittima dopo lo scontato ritiro". "Siamo felici della pronta reazione dei gruppi consiliari e di esponenti politici di primo piano del Partito Democratico, locale e nazionale, del Movimento 5 Stelle di Roma e della sindaca Raggi che ne ha ordinato la pronta rimozione: una risposta unita e intransigente a chi vuole strumentalizzare i bambini e le bambine per portare avanti una propaganda intrisa di odio e omofobia", le parole di Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno.

Di vera e propria "censura", di "pensiero unico" e di attentato alla libertà di espressione parlano le organizzazioni promotrici della campagna, che sottolineano come l'utero in affitto sia una pratica che in Italia è attualmente vietata per legge, con sanzioni penali ben chiare e definite. “Denunciamo con forza – affermano Antonio Brandi di ProVita e Jacopo Coghe di Generazione Famiglia - che in Italia si è liberi di reclamizzare la maternità surrogata, pratica vietata dall’art. 12 della legge n. 40 del 2004 e punita come reato con la reclusione fino a due anni e con la multa fino ad un milione di euro, mentre si cancellano le voci di libertà che mirano a rimettere al centro la dignità dei bambini, il loro diritto ad avere una mamma e un papà e la dignità delle donne, usate come incubatrici”.

"Il vero offeso del manifesto è il bambino - proseguono - messo in vendita per coppie gay e destinato ad essere strappato dalla madre che lo ha partorito”. "I bambini - afferma Coghe - non sono prodotti. Roma sprofonda nel degrado e le priorità del Sindaco sono le trascrizioni illegali all’anagrafe dei "figli di coppie dello stesso sesso" e la rimozione coatta di manifesti che stigmatizzano una pratica, quella dell’utero in affitto, illegale in italia. E’ totalitarismo LGBT”.

Sulla stessa linea d'onda anche Massimo Gandolfini, presidente del Family Day, che parla di "ingiusta rimozione": "Non credo - afferma Gandolfini - di essermi perso qualche passaggio legislativo, quindi il barbaro mercimonio di madri surrogate, di gameti scelti in base al sesso e l’etnia e di bambini strappati al seno materno a poche ore dalla nascita, restano pratiche illegaliperseguite dalla legge italiana”.

"Rimuovere le voci che non si adeguano al conformismo - che spaccia per conquiste sociali l’eliminazione del diritto a crescere con un padre e una madre e a non essere oggetto di una compravendita – è sintomo di un pensiero unico che si tramuta in dittatura”. “In una società attenta alla dignità di ogni essere umano, in particolare ai soggetti più deboli come donne e bambini, la campagna delle due associazioni dovrebbe aprire un ampio dibattito sulla necessità di arrivare al bando universale dell’utero in affitto. Auspico che questa riflessione possa avvenire malgrado qualche gendarme del politamente corretto continui ad usare in maniera impropria il suo potere per metterci il bavaglio”, conclude Gandolfini.

 

Pubblicato in Parità di genere

Sola, con una figlia gravemente malata, abbandonata dalle istituzioni. Questa è la storia di Maria Di Capua, madre di Francesca, una bimba di quasi dieci anni con la sindrome di Sotos, meglio conosciuta come gigantismo infantile, che le comporta un grave deficit fisico e soprattutto comportamentale con manifesta aggressività verso se stessa e verso gli altri.

“Mia figlia al momento è senza cure riabilitative e il trattamento farmacologico non basta. Io combatto questa battaglia da sola ma ora non ce la faccio più, ho bisogno di aiuto”, è l’appello della madre della piccola di Castellammare di Stabia.

In realtà, fino al giugno del 2017, Francesca era in carico al Centro di Terapia Fisica e Riabilitazione (CTF) di Castellammare, prima che la terapia fosse sospesa, a causa delle dimissioni dell’unica terapeuta in grado di contenere la sua crescente aggressività. Da allora comincia il calvario della madre che si trova già in una situazione non facile: Maria, separata, deve badare da sola ad assistere la figlia affetta da una malattia rara praticamente da sempre, combattendo contro pregiudizi e un sistema che non vuole riconoscerle il sacrosanto diritto alla cura. Sì, perché dopo varie attese e richieste, all’Asl e ai servizi sociali del territorio alla ricerca di un nuovo centro in grado di prendersi cura della piccola - ce ne sono davvero pochi altamente qualificati e adatti a gestire questi casi - non si muove nulla. L’unica struttura che risponde ai criteri è il centro convenzionato Neapolisanit con sede a Ottaviano, che si rende disponibile a prendersi cura della bambina, però serve l’autorizzazione da parte dell’Asl Napoli 3 Sud, cui spetta l’onere delle spese sanitarie per la presa in carico di Francesca.

