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Sabato, 25 Maggio 2019

Articoli filtrati per data: Martedì, 23 Ottobre 2018 - nelPaese.it

Le persone affette da tubercolosi resistente ai farmaci (DR-TB) continuano a non avere accesso ai migliori trattamenti disponibili, in parte a causa del loro prezzo. Questo è ciò che afferma Medici Senza Frontiere (MSF) nel nuovo rapporto “DR-TB Drugs Under the Microscope” pubblicato oggi in occasione della 49esima Conferenza Mondiale sulla Salute Polmonare che si apre domani a L’Aia. MSF si appella, in particolare, alla società farmaceutica Johnson and Johnson (J&J) affinché dimezzi il prezzo del nuovo farmaco per la TB, la bedaquilina, e più vite possano essere salvate.

Ad agosto del 2018, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha raccomandato di espandere l’uso della bedaquilina (prodotta da J&J), di farlo diventare il principale farmaco per il trattamento della DR-TB e, allo stesso tempo, di impiegare i farmaci di vecchia generazione – che possono causare sordità, insufficienza renale e altri gravi effetti collaterali – solo come ultima opzione. Questo cambio di rotta aumenterebbe drasticamente il numero di persone in cura con la bedaquilina, e richiederebbe ai vari programmi nazionali di includerla nei protocolli per la cura della DR-TB. Nonostante i numerosi benefici, i prezzi alti rimangono un ostacolo significativo.

Il rapporto di MSF mostra che includere nei regimi di trattamento della DR-TB i due farmaci di ultima generazione, la bedaquilina e il delamanid, ne fa aumentare significativamente il prezzo rispetto ai regimi di trattamento più vecchi e non più raccomandabili. I malati devono ricevere diagnosi e trattamenti su misura che constano in almeno cinque farmaci di durate differenti, a seconda del tipo di TB resistente da cui sono affetti. Il prezzo stimato di un regime di trattamento individuale adesso può superare i 2000 dollari a persona per un ciclo di almeno 18 mesi di bedaquilina, un aumento anche del 50% rispetto al prezzo dei trattamenti precedenti. Per pazienti che hanno bisogno sia della bedaquilina sia del delamanid per 20 mesi, l’aumento di prezzo può sfiorare il 500%, con un costo stimato intorno ai 9.000 dollari.

“La nostra analisi mostra chiaramente che il prezzo alto dei farmaci di ultima generazione rende i migliori trattamenti oggi disponibili per la TB molto più costosi dei regimi precedenti”, dichiara la dott.ssa Laura Sannino, esperta di Tubercolosi di MSF “Questi nuovi farmaci salveranno anche più vite e renderanno questo difficile trattamento più tollerabile, ma se rimangono ad un prezzo fuori portata, non serviranno al loro scopo e i risultati attesi non saranno raggiunti. Se le società farmaceutiche non abbasseranno sostanzialmente i prezzi, le persone continueranno a soffrire senza avere accesso a trattamenti più sicuri ed efficaci.”

J&J ha recentemente annunciato una riduzione del prezzo della bedaquilina in alcuni Paesi, ma ciò ancora non consente di rendere il farmaco accessibile in Paesi duramente colpiti dall’epidemia di DR-TB. Il prezzo di 400 dollari per sei mesi di trattamento è ancora troppo alto, perché diverse persone hanno bisogno del farmaco per molti più mesi, il che fa aumentare ancora di più i costi.

J&J ha ricevuto cospicui fondi dai contribuenti del governo degli Stati Uniti e degli altri governi per lo sviluppo della bedaquilina, e quindi ha la responsabilità di assicurarsi che il pubblico abbia un ritorno di questo investimento, rendendo il farmaco accessibile a che ne ha bisogno. A tal fine, MSF ha chiesto alla J&J di rilasciare una licenza non esclusiva alla Medicines Patent Pool per consentire la competizione tra produttori generici e un conseguente abbassamento dei prezzi.

