Login to your account

Username *
Password *
Remember Me
Venerdì, 14 Dicembre 2018

Articoli filtrati per data: Giovedì, 06 Dicembre 2018 - nelPaese.it

Sei organizzazioni hanno appena presentato un appello sulla decisione dello scorso settembre dell'Ufficio europeo dei brevetti (EPO) di confermare il brevetto della Gilead Science, società farmaceutica statunitense, sul sofosbuvir, farmaco chiave per la lotta all’Epatite C.

L'appello - presentato da Medici del Mondo (MdM), Medici Senza Frontiere (MSF), AIDES (Francia), Access to Medicines Ireland, Praksis (Grecia) e Salud por Derecho (Spagna) – chiede all'EPO di revocare il brevetto di Gilead perché non soddisfa i requisiti legali e scientifici di innovazione per essere considerato legittimo.

L'appello arriva esattamente cinque anni dopo l’approvazione del sofosbuvir negli Stati Uniti, dove Gilead ha lanciato il farmaco sul mercato a 1.000 dollari a pillola, o 84.000 dollari per un ciclo di trattamento di 12 settimane. Negli ultimi cinque anni, la società ha guadagnato più di 58 miliardi di dollari dalle vendite del farmaco e delle sue combinazioni.

Nel marzo 2017, le organizzazioni della società civile di 17 Paesi europei hanno depositato un’opposizione al brevetto di Gilead sul principio attivo di base del sofosbuvir, affermando che la richiesta di brevetto di Gilead non fosse legittima, principalmente perché mancante di elementi innovativi.

Il monopolio di Gilead sul sofosbuvir in Europa ha permesso all'azienda di fissare prezzi eccessivi per il farmaco. In alcuni Paesi europei, Gilead fa pagare fino a 43.000 euro per un ciclo di trattamento di 12 settimane quando, al di fuori dell'Europa, è possibile acquistare versioni generiche a meno di 75 euro per lo stesso ciclo di trattamento. Questi prezzi esorbitanti hanno costretto i sistemi sanitari a razionare il sofosbuvir, lasciando migliaia di persone con l'epatite C in Europa senza trattamento. Anche in Italia, fino a poco più di un anno fa, prima dell’ampliamento dei criteri di ammissibilità al trattamento a tutti i pazienti, il prezzo del Sofosbuvir costringeva a limitare il trattamento ai soli casi più gravi con un’inevitabile esclusione di gran parte dei pazienti che spesso si procuravano il farmaco generico intraprendendo lunghi viaggi in India.

Tuttavia, nonostante gli argomenti convincenti presentati dalle organizzazioni che si opponevano al brevetto, il 14 settembre 2018, l'EPO ha deciso di confermare il brevetto di Gilead, rendendo così impossibile in Europa produrre o vendere versioni generiche accessibili del farmaco.

“L'EPO è troppo indulgente con le aziende farmaceutiche”, dichiara Olivier Maguet della Campagna sui prezzi dei farmaci di MdM. “In Europa, o si attua un controllo molto più serrato quando si tratta di determinare se le aziende farmaceutiche meritino o meno i brevetti, oppure  monopoli immeritati e incontrastati continueranno a determinare prezzi dei farmaci fuori controllo”.

L'appello mira a porre fine all'abuso del sistema dei brevetti sui farmaci da parte di società farmaceutiche che hanno come unico obiettivo l’incremento dei propri profitti - anche in Paesi extraeuropei, dove gli uffici dei brevetti spesso seguono le decisioni dell'EPO quando devono valutare se concedere o meno un brevetto a una società farmaceutica. Considerato che alcuni nuovi farmaci brevettati - come quelli per la cura del cancro - arrivano sul mercato con prezzi che raggiungono i 400.000 euro a persona, urge riformare il sistema dei brevetti in modo che le persone abbiano accesso ai farmaci di cui hanno bisogno per poter vivere in buona salute.