Un semplicissimo passaggio, dunque, un banale via libera per poter procedere con l’iter burocratico e fare in modo che la bambina sia presa in carico dal semiconvitto e abbia le cure riabilitative di cui necessita. Ma l’autorizzazione non arriva e Francesca, in tutti questi mesi, resta “prigioniera in casa sua”. A questo punto, Maria decide di rivolgersi a un legale, l’avvocato Vincenzo Grimaldi, per far valere il diritto alla cura della figlia. Il 19 luglio 2018 arriva la sentenza, poi notificata, del Tribunale di Torre Annunziata che le dà ragione: “L’Asl Napoli 3 Sud, nella persona del direttore generale, deve prendere in carico immediatamente la minore avvalendosi di centri aziendali o convenzionati specializzati”. Il piano riabilitativo dovrà essere portato avanti per 6 mesi, a spese dell’Asl di competenza. Il Tribunale stabilisce, inoltre, che, accanto alle spese per il trattamento riabilitativo di Francesca, l’Azienda sanitaria locale deve rimborsare anche le spese legali sostenute dalla famiglia, calcolate in 1.100 euro. 

All’ordinanza, però, non segue alcuna iniziativa da parte dell’azienda sanitaria locale che, a tutt’oggi, appare come un fantasma in questa tribolata vicenda.L’avvocato invia diversi solleciti: formalizza 3 diffide, prima di arrivare a una vera e propria denuncia “per omissione di atti di ufficio”, dato che dalla scorsa estate ad oggi nulla si è mosso. Per il legale che assiste la signora di Castellammare, non ci sono dubbi, questo è un caso di inerzia da parte dell’Asl. “L’Asl Napoli 3 Sud è l’azienda più grande d’Europa, non si crede come non abbia nelle pieghe del suo bilancio la capacità economica di sostenere le spesa di un’unica paziente, una bambina con una malattia rara molto grave, a cui, ad oggi, non vengono assicurate le cure necessarie e le cui istanze non trovano alcun riscontro”.

“Il giorno 15 novembre ritorneremo in aula per un altro giudizio – conclude l’avvocato Grimaldi - il giudice detterà le modalità di attuazione del provvedimento datato 19 luglio 2018 che finora è rimasto inosservato”. Se, come si prevede e si spera, Maria Di Capua e sua figlia Francesca avranno finalmente giustizia, sarebbe un precedente unico in Italia: si tratterebbe del primo caso in cui la famiglia di un malato di Sotos riesce a far rispettare il suo diritto alla cura davanti alla legge, un diritto che non dovrebbe passare per le aule di un tribunale.

Accanto a Maria in questa battaglia, c’è sempre stata la ASSI Gulliver Associazione Sindrome di Sotos Italia, la prima associazione italiana che riunisce le famiglie dei pazienti con la malattia di Sotos, nella persona della referente campana, Silvia Cerbarano, che sottolinea: “Uno dei grandi ostacoli da superare per chi combatte questa battaglia quotidiana è proprio la burocrazia, come dimostra questo caso. C’è ancora tanto da fare per il riconoscimento di chi soffre di questa sindrome”. 

Maria Nocerino (per napolicittasolidale.it)

 

Pubblicato in Salute

Venti ritratti fotografici di grandi dimensioni di rifugiati e richiedenti asilo, sbarcati in Italia, sono affiancati da testi che ne raccontano le drammatiche storie personali, raccolte dalla stessa artista, che per mesi li ha incontrati e ascoltati nei centri italiani dove oggi risiedono. Davanti all'obiettivo della fotografa, ciascun protagonista ha con se un oggetto particolarmente evocativo, che ha scelto quale segno per rappresentare la sua vicenda unica e individuale: dal sasso dipinto di Muhamed, sfuggito alla lapidazione, alla candelina azzura di Joy, che celebra il primo compleanno di suo figlio, salvando il suo piccolo dalla persecuzione di Boko Haram.

