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Mercoledì, 12 Dicembre 2018

Articoli filtrati per data: Martedì, 13 Novembre 2018 - nelPaese.it

Nel 2005 si trovava in povertà assoluta il 3,3% dei residenti in Italia. Dodici anni più tardi, nel 2017, questa quota è più che raddoppiata e ha raggiunto l’8,4%. Una tendenza che, purtroppo, non ha risparmiato bambini e adolescenti. Anzi, l’incidenza della povertà assoluta è più alta proprio tra i minori di 18 anni, il 12 per cento vive in povertà assoluta.

Attualmente la quota di individui assolutamente poveri cresce al diminuire dell’età. È quanto emerge dai dati dell’Osservatorio sulla povertà educativa curato da Fondazione Openpolis in collaborazione Con i Bambini. L'aumento della povertà infantile è stato collegato a fenomeni che minano la coesione sociale: mancato sviluppo personale e cognitivo, difficoltà nel trovare un'occupazione stabile, maggiore dipendenza dall'assistenza sociale, rischio dipendenze più elevato.

Sono 9,8 milioni i minori residenti in Italia, ma il dato non è omogeneo, ci sono regioni dove questa quota supera il 18%, come in Campania e in Trentino Alto Adige. Al contrario in altre, come in Liguria e in Sardegna, non raggiunge il 14%. In tre città metropolitane la quota di minori supera il 17% della popolazione residente. Si tratta di 3 grandi centri del Mezzogiorno: Napoli (17,83%), Palermo (17,35%) e Catania (17,22%). I dati rilasciati da Istat per la commissione periferie nella scorsa legislatura indicano che si tratta anche delle 3 città con la più alta vulnerabilità sociale. In Italia i centri con più alta percentuale di famiglie in potenziale disagio sono proprio Napoli (9,5%), Catania (7,8%), Palermo (7,3%), Messina (5,5%).

Dopo 4 città del Sud, è Roma quella che in Italia ospita più minori sotto i 18 anni (457.579 residenti minori) rispetto alla popolazione totale. In media circa il 16% dei romani ha tra 0 e 17 anni. Un dato che anche in questo caso varia tra le diverse aree che compongono la Capitale. La presenza di bambini e adolescenti aumenta allontanandosi dal raccordo. Nei rioni del I municipio e nei quartieri del II municipio (le due ripartizioni più centrali) generalmente vive una quota di minori molto inferiore alla media cittadina, del 16%. I minorenni costituiscono il 10,2% degli abitanti del centro. A Roma mediamente il 2,1% delle famiglie si trova in condizione di disagio economico (dato registrato al censimento 2011). Tra le 10 zone popolose con più alta percentuale di minori, in 6 casi viene superata la percentuale del 3%. Con punte più alte in particolare a Torre Angela (4%, quasi il doppio della media comunale) e Borghesiana (3,6%).

Per avere i dati completi è disponibile il dossier “La crescita della povertà tra i minori”, realizzato da Con i Bambini e Openpolis nell’ambito dell’Osservatorio sulla povertà educativa.

 

 

 

Pubblicato in Nazionale
"A delle domande sociali il governo ha deciso di dare una risposta penale, utilizzando strumenti giudiziali per creare il consenso", queste le parole di Claudio Paterniti Martello, dell'associazione Antigone, in merito al decreto legge Sicurezza, approvato al Senato lo scorso 7 novembre. 

"È un decreto a cui noi ci siamo opposti in maniera chiara, netta e totale - aggiunge - Non c'è nulla di positivo, è stato emanato in nome di un'emergenza che non esiste, come possiamo leggere dagli stessi dati pubblicanti dal Ministero dell'Interno, secondo cui i reati sono in netto calo negli ultimi anni". 
 