“Le raccomandazioni dell’OMS sul nuovo trattamento rappresentano la migliore possibilità di una cura con meno effetti collaterali per le persone che soffrono di tubercolosi resistente ai farmaci”, dichiara la Dottoressa Naira Khacharyan, Coordinatore Medico di MSF in Armenia. “Se la bedaquilina continua a essere troppo costosa, i Paesi avranno opportunità limitate di estendere il trattamento e saranno intrappolati in questo status quo, in cui la maggior parte delle persone malate non potrà beneficiare dei nuovi trattamenti”.

Si stima che circa 558.000 persone abbiano sviluppato la DR-TB nel corso del 2017, ma solo il 25% dei casi stimati hanno ricevuto un trattamento specifico. I trattamenti standard in uso nella maggior parte dei paesi richiedono alle persone di prendere fino a 14.000 pillole per circa due anni, includono fino a otto mesi di dolorose iniezioni giornaliere e causano gravi effetti collaterali. Il tasso di guarigione è solo del 55%.

“Per salvare il maggior numero di vite possibili ed estendere davvero il trattamento, il prezzo di un regime di trattamento della DR-TB non dovrebbe superare i 500 dollari a persona in Paesi a basso e medio reddito, che sono poi quelli a più alto tasso di TB”, conclude Sannino.

MSF lavora nel trattamento della TB da 30 anni, spesso in collaborazione con le autorità sanitarie nazionali, e cura pazienti in un ampio numero di contesti, tra cui aree di conflitti cronici, baraccopoli urbane, campi rifugiati e zone rurali. Nel 2017, MSF ha supportato più di 22.000 malati di TB in trattamento, tra cui 3.600 persone con forme resistenti ai farmaci. Attraverso i progetti di MSF in 14 paesi, più di 2.000 persone sono state trattate con i farmaci di ultima generazione – 633 con il delamanid, 1.530 con la bedaquilina, e 227 con una combinazione di entrambi i farmaci, fino a settembre 2018.

MSF sta inoltre partecipando a due dei diversi studi clinici in corso, entTB e PRACTECAL, che stanno valutando l’uso ottimale di bedaquilina, delamanid e altri nuovi farmaci impiegati in regimi di cura della DR-TB più brevi.

 

 

Pubblicato in Salute

“Le esperienze positive vanno ripetute, e questo progetto è stato un unicum nel panorama museale italiano. Ecco perché i tirocini dei giardinieri-rifugiati proseguiranno anche per i prossimi cinque mesi”. Così il direttore del museo della Reggia di Caserta Mauro Felicori, intervenuto stamattina nel corso della conferenza stampa con cui è stato annunciato il rinnovo del progetto “Accolti e Attivi”, realizzato dalla cooperativa Solidarci in collaborazione l’Arci di Caserta.

A partire dal primo di ottobre, quattro richiedenti asilo – proveniente dal Gambia e dalla Costa d’Avorio - sono stati impegnati in attività di manutenzione dei 124 ettari di verde del parco della Reggia. Sono tutti beneficiari dello Sprar dei comuni di Santa Maria Capua Vetere e Succivo e sono stati inquadrati come tirocinanti, ovviamente a costo zero, in quanto la loro attività è già stata finanziata con le risorse del Sistema di Protezione dei Richiedenti Asilo e Rifugiati, che ha tra gli obiettivi proprio quello di formare professionalmente i rifugiati. 

“Sul piano politico – ha aggiunto Felicori - un'esperienza come la nostra può essere anche criticata, ci mancherebbe. Ma sul piano legislativo, non c'è nulla da eccepire. Sul piano pratico, l’apporto di questi ragazzi è stato fondamentale per restituire alla cittadinanza e ai turisti zone del Parco poco frequentate ma di un fascino estremo”. Alla conferenza stampa di stamane ha preso parte anche Maria Vitiello, presidentessa della cooperativa Solidarci: “Il rinnovo dei tirocini alla Reggia di Caserta è l’ulteriore passo di un percorso avviato dalla nostra cooperativa negli ultimi 4 anni all'interno della rete SPRAR. Quando abbiamo iniziato questa partnership non pensavamo di ottenere tanti riscontri così positivi. In particolare ci ha colpito il modo con cui i dipendenti e il personale della Reggia hanno accolto i rifugiati: sono diventati parte di una grande famiglia, e questo è commovente".