Afghanistan, Pakistan, Siria, Nepal, Libia, Gambia, Nigeria, Senegal, Egitto, Congo, Mali, Costa d'Avorio, Eritrea ed Etiopia: vengono da diverse parti del mondo i protagonisti di questo lavoro realizzato nel 2017, che ha coinvolto le persone accolte nei progetti SPRAR della Basilicata, promossi dalla Provincia di Potenza e dal Comune di Matera.

Un racconto corale della condizione di migrante, dove le singole voci cantano all'unisono di storie di affrancamento e voglia di riscatto, dove ogni singolo spettatore potrà seguire storie per nulla scontate con epiloghi ancor meno prevedibili.

Sono racconti molto diversi l'uno dall'altro, ma accomunati da un netto rifiuto nei confronti di tutto ciò che è violenza e sopraffazione. Tutti i migranti ritratti da Luisa Menazzi Moretti sono costretti, per poter continuare a vivere, a scappare. I motivi sono diversissimi, la speranza che li alimenta resta sempre quella di credere in un possibile domani.

La mostra fotografica Io Sono di Luisa Menazzi Moretti arriva per la prima volta a Napoli dal 25 ottobre al 23 novembre 2018 al PAN | Palazzo delle Arti Napoli, e inaugura il 24 ottobre alle ore 18.

All'inaugurazione, oltre all'artista, saranno presenti Nino Daniele, l'Assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, Nicola Valluzzi, Presidente della Provincia di Potenza e Daniela Di Capua, Direttrice del Servizio Centrale – SPRAR. La mostra, promossa dall'Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, è stata prodotta daFondazione Città della Pace per i Bambini Basilicata, Cooperativa Sociale il Sicomoro e Arci Basilicata.

La mostra fotografica è stata già esposta a Matera, a Potenza e Lecce, con un grande successo di pubblico. Dopo la tappa napoletana sarà a Milano.

L’incontro e la fotografia

"Ho incontrato persone arrivate nel nostro Paese alla ricerca di una vita migliore – spiega Luisa Menazzi Moretti -Insieme a moltissime altre sbarcano e si confondono nell'indistinto afflusso di uomini e donne senza volto e senza storia. Non sappiamo nulla di loro. Da dove vengono, chi sono? Li vediamo da lontano. In televisione, su internet, paiono tutti uguali".

Al centro del lavoro di Io Sono c'è il riconoscimento di un'identità: quello di Luisa Menazzi Moretti è un invito allo spettatore a riconoscere l'unicità di ogni singola esperienza, di ogni ritratto, di ogni distinta vicenda umana. Un tentativo di comprensione, di empatia con le vite degli altri, di ognuno di loro. Sono ritratti reali, che si impongono allo sguardo dello spettatore e sembrano dire "Noi siamo, noi ci siamo, ascoltateci."

C'è la storia di Tresor, venuto dal Congo: "Ho due bambini. Avevo un terzo figlio, ma è scomparso nell'acqua durante la traversata. Anche mia moglie è morta"; o la storia di Adama, che ha solo diciotto anni e viene dal Senegal: "Mio zio mi ha promessa in sposa a un suo amico, era molto vecchio, avevo quattrodici anni. Ho deciso di scappare, da sola. Sono stata costretta ad andare via: o mi sposavo o mio zio mi uccideva". E poi c'è Ahmad che con la moglie e i sei figli sono fuggiti insieme dalla guerra in Siria, trovando rifugio dapprima in Turchia e poi accolti in Italia come rifugiati: "La vita non dovrebbe essere così dura come lo è stata per i miei figli. Per nessuno. Mi avevano proposto di andare in Olanda, Svezia, Svizzera, Germania... ma noi abbiamo scelto l'Italia perché siamo convinti che sia molto bella".

"E' difficile riuscire a concepire il loro essere innanzitutto individui prima che migranti" - l'autrice aggiunge – "Le persone che ho incontrato in Basilicata, grazie al lavoro svolto dagli operatori sociali, sono state messe nella condizione di poter costruire per sé stessi e con le comunità locali, una nuova vita".

