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Venerdì, 19 Aprile 2019

Articoli filtrati per data: Giovedì, 20 Dicembre 2018 - nelPaese.it

In un articolo di due settimane fa si era descritto lo stato in cui versa il nuovo Ospedale del Mare a Napoli. E si faceva riferimento alla crisi nera della sanità campana tra scandali, liste di attesa, barelle e gravi condizioni igieniche.

Domani la Consulta popolare salute e sanità ha convocato una protesta sotto la sede della Giunta regionale in via Santa Lucia alle ore 11: “le strutture sanitarie – scrive la Consulta in una nota - sono costrette dall'alto a una morte lenta con il chiaro obiettivo di rendere il pubblico impresentabile per favorire il privato e di tenere aperti strutture e reparti del settore pubblico che rappresentano interessi clientelari.I nostri ospedali sono guidati da dirigenti non titolati, non all’altezza, cooptati dalla politica del malaffare, pertanto ricattabili,e per questo garanti esclusivamente degli interessi dei loro ‘benefattori’ affaristi e speculatori, anziché della salute dei cittadini e i diritti dei lavoratori della Sanità”.

Ma le tensioni non finiscono. Anche sul fronte dei lavoratori è prevista l’agitazione. L’assemblea del 13 dicembre ha indetto uno sciopero generale regionale degli operatori dell’Asl Napoli centro per il prossimo 18 gennaio:  “per la inadempienza assistenziale verso i cittadini, nonché le reiterate mancanze di attribuzioni dei diritti dei lavoratori, sia pregresse da anni, che in merito al dettato dell’ultimo contratto collettivo nazionale 2016-2018, quanto in ordine a disposizioni, dettati e decisioni unilaterali degli ultimi mesi, abbiamo deciso di declinare qualsiasi invito ad incontri promossi da questa Azienda; a tutela della salute in questa città, di coinvolgere, oltre ai lavoratori, i Cittadini, le Istituzioni, le Municipalità, le Associazioni, i Comitati, tutte le Forze Sociali e la Stampa”.

Inoltra promuovono “lo Stato di Agitazione di tutto il personale del comparto e di investire il Prefetto di Napoli, per istituire un tavolo, nell’intento di informare il Commissario di Governo sull’angoscioso stato dell’assistenza Sanitaria in questa Città, e le drammatiche condizioni in cui versano gli ospedali e i distretti territoriali aziendali, sia in termini strutturali, che in deficit di risorse umane, chiedendo, a quel tavolo, le inevitabili dimissioni dell’intero quadro del Management Aziendale dell’Asl Napoli 1 Centro”. 

Siamo di fronte a uno scenario molto teso e molto grave per la salute dei cittadini. Una realtà esattamente opposta a quella che viene raccontata da chi amministra la sanità pubblica in Campania. 

Pubblicato in Campania

CSVnet ha diffuso oggi ai Centri di servizio per il volontariato soci gli ultimi dati aggregati sulla loro attività annuale. Il periodo di riferimento è il 2017, cioè un anno che – come il 2018 e il 2019 – va considerato di passaggio verso il nuovo assetto previsto dalla riforma del terzo settore. Ma che è anche stato il primo anno post approvazione della riforma (L. 106/2016).

Ed è proprio leggendoli in questa chiave che i dati lasciano chiaramente intravedere come la rete dei Centri di servizio avesse già cominciato ad operare in quella prospettiva. Sia nelle assemblee che li gestiscono, dove quasi un quarto dei soci è costituito da realtà diverse dalle organizzazioni di volontariato (Odv) ex legge 266/91, sia nei beneficiari dei servizi si evidenzia come i Csv siano già da tempo aperti ai volontari di tutto il terzo settore, come la riforma dispone.

Delle oltre 48 mila realtà destinatarie del lavoro dei Centri (cresciute in assoluto dell’11,3%), le Odv iscritte ai relativi registri sono infatti la metà, mentre aumentano di un ulteriore 10% le associazioni non profit diverse da esse (Aps, cooperative ecc,) e compaiono circa 2 mila gruppi informali o associazioni di fatto: un elemento che evidenzia come i Csv stiano intercettando anche i bisogni del cosiddetto volontariato “liquido”.