“In Europa, la concessione di brevetti immeritati sta dando alle multinazionali farmaceutiche un monopolio che consente loro di far pagare prezzi esorbitanti per molti farmaci salvavita”, afferma Gaëlle Krikorian, della Campagna per l’Accesso ai Farmaci di MSF. “I prezzi eccessivi che Gilead fa pagare per il Sofosbuvir lo tiene fuori dalla portata di milioni di persone affette da epatite C in Europa e nel mondo. Qual è il vantaggio dell'innovazione medica se le persone e i sistemi sanitari non possono permettersi i prodotti che ne sono il risultato?”

 

 

 

Pubblicato in Salute

Sono appena tornata dalla mia ultima missione nella regione del Nord Kivu, nell'Est della Repubblica Democratica del Congo. Missione Ebola. La più grande epidemia di Ebola del Paese, un triste primato. Missione Ebola in una regione da anni martoriata da massacri ad opera di gruppi armati. Oggi la popolazione si ritrova a vivere un ennesimo massacro. Lo chiamano proprio così. Fino a ieri si rischiava di morire sotto i colpi di machete. Oggi, oltre a quel rischio, se ne è insinuato un altro. Invisibile. Eppure letale come il machete più affilato.

Un nuovo ruolo

Per la prima volta sono partita nella posizione di coordinatrice medica. Non ho lavorato in un progetto, ma ne ho coordinati diversi. Non ho conosciuto i dettagli di ogni centro, ma con la carta del Nord Kivu sempre davanti agli occhi, ho seguito lo sviluppo dell'epidemia per proporre interventi il più veloci possibili, per arrestarla o almeno contenerla.

Nei primi giorni non sono entrata nei centri con lo scafandro ma con rapporti, telefonate, e-mail che si susseguivano incessantemente. Al posto delle riunioni cliniche ho incontrato quotidianamente gli attori coinvolti nella risposta all'epidemia, per cercare di coordinarci in modo sinergico ed efficace.

È stato strano per me non conoscere il volto dei pazienti ma il loro codice. Ho cercato comunque sempre di saperne almeno il nome e l'età (oltre alla loro terapia, il dosaggio, gli effetti collaterali). Volevo che questi codici avessero un nome per me quando mi comunicavano l'esito della terapia, se ce l'avevano fatta oppure no.

Subito dopo aver inquadrato l'andamento dell'epidemia e del contesto, ho fatto il giro dei progetti per vederli di persona, per capirli dal vivo, per dare un volto ai rapporti e ai numeri. Mi sono vestita per entrare nella zona ad alto rischio, con gesti ormai divenuti automatici, anche se non li facevo da un po'. 

Una volta vestita con la protezione totale, la coordinatrice del progetto, che si è vestita per entrare con me, mi ha detto: "Ora ci possiamo abbracciare". È vero, nei progetti Ebola vige la "No Touch policy". Non ci possiamo toccare. Non ci si dà la mano, non ci si sfiora, tanto meno ci si abbraccia. L'unico momento in cui si può è proprio all'interno del centro con la protezione totale.

L'epidemia che colpisce i bambini 

Uno dei giorni più duri è stato quello in cui il primo messaggio della giornata mi annunciava la morte di Ddjojio, una bambina di 7 anni che ha lottato per 10 giorni come un leone. Quella mattina il mio pensiero è andato al villaggio di Mangina, al nostro centro e alla tenda di Ddjojio, il piccolo leone che non ce l'ha fatta.

In questa epidemia sono molti i bambini colpiti. Una settimana c'è stata una strana, triste coincidenza: 3 neonati sono stati ricoverati nei nostri centri lo stesso giorno, in 3 diverse città (Beni, Butembo, Mangina). Le 3 mamme sono morte prima che i loro figli compissero 2 settimane. Quei 3 piccoli corpicini erano ancora vivi, circondati da esseri in tute gialle e maschere che si prendevano cura di loro. La loro normalità era un mondo senza volti e un intenso odore di cloro.