Il progetto comprende, oltre alla mostra, anche un video, che ha ricevuto il premio "One Eyeland, Bronze" e il libro Io sono pubblicato da Giunti Editore. Il lavoro è corredato da una speciale guida didattica, strumento di approfondimento per sviluppare nelle scuole originali programmi didattici sul rispetto dei diritti umani.

Il progetto Io sono ha ricevuto inoltre di recente due honorable mentions al prestigioso International Photography Awards di New York: una al video "I am", versione breve, e l'altra alle fotografie nella categoria People-Other.

 

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"53 anni, moglie e due figli, morto in una voragine a Napoli nel '99, dopo vent'anni ancora senza giustizia. Era mio padre". A parlare è Nando Misuraca, cantautore, giornalista e produttore discografico, sfortunato protagonista suo padre Bruno, deceduto sul lavoro il 5 maggio del 1999 nel crollo di un cortile nello storico quartiere Materdei a Napoli , una morte innocente che ancora chiede giustizia.

Il musicista napoletano dedica a lui ed a tutti i caduti sul lavoro il nuovo singolo intitolato "Anime bianche", il cui videoclip è stato realizzato dall’etichetta indipendenteSuono Libero Music con il contributo della CGIL Fillea. L’opera è stata presentata in anteprima durante il V Convegno della Federazione Italiana dei Lavoratori del Legno, dell' Edilizia, delle industrie Affini ed estrattive: “Ringrazio il Segretario Generale Giovanni Sannino per aver sposato il mio progetto, è importante per me sentire la loro vicinanza su di un tema tanto importante e mi fa ben sperare per il futuro”

Ed è lo stesso Misuraca a spiegare la mission di quest’operazione: "Voglio raccontare la storia di mio padre e con lui aprire uno spiraglio di sensibilizzazione su tutte le morti bianche rimaste per troppo tempo nell'ombra. Ogni anno in Italia sono circa 150 le vittime sui cantieri, e con loro a morire sono le vite dei superstiti delle famiglie d'appartenenza, esattamente come è successo a noi. Uno tsunami che ti cambia la vita per sempre".

La storia

Una vicenda drammatica quella del geometra Bruno Misuraca, che tenne incollati gli italiani per tre lunghissimi giorni fino a quando, dopo l'intervento dei mezzi pesanti, solo grazie ai cani labrador fu individuato il corpo dell'uomo inghiottito in una cavità di circa 30 metri apertasi sotto i suoi piedi da un cortile di uno stabile a cui non erano state fatte le dovute bonifiche del sottosuolo, reso friabile dalle continue piogge di quei giorni.

Tre furono i condannati: la ditta Leime nella persona del titolare Vincenzo Migliore, l'Architetto Luigi Russo (direttore dei lavori) ed il ragioniere Paolo Sansone (amministratore del condominio di Vico Santa Maria della Purità numero 44).

Per loro condanna di un anno e mezzo di reclusione ed una provvisionale di 100 mila euro mai corrisposta ai superstiti grazie ad un incredibile reticolo di "scatole cinesi" abilmente tessuto dalla ditta e nullatenenza varia degli altri due condanati, condito con la solita burocrazia tutta italiana fatta di rinvii e attese lunghissime, come racconta lo stesso Misuraca: "abbiamo speso oltre 50 mila euro per dare giustizia a mio padre e, ad oggi, abbiamo ricevuto un nulla di fatto. Lo Stato è assente per le famiglie dei caduti sul lavoro che, sono morti di serie B rispetto ad altre tragedie più tutelate. Penso alle vittime di mafia o ai militari, a cui va la mia vicinanza ma che, possono godere di maggiore solidarietà dalle Istituzioni”.

Gli occhi lucidi ed un ricordo del padre: "Era un uomo buono, leale ed amato da tutti. Lo chiamavano "il sindacalista" perché, da geometra capocantiere, si batteva per i diritti dei suoi operai, dai semplici caschi alle cinture di sicurezza. La vita è tristemente bizzarra e ce l'ha tolto così, per una cosa per cui si era sempre battuto".

"Anime bianche" viene dopo il successo del precedente singolo "Mehari Verde" dedicato al giornalista Giancarlo Siani e presentato al "Premio Elsa Morante" all'Auditorium Rai e sarà contenuto nell'album "Inconsapevoli eroi" di prossima uscita.