Rispetto all’anno precedente, gli altri dati confermano senza particolari scostamenti le dimensioni e la presenza dei Csv sul territorio, che mantengono quasi 400 “punti di servizio”, tra sedi centrali e sportelli, nella quasi totalità delle province italiane. Resta vicino a 220 mila anche il numero complessivo dei servizi erogati gratuitamente, pur in presenza di una lieve contrazione (-0,7%) dei dipendenti a tempo pieno: questi ultimi sono 697 e costituiscono l’85% del personale retribuito (821 unità in totale).

Riguardo ai servizi, oltre al +22% delle ore di formazione, è da segnalare l’aumento delle iniziative di promozione e orientamento al volontariato e quelle di animazione territoriale sui medesimi temi, che qualificano i Csv come aggregatori territoriali per tutto ciò che riguarda l’impegno sociale gratuito, creando reti, favorendo incontri tra pubblico e privato, progetti, idee nuove: come sottolineano gli autori del rapporto, i Csv sono dei veri‘hub’ del volontariato.

Si conferma inoltre una impressionante quantità di servizi relativi alla comunicazione, sia in proprio che in favore delle associazioni, con la produzione di contenuti presenti con costanza su social e siti web. Emerge infine il consolidamento di una funzione per niente banale come quella dei servizi logistici: i Csv sono utilizzati sempre più dal volontariato come ambienti di co-working, grazie alla messa a disposizione di spazi e attrezzature per svolgere attività di ogni genere (dalle riunioni tra soci ai convegni), di servizi di segreteria e di supporti vari.

Un ruolo vitale per la maggior parte delle realtà “servite”, che non saprebbero altrimenti come reperire tali risorse tecniche e conoscenze senza sostenere alcun onere economico.

Sul sito di CSVnet sono disponibili la sintesi del report e le relative infografiche

Pubblicato in Diritti&Inclusione

Quest'anno, fino ad oggi, sono stati 63 i suicidi nelle carceri italiane. Un numero così alto non si registrava dal 2011, quando furono 66. Erano stati 53 lo scorso anno, 45 nel 2016, e si erano fermati a 43 nel 2015. Vi è una crescita in termini assoluti e percentuali; mentre nel 2015 si è suicidato un detenuto ogni 1200 detenuti presenti, nel 2018 se ne è suicidato uno ogni 950. Il tasso di suicidi nelle persone libere è pari a 6 persone ogni 100mila residenti. In carcere ci si ammazza diciannove volte in più che nella vita libera.

Benché i suicidi dipendano da cause personali che non è possibile generalizzare, è facile immaginare come le condizioni di detenzione possano contribuire al compimento di questo atto estremo. "Più cresce il numero dei detenuti - dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - più alto è il rischio che essi siano resi anonimi. L'alto numero delle persone recluse aumenta il rischio che nessuno si accorga della loro disperazione, visto che lo staff penitenziario non cresce di pari passo, anzi. I suicidi non si prevengono attraverso pratiche penitenziarie (celle disadorne o controlli estenuanti) che alimentano disperazione e conflitti. Né si prevengono prendendosela con il capro espiatorio di turno (di solito un poliziotto accusato di non sorvegliare il detenuto in modo asfissiante). Va prevenuta la voglia di suicidarsi più che il suicidio in senso materiale". 

"La prevenzione dei suicidi - prosegue Gonnella - richiede l'approvazione di norme che assicurino maggiori contatti con l'esterno e con le persone più care, nonché un minore isolamento affettivo, sociale e sensoriale. Il carcere deve riprodurre la vita normale. Nella vita normale - sottolinea il presidente di Antigone - si incontrano persone, si hanno rapporti affettivi ed intimi, si telefona, si parla, non si sta mai soli per troppo tempo".   

Per questo Antigone ha presentato ai componenti della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica una proposta di legge che punti a rafforzare il sistema delle relazioni affettive, ad aumentate le telefonate, a porre dei limiti di tempo ai detenuti posti in isolamento. 

"Abbiamo pensato ad un articolato molto breve che, andando a modificare la legge che regola l'ordinamento penitenziario approvata nel 1975, consenta di prevenire i suicidi nelle carceri" conclude Patrizio Gonnella.