Abbiamo tentato tutto. Gli operatori sono entrati giorno e notte per fare il possibile, cercando di dimenticare la morte delle madri. Non è stato facile perché sono morte di fronte a noi. Le abbiamo accompagnate fino alla fine. Il loro letto vuoto era ancora di fronte a noi. Il cloro ha cancellato il sangue, ma non il ricordo dei loro volti.

Cercando di non pensare alle statistiche che li davano per spacciati al 99%, ci siamo concentrati sui piccoli gesti che forse non salvano vite ma fanno la differenza, anche solo per un giorno, un'ora, un minuto. Non avrei potuto immaginare che due di loro ne sarebbero usciti guariti. Christian, invece, non ce l'ha fatta.

Combattere Ebola in un clima di paura

L'epidemia, che sembrava alla fine, purtroppo si sta riaccendendo, con tutte le tensioni che vanno ad aggiungersi a quelle di un paese in guerriglia alla vigilia delle elezioni presidenziali, a un clima di sfiducia e di paura della popolazione. Per quelli di noi che hanno lavorato nell'epidemia dell'Africa occidentale 2014-2015, è ben viva la paura che questa in Repubblica Democratica del Congo evolva allo stesso modo. La speranza è che non succeda. Ci sono tante difficoltà che si aggiungono a quelle di una "normale" epidemia di Ebola.

Ma anche questa volta c'è la forza di questi team, composti dalle persone più diverse, dalle origini più disparate, ma con la stessa voglia di esserci, senza sabato né domenica, dimenticandosi anche di mangiare nei giorni troppo pieni.

Per frenare quest'epidemia. Perché non muoiano altre Ddjojo e altri Christian.

Chiara Montaldo, coordinatore medico Msf per l'Ebola

 

Pubblicato in Nazionale

Dopo il lancio alla Triennale di Milano lo scorso 6 novembre, il tour di presentazione della campagna di AVIS per la promozione della donazione di plasma fa tappa a Roma e Napoli.

Mercoledì 12 dicembre dalle ore 18 la galleria Alberto Sordi, in piazza Colonna, ospiterà uno spettacolo dal titolo “Movenze in giallo”. Un evento inaspettato, originale e non convenzionale che porterà tra i passanti le atmosfere eleganti e contemporanee dello spot.

Sabato 15 dicembre, invece, piazza Plebiscito a Napoli farà da sfondo a “Merry Flashmas”, un originale albero di Natale illuminato di giallo, il colore della campagna plasma. Centinaia di volontari e di passanti si riuniranno nel pomeriggio e, al calare del sole, daranno vita a un evento davvero suggestivo, ricco di luce e di emozioni.

Duplice il ruolo di questa iniziativa: da un lato sarà l’occasione per sensibilizzare la cittadinanza ai valori della donazione e del volontariato, dall’altro rappresenterà un momento unico di condivisione in vista delle festività natalizie.

L’evento è gratuito ed è aperto a tutti

 

 

 

 

 

 

Pubblicato in Lettera al Direttore

 

“Agire ora per restare a galla”. È questo il messaggio lanciato dalle statue di quattro città italiane questa mattina al governo, impegnato nei negoziati sul clima alla COP24 di Katowice.

 

Perfino i monumenti, muniti di maschera e boccaglio da “Ambientalisti da salotto” (movimenti sociali e gruppi ambientalisti che hanno ripreso in chiave satirica le critiche del Ministro Salvini), si sono fatti portavoce di un messaggio ormai condiviso dalla comunità scientifica, dal mondo dell’attivismo e dai governi dei Paesi più colpiti dagli effetti dei cambiamenti climatici: occorre modificare radicalmente il modello di sviluppo per evitare un riscaldamento globale superiore a +1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali. Restano infatti 12 anni per evitare di raggiungere il punto di non ritorno. Senza un’azione incisiva a livello globale, dal 2030 non sarà più possibile arginare gli effetti più catastrofici dei cambiamenti climatici.

