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Venerdì, 14 Dicembre 2018

Articoli filtrati per data: Sabato, 10 Novembre 2018 - nelPaese.it

Una protesta sentita e partecipata quella promossa da D.i.Re contro il disegno di legge Pillon su separazione e affido che si è svolta in 60 città italiane e che ha visto la sua mobilitazione più grande in Piazza Madonna di Loreto a Roma.

Insieme a D.i.Re Donne in rete contro la violenza, la rete nazionale dei centri antiviolenza, si sono mobilitati UDI Unione donne in Italia, Fondazione Pangea, Associazione nazionale volontarie Telefono Rosa, Maschile Plurale, CGIL, CAM Centro di ascolto uomini maltrattanti, UIL, Casa Internazionale delle donne, Rebel Network, il movimento Non una di meno, CISMAI Coordinamento italiano servizi maltrattamento all’infanzia, ARCI e Arcidonna nazionale, Arcigay, Rete Relive, Educare alle Differenze, BeFree, Fondazione Federico nel Cuore, il Movimento per l’Infanzia, Le Nove, Terre des hommes, Associazione Manden, CNCA Coordinamento nazionale comunità d’accoglienza, Rete per la parità, Associazione Parte Civile, DonnaChiamaDonna, One Billion Rising, Futura, UDU Unione degli universitari, LAIGA Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della L. 194, Palermo Pride, e tante altre realtà.

Presente in piazza anche il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti, che ha aderito alla manifestazione firmando la petizione con cui si chiede il ritiro del ddl.

Molto preoccupata soprattutto Lella Palladino, presidente di D.i.Re Donne in rete contro la violenza, che si dichiara assolutamente contraria al ddl: "Dalla prima lettura di questo disegno di legge abbiamo provato sconcerto su come fosse possibile in Italia nel 2018 poter pensare a un arretramento culturale medievale. Questa proposta annulla tutte le conquiste delle donne degli anni '70. È una proposta di legge contro il divorzio, ma soprattutto contro i diritti di tutti: donne, uomini e minori. Con la pretesa di tutelare i bambini li mette in realtà in estrema difficoltà. Noi siamo contrari a tutto l'impianto, in particolare ad alcuni istituti previsti: la mediazione obbligatoria, l'annullamento del mantenimento diretto, il piano genitoriale, la doppia domiciliazione e l'introduzione subdola di quel concetto assurdo dell'alienazione parentale, che è stato disconfermato da tutta la comunità scientifica e che rientra in questa proposta di legge in piena legittimazione. Mi spiego nella maniera più chiara possibile: se un uomo usa violenza verso la propria compagna in presenza dei bambini è chiaro che i bambini hanno paura e che nel momento in cui si allontanano dalla casa e da quell'uomo non vogliano vederlo, e non si capisce per quale motivo ne debba essere responsabile nonché colpevolizzata la madre. Un ulteriore capovolgimento di responsabilità, che ci dice chiaramente come questo disegno di legge sia da leggere come una vendetta della lobby dei padri separati, contro le donne che scelgono di prendersi nuovamente la propria libertà. È inaccettabile che lo Stato possa entrare a gamba tesa nelle relazioni interpersonali e che possa decidere in maniera univoca per tutti le modalità di separazione". "Ogni storia è una storia a sé- aggiunge la presidente- ogni donna è una donna a sé, sappiamo dai dati Istat quante separazioni in realtà nascondono violenza. Più del 50% delle donne si separa perché subisce violenza. Tante altre non lo dicono o non lo percepiscono. Non possiamo accontentarci della risposta del senatore Pillon quando gli ricordiamo che questo dispositivo normativo metterebbe in seria difficoltà le donne vittime di violenza. Quando gli abbiamo chiesto infatti quand'è che una donna allora può essere riconosciuta vittima di violenza, ci ha risposto in maniera provocatoria: 'Quando la sentenza è passata in giudicato'. Pertanto dovremmo attendere quindi 7/8 anni, durata dei procedimenti penali, per ottenere il riconoscimento della violenza, ma nel frattempo i bambini sarebbero costretti a vedere un padre violento che hanno scelto di non vedere. Quindi è tutto un'assurdità, è tutta una follia. Noi non vogliamo emendamenti, vogliamo il ritiro totale di questa legge che riporterebbe il paese al Medioevo".

Anche Alessandra Menelao della UIL ha criticato duramente il disegno di legge, definendolo: "Inadatto perché non prevede la protezione per le donne e i bambini che subiscono violenza in famiglia. Quando una donna si separa, in alcuni casi c'è violenza. Questo decreto non prevede la protezione per le vittime, ma l'obbligo della mediazione in tutti i casi. Noi diciamo no alla mediazione, perché lo riteniamo un concetto incostituzionale e non lo riteniamo tale solo noi, ma anche la convenzione di Istanbul. Non sappiamo inoltre chi sono coloro che faranno la mediazione, non c'è nessuna formazione prevista per queste persone. Inoltre diciamo no alla bigenitorialità perfetta: in un paese come il nostro dove le donne lavorano meno e guadagnano meno, il concetto della bigenitorialità è assolutamente impossibile da attuare. Diciamo no alla parità del 50 e 50 dei bambini, perché ad oggi il diritto superiore dei bambini è stare con la mamma e non diventare un pacco postale che ogni giorno deve spostarsi da una casa all'altra. Diciamo inoltre no al dl per la questione dell'alienazione parentale, perché non esiste come sindrome scientifica, dunque non capiamo perché la dobbiamo mettere in un decreto".

Durissime anche le parole di Francesca Chiavacci, presidente nazionale di Arci: "Noi abbiamo aderito con un documento che si chiama 'No al Medioevo dei diritti' perché in occasione della presentazione del disegno di legge Pillon stavano accadendo cose gravi. È importante non solo per impedire che questo disegno di legge vada avanti, ma più in generale per riaffermare, anche dal punto di vista culturale, che non si torni indietro su tanti diritti che sono stati conquistati grazie alle donne e al movimento progressista in generale, e soprattutto che questo non passi nella società, che è quello che vediamo anche sui migranti e su tante altre questioni: una sorta di egemonia culturale". "Il decreto Pillon- continua Chiavacci- sancisce il fatto che le donne che si separano da un marito che le maltratta avranno più difficoltà a farlo, e in qualche modo sottilmente ci vuole dire che è bene che subiscano questo maltrattamento. Questo è il significato più generale del disegno di legge, e per questo siamo qui, per ribellarci al fatto che si possa immaginare che si faccia mediazione culturale in una coppia in cui una delle due persone, che di solito è la donna, subisce violenza . Il disegno di legge obbliga inoltre a spendere tanti soldi per potersi separare e non tiene conto dell'assegno di mantenimento e del fatto che in questo paese le donne sono quelle che guadagnano meno, che hanno meno lavoro e meno possibilità di conciliare tempo di vita e tempo di lavoro. Non c'era bisogno di fare la riforma dell'affido condiviso e lo posso dire anche per esperienza personale avendo vissuto una separazione e un divorzio, non c'era assolutamente bisogno. Nel caso c'era bisogno di cose diverse, che agevolassero ancora di più le donne. Forse in questo paese c'è più bisogno di trovare strumenti perché la vita familiare in senso ampio, quindi le donne soprattutto sulla quale ancora oggi pesa gran parte del carico familiare, siano agevolate. Abbiamo visto invece che oggettivamente anche nella presentazione della legge di bilancio si carica sulle famiglie il lavoro di cura, ci sono dei soldi in più che riguardano la disabilità, soldi che però stanno sotto il capitolo 'Famiglia' e non 'Assistenza".

 

 

 

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