Fondamentale per l'avvio dei tirocini, il contributo e il know how dell'agenzia per il lavoro "Mestieri", diretta da Mauro Falardo che ha aggiunto: "Al di là della eco mediatica, ciò che ci ha colpiti è il favore che quest’iniziativa ha ottenuto tra i casertani che ogni giorno vivono il parco della Reggia e che hanno potuto constatare l’utilità della nostra idea”. Dal canto suo, Angelo Ferrillo, presidente dell’Arci di Caserta ha ribadito che “sono buone prassi come questa a testimoniare che lo Sprar non va indebolito, ma rafforzato. L’esperienza realizzata alla Reggia di Caserta potrebbe essere mutuata in tanti altri contesti museali e non solo. I rifugiati e i richiedenti asilo sono una risorsa da utilizzare al meglio, e noi abbiamo dimostrato con i fatti che non si tratta di un’utopia politica ma di una concreta possibilità”.Alla conferenza stampa è intervenuto anche il prefetto di Caserta, Raffaele Ruberto che ha definito il progetto “Accolti e Attivi” come un esperimento positivo, “che ha dimostrato la vitalità che contraddistingue la provincia di Caserta. Difficilmente associazioni ed enti pubblici riescono a lavorare in modo tanto sinergico, soprattutto quando bisogna bilanciare la necessità dell’integrazione dei beneficiari dello Sprar, con quelle che sono le reali esigenze del territorio. La mia speranza – ha concluso Sua Eccellenza Ruberto – è che questo modello sia esportato anche in altre realtà”.

Dal canto suo, il direttore del Parco, il geometra Leonardo Ancora ha specificato che “i tirocinanti sono stati impegnati cinque giorni su sette, dalle nove alle 14, e il loro lavoro è stato prezioso. Hanno lavorato sia nella manutenzione ordinaria di uno dei parchi monumentali più grandi d’Europa, con i suoi 124 ettari di estensione, sia in vere e proprie operazioni di bonifica, in particolar modo nell’area detta del Bosco Vecchio. Anche grazie all’impegno dei quattro tirocinanti-rifugiati è stato possibile restituire alla cittadinanza e ai turisti aree secondarie tornate agli antichi splendori”.

 

 

Pubblicato in Campania
ALICe - Associazione per la Lotta all'Ictus Cerebrale per World Stroke Day 2018. Lunedì 29 Ottobre 2018 “Up Again After Stroke”: una vita dopo l’Ictus è possibile http://www.alicecampania.it
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Meno ostili verso Europa e l’euro, ma convinti che è necessario un cambiamento radicale dell’Unione. Questa è la sintesi del sondaggio PoliticApp di Swg che mostra una nuova tendenza con una diminuzione di chi vuole l’uscita dalla Ue (dal 30% al 22) e anche dalla moneta unica (dal 36 al 21) rispetto al 2012.

Questo nuovo approccio, però, non muta la critica radicale alle istituzioni europee che per il 76% degli italiani è poco o per niente attenta ai bisogni dei suoi cittadini. E con la stessa percentuale chiedono che sia trasformato il modo di gestire l’Ue.

Sono lavoro, giovani, lotta all’esclusione e politiche per l’ambiente gli ambiti in cui matura maggiormente la delusione nei confronti della Ue. E sono proprio questi temi, insieme a una crescita economica più equilibrata, i punti da dove ripartire l’Europa secondo gli italiani.

Infine, nello stesso sondaggio si delinea per la prima volta da quando è al governo uno stop dei consensi alla Lega di Salvini che perde 0,1% in una settimana. Insomma, alla vigilia delle elezioni europee agli italiani non sembra interessare una propaganda da Italexit ma l’impegno per trasformare radicalmente l’Unione.