 

 

Pubblicato in Nazionale
Giovedì, 20 Dicembre 2018 14:55

RICERCA: INGV STABILIZZA 149 DIPENDENTI PRECARI

Il 18 dicembre la Commissione dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) incaricata di espletare la procedura per il superamento del precariato ha concluso i suoi lavori con l'esame delle 149 istanze ammesse alla partecipazione.

"Si è compiuto così l'atto formale che dà il via libera alla stabilizzazione di parte del personale che da anni lavora con impegno e dedizione, sempre con contratti a termine", spiega Maria Siclari, Direttore Generale dell'INGV.

"Dei 149 candidati alla procedura di stabilizzazione, 33 hanno conseguito nel frattempo l'immissione in ruolo tramite concorsi pubblici", prosegue Siclari, "pertanto, i restanti 116 candidati rientrano pienamente nel budget assunzionale derivante dalle assegnazioni ex DPCM 11/4/2018, integrate dal cofinanziamento INGV disposto dal Consiglio d'Amministrazione".

I 116 candidati sono stati tutti convocati venerdì 21 dicembre, presso la Sala Conferenze dell'INGV di Roma, per sottoscrivere il contratto a tempo  indeterminato che decorrerà dal 28 dicembre 2018.

"Questa è la conclusione di un lungo percorso che ha visto la partecipazione di tanti attori che vogliamo qui ringraziare", sottolinea Carlo Doglioni, Presidente dell'INGV, "primi fra tutti lo stesso personale precario, il Consiglio di Amministrazione, il Collegio dei Direttori, le Organizzazioni Sindacali, il personale amministrativo e i Commissari dei concorsi: tutti si sono impegnati per raggiungere entro il 2018 il tanto atteso ed essenziale obiettivo di chiudere la pagina del precariato storico e iniziare un nuovo costruttivo percorso dell'Istituto che veda la serenità lavorativa come presupposto fondamentale di una sempre maggiore produttività scientifica".

Pubblicato in Ambiente&Territorio

“Assurdo che debba essere proprio il Terzo settore a pagare l’accordo con l’Europa. Un prezzo alto: da una prima stima, solo per il primo anno, il volontariato italiano andrà a versare 118 milioni di euro.” E’ quanto dichiarato dalla Portavoce del Forum nazionale del Terzo Settore Claudia Fiaschi che commenta così l’emendamento che sopprime la riduzione al 50% dell’IRES (art.6 DPR 601/1973) per i soggetti persone giuridiche che operano in molti settori, tra cui assistenza sociale, sanità, beneficenza, istruzione, formazione.

“Un provvedimento – continua Fiaschi – che ci sembra particolarmente penalizzante, soprattutto in relazione al periodo transitorio in cui si attende la piena entrata in vigore della Riforma del Terzo Settore.”

Un’ulteriore preoccupazione è data dal contenuto dell’emendamento sulla fatturazione elettronica al DL 291/2018 per gli enti che hanno optato per il regime forfettario (398/91) che si applica ai soggetti con proventi di importo superiore a 65 mila euro.

“La modifica introdotta – spiega Fiaschi – sovverte le modalità di conteggio degli aspetti fiscali con l’effetto paradossale che un ente che riceve una sponsorizzazione e che fino ad oggi aveva goduto del regime forfettario, non potrà più ricevere l’importo dell’Iva e sottoporlo al regime fiscale semplificato, trovandosi così fortemente penalizzato.”

“Pertanto – conclude Fiaschi – va chiarito come possa essere attuata la detrazione forfettaria e dunque il relativo versamento parziale dell’imposta. Un chiarimento tanto più urgente a causa dell’impatto sulle fatture già emesse dopo la pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale, avvenuta in questi giorni.”

 

Pubblicato in Nazionale

Migliaia di persone espulse dall’Algeria, di ritorno dalla Libia o che viaggiano verso nord per raggiungere l’Europa, si ritrovano in Niger, luogo di interscambio della migrazione in Africa occidentale. Hanno affrontato blocchi alle frontiere, espulsioni e abusi, conseguenza del sistema di gestione dei flussi migratori nella regione supportato dall’Unione Europea. Medici Senza Frontiere (MSF) offre loro assistenza medica a Niamey, punto di sosta all’incrocio di varie rotte.

