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Mercoledì, 12 Dicembre 2018

Articoli filtrati per data: Venerdì, 16 Novembre 2018 - nelPaese.it

Amnesty International ha chiesto alle autorità libiche, europee e panamensi di assicurare che gli almeno 79 migranti e rifugiati a bordo di un mercantile fermo nel porto di Misurata non siano costretti a sbarcare per essere portati in un centro di detenzione libico dove rischierebbero di subire torture e ulteriori violenze. 

L'8 novembre il mercantile "Nivin", battente bandiera panamense, ha soccorso nel Mediterraneo centrale un gruppo di migranti e rifugiati, tra cui dei bambini, che cercava di raggiungere le coste europee. Secondo quanto appreso da Amnesty International, in questa operazione sono state coinvolte le autorità marittime di Italia e Malta. Il "Nivin" ha fatto rotta verso la Libia, in evidente violazione del diritto internazionale, dato che quello non può essere considerato un paese sicuro dove effettuare lo sbarco. 

"Le proteste a bordo del mercantile, ora ancorato nella rada di Misurata, dà una chiara indicazione delle condizioni terribili dei centri di detenzione libici per migranti e rifugiati, in cui torture, stupri, pestaggi, estorsioni e ulteriori violenze sono all'ordine del giorno", ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord. 

"È davvero ora che le autorità libiche pongano fine alla brutale prassi di porre illegalmente in detenzione migranti e rifugiati. Nessuno dovrebbe essere respinto in Libia per essere sottoposto a condizioni di prigionia inumane e alla tortura", ha aggiunto Morayef. 

Come la maggior parte dei migranti e dei rifugiati che passano attraverso la Libia, le persone a bordo del "Nivin" hanno raccontato ad Amnesty International di aver subito trattamenti orribili, tra cui estorsioni, torture e obbligo di lavori forzati, così come documentato in passato dall'organizzazione per i diritti umani. Una di loro ha riferito di essere stato già trattenuto in otto diversi centri di detenzione e che preferirebbe morire piuttosto che tornarvi. 

Quattordici persone che il 15 novembre hanno accettato di lasciare la nave (portando con sé un neonato di quattro mesi), sono stati trasferiti in un centro di detenzione. 

La vicenda del mercantile "Nivin" si svolge proprio mentre dai centri di detenzione libici arrivano notizie di rifugiati e migranti che minacciano di suicidarsi, come ha tentato di fare un giovane eritreo alcuni giorni fa, o lo fanno, come un somalo che si è dato fuoco. 

"Impossibilitati a tornare nel loro paese per il timore di subire persecuzioni e con assai scarse possibilità di essere reinsediati in un paese terzo, per la maggior parte dei rifugiati e dei richiedenti trattenuti nei centri di detenzione libici l'unica opzione è quella di rimanervi all'interno, col rischio di subire gravi violenze", ha commentato Morayef. 

"L'Europa non può più ignorare le catastrofiche conseguenze delle politiche che ha adottato per fermare le partenze attraverso il Mediterraneo. Le proteste in atto a bordo del mercantile devono suonare come una sveglia per i governi europei e per la comunità internazionale nel suo complesso: la Libia non è un paese sicuro per i migranti e i rifugiati", ha sottolineato Morayef. 

"Sulla base del diritto internazionale, nessuno dovrebbe essere respinto verso un paese in cui la sua vita sia a rischio. I governi europei e quello di Panama devono, insieme alle autorità libiche, trovare una soluzione per le persone a bordo per assicurare che queste non vengano trattenute a tempo indeterminato nei centri di detenzione libici dove la tortura è la regola", ha proseguito Morayef. 

"La comunità internazionale, inoltre, dovrebbe fare di più per aumentare il numero dei reinsediamenti offerti ai rifugiati, incrementare le opportunità d'accesso per i richiedenti asilo e mettere a disposizione rotte alternative per salvare le migliaia di persone lasciate abbandonate a sé stesse in Libia e che non vedono una via d'uscita per porre fine alla loro sofferenza", ha aggiunto Morayef. 