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Alla vigilia della presentazione nazionale, da parte di Idos insieme a Confronti, del Dossier Statistico Immigrazione 2018, prevista per giovedì 25 ottobre in contemporanea in tutte le regioni italiane, ecco alcuni dati relativi all'emigrazione italiana  all'estero.

Nel 2017 il numero degli italiani residenti all’estero (oltre 5.114.000 secondo l’Aire) è analogo a quello degli stranieri residenti in Italia (5.144.000). Ma mentre gli italiani all’estero sono aumentati di circa 141.000 unità in un anno (+2,9%), gli italiani in Italia sono diminuiti di 203.000 nello stesso periodo, nonostante le 147.000 acquisizioni di cittadinanza italiana avvenute nel 2017 da parte di cittadini stranieri residenti in Italia (senza le quali la diminuzione annua della popolazione italiana sarebbe stata di 350.000 unità). 

In effetti, nel paese la popolazione italiana è da anni in costante declino demografico sia perché sempre più anziana e meno feconda (è ultra65enne 1 italiano su 4), sia perché sempre più, soprattutto i giovani, lasciano il paese per cercare all’estero lavoro e crescita professionale. In base ai dati Istat, degli oltre 114.000 italiani che si sono trasferiti all’estero nel 2017 (un numero sottodimensionato perché chi lascia l’Italia non sempre formalizza la cancellazione anagrafica, per cui non è irrealistico stimarne circa il doppio), la fascia più rappresentata è quella dei 25-39enni (38.000 persone), maggiormente bisognosa di sbocchi lavorativi, mentre oltre 3 su 10 (30,4%) hanno un titolo di studio universitario o post-universitario (25 mila nel 2016, contro i 19 mila del 2013). 

In particolare, tra i 243.000 italiani iscritti all’Aire per la prima volta nel 2017, ben un terzo (32,9%) è minorenne (o emigrato o nato all’estero nel 2017), mentre circa un quinto (18,5%) ha tra i 18 e i 29 anni. Dunque, la metà degli italiani che hanno fissato la residenza all’estero nell’ultimo anno ha meno di 30 anni; 3 su 4 ne hanno meno di 45, mentre gli ultra65enni non arrivano al 7%.

Anche se si considerano i soli nuovi iscritti per “espatrio” (128.000, tra i quali vi sono anche espatriati in anni precedenti), quindi al netto degli italiani che nel 2017 sono stati registrati all’Aire “per nascita all’estero” (88.000) o per altri motivi (27.000), la fascia anagrafica maggioritaria è quella dei 18-44enni (56%), cui si aggiunge un altro 19% di minorenni.

In totale, degli oltre 5 milioni di italiani oltreconfine, sono 2 milioni e 18mila quelli di seconda e terza generazione (nati all’estero): +61.300 rispetto al 2016. In proporzione, dunque, la fecondità degli italiani appare più alta all’estero che in Italia, a dimostrare che un lavoro stabile e migliori condizioni di welfare favoriscono la natalità. Mentre proprio le generazioni più fertili, oltre che più preparate e utili al ricambio delle leve produttive, emigrano.

Il fatto preoccupante è che entrambe le tendenze, quelle di fare meno figli in Italia e di lasciare con più frequenza il paese da giovani, si stanno facendo strada anche tra gli stranieri che vi abitano (oltre 40.500 cancellazioni anagrafiche per l’estero nel 2017: anche questo un dato sottodimensionato). Come pure tra gli italiani “per acquisizione”, cioè di origine straniera: costoro infatti, dopo essersi naturalizzati, sempre più finiscono per trasferirsi all’estero (25.000 tra il 2012 e il 2016, con età media intorno ai 25 anni e per quasi la metà nati in Italia), specialmente all’interno dell’Ue (19.000, il 75,6% del totale), grazie alla libera circolazione loro assicurata dalla cittadinanza italiana.