"Il reato di accattonaggio e l'inasprimento delle pene per gli occupanti- continua- sono elementi che ci preoccupano. La società verrà resa più insicura, anche grazie a tutti i provvedimenti presi in materia di immigrazione. 
I cittadini stranieri potranno cadere nel circuito deviante e criminale molto più facilmente, ecco perché la nostra opinione su questo decreto è che sia ingiusto e produca solo più insicurezza. Si tratta di un'espressione avanzata e forte del populismo penale, in cui vengono individuati alcuni nemici, tra cui elemosinanti, clochard e migranti in condizione di vulnerabilità, alle cui domande sociali si risponde penalmente".
 
Secondo Paterniti Martello un ulteriore sovraffollamento delle carceri non ci sarà nell'immediato, ma posticipato nel tempo: "Tra la norma e la sua applicazione non è detto ci sia immediatezza, quello relativo al sovraffollamento delle carceri è un dato che misureremo nel corso del tempo. Sicuramente quando si inaspriscono le pene o si introducono nuovi reati, la situazione carceraria già delicata, ne risente".
 
E per quanto riguarda l'idea di sperimentare il Taser? "Il Taser è un'arma a tutti gli effetti - risponde- c'è un'inchiesta di Reuters che ha documentato che le vittime principali di questo strumento sono donne incinta, persone con problemi cardiaci, o problemi mentali. Verrà usato principalmente contro dei soggetti problematici, contro chi non si riesce a contenere, come ad esempio persone con patologie psichiatriche. Questo strumento è stato introdotto in fase sperimentale, ma ci si era prefissati lo scopo di capire prima quali fossero i rischi e le conseguenti precauzioni da prendere, invece non si è attesa la fine delle sperimentazioni che anche la polizia municipale ne è stata dotata. Ci troviamo di fronte a una procedura chiaramente non coerente, considerando che tra l'altro la polizia municipale dovrebbe occuparsi di viabilità, visto che a Roma ancora si muore mentre si attraversa la strada".
 
Paterniti Martello ha chiara la risposta da dare ai sostenitori del Taser come arma alternativa non letale alle armi da fuoco: "Si tratta di strumenti che andranno a sostituire i manganelli, non le armi da fuoco, che sono utilizzate in contesti diversi".
 
Un decreto che andrebbe riscritto, e non emendato, dunque: "La parte più preoccupante è quella che riguarda la protezione umanitaria e la fragilizzazione dello statuto dei migranti. Nei confronti di queste persone è stato prevista una privazione della libertà anche senza aver commesso alcun reato, con la scelta di trattenere negli hotspot gli ospiti per 30 giorni ai fini identificativi, ed eventuali altri 180, qualora non si riuscisse ad identificarli subito, per un totale di sette mesi. Non abbiamo dato dei consigli correttivi perché questo è un decreto che andrebbe riscritto tutto, è completamente sbagliato".
 
Antigone continuerà quindi a opporsi fermamente al decreto Sicurezza: "Cerchiamo di esprimere la nostra preoccupazione e il nostro allarme in tutti gli ambiti in cui possiamo farlo: politico, mediatico e accademico. Bisogna fare opposizione culturale, esprimendo le ragioni del garantismo penale", conclude Paterniti Martello.
 
 
Pubblicato in Diritti&Inclusione

Sarà inaugurata domenica 18 novembre alle 10.30 all'Ospedale dei Battuti di San Vito al Tagliamento l'esposizione "Incontri di Colori", realizzata dalla Cooperativa sociale Itaca in collaborazione con Aitsam e inserita all'interno di "40 anni di Legge 180. Oltre il pregiudizio, la salute", rassegna che vede in prima linea Comune di San Vito al Tagliamento, Regione Friuli Venezia e Aas n.5 Friuli Occidentale.

"Incontri di Colori" nasce all'interno dell'omonimo progetto-laboratorio di via Codizze, sede della onlus Aifa (Associazione italiana fra anziani e volontariato), attivo dal 2010, che prevede l'utilizzo del linguaggio artistico come strumento sia di autocoscienza che di autoespressione. Tra le caratteristiche, quella di lasciare spazio a proposte e desideri da parte del gruppo di artisti, una decina, che lo frequenta, attraverso una partecipazione attiva e personale. Una cinquantina le opere in esposizione.