“Quando arrivano a Niamey, i migranti hanno difficoltà ad accedere a un’assistenza medica adeguata. Troppo spesso, ci sono delle condizioni cui devono sottostare per riceverla. Prima di ottenere qualsiasi tipo di aiuto infatti, devono rinunciare al loro piano di migrazione – anche quando è motivato da situazioni di violenza e pericolo – e iscriversi volontariamente al programma dell’OIM per ritornare nei loro paesi di origine”, spiega il capo missione in Niger di MSF, Abdoul-Aziz O.Mohamed.

Intorno ai sovraffollati centri di transito dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), stanno spuntando piccoli accampamenti di fortuna. I migranti ci trascorrono settimane in attesa che l’OIM li registri come migranti di ritorno volontario, il che gli consentirà di ottenere assistenza medica da parte dell’organizzazione o dai suoi partner.

In un momento in cui i paesi europei stanno facendo di tutto per ridurre il numero di richiedenti asilo, rifugiati e migranti che giungono alle loro frontiere, i programmi di rimpatrio volontario assistito stanno aumentando esponenzialmente: più di 10.000 persone hanno lasciato il Niger nella prima metà del 2018. Anche quando ciò significa ignorare richieste di protezione internazionale a causa degli abusi subiti durante il viaggio il quale, per colpa della chiusura delle frontiere e la criminalizzazione dei migranti, sta diventando sempre più lungo e pericoloso.

Ogni giorno, l’équipe della clinica mobile di MSF perlustra Wadata, un quartiere di Niamey conosciuto per i molti terminal di autobus e ostelli frequentati dai migranti. A chiunque sia per strada viene offerto un trattamento medico, a prescindere dallo status legale o dal luogo in cui pianificano di andare. “Nella clinica mobile sono condotte delle consultazioni. I pazienti che necessitano di maggiori cure vengono trasferiti nel nostro centro, che ha una stanza di osservazione con diversi letti. Lavoriamo anche con le strutture del Ministero della Salute, dove trasferiamo i casi più urgenti e complessi”, spiega Haig Nigolian, un medico che lavora da mesi nel progetto.

Tra maggio e novembre 2018, lo staff di MSF ha condotto circa 4.500 consultazioni. La maggior parte dei pazienti proviene dall’Africa occidentale e attraversa il continente per migrare. Quello che le équipe diagnosticano più di frequente sono patologie causate dalle condizioni del viaggio, come dolore diffuso, disturbi gastrici e infezioni respiratorie. Alcuni pazienti che portano i segni delle torture subite ci raccontano degli abusi di cui sono stati vittime. 

I problemi di salute degenerano se non curati abbastanza velocemente, e portano a complicazioni serie che possono mettere seriamente a rischio la vita delle persone. È ciò che è successo a Marc: dopo un anno trascorso in condizioni infernali in Libia, dove racconta di esser stato rinchiuso in prigione tante volte, il ragazzo di 26 anni è riuscito ad arrivare ad Agadez. Estremamente malato, ha poi deciso di prendere un autobus per il Senegal. Mentre cambiava autobus a Niamey, la compagnia si è rifiutata di farlo salire a causa del suo stato di salute, e ha contattato l’equipe mobile di MSF. “La diagnosi era molto grave”, ricorda Nigolian, “Epatite B in stadio avanzato con cirrosi al fegato e cancro.”

Secondo l’OIM, più di 60.500 persone sono entrate in Niger nei primi mesi del 2018. Alcune, sono arrivate attraversando la frontiera vicino al villaggio di Assamaka. Abbandonate nel deserto dalle autorità algerine, sono state costrette ad attraversare il fiume che dista molte miglia. “Assamaka ritorna spesso nel racconto delle persone. La descrivono come un’esperienza straziante e traumatica. Essere abbandonati nel deserto senza cibo o acqua e vedere persone morire per strada lascia segni indelebili,” conclude Nigolain.

 

Pubblicato in Migrazioni

Legacoop Bologna ha presentato nel corso della sua annuale Assemblea dei Delegati, il progetto Bologna 2030. Visioni cooperative per lo sviluppo sostenibile realizzato grazie al coordinamento scientifico di Urban@it - Centro nazionale di studi per le politiche urbane e in collaborazione con l'Università Iuav di Venezia, Green Bocconi, Almacube - Università di Bologna e al Cern di Ginevra.