Il videoclip girato in un vero cantiere e diretto dal film-maker Claudio D’Avascio vede la partecipazione dell’attrice Valeria Frallicciardi e degli esordienti Luigi edAntimo Segreto: "mio padre è un eroe inconsapevole della società civile. Grazie al suo sacrificio si è evitata una carneficina dell’intero palazzo che era totalmente a rischio”.

Poi prosegue e conclude: “Per me è un esempio di rettitudine ed era soprattutto un papà pieno d'amore. Aveva un alto senso del dovere nei confronti della propria famiglia e rispetto nella sacralità del lavoro. Nessuno dovrebbe morire per portare il pane a casa. Le “morti bianche” sono un problema vero su cui lo Stato italiano deve concentrarsi e fare chiarezza intervenendo duramente punendo i colpevoli e garantendo ai superstiti un futuro, perché la criminalità è anche nell'inadempienza e nel silenzio che sanno creare queste perdite". 

 

Pubblicato in Lavoro

All'inizio pensai che stavo combattendo per salvare gli alberi della gomma, poi ho pensato che stavo combattendo per salvare la foresta pluviale dell'Amazzonia. Ora capisco che sto lottando per l'umanità”. 

Scriveva così Chico Mendes, raccoglitore di caucciù e sindacalista dello stato dell’Acre nell’Amazzonia brasiliana, che dedicò la sua vita alla lotta per la conservazione e l’uso sostenibile della foresta e alla difesa dei diritti dei popoli che ancora oggi vivono dei suoi prodotti.

A 30 anni dalla sua uccisione, la cooperativa Chico Mendes Modena ha deciso di ricordare l’attualità e l’insegnamento delle sue parole durante un seminario organizzato in collaborazione con il dipartimento di Economia dell’università di Modena.

L’iniziativa, “30 anni dopo Chico Mendes, 15 anni insieme”, si tiene oggi nel polo didattico dell’Università di Economia di Modena di viale Fontanelli 11, con i saluti del direttore del Dipartimento di Economia “Marco Biagi”, Giovanni Solinas e vedrà la partecipazione di Enrico Giovannetti, professore di politica economica, Valeria Bigliazzi, responsabile progetti di Coop. Chico Mendes, Giorgio Prampolini, vicepresidente di Fairtrade Italia e Adriano Turrini, presidente di Coop Alleanza 3.0.

“Un’occasione importante – sottolinea Antonella Santinelli, presidente della cooperativa modenese – per far conoscere agli studenti i principi per i quali Chico Mendes e tanti altri sindacalisti come lui hanno sacrificato la vita e per non dimenticare che il territorio amazzonico è tuttora soggetto a sfruttamenti incontrollati da parte di compagnie minerarie, industrie del legname e agro–alimentari, con conseguenti danni ambientali, sociali ed economici che dovrebbero interessare l’intera comunità mondiale. Il lavoro da fare è ancora tanto, sul posto, ma anche qui in Italia e in Occidente, dove lo sviluppo del commercio equo e solidale, rappresenta un’attività in grado di fornire alternative concrete e sostenibili ai piccoli produttori e alle famiglie che abitano la foresta”.

Un settore sempre più in crescita negli ultimi anni e all’interno del quale la cooperativa Chico Mendes lavora dal 2004, dedicandosi all’importazione diretta di frutta secca, grazie a contratti con organizzazioni autogestite latinoamericane, che hanno trovato proprio nel commercio equo certificato Fairtrade e Biologico uno sbocco per il loro lavoro, per l’affrancamento dagli intermediari e per la conservazione della foresta.

La conferenza, aperta a tutti gli studenti, sarà accompagnata dalla proiezione di un video dedicato alla storia di Chico Mendes e dell’Amazzonia brasiliana, dagli anni ’70 a oggi, che aiuterà a riscoprire la foresta pluviale come luogo di produzione e utilizzo ottimale delle risorse, dove è ancora possibile lo sviluppo di un’economia più sostenibile, in grado di preservare la natura e garantire al tempo stesso la sopravvivenza delle comunità presenti sul territorio.

Sabrina Fiorini

 

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