Il laboratorio, che tra i valori aggiunti vede la messa in rete e la cooperazione tra Aitsam, Csm dell'Aas5, assessorato alle politiche sociali del Comune di San Vito al Tagliamento, Cooperativa Itaca, artisti e cittadinanza si tiene ogni mercoledì dalle 16.30 alle 18.30 in quello che è un vero e proprio atelier. In via Codizze c'è, infatti, una grande stanza che trasuda arte e colori, cavalletti e pennelli, e poi opere su tela ovunque. Un setting, insomma, ricco di stimoli con materiali e spazi a disposizione in un luogo accogliente e protetto, in cui ognuno ha la possibilità di "osare" grazie e attraverso l'arte, in cui nascono relazioni ed emergono emozioni.

Gli "incontri", che sono concepiti in un'ottica di collettività e anche di apertura alla cittadinanza, hanno obiettivi articolati che mirano a superare lo stigma, ad uscire dalla solitudine, a creare legami tra le persone. Ed è proprio qui che il potere del "noi" e il linguaggio artistico si indirizzano, insieme, verso un progetto sociale che vuole tradursi in libertà generativa. Perché è dalle relazioni, ma anche dai traumi o dai momenti difficili, che un desiderio può prendere forma grazie a un'idea, un incontro, uno stimolo.

"Incontri di Colori" è un'esposizione artistica che è il risultato di tanti percorsi e l'insieme di tanti passaggi di tante persone, che hanno sentito il desiderio di creare e di lasciare un segno, il loro. La mostra comprende anche i lavori del gruppo di socializzazione, portato avanti ad Azzano Decimo dalla Cooperativa sociale Il Seme con l'intervento di un'operatrice Itaca, laboratorio nato nel corso del 2018. L'esposizione sarà aperta ad ingresso libero nelle giornate del 18, 24 e 25 novembre dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 18.30.

 

Pubblicato in Friuli-Venezia Giulia

“Siamo molto preoccupati perché nel testo della Legge di Bilancio in discussione in Parlamento non troviamo le nostre richieste sugli adeguamenti della normativa fiscale del Terzo settore. Si tratta di questioni di grandissima importanza per l’operatività di oltre 340mila organizzazioni. Avevamo apprezzato, in tal senso, le assicurazioni fornite dal Ministro Di Maio nel corso dell’ultima assemblea del Forum nonché le dichiarazioni del Sottosegretario di Durigon. Purtroppo, ad oggi, non vediamo nei testi in discussione alle Camere le misure fiscali richieste.”

Così la Portavoce del Forum del Terzo Settore, Claudia Fiaschi lancia l’allarme sul futuro di tante associazioni e cooperative che operano nel mondo del Terzo settore.

“Sono norme – spiega Fiaschi – che toccano soprattutto le attività del volontariato e dell’associazionismo di promozione sociale che avevano già avuto l’approvazione delle commissioni di Camera e Senato ma che non erano entrate nel decreto correttivo varato prima dell’estate per ragioni più che altro di natura formale. Se non approvate, le associazioni di volontariato non potranno più autofinanziarsi diversamente da quanto consentito in precedenza con la Legge 266/91. Altrettanto importante è la richiesta di aumentare la possibilità di avvalersi di lavoratori nelle associazioni di promozione sociale. Una correzione necessaria per consentire a tante organizzazioni, come quelle che operano nel campo della disabilità e non autosufficienza, di poter continuare a fornire il loro sostegno alle persone fragili ed in condizioni di marginalità.”

Inoltre per il Forum del Terso Settore le nuove norme fiscali introdotte dal Codice sono molto rigide, “abbiamo proposto l’introduzione di alcuni necessari margine di tolleranza, quantomeno per un periodo transitorio.”