Amnesty International sollecita poi le autorità libiche ad accelerare l'apertura del centro dell'Alto commissario Onu per i rifugiati, che consentirebbe l'uscita dai centri di detenzione libici di un migliaio di rifugiati e richiedenti asilo. 

All'inizio di questa settimana, Amnesty International ha denunciato che migliaia di migranti e rifugiati continuano a essere intrappolati, in condizioni aberranti e senza

Pubblicato in Migrazioni

L’Accordo triennale tra il Ministero dei Beni e delle Attività culturali, le Regioni e le Province autonome per il triennio 2018-2020 ha dato vita ai Centri di Residenza, uno per Regione. Regione Lombardia ha selezionato il Circuito CLAPS come Centro di Residenza del nostro territorio, grazie al progetto multidisciplinare “IntercettAzioni”, presentato dall’aggregazione di alcuni enti. Il capofila, Circuito CLAPS, nello sviluppo delle diverse “azioni” è affiancato dalle due Associazioni Culturali milanesi Teatro delle Moire e Zona K, da Milano Musica – Associazione per la Musica Contemporanea e dalla Cooperativa Sociale Circolo Industria Scenica Onlus di Vimodrone. L'attività del centro di residenza è realizzata con il contributo di Regione Lombardia, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali – Direzione Spettacolo dal Vivo e Fondazione Cariplo

Il progetto

Il nuovo soggetto, che confluirà in un RTO (Raggruppamento Temporaneo di Operatori) intende essere un’antenna sintonizzata sui bisogni e sulle urgenze degli artisti, dei territori e della società contemporanea. Il Centro di Residenza IntercettAzioni punta la sua attenzione sulle arti che più caratterizzano la natura dei componenti del raggruppamento: la danza, il circo contemporaneo, il teatro fisico e partecipato e la musica. L’attenzione nei confronti dei giovani artisti in residenza si declina seguendo con cura l’intero percorso residenziale e offrendo costanti occasioni di confronto, attraverso: - l’elaborazione di proposte di formazione mirata; l’incontro coordinato dall’RTO, tra artisti che hanno poetiche differenti e lavorano in campi disciplinari diversi nell’ottica di un’interdisciplinarietà sempre più attenta alle commistioni; un confronto con professionisti stranieri, che mettono a disposizione strumenti utili all’internazionalizzazione delle carriere dei giovani artisti; un dialogo aperto tra le compagnie ospitate e il territorio ospitante, grazie all’organizzazione di incontri con alcune realtà locali affini per tematiche, esperienze e sensibilità

I partner

A garanzia dell’attuazione di questa progettualità entra in campo il know how dei soggetti che gestiscono il Centro di Residenza. Sono tutte realtà sostenute dal MiBAC che si caratterizzano per avere esperienze e campi d’azione differenti ma poetiche similari: C.L.A.P.Spettacolodalvivo , in qualità di Circuito, è attento alla diffusione e al sostegno della creatività giovanile in sinergia con il territorio e con un’apertura internazionale; Milano Musica promuove la ricerca musicale contemporanea valorizzando la creatività emergente grazie a connessioni con realtà di alto profilo a livello nazionale e internazionale; Teatro delle Moire , in particolare attraverso l’esperienza del festival Danae, mette in campo una rete strutturata di contatti italiani e stranieri utili per intrecciare una progettualità residenziale di ampio respiro e per attivare un vivace confronto tra artisti; Zona K rappresenta una delle realtà più attente al fermento della scena underground italiana ed europea, con uno sguardo privilegiato alle azioni partecipate capaci di un coinvolgimento attivo della cittadinanza e del territorio; Industria Scenica è una giovane realtà interessata ai linguaggi dell’innovazione e allo spirito di ricerca e offre un solido punto di riferimento ai giovani artisti interessati a un confronto con una compagnia e una realtà produttiva a loro molto affine dal punto di vista generazionale.

