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Giovedì, 21 Novembre 2019

Articoli filtrati per data: Lunedì, 19 Novembre 2018 - nelPaese.it

“Si tratta di una vera e propria mattanza”. Così Loredana Rossi, dell’Associazione transessuale Napoli, commenta i dati del progetto di ricerca Trans Murder Monitoring (TMM), pubblicato da Transrespect versus Transphobia Worldwide, in merito alle vittime di transfobia nel 2018.

I numeri parlano chiaro e i dati si fanno ogni anno più preoccupanti: 271 casi nel 2015, 295 nel 2016, 325 nel 2017, e quest’anno il dato peggiore: 369 vittime di transfobia in tutto il mondo.

Loredana, che cosa risponde a chi afferma che l’omicidio di genere non esiste?

“L’omicidio di genere esiste, avviene contro le donne e le trans, che non vengono uccise in quanto persone, ma in quanto appartenenti a un determinato genere. E’ questo che determina il delitto di genere. I 369 casi di cui parla il report probabilmente non sono nemmeno tutti: molte persone trans uccise non risultano dai dati, perché quando la polizia va nel luogo del crimine li registra con nomi maschili”.

Com’è la vita di una transessuale a Napoli?

“Le trans ancora oggi sono discriminate. Da anni portiamo avanti una lotta per essere come tutti i cittadini italiani. Ancora oggi qui a Napoli, ma non solo, le trans non vengono assunte nei luoghi di lavoro per il loro genere, ecco perché molte sono costrette a prostituirsi per sopravvivere. In tantissimi credono invece che le trans si prostituiscono perché gli fa piacere, perché sono perverse. In realtà sono pochissime quelle che lo fanno per questa ragione, in tantissime lo fanno per necessità.

In un paese civile tutto questo non dovrebbe esistere. A Napoli non ci sono servizi o case di accoglienza dedicate alle trans, facciamo tutto noi con la nostra associazione. Senza una casa di accoglienza le trans che vengono cacciate di casa sono costrette a vivere per strada, e a quel punto iniziano a prostituirsi. A Napoli da questo punto di vista siamo ancora all’anno zero, e questa situazione è una responsabilità condivisa di governo, regione e comune. Anche se abbiamo una delegata all'assessorato, Simona Marino, che è molto vicina a noi, ma che da sola può fare poco, per questioni di disponibilità economica.
Ad oggi la vita di una trans a Napoli è davvero difficile: le file nelle prenotazioni sono interminabili, non vengono finanziati i percorsi per le trans, i servizi, dalle consulenze mediche a quelle psicologiche, sono carenti”.

Che cosa organizzerà stasera l’associazione Atn - Associazione transessuale Napoli per laTrans Day of Remembrance (TDoR) 2018?

“Oggi alle 18 al Cinema Modernissimo di Napoli proietteremo il corto 'La gatta mammona', di Paolo Cipolletta, con protagonista una persona transessuale. Seguirà poi una fiaccolata di commemorazione patrocinata dal comune di Napoli in piazza del Gesù. Chiediamo a tutti di partecipare e di unirsi a noi in questa giornata importante”.

Il problema non è sono nazionale, ma mondiale. Secondo lei come si potrebbe sensibilizzare sul tema?

“E’ un lavoro che va fatto da bambini, nelle scuole. Bisognerebbe cercare di spiegare  fin dalla tenera età che trans e gay e sono persone come tutte. Ci dovrebbe anche essere un dibattito nazionale sui media per sensibilizzare su questi temi”.

Come commenta la vittoria del premio Oscar per miglior film straniero ‘Una donna fantastica’, che racconta la storia di una trans?

“E’ stata una vittoria per tutte, il film mette in luce un elemento importante della vita delle trans: il fatto che in molti credono che non abbiamo sentimenti. La vita di una trans, che in apparenza sembra bellissima e piena di splendore, è fatta in realtà di tanta sofferenza. Quando una trans si innamora di un uomo lui diventa tutto il suo mondo. E spesso gli uomini arrivano a compiere atti estremi nei confronti delle loro compagne”.

Visto il crescente aumento delle vittime di transfobia, quali sono le sue preoccupazioni per il futuro?

“Non so dove arriveremo con questo governo e con questa ondata nera di odio che dilaga in tutta Europa. Vogliono negare i diritti non solo alle trans, ma anche alle donne. Basta guardare il ddl Pillon. Con questa scia di odio che si propaga piano piano, non so dove arriveremo e soprattutto non so se riusciremo a fermarci in tempo. Quello che mi fa schifo di quest'governo è l'odio che propaga verso i concittadini e verso gli stranieri”.