“L’attuale mancanza di chiarezza sul quadro normativo per il Terzo settore– continua Fiaschi – per giunta su argomenti importanti come la fiscalità, ha conseguenze gravi per la vita di moltissime organizzazioni e per l’impegno di milioni di volontari e di lavoratori quotidianamente impegnati nel contrasto alle diverse aree di disagio e nelle emergenze. Completare il quadro normativo è necessario anche per consentire a questa vastissima pluralità di soggetti di rispondere in modo efficace e consapevole ai nuovi obblighi che il nuovo Codice introduce e che riguardano aspetti importanti della loro vita associativa.”  

L’aspetto che però ha destato particolare sorpresa è che nessuno si era detto contrario, “anzi – aggiunge Fiaschi –  su tutte queste misure erano state individuate le coperture di spesa e il sostegno della gran parte dei gruppi parlamentari, tanto del Governo che dell’opposizione.” 

“Abbiamo sempre assicurato, e ribadiamo, la nostra disponibilità al dialogo ed al confronto costruttivo con Governo e Parlamento per completare i provvedimenti necessari al completamento di questa travagliata, ma necessaria riforma. Adesso però chiediamo un segnale chiaro nella manovra” conclude Fiaschi.

 

 

Pubblicato in Nazionale

Gli italiani hanno paura del clima impazzito: è quanto rivela un sondaggio di SWG in merito ai cambiamenti climatici. Secondo i dati raccolti, infatti, il 56% degli intervistati dichiara di avere 'molta' paura dei fenomeni atmosferici violenti, il 27% risponde 'abbastanza' e il 16% 'poca'. 

Il sondaggio rivela inoltre l'esigenza di un intervento straordinario per affrontare i cambi climatici: ben il 56% degli intervistati ritiene che ce ne sia 'molto' bisogno, il 34% 'abbastanza', mentre l'8% 'poco'.

Dai dati emerge inoltre una forte preoccupazione per il ritiro degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima, voluto fortemente dal presidente Trump. "Forse potremmo usare un po' del buon vecchio riscaldamento ambientale per cui, il nostro paese, ma non altri paesi, avrebbe dovuto spendere trilioni di dollari per proteggersi", aveva scritto Trump in uno dei suo tweet, in occasione di un'ondata di gelo che aveva invaso gli Usa lo scorso dicembre.
I numeri parlano chiaro: il 69% degli intervistati ritiene che gli Usa abbiano fatto male a tirarsi fuori dagli accordi di Parigi, il 24% 'non sa', e solo il 7% ritiene che abbiano fatto bene. 

Secondo il 59% degli intervistati, inoltre, gli stati con i maggiori consumi stanno facendo poco, in termini di inquinamento ambientale, per fronteggiare il problema dei mutamenti climatici. Incuria che a lungo andare porterà il nostro pianeta, e di conseguenza tutti i suoi abitanti, a farne le spese.

 

Pubblicato in Ambiente&Territorio

Polizia in assetto antisommossa, bus per trasferire i migranti e la ruspa per falciare le tende. A Roma si ripete il copione per Baobab Experience, l’esperienza autogestita da volontari per dare riparo a un centinaio di persone, soprattutto richiedenti asilo e rifugiati, compresa una famiglia italiana.

Lo sgombero era nell’aria che nel ribattezzato “piazzale Maslax” dietro la stazione Tiburtina. Il 19 ottobre erano state già costruite delle recinzioni, un muro che aveva circondato l’intero piazzale. All’alba mezzi e uomini della Polizia di Stato sono entrati e hanno fatto uscire i volontari. Poi, dopo qualche ora, hanno reso possibile l’ingresso anche ai giornalisti che hanno potuto filmare il trasferimento in questura e le operazioni di distruzione delle baracche. Per i volontari la possibilità di salvare tra tende e baracche effetti personali che gli ospiti non hanno avuto tempo di recuperare con l'arrivo della polizia. 

A rivendicare l’azione è lo stesso ministro dell’Interno con un tweet: “zone franche, senza Stato e legalità, non sono più tollerate. L'avevamo promesso, lo stiamo facendo. E non è finita qui. Dalle parole ai fatti".