Le collaborazioni

È stata attivata una rete di collaborazioni che implementano l’offerta del Centro di residenze a livello locale, nazionale e internazionale. Il network è formato dal Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, la Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza, la Fondazione Cirko Vertigo, la Residenza Arboreto, la Compagnia Sosta Palmizi, Le Lido Centre des arts du cirque de Toulouse, La Grainerie di Toulouse. Inoltre, agli artisti verrà offerto un percorso di tutoraggio da parte di professionisti dall’esperienza pluriennale, come Fabio Acca, Flavio D’Andrea, Riccardo Nova, Mario Gumina.

Pubblicato in Cultura

I combattimenti tra due gruppi armati a Batangafo, nella Repubblica Centrafricana del nord, hanno portato più di 10.000 persone a cercare rifugio all'ospedale della città supportato da Medici Senza Frontiere (MSF), a fine ottobre. Oggi oltre 5.000 persone si trovano ancora nell'area dell'ospedale, dove vivono in condizioni estremamente precarie. Molte di loro hanno perso tutto negli incendi che hanno devastato le loro case durante gli scontri. Nonostante una relativa calma, la situazione resta estremamente tesa.

"Era una scena orribile. Abbiamo visto centinaia di case in fiamme. È stato tremendo" racconta Helena Cardellach, capo progetto di MSF a Batangafo. "È iniziato tutto mercoledì 31 ottobre. Abbiamo ricevuto un paziente ferito all'ospedale. Era un membro di uno dei gruppi armati che controllano la città. Dopo questo incidente sono scoppiati violenti combattimenti, che hanno distrutto un'ampia parte di Batangafo."

Come vendetta per il ferimento dell'uomo, uno dei gruppi armati ha attaccato tre campi per sfollati interni che ospitano decine di migliaia di persone, incendiandone la gran parte fino a raderli a zero. "Ancora oggi si sente l'odore della cenere. I ripari di fortuna sono bruciati, così come il mercato e la cappella" aggiungeHelena Cardellach di MSF.

L'ospedale supportato da MSF ha ricevuto circa 20 pazienti, alcuni con ferite da arma da fuoco, altri con gravi ustioni. Le migliaia di sfollati che hanno perso tutto si trovano a vivere in assoluta precarietà."Parliamo di persone che non hanno niente, e che oggi vivono in scarsissime condizioni igienico-sanitarie"continua MSF.

Con accesso limitato alle cure mediche, rischiano di contrarre malaria, diarrea, infezioni e potrebberodiffondersi epidemie. MSF sta gestendo una risposta d'emergenza per installare altre strutture idrauliche nell'ospedale, in modo da garantire uno standard minimo di igiene. MSF è anche particolarmente preoccupata per l'accesso alle cure delle persone che sono fuggite nella boscaglia o nelle aree periferichedella città.

"Al momento Batangafo è una città fantasma. Al mattino, quando la situazione è tranquilla, le persone escono dai loro ripari all'ospedale per provare a vivere le loro vite, poi la sera tornano all'ospedale. Sono scene desolanti. La protezione di queste persone deve essere garantita" conclude Cardellach di MSF.

La popolazione civile della Repubblica Centrafricana continua a pagare il prezzo più alto del conflitto, con più di 570.000 rifugiati nei paesi limitrofi e quasi 690.000 sfollati interni, su una popolazione di 4,5 milioni di persone.  

Per sostenere le attività mediche nei contesti di guerra, MSF ha lanciato la campagna di raccolta fondi"Cure nel cuore dei conflitti": fino al 30 novembre si possono donare 2 euro con SMS da rete mobile, 5 o 10 euro con chiamata da rete fissa al numero 45598 oppure online sul sito www.msf.it/conflitti. Tutti i dettagli sul sito dell'iniziativa.

 

 

Pubblicato in Dal mondo

Sono 20.137 le donne che solo quest’anno hanno trovato accoglienza nelle strutture delle 80 associazioni che gestiscono 85 centri antiviolenza di D.I.Re, Donne in Rete contro la violenza.