Lo scopo del progetto è definire gli obiettivi per la sostenibilità che il mondo cooperativo si impegna a raggiungere per la Bologna del 2030 in coerenza con l'Agenda Onu, individuando il suo contributo al Piano strategico metropolitano 2.0 e all'Agenda metropolitana per lo sviluppo sostenibile. 

Il progetto si è svolto nel corso del 2018 e si è articolato in tre fasi. La prima ha visto un percorso partecipativo di accompagnamento e attivazione (responsabile la prof.ssa Francesca Gelli per lo Iuav), con 30 interviste nella fase di outreach iniziale, 5 workshop tematici con 100 partecipanti in rappresentanza di 60 organizzazioni, un incontro di restituzione dei risultati, un OST con 30 partecipanti in rappresentanza di 25 organizzazioni. La seconda fase ha riguardato un'analisi del posizionamento del sistema cooperativo rispetto all'Agenda Onu 2030 e la valutazione del suo contributo alla pianificazione strategica di Bologna (responsabile il professor Edoardo Croci per la Bocconi) che ha prodotto le Linee guida conclusive attraverso un focus group e due questionari a cui hanno risposto rispettivamente 39 e 24 imprese. La terza fase, ancora in corso, prevede una collaborazione con Almacube-Università di Bologna e Cern di Ginevra per individuare tre prototipi cooperativi per education, housing ed economia circolare per agroalimentare. Tutte le fasi del progetto sono state accompagnate da un panel di esperti. 

L'Agenda Onu 2030 attribuisce alle imprese un ruolo importante nel perseguimento degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile e vi sono standard internazionali per indirizzare le aziende verso la sostenibilità. Ma il progetto di Legacoop Bologna si caratterizza nel panorama delle esperienze note anche a livello internazionale per la volontà di allineare gli obiettivi delle proprie imprese con quelli definiti a livello territoriale. Attraverso un metodo partecipato si è pervenuti all'individuazione di un set di 17 obiettivi con relativi indicatori collegati ad altrettanti obiettivi dell'Agenda metropolitana bolognese. Su questa base Legacoop Bologna costruirà un sistema di misurazione e monitoraggio permanente dell'andamento delle proprie imprese associate, con la possibilità di comunicarlo pubblicamente attraverso un sito web e la premiazione delle miglior esperienze in occasione delle assemblee annuali dei delegati.

Per la simulazione di come potrà essere costruito il sistema si è scelto un obiettivo significativo, relativo all'occupazione giovanile (vedi Executive summary, figura di p. 12). Il tasso di occupazione complessivo (20-64 anni) di Bologna metropolitana nel 2017, la collocava ai primi posti tra le grandi province italiane (76,5%),  con un contributo positivo delle cooperative, i cui addetti nel periodo 2008-2017 sono cresciuti del doppio rispetto al totale delle imprese (3,6% rispetto all'1,8%).

Invece per l'occupazione giovanile la tendenza metropolitana è negativa. Il tasso di occupazione nella fascia di età 15-29 anni era infatti il 54,3% nel 2008, il 40,8% nel 2012, il 39,8% nel 2016 e il 37,8% nel 2017.

Il Psm Bologna 2.0 indica l'obiettivo di innalzare il tasso di occupazione fino a riportarlo, entro il 2020, a livelli pre-crisi. Per l'occupazione giovanile ciò significa proporsi credibilmente di riportarlo ai livelli del 2012 entro il 2020 (40,8%), con un aumento del 3% rispetto al 2017. Per le cooperative aderenti a Legacoop il 3% di occupazione giovanile in più equivale aumentare di circa 800 gli addetti giovani da qui al 2020 (+757 rispetto ai 4.165 del 2017).

"Il tema del lavoro giovanile ci sta particolarmente a cuore per una lunga serie di ragioni, la prima è che la buona occupazione è il presupposto per la costruzione di un futuro migliore- ha commentato Rita Ghedini, presidente di Legacoop Bologna - Sviluppo e sostenibilità non si possono disgiungere, non c'è uno senza l'altra. Sarebbe importante la condivisione di questa impostazione anche dagli altri sistemi d'impresa. Solo affidando direttamente gli obiettivi ai cittadini e alle organizzazioni sociali ed economiche, si può sperare che l'Agenda Onu 2030 venga attuata".