“Per i 136 ospiti – dichiara Roberto Viviani di Baobab Experience – si tratta dell’ennesimo controllo di routine perché quasi tutti sono in regola con i documenti. Per loro non esiste alcun piano alternativo per accoglierli. Dal Comune è arrivata la notizia a mezzo stampa della disponibilità di 170 posti per l’accoglienza nel circuito comunale e Sprar. Noi abbiamo inviato una lettera per chiedere quando ci facessero sapere ma ci hanno risposto che non ci sono posti. Questo intervento di oggi, come un colpo di teatro, dà il senso alle attività del Comune e delle sue politiche sociali a cui risponde con ruspe e polizia di fronte a un problema legato alla povertà”.

Per Baobab Experience ora inizia un periodo complicato per sostenere le oltre 100 persone senza un riparo e senza servizi: “in qualche modo – aggiunge Viviani – continueremo a supportarle ma ci chiediamo a chi giova tutto questo? Che vantaggio ha la città di Roma a tenere in strada tutte queste persone?”. 

Per Amnesty Italia "il centro Baobab è stato, nel suo itinerare da uno sgombero all'altro, un luogo di accoglienza e solidarietà, aperto al pubblico e alla stampa, che si è preso la responsabilità di fare ciò che lo Stato, e in particolare le amministrazioni di Roma, non hanno fatto: garantire il rispetto del diritto a un alloggio adeguato a cittadini italiani senza dimora e trovare un modo decoroso, dignitoso e rispettoso dei diritti umani di fare assistenza ai migranti e ai richiedenti asilo". 

Pubblicato in Lazio

Amnesty International ha annunciato oggi di aver revocato la sua più alta onorificenza, il premio "Ambasciatore della coscienza", conferito nel 2009 ad Aung San Suu Kyi. La decisione è stata presa alla luce del "vergognoso tradimento della leader birmana dei valori per i quali una volta si era battuta". 

L'11 novembre Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International, ha scritto ad Aung San Suu Kyi informandola della decisione. Naidoo ha espresso il disappunto dell'organizzazione per il fatto che, a metà del suo mandato e otto anni dopo la fine degli arresti domiciliari, Aung San Suu Kyi non abbia usato la sua autorità politica e morale per salvaguardare i diritti umani, la giustizia e l'uguaglianza in Myanmar. Naidoo ha fatto poi riferimento alla palese indifferenza della leader birmana di fronte alle atrocità commesse dall'esercito e alla crescente intolleranza rispetto alla libertà di espressione. 

"Come 'Ambasciatrice della coscienza', ci aspettavamo da Lei che continuasse a usare la sua autorità morale per prendere posizione contro le ingiustizie ovunque le scorgesse, a iniziare dal Suo paese. Oggi, proviamo profondo sconcerto per il fatto che Lei non rappresenti più un simbolo di coraggio, di speranza e di imperitura difesa dei diritti umani. Amnesty International non può più valutare il Suo comportamento come coerente al riconoscimento assegnatole ed è pertanto con grande tristezza che ci accingiamo a revocarlo", ha scritto Naidoo ad Aung San Suu Kyi. 

Il perpetuarsi delle violazioni dei diritti umani 

Da quando, nell'aprile 2016, Aung San Suu Kyi è diventata leader di fatto del governo a guida civile, la sua amministrazione è stata parte attiva nella commissione e nel perpetuarsi di molteplici violazioni dei diritti umani. 

Amnesty International ha ripetutamente criticato Aung San Suu Kyi e il suo governo per non aver preso la parola nei confronti delle atrocità commesse dai militari contro la popolazione rohingya dello stato di Rakhine, nel nord di Myanmar, che vive da anni sotto un sistema di segregazione e discriminazione equivalente all'apartheid. 

Durante la campagna di violenza dello scorso anno contro i rohingya, le forze di sicurezza di Myanmar hanno ucciso migliaia di persone, stuprato donne e bambine, arrestato e torturato uomini e bambini e incendiato migliaia di case e di villaggi. Oltre 720.000 rohingya sono fuggiti in Bangladesh. Un rapporto delle Nazioni Unite ha chiesto che alti ufficiali dell'esercito siano indagati e processati per il crimine di genocidio. 