Quali sono gli obbiettivi che lei, come membro della comunità LGBT, si augura di vedere raggiunti il prossimo anno?

“Quello che mi auguro è che, anche se so che sarà molto difficile da realizzare in questo particolare momento storico, è una legge sulla transfobia. Anche l'Europa ci condanna per questo. Mi auguro inoltre che il numero delle vittime di transfobia il prossimo anno si riduca, e non aumenti, ma anche questo mi sembra un miraggio. Per quanto riguarda la situazione di Napoli mi piacerebbe invece riuscire ad ottenere una casa di accoglienza per le persone trans che vengono cacciate di casa e non sanno dove andare. Noi continueremo a lottare. E lo faremo per tutte quelle che non ne sono state più in grado e hanno deciso di togliersi la vita, è per loro che non ci arrendiamo”.

 

 

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In un mondo sempre più individualista, pronto ad alzare muri e a ripristinare barriere tra i popoli, gli italiani sono ancora un popolo generoso e solidale con il prossimo? È questa la domanda che il Censis in collaborazione con il Magis (Movimento e azione dei gesuiti italiani per lo sviluppo), fondazione che coordina le attivita' missionarie e di cooperazione internazionale della Provincia Euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù, ha rivolto a uomini e donne dai 18 anni agli over 64.

Dall'indagine 'Missione, solidarietà internazionale e stili di vita degli italiani' e' emerso che per il 77% degli intervistati è fondamentale continuare ad aiutare i popoli del sud del mondo, mentre solo il 19% ritiene sbagliato farlo. Atteggiamento, questo, diffuso soprattutto nel Nord Italia (20%), tra i non occupati (32%) e tra le persone con bassa scolarizzazione (20%). Solo il 20% degli intervistati, tuttavia, e' disposto a dare un proprio contributo economico e a impegnarsi in prima persona.

L'indagine integrale sarà presentata da Giulio De Rita (Censis) nel corso del Simposio 'Quale futuro per la solidarietà? Osare lo spirito missionario nella contemporaneita''organizzato in occasione del trentennale del Magis, mercoledì alle 15 presso presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. Padre Gianfranco Matarazzo, provinciale della Provincia Euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù, darà il benvenuto assieme a padre Augusto Zampini, Dicastero per lo Sviluppo umano integrale, e a padre Bryan Lobo, decano della Facolta' di Missiologia.

L'incontro sarà moderato dalla giornalista Maria Gianniti e da padre Renato Colizzi, gesuita e presidente Fondazione Magis. Alcune testimonianze di esperienze dirette di missione - Shahrzad Houshmand Zadeh, teologa musulmana, Jihad Youssef, monaco della Comunita' di Deir Mar Musa (fondata da Padre Dall'Oglio in Siria), Giulio Albanese, missionario comboniano - aiuteranno a riflettere sul presente e sul futuro della cooperazione missionaria; Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero della Comunicazione del Vaticano, affrontera' il tema di come comunicare la missione oggi.

 (Fonte: Redattore Sociale/Dire/agensir)

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Dopo un picco di nuovi casi confermati nell’area di Beni, dove non si ferma la peggiore epidemia di Ebola nella storia della Repubblica Democratica del Congo (RDC), MSF rafforza la propria azione per contenere il contagio aprendo un nuovo centro di transito per casi sospetti.

“L’obiettivo di questo centro di transito è rafforzare la capacità di cura complessiva a Beni. Da quando la città è diventata il centro dell’epidemia a ottobre, sono emersi molti nuovi casi confermati in diversi quartieri. Il Centro di transito è stato costruito vicino al Centro di trattamento Ebola esistente, la cui capacità è ormai satura. La vicinanza dei due centri renderà più efficace la nostra risposta contro l’epidemia a Beni” spiega Marie Burton, capo progetto di MSF a Beni.

Il Centro di transito è stato costruito su un ex campo da calcio di 8.000 metri quadri e ha richiesto una settimana di intensi lavori di costruzione. Aiutati dagli stessi giovani che un tempo giocavano a calcio su quel campo, le équipe di MSF hanno lavorato nonostante frequenti temporali e hanno superato grosse sfide logistiche per completare i lavori il più velocemente possibile. I pazienti sospetti saranno accolti al Centro di transito mentre aspettano di conoscere i risultati dei loro test. Nel frattempo lo staff medico di MSF fornirà subito cure adeguate alle condizioni cliniche delle persone. Quando la diagnosi sarà confermata, i pazienti positivi all’Ebola saranno trasferiti nel vicino Centro di trattamento, mentre quelli negativi saranno trasferiti in altre strutture sanitarie, dove riceveranno ulteriori cure. Finora sia i casi sospetti che quelli confermati venivano accolti nel Centro di trattamento, in due reparti isolati.