Il progetto Bologna 2030 ha anche permesso di valutare il posizionamento di Bologna metropolitana rispetto al complesso delle aree urbane del Paese in relazione ai 17 obiettivi dell'Agenda urbana individuati nel Rapporto 2018 dell'Alleanza per lo sviluppo sostenibile (ASviS).  I risultati sono significativi (vedi Executive summary, tabella pp. 3-6) e mostrano che il posizionamento di Bologna metropolitana è positivo, l'obiettivo indicato può essere raggiunto in 10 casi su 17: Abbandono scolastico, Parità di genere, Acqua, Energia, Lavoro,Transizione digitale, Disuguaglianza di reddito, Abitazioni, Cultura e Raccolta differenziata rifiuti. Invece per il complesso delle aree urbane italiane il posizionamento è positivo solo per 4 obiettivi su 17: Povertà, Energia, Abitazioni e Raccolta differenziata dei rifiuti.  

Bologna metropolitana è quindi in una situazione migliore rispetto alle altre città, ma è necessario fare progressi anche negli altri 7 obiettivi per i quali il posizionamento è negativo:Povertà, Incidenti stradali, Laureati, Mobilità, Consumo di suolo, Aria e Verde.

Legacoop Bologna e Imola nel 2017 rappresentavano l'85,4% del fatturato e il 55% degli addetti del complesso del settore cooperativo di Bologna metropolitana, che a sua volta rappresentava l'11% degli addetti e il 23,9% del fatturato del totale delle imprese.

 

Pubblicato in Lavoro

“Oltre 150 mila lavoratori sono salvi. Il senatore Endrizzi ha ritirato l’emendamento e gli educatori socio-pedagogici potranno continuare a svolgere la loro attività educativa nell’ambito socio sanitario. Abbiamo fatto un altro passo avanti davvero importante!”. Lo scrive su Twitter la senatrice Vanna Iori, capogruppo del Pd nella Commissione Istruzione.

L’emendamento 1.1650 alla Legge di Bilancio, che intendeva sopprimere il comma 275 della Manovra, relativo all'estensione dell’ambito di attività dell’educatore professionale socio-pedagogico e del pedagogista ai presìdi socio-sanitari e della salute,  aveva scatenato la protesta del mondo della cooperazione sociale e del terzo settore che avevano lanciato l’allarme del rischio del posto di lavoro per 150mila educatori professionali.

Il punto

"Il ritiro dell'emendamento Endrizzi è un fatto positivo – afferma Gian Luigi Bettoli, presidente di Legacoopsociali Friuli Venezia Giulia -, in quanto sblocca l'importante norma cui si contrapponeva, l'emendamento Iori sugli educatori approvato precedentemente alla Camera dei Deputati, nel quadro della legge finanziaria 2019".

Di cosa si tratta lo spiega lo stesso Bettoli, che segue l'annosa questione sia a livello regionale sia nazionale. "Il fatto è solo apparentemente semplice. L'anno scorso era stata approvata la cosiddetta "legge Iori", dal nome della docente universitaria di pedagogia Vanna Iori. Una parlamentare abile e determinata, capace di ascoltare con attenzione le esigenze del settore del welfare e di dialogare trasversalmente con le varie componenti politiche, di maggioranza e di opposizione, ben oltre i confini del suo Pd. Un esempio raro nella politica odierna, tanto da ottenere l'ascolto e l'approvazione delle forze di maggioranza (M5S e Lega) ancora oggi, in questo supplemento di legislazione del settore".

Inserita in stralcio nell'ultima legge finanziaria della precedente legislatura, "la legge Iori poneva rimedio ad una ingiustizia pluridecennale – prosegue Bettoli -, riconoscendo il titolo di laurea in Scienze dell'Educazione come "educatore professionale socio pedagogico". E sanando, in varie forme - da un'elevata anzianità professionale, a seconda dei casi di 10 o 20 anni di lavoro come educatore "privo di titolo"; oppure con una anzianità di almeno 3 anni, cui si somma la frequenza di corsi speciali universitari - la situazione di un numero elevatissimo di operatori che nei servizi sociali, sanitari, educativi (le Cooperative sociali A) e dell'inserimento lavorativo (le Cooperative sociali B) ci hanno non solo lavorato da una vita, ma che li hanno spesso ideati, progettati e realizzati. Talvolta con bagagli di studi non irrilevanti: la categoria di educatori "privi di titolo" più numerosa, per fare un esempio, è costituita dagli psicologi".