Sebbene il governo civile non eserciti controllo sui militari, Aung San Suu Kyi e la sua amministrazione hanno protetto le forze di sicurezza giudicando false, ridimensionando o negando le denunce sulle violazioni dei diritti umani e ostacolando le indagini internazionali. L'amministrazione guidata da Aung San Suu Kyi ha attivamente rinfocolato l'ostilità verso i rohingya, definendoli "terroristi", accusandoli di aver bruciato essi stessi le loro case e parlando di "falsi stupri". Contemporaneamente, la stampa governativa pubblicava articoli violenti e disumanizzanti definendo i rohingya come "pulci umane da detestare" e un "tormento" di cui liberarsi. 

"Che Aung San Suu Kyi non abbia difeso i rohingya è uno dei motivi per cui non possiamo giustificare oltre il suo status di 'Ambasciatrice della coscienza'", ha sottolineato Naidoo.  "Il suo diniego della gravità e dell'ampiezza delle atrocità commesse contro i rohingya significa che vi sono scarse prospettive che la situazione migliori per le centinaia di migliaia di loro che si trovano in una dimensione di limbo in Bangladesh e per le centinaia di migliaia di loro che sono rimaste nello stato di Rakhine. Se non riconoscono i crimini orrendi commessi contro i rohingya, è difficile immaginare come il governo possa prendere misure per proteggerli da future atrocità", ha commentato Naidoo. 

Nei suoi rapporti Amnesty International ha documentato anche la situazione negli stati di Kachin e Shan. Pure in questo caso, Aung San Suu Kyi non ha usato la sua influenza e la sua autorità morale per condannare le violenze dell'esercito, per promuovere indagini sui crimini di guerra o per difendere i civili appartenenti alle minoranze etniche su cui ricade il peso dei conflitti. Per rendere ancora peggiori le cose, il governo civile ha imposto forti limitazioni all'accesso umanitario, aumentando la sofferenza di oltre 100.000 sfollati. 

Attacchi alla libertà d'espressione 

Nonostante il potere sia saldamente nelle mani dell'esercito, vi sono ambiti nei quali il governo civile ha un'ampia autorità per adottare riforme destinate a migliorare la situazione dei diritti umani, specialmente nel campo della libertà d'espressione, di associazione e di manifestazione pacifica. Tuttavia, nei due anni trascorsi da quando l'amministrazione civile è salita al potere, difensori dei diritti umani, attivisti pacifici e giornalisti sono stati arrestati e imprigionati mentre altri affrontano minacce, vessazioni e intimidazioni per il loro lavoro. 

Le leggi repressive - comprese alcune di quelle usate per arrestare Aung San Suu Kyi e altri sostenitori della democrazia e dei diritti umani - non sono state affatto abolite. Non solo: Aung San Suu Kyi ha attivamente difeso l'uso di quelle leggi, come nel caso della loro applicazione per condannare due giornalisti della Reuters che avevano documentato un massacro commesso dai militari. Aung San Suu Kyi era stata nominata "Ambasciatrice della coscienza" nel 2009, come riconoscimento della sua lotta pacifica e non violenta per la democrazia e i diritti umani. Oggi ricorrono esattamente otto anni dal giorno in cui venne rilasciata dagli arresti domiciliari. 

Quando nel 2013 fu finalmente in grado di ritirare il premio, Aung San Suu Kyi chiese ad Amnesty International di "non distogliere lo sguardo e i pensieri da noi" e di "aiutarci a essere un paese dove si fondano la speranza e la storia".  "Quel giorno Amnesty International prese quelle richieste molto sul serio ed è anche per questo che non cesseremo mai di porre l'attenzione sulle violazioni dei diritti umani in Myanmar. Continueremo a combattere per la giustizia e per i diritti umani in Myanmar, con o senza il sostegno di Aung San Suu Kyi", ha concluso Naidoo

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