Donne che non sono solo numeri e dati che costituiscono un report, ma persone. È il caso di Petra, che racconta di quel suo primo e unico fidanzato, che prima con uno schiaffo, poi con le umiliazioni verbali e infine controllandola sul posto di lavoro, si è impossessato della sua vita. Petra ha sopportato in silenzio, anche quando l’uomo che amava la picchiava per farla abortire, sostenendo che il figlio che portava in grembo non era suo. Quando il suo compagno ha iniziato a picchiare anche la figlia, Petra si è stancata e ha deciso di mettere fine a quei 17 lunghi anni di violenza. La salvezza per la donna e i suoi figli arriva con la scoperta il Centro di accoglienza Lorena di Casal di Principe, in cui inizia la sua nuova vita.

Le case rifugio offrono una seconda possibilità a donne che si sentono perse: è quanto racconta un’altra delle ospiti del centro di accoglienza, attraverso una lettera scritta prima di andare via: “È giunto per me il momento di andare via e volevo ringraziarvi tutte, perché per merito vostro sono cresciuta tantissimo. Mi avete insegnato le basi per poter volare libera come una rondine. Ora è il mio tempo e tocca me mettere in atto i vostri insegnamenti per poter spiccare il volo. Non vi siete fermati all’apparenza, ma avete conosciuto la reale me e avete fatto di tutto per farla uscire fuori. È il momento di farmi conoscere e rispettare fuori di lì, non sarà semplice, ma so di potercela fare”.

La violenza non intacca solo il corpo, ma anche la mente di chi la subisce, tanto che molte delle donne maltrattate al loro arrivo sono convinte di non valere più niente: “Sono oggi più libera, sto imparando tanto, a stare sola, a starci bene, a credere che le cose possano andar bene e che tutto sommato anche io abbia un valore che devo rispettare e coltivare”, spiega una di loro. “Purtroppo i ragazzi attraversano il momento più duro, affrontano i loro traumi adesso e sono in difficoltà, ma il sostegno della psicologa del centro in questo è davvero fondamentale. Vivo e vado per la mia strada con passo ancora incerto, ma vado. Trovo che facciate cose meravigliose, per chi perde la speranza è importante vedere che si può rinascere, uscire dal buio e avere una vita dignitosa e produttiva”.

Non sono solo le donne a fare le spese dei maltrattamenti, ma anche i bambini, che spesso guardano e restano in silenzio di fronte a quei comportamenti inspiegabili, che arrivano proprio da chi dovrebbe amarli di più. Ecco il racconto di uno di loro, che spiega il suo rapporto col padre attraverso un tema assegnatogli a scuola in cui gli veniva chiesto quali fossero le sue più grandi paure. “Per superare una delle mie più grandi paure da due mesi circa vivo a Casal di Principe. Le mie paure sono la paura del buio, dei fulmini e di papà. La paura del buio l’ho quasi superata del tutto perché dormo con la luce accesa, ora mi sto abituando anche senza. La paura dei fulmini non l’ho ancora superata perché ho paura che possano distruggere qualcosa di mio. La paura di papà l’ho superata andandocene di casa e venendo a vivere a Casal di Principe per un po’”.

 

 

 

 

Pubblicato in Parità di genere

Ipotizzare l'evoluzione magmatica dei Campi Flegrei attraverso un nuovo modello sul lunghissimo termine - ovvero su decine di migliaia di anni - è il risultato di Long-term magmatic evolution reveals the beginning of a new caldera cycle at Campi Flegrei, il lavoro a firma dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), La Sapienza Università di Roma, Politecnico federale di Zurigo (ETH) e Università di Cardiff e pubblicato su Science Advance.

"Lo studio", spiega Gianfilippo De Astis, ricercatore INGV e autore della ricerca, "è basato su un nuovo dataset di analisi geochimiche e tessiturali di rocce eruttate negli ultimi 60.000 anni ai Campi Flegrei. Questi nuovi dati si sommano e vengono confrontati con la grande mole di dati vulcanologici, petrologici, geochimici e geocronologici pubblicati negli ultimi 30 anni su quest'area. Scopo del lavoro era studiare l'evoluzione magmatica dei Campi Flegrei sul lungo termine, ovvero su decine di migliaia di anni, dal momento che la maggior parte degli studi precedenti ha affrontato eruzioni singole o brevi periodi di attività".