“Sono dati – dice Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS – che dimostrano come l’Italia fatichi a offrire condizioni sufficienti per dissuadere un giovane, italiano o straniero che sia, a restare nel paese per costruire il suo futuro. Al di là della falsa credenza che il lavoro non c’è per colpa degli stranieri, che lo ruberebbero agli italiani, la realtà è che i giovani vengono indistintamente convogliati verso impieghi più precari, sottopagati, di breve durata, esposti a sfruttamento, con scarse possibilità di migliorare la situazione lavorativa e sociale. Il risultato è che, frustrati nelle loro prospettive di realizzazione, sia nativi sia immigrati condividono sempre più anche il desiderio di andarsene”.

“Del resto – continua Di Sciullo – occorre smettere di guardare all’emigrazione italiana con un approccio nostalgico, in cui prevale il rammarico per i cervelli italiani che vanno via e che si vorrebbe trattenere: in un mondo globalizzato è normale e positivo che i talenti viaggino, allargando i propri orizzonti a contatto con altre culture, mentre incrementano il bagaglio di competenze. Il problema è semmai come rendere anche l’Italia un luogo competitivo di attrazione per giovani provenienti dall’estero e come incentivare un 'rientro', non tanto fisico ma in termini di saperi e professionalità acquisiti dagli emigrati, attraverso collegamenti con centri di eccellenza esteri nei quali i talenti italiani si siano inseriti. Un obiettivo che richiede uno svecchiamento del sistema di formazione e produttivo, ancora stratificato e ingessato su vecchi schemi, incompatibili con prospettive di lavoro transnazionali”.

(Fonte: Redattore Sociale)

 

Pubblicato in Nazionale

Oggi inizia dal Senato l'iter Parlamentare della proposta di legge sull'allargamento del regime della legittima difesa.  "Una legge manifesto - secondo Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - che si fonda sull'assenza totale di bisogni reali di prevenzione criminale e che metterebbe a rischio la sicurezza, attaccando principi giuridici consolidati del nostro ordinamento, intaccando il monopolio dell'uso della forza da parte delle Forze di Polizia, e che vorrebbe mettere il bavaglio ai giudici".

"Oggi i dati degli omicidi - sostiene Gonnella - sono ai minimi storici e incentivare il possesso e l'utilizzo delle armi non farà altro che far aumentare il numero dei morti nel nostro paese. Inoltre anche i numeri delle rapine sono incomparabilmente minori rispetto a quelle dei furti in casa. La differenza tra le due è appunto l'uso della violenza".

"La legge attualmente in vigore, è utile ricordarlo, deriva da una norma del codice Rocco varato in epoca fascista ed è stata modificata nel 2006, sempre su proposta della Lega" prosegue il presidente di Antigone. "Questa norma consente già di usare l'arma ogniqualvolta vi è un'intrusione nella propria dimora o in altro luogo ove venga esercitata un'attività commerciale, professionale o imprenditoriale. Dunque si potrebbe affermare che la Lega cambia norme della Lega".

"La proposta odierna ha l'obiettivo di evitare che chi usa le armi contro un presunto ladro sia indagato. Ma l'intervento del giudice è ineliminabile: in un paese democratico solo un'indagine e un giudice possono verificare l'esistenza effettiva di un'intrusione e accertarsi dell'identità, del ruolo della persona uccisa e della dinamica dell'atto presunto criminogeno" precisa Gonnella.

"Contro questa proposta Antigone ha lanciato una petizione sulla piattaforma change.org sottoscritta finora da oltre 27.000 persone. "A nome nostro e di queste migliaia di persone chiediamo ai parlamentari del M5S e dei partiti di opposizione di opporsi a questa proposta che ci farebbe finire nel Far West, ascoltando - conclude Patrizio Gonnella - anche gli operatori della giustizia e tra loro l'Associazione Nazionale Magistrati e l'Unione delle Camere Penali che, con validi argomenti, hanno espresso la loro contrarietà rispetto a questa iniziativa legislativa".

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione
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