Nel nuovo centro sono state realizzate stanze individuali invece di grandi tendoni, per migliorare l’isolamento dei pazienti. Le divisioni tra le stanze sono state dotate di ampie finestre di Plexiglass in modo che lo staff medico possa mantenere un contatto visivo con i pazienti, ma anche perché i pazienti possano vedere la loro famiglia e i loro cari quando vengono a visitarli. La capacità di base del centro, pari a 16 posti letto, può arrivare fino a 32 o 48 posti letto in caso di necessità, a seconda di come evolverà l’epidemia.

Le nostre équipe sono sempre più impegnate nel tracciare i casi sospetti da quando l’epidemia ha raggiunto un nuovo livello. Almeno 30 nuovi casi sospetti vengono identificati ogni giorno e ammessi al Centro Ebola di Beni.

La peggiore epidemia di Ebola in Repubblica Democratica del Congo

In soli tre mesi da quando è stata dichiarata, questa epidemia di Ebola – la decima nella storia della RDC – è diventata la peggiore mai registrata nel paese.A oggi, sono stati individuati 341 casi di cui 303 confermati. L’epicentro si è spostato dalla piccola cittadina di Mangina, dove sono emersi i primi pochi casi, alla più grande città di Beni, dove il numero dei pazienti sospetti e confermati è cresciuto stabilmente per settimane, fino alla totale saturazione della capacità medica di curare i pazienti. Dal primo agosto il virus ha ucciso 215 persone e diverse organizzazioni stanno facendo del loro meglio per impedire che si diffonda ulteriormente. Più di 100 pazienti sono riusciti a guarire finora. In un’area di pesante insicurezza causata dal conflitto in corso, dove l’accesso a parti della popolazione è molto complesso, la risposta medica ha dovuto affrontare grosse sfide e l’epidemia non è ancora stata fermata.

“Da quando il centro dell’epidemia si è spostato da Mangina a Beni, l’epidemia è diventata più difficile da controllare. Ora osserviamo un numero crescente di nuovi casi più a sud, nella città ancora più grande di Butembo. Temiamo che la situazione possa diventare ancora più difficile da gestire, a meno che non venga significativamente rafforzata la risposta in quest’area” dice Chiara Montaldo, coordinatore medico di MSF a Beni.

Nelle ultime settimane è stato registrato un notevole aumento di nuovi casi a Butembo, un polo commerciale regionale, a un passo dal confine con l’Uganda. Gli ultimi sviluppi sono un richiamo a dedicare maggiori risorse e attenzione, per il rischio che questa grande città possa diventare un nuovo hotspot dell’epidemia.

Il coinvolgimento delle comunità

Oltre all’ostacolo di una popolazione in continuo movimento, molte delle difficoltà nella risposta sono state causate dalla paura della popolazione per una malattia così mortale – che può intralciare la relazione tra le comunità e gli operatori sanitari. Come risultato, spesso osserviamo la riluttanza a segnalare nuovi casi, a essere trasferiti nei centri di trattamento o ad accettare l’intervento delle équipe che si occupano di assicurare sepolture sicure e dignitose alle vittime dell’Ebola.

“Riscontriamo il bisogno di una migliore e più efficace comunicazione da parte di tutti gli attori che partecipano alla risposta contro l’Ebola per ottenere la fiducia delle persone. I tassi di mortalità sono molto alti; le persone possono essere indotte a pensare che i centri di trattamento sono luoghi dove si va a morire, quando invece dozzine di pazienti sono stati ricoverati. Essere ammesso in un centro di trattamento durante lo stadio iniziale della malattia aumenta le possibilità di guarire” dice il dott. Axelle Ronsse, coordinatore delle emergenze di MSF per l’intervento sull’Ebola.

MSF attiva sui pilastri dell’intervento contro Ebola 

MSF è presente a Beni dall’inizio dell’epidemia ad agosto 2018 ed è attiva su diversi fronti, per contenere la diffusione del virus e rispondere ai bisogni della popolazione del Nord Kivu. Insieme ad altre organizzazioni che partecipano all’intervento, le équipe di MSF svolgono visite regolari in 24 centri sanitari per fornire formazione e materiale; tengono incontri regolari con le comunità locali per condividere le informazioni sulla malattia e i metodi per evitare il contagio. Tra le attività di prevenzione e controllo, le équipe di MSF si occupano della decontaminazione dei centri sanitari dopo l’identificazione e il trasferimento di casi di Ebola confermati verso le strutture appropriate.