Nel periodo considerato (60.000 anni) l'area dei Campi Flegrei è stata interessata da due enormi eruzioni che hanno causato altrettanti collassi calderici. Le grandi quantità di magma emesso nel corso di quegli eventi hanno prodotto estesi depositi vulcanici noti come Ignimbrite Campana e Tufo Giallo Napoletano, con età rispettivamente di  circa 39.000 e 15.000 anni. È ben noto e documentato, inoltre, che prima e dopo questi due eventi colossali si sono verificate decine e decine di altre eruzioni, fra cui una settantina negli ultimi 15.000 anni. Lo studio mette insieme i dati (petrologici) di ben 23 eventi eruttivi, distribuiti nei 60.000 anni di attività in modo da comprendere sia le due grandi eruzioni che hanno prodotto i collassi calderici sia alcune eruzioniavvenute prima e dopo di essi, compresa l'ultima eruzione flegrea del Monte Nuovo (1538).

"Utilizzando una tecnica che consente di ricostruire la temperatura del magma e il suo contenuto in acqua" - prosegue il ricercatore - "lo studio ha stimato l'andamento di questi due parametri nel corso della storia eruttiva dei Campi Flegrei. Sulla base di questi dati è stato proposto un modello termomeccanico relativo all'evoluzione del serbatoio magmatico negli ultimi 15.000 anni. Il modello assume che il sistema magmatico flegreo attraversi una serie di processi: arrivo di nuovo magma; cristallizzazione del magma nel serbatoio ed essoluzione di gas; raffreddamento del magma; lento assestamento viscoso e infine eruzione. Questo approccio può consentire di studiare anche altri sistemi calderici ".

Secondo i ricercatori, il susseguirsi di questi processi consente il passaggio del sistema magmatico da una condizione in cui genera numerose eruzioni di taglia medio-piccola a una condizione in cui le eruzioni diminuiscono notevolmente ed è favorito il progressivo accumulo di magmi silicei in una camera magmatica localizzata nella crosta superiore che può gradualmente ingrandirsi. Lo stadio successivo è quello in cui si potrebbe generare un evento eruttivo molto più grande, in grado di formare una caldera.

"L'analisi", continua l'esperto INGV, "è concentrata dunque sull'ultima parte di storia del vulcanismo flegreo e consente di avanzare un'interpretazione secondo cui dalle epoche con alta frequenza eruttiva si sta lentamente passando a quelle con più lungo stazionamento e accumulo dei magmi nella crosta superiore che in passato hanno preceduto la formazione di una camera magmatica persistente. In questo quadro, i magmi che hanno alimentato l'ultima eruzione dei Campi Flegrei avvenuta nel 1538, risultano composizionalmente e reologicamente simili a quel tipo di magma che in passato ha alimentato le fasi iniziali delle grandi eruzioni calderiche.

Un'eruzione di questo tipo è comunque oggi molto improbabile poiché non ci sono evidenze sperimentali che sia in corso la formazione di una tale camera.

In un futuro remoto che oggi non sappiamo quantificare, il continuo evolversi di questo processo potrebbe quindi rendere possibile una nuova eruzione calderica", conclude il ricercatore.

È necessario ricordare che altri recenti studi, realizzati da altri ricercatori dell'Istituto, propongono diversi modelli e interpretazioni dell'evoluzione del sistema magmatico dei Campi Flegrei.

In particolare, allo stato attuale delle conoscenze, non è possibile ottenere una interpretazione certa e univoca dei processi attualmente in atto nel sottosuolo dei Campi Flegrei.

L'INGV è, tuttavia, quotidianamente impegnato nel raggiungere questo fondamentale obiettivo scientifico e sociale.

La ricerca pubblicata ha una valenza essenzialmente scientifica, priva al momento di immediate implicazioni in merito agli aspetti di protezione civile. Si ricorda che dal dicembre 2012 il Dipartimento della Protezione Civile ha elevato da verde a giallo ("Attenzione") il livello di allerta dei Campi Flegrei. 

Pubblicato in Ambiente&Territorio
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