Una situazione variegata e con diversi nodi da sciogliere. "La complessità è data dal fatto che esistono altri educatori. Ci sono innanzitutto - ricorda il presidente di Legacoopsociali Fvg - gli EP sociosanitari, quelli laureati in quei corsi di Medicina che, fino alla legge Iori, erano gli unici educatori riconosciuti, e che uno scriteriato decreto dell'ex ministra Lorenzin impone di iscriversi ad un ordine professionale a loro soli riservato. Cui compete l'operatività nel settore sociosanitario - e quindi psichiatria, dipendenze patologiche da sostanze, neuropsichiatria infantile - anche se poi in realtà anche questi operatori finiscono per agire nelle varie branche del sociale".

"Stiamo parlando di relazioni umane, e non di meccanica, per cui affinità e vocazione sono dati eminentemente personali). Ma poi ci sono altre categorie assibilabili – spiega Bettoli -: dai "tecnici della riabilitazione psichiatrica", che sono poi degli educatori specializzati, ai "terapisti occupazionali", che peraltro non sono quei poliprofessionisti che sono i "quadri" delle Cooperative sociali B, vera sintesi di specializzazione artigianale, imprenditorialità e servizio sociale. È una delle tante distorsioni del sistema universitario e corporativo delle professioni che complica la vita italiana".

Va altresì detto che, tuttavia, "l'attuale emendamento Iori, cui il ritiro dell'emendamento Endrizzi del M5S - ma in realtà espressione delle posizioni micro-corporative di una parte degli EP sociosanitari - ha aperto la via, non risolve del tutto la questione. Perché la risoluzione del problema – evidenzia Bettoli - passa per l'unificazione di tutte le categorie delle figure educative. L'emendamento Iori offre una soluzione concreta per l'immediato, bloccando quelle situazioni regionali dove si sta pretendendo che nella sanità operino solo EP sociosanitari.

La situazione in Friuli Venezia Giulia. "Facciamo un esempio, quello della nostra Regione. Per assurdo, perché il nostro Piano regionale per la Salute Mentale, approvato quest'anno, giustamente non lo richiede. Sarebbe come dire che, nella psichiatria per prima nel pianeta, bisognerebbe cacciare gli operatori che hanno smantellato i manicomi, per sostituirli con degli EP sociosanitari che non esistono, visto che il numero chiuso mantenuto nella Facoltà di Medicina di Udine è inferiore ai 50 posti/anno, a dispetto della stessa volontà di apertura dei docenti del corso".

 

Ora, "se in Friuli Venezia Giulia il problema non si pone, grazie alla sinergia positiva tra associazioni della Cooperazione sociale, organizzazioni sindacali, Regione, Università e tutti gli operatori del settore, l'emendamento Iori - conclude Bettoli - costituisce un ulteriore tassello per la "normalizzazione" del settore dei servizi sociali, sanitari, educativi e dell'inserimento lavorativo, per la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori del settore e per il diritto dell'utenza alla fornitura di buoni servizi, da parte di un personale stabilizzato, sperimentato e moralmente risarcito da una legislazione finalmente attenta".

 

Pubblicato in Nazionale

"Quando i violenti, anziché scappare e temere la sanzione, reiterano le proprie prevaricazioni nello spazio pubblico, è segno che si sentono forti e che c'è qualcosa nella politica e nella società che li legittima a sentirsi tali".

Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay, commenta la notizia delle due aggressioni avvenute nell'arco di pochi giorni ai danni di persone omosessuali a Vittoria, nel Ragusano. La seconda ha coinvolto proprio la delegazione locale di Arcigay, che aveva appena lasciato l'incontro con il commissario prefettizio, convocato proprio per reagire al primo fatto violento.