Le equipe di MSF hanno anche vaccinato più di 600 persone a Beni nel mese di ottobre, inclusi gli operatori sanitari impegnati in prima linea e i potenziali contatti dei pazienti che avevano già contratto il virus. A novembre sono stati anche somministrati vaccini nella città di Butembo.

 

Pubblicato in Salute

Il 20 Novembre, nell'Aula Tesi del Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione dell'Università degli Studi di Perugia, si terrà la conferenza stampa di presentazione del convegno Edu Sostenibile: prevenire la povertà educativa in Umbria. Interverranno i rappresentanti del Comune di Perugia, del Dipartimento ospite e del Consorzio ABN A&B Network Sociale, capofila del progetto. 

Il 22 novembre, dalle ore 9.15 alle ore 17.30, la Sala dei Notari di Perugia accoglierà quindi una pletora di esperti che prenderanno in considerazione non solo le cause, ma anche le possibili soluzioni al problema della povertà educativa. 

Dopo i saluti di E. Cicchi, assessore ai servizi sociali del Comune di Perugia, di M.P. Serlupini, garante per l'infanzia e l'adolescenza della Regione Umbria, e di C. Mazzeschi, direttrice del Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione dell'Università degli Studi di Perugia, interverranno: A. Saulini, rappresentante di Save the Children Italia; S. Maggiolini, dell'Università Cattolica del Sacro Cuore; C. Borgomeo, presidente dell'impresa sociale Con i Bambini; F. Parziale, dell'Università La Sapienza; G. Mannucci, del Consorzio Abn, coordinatore del progetto Edu Sostenibile. Coordina la professoressa L. Arcangeli, del Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione dell'Università degli Studi di Perugia.

Nel pomeriggio, si articoleranno quattro gruppi di lavoro, che declineranno il tema in oggetto prendendo in considerazione le famiglie a rischio, i servizi per l'infanzia, gli educatori,  il tema della multietnicità e, infine, i servizi del territorio. I gruppi saranno coordinati, rispettivamente, dai professori S. Fornari e F. Parziale, S. Maggiolini, A. Bartolini e C. Faraghini. 

Il Convegno conferisce CFU per il tirocinio teorico di Scienze della Comunicazione e Consulenza Pedagogica, e Coordinamento di Interventi Formativi, così come i crediti ECM per gli assistenti sociali iscritti all'Ordine Nazionale degli Assistenti Sociali. Per le iscrizioni, clicca qui

«La povertà educativa» afferma Save the Children in un rapporto del maggio 2018 «è la privazione, per i bambini e gli adolescenti, dell'opportunità di apprendere, sperimentare, sviluppare, e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni». I bambini provenienti da famiglie più povere hanno, rispetto ai loro coetanei delle famiglie più abbienti, una maggiore possibilità di fallimento scolastico, rischiano di lasciare precocemente la scuola e di non raggiungere livelli minimi di apprendimento. 

Di conseguenza, vengono privati della possibilità di coltivare aspirazioni tali da renderli in seguito adulti autonomi, dotati di stima in se stessi e integrati nella mutevole società odierna.  Alcuni bambini, però, sfuggono a questa sorta di cammino prestabilito, trasformando la crisi in un'opportunità di crescita: si parla dunque di resilienza, e comprenderla significa costruire politiche efficaci contro la povertà educativa che abbraccino la scuola, le famiglie, e tutte quelle realtà dov'è possibile svolgere attività ricreative, sportive e culturali. 

L'obiettivo specifico del progetto sarà quello di creare in Umbria un sistema integrato - tra servizi socio-educativi e offerta culturale per l'infanzia, tra politiche programmatorie e rete dei servizi territoriali, tra mondo universitario e mondo professionale, tra soggetti gestori di servizi 0-6 tradizionali (privati, pubblici) e le buone pratiche di sostegno alla genitorialità - che favorisca la nascita e la manutenzione di comunità consapevoli del proprio ruolo educante verso l'infanzia.

Gli obiettivi generali del progetto sono, invece: aumentare le competenze genitoriali attraverso il modello dei Centri Educativi Territoriali, basato sul welfare comunitario e sul protagonismo delle famiglie. Aumentare la consapevolezza delle famiglie sull'importanza di un ambiente educativo stimolante per lo sviluppo dei bambini.  Facilitare l'accesso ai servizi delle famiglie in stato di vulnerabilità economica e sociale. Promuovere la consapevolezza, nella comunità umbra, sull'importanza della corresponsabilità nell'educazione dei bambini. 