"Ciò che colpisce - prosegue Piazzoni - è la spavalderia con cui i violenti, nonostante la denuncia pubblica e la presa di posizione delle istituzioni, non arretrano ma anzi si impossessano degli spazi pubblici, come strade e piazze, rendendoli teatri delle loro scorribande. L'assenza totale di deterrenti, innanzitutto legislativi, unita a una propaganda che eleva a politica l'omotransfobia, la misoginia e il razzismo, sono evidentemente ingredienti che stanno alla base di questi fatti. Al governo, che ci racconta di poter cancellare mafia e povertà a colpi di tweet, chiediamo la serietà di farsi carico innanzitutto della responsabilità di questo clima”.

“Un passo in questa direzione, infatti, sarebbe già di per sé utile a ristabilire la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, fiaccando la sfrontataggine di chi è convinto di godere del silenzioso appoggio di chi oggi occupa le posizioni di potere. Ai ragazzi aggrediti e al presidente di Arcigay Ragura Igor Marco Garofalo - conclude Piazzoni - va tutta la nostra solidarietà".

Pubblicato in Sicilia

I pazienti con carcinoma mammario metastatico, con HER2 negativo e con recettori ormonali positivi (HR+), hanno avuto una migliore sopravvivenza se trattati con la combinazione di terapia endocrina e il palbociclib, un nuovo inibitore di CDK.

I risultati di un recente studio, pubblicato su Journal of Cell Physiology, suggeriscono che il palbociclib, in combinazione con letrozolo, un inibitore dell'aromatasi o in associazione con fulvestrant, un regolatore selettivo del recettore degli estrogeni, migliora la cosiddetta sopravvivenza libera da progressione nelle donne con carcinoma mammario metatastatico con HR+ HER2- di ben 10 mesi rispetto alla sola terapia endocrina.

Lo studio, dal titolo: “Palbociclib plus endocrine therapy in HER2 negative, hormonal receptor positive, advanced breast cancer. A real-world experience,” è stato condotto da un team multidisciplinare italo-americano con una lunga e proficua storia di collaborazione con il Prof. Antonio Giordano, MD, Ph. D., Direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research, Sbarro Health Organizzazione di ricerca, Temple University e docente ordinario Dipartimento biotecnologia medica Università di Siena.

"Il palbociclib è il primo di una nuova classe di farmaci che agisce inibendo due proteine ​​ cruciali di divisione cellulare chiamate CDK4 e CDK6", spiega la dott.ssa Patrizia Vici, oncologa, presso la Divisione di Oncologia Medica 2, Istituto Nazionale Tumori IRCCS Regina Elena di Roma.

Nello studio, i ricercatori si sono concentrati sull'uso del palbociclib nella pratica clinica, al fine di raccogliere i dati sull'efficacia e sulla tossicità del nuovo farmaco a sostegno di prove dimostrate da studi clinici.

"In questo studio, abbiamo cercato prove confermative dal mondo reale riguardante l'uso del palbociclib nel carcinoma mammario metatastatico HR+ HER2- ", afferma la dott.ssa Maddalena Barba, ricercatrice presso l’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Regina Elena di Roma. "I risultati degli studi clinici non sempre ci dicono tutto quello che dobbiamo conoscere nella pratica clinica, perché i pazienti con carcinoma mammario metastatico sono spesso fortemente pre-trattati e possono presentare comorbidità correlate."

"Se considerate globalmente, queste caratteristiche possono essere associate più spesso a esiti meno favorevoli", afferma Barba. "Nel complesso, le prove emerse da questa coorte di pazienti italiani con carcinoma al seno metastatico HR+ HER2-, la più grande mai trattata con il palbociclib nella pratica clinica fino ad oggi, confermano i dati di efficacia e tossicità degli studi clinici", spiega Giordano, scienziato senior e consulente scientifico per l'intero progetto.

"Inoltre, alcuni risultati interessanti sono emersi dalle analisi dei sottogruppi che mostrano esiti meno favorevoli nelle donne pre-trattate con l'agente chemioterapico everolimus", dice Giordano. "Questa è una prima scoperta, che suggerisce la necessità di una conferma e un'ulteriore indagine sui meccanismi alla base della malattia in uno studio futuro."

 

 

Pubblicato in Salute
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