Il progetto Edu sostenibile: la comunità nella sostenibilità educativa per l'infanzia è stato selezionato da Con i Bambini nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Il Fondo nasce da un'intesa tra le fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo. Sostiene interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori. Per attuare i programmi del Fondo, a giugno 2016 è nata l'impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla fondazione Con il Sud. 

 

Pubblicato in Umbria

Un totale di oltre 2.200 bambini dai 3 mesi ai 3 anni accolti in 10 anni in 5 servizi accreditati e affidati in convenzione dal Comune di Livorno e facenti parte del Sistema Integrato Infanzia: 4 asili nido (Limoncino, Casa del Re, Il Satellite, Chicchirillò) e il Ludonido (la mattina Spazio gioco e il pomeriggio Centro Bambini e Famiglie).

Sono alcuni dei numeri che il Consorzio Sociale Costa Toscana ha presentato per illustrare un decennio di esperienza di gestione di alcuni servizi per la prima infanzia del Comune di Livorno, durante l'incontro "La cooperazione sociale nei servizi alla prima infanzia: un valore aggiunto" che si è svolto alla Bottega del Caffè. L'iniziativa ha visto la partecipazione di operatori (educatori dei nidi e assistenti), esperti del settore, rappresentanti degli enti locali di Livorno e provincia, esponenti delle cooperative sociali toscane.

In circa dieci anni di gestione da parte del Consorzio Sociale Costa Toscana (in ATI con la cooperativa Cooplat) i bambini e le bambine accolti nei 4 nidi d'infanzia citati sono complessivamente 916 nella fascia di età dai 24 ai 36 mesi, 542 dai 12 a 24 mesi e 144 dai 3 ai 12 mesi. A questi aggiunge il Ludonido, che in una decina d'anni ha accolto circa 200 bambini e bambine dai 12 ai 36 mesi allo Spazio gioco (antimeridiano) e circa 400 bambini e bambine da 3 a 36 mesi, accompagnati da un adulto, al Centro Bambini e Famiglie (pomeridiano). Questi i numeri relativi al personale: 22 educatrici (nel corso degli anni affiancate da 1 o 2 educatrici di sostegno al gruppo), 12 assistenti e una cuoca. Come previsto dal Sistema Integrato Infanzia del Comune, le educatrici hanno partecipato ogni anno a percorsi formativi da circa 40 ore di formazione a testa.

Per il Consorzio le cooperative sociali impegnate nei 4 nidi sono Cuore Liburnia Sociale di Piombino, ContestoInfanzia di Rosignano Marittimo e Gioco Città di Livorno, mentre il Ludonido è gestito dal Consorzio tramite la cooperativa Gioco Città.

All'iniziativa di stamani, introdotta dal presidente del Consorzio Sociale Costa Toscana Paolo Bongianni, è intervenuta Lilia Bottigli, responsabile del Sistema Integrato Infanzia del Comune di Livorno, che ha illustrato i tratti caratteristici dell'"approccio livornese" all'educazione all'infanzia 0-6. Elisabetta Ferretti responsabile Qualità Consorzio Sociale Costa Toscana e Flavia Lunardelli coordinatore pedagogico dei Servizi educativi per conto del Consorzio Sociale Costa Toscana hanno presentato l'esperienza del Consorzio in dieci anni di gestione in 5 servizi prima infanzia del Sistema integrato di Livorno.

Tre cooperative del Consorzio operanti nella provincia di Livorno hanno presentato alcune esperienze innovative realizzate: Sara Zeppi (cooperativa Contestoinfanzia di Rosignano Marittimo) ha parlato del Centro Mama, Chiara Raugi (Cuore Liburnia Sociale di Piombino) dello Spazio Gioco Marameo e Antonella Piscitelli (Gioco Città di Livorno) del Ludonido. Infine la tavola rotonda dedicata alla sinergia tra pubblico e privato nell'offerta di servizi per l'infanzia, a cui hanno partecipato Assunta Astorino vicepresidente di Legacoop Toscana, Marco Paolicchi, responsabile Dipartimento Area Welfare di Legacoop Toscana, Sonia Iozzelli, esperta in legislazione educativa. Ha inviato una nota scritta Sara Mele, responsabile del Settore Educazione e Istruzione della Regione Toscana.

 

 

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