Questa è anche la raccomandazione contenuta nell’Accordo di Parigi del 2015, sulla base della quale è stato redatto l’ultimo rapporto IPCC. Gli esperti globali hanno messo nero su bianco gli obiettivi da raggiungere nei prossimi decenni per scampare agli effetti più drastici del climate change: entro il 2030 il mondo deve aver dimezzato la produzione di gas serra, mentre le emissioni nette zero devono essere raggiunte entro il 2050.

Tuttavia, le fonti fossili coprono ancora oggi oltre il 50% della produzione energetica globale, pur essendo le principali responsabili della CO2 emessa in atmosfera. L’agricoltura industriale e la deforestazione impoveriscono gli ecosistemi e minano la capacità naturale di stoccaggio del carbonio. La fusione dei ghiacci e il riscaldamento degli oceani provocano un innalzamento del livello del mare. Le comunità agricole e costiere saranno le più colpite da questi effetti, in particolare nell'Artico, nelle zone aride, nelle isole e nei Paesi poveri.

Nonostante gli scenari descritti, gli attuali impegni dei governi nazionali non sono sufficienti. Il Programma ambientale dell’ONU (UNEP) sostiene che – senza nuovi interventi drastici nelle politiche climatiche – la temperatura globale aumenterà di 3 °C entro fine secolo. In Italia la situazione non è migliore: il nostro Paese ha registrato un aumento medio di circa 1 °C rispetto a un secolo fa, e le nostre emissioni da quattro anni rimangono sopra i livelli minimi raggiunti nel 2014. Servono soluzioni efficaci e subito, perché le conseguenze dei cambiamenti climatici sono ormai evidenti anche nei nostri territori.

Pubblicato in Ambiente&Territorio

In occasione della Giornata Internazionale della Disabilità, il giorno 2 Dicembre, la SSR (Società Servizi Riabilitativi di Messina), volendo dedicare la giornata allo sport inclusivo, ha organizzato, in collaborazione con il Castanea Basket, un incontro di Baskin tra la propria selezione e quella della Zuleima Basket Noto.

L’incontro, disputatosi presso il Pala Ritiro di Messina, ha visto una grande partecipazione di pubblico che ha potuto ammirare la passione e l’impegno con cui atleti disabili e normodotati si sono sfidati sul terreno di gioco.

La gara è stata un autentico prologo del Campionato Regionale di Baskin che si svolgerà nei mesi di dicembre e gennaio tra cinque selezioni regionali. A distanza di un anno dall’inizio del progetto Baskin, dopo le esperienze maturate tra Avola e Reggio Emilia, quest’anno l’obiettivo, per la squadra SSR Baskin Messina, è quello di diffondere una pratica sportiva che, oltre a coinvolgere ed emozionare, ha un’alta valenza motivazionale e terapeutica, per gli atleti ma anche per le loro famiglie.

Molte le personalità presenti alla manifestazione, oltre i vertici della SSR: l’amministrazione comunale rappresentata dall’Assessore allo Sport Pippo Scattareggia, il Coordinatore dello Staff tecnico del Coni Messina, Pasquale Cassalia, l’Uisp Messina rappresentata dal suo Presidente Santino Cannavò, il Presidente Provinciale del CIP Fabio Chillemi.

Grande soddisfazione da parte dei presenti, con in testa il Presidente della SSR Mimmo Arena il quale ha dichiarato che – “questa giornata ci fa comprendere che i sacrifici compiuti vengono ampiamente ripagati con queste splendide sensazioni. Si va in campo sempre per vincere e noi cercheremo di farlo già dall’esordio in campionato perché ai ragazzi chiediamo applicazione, serietà e aggregazione in uno sport che a ragione gli sta restituendo qualcosa per una ripartenza nella vita e nel sociale” -

Il dott. Pasquale Cassalia ha invece evidenziato che – “giornate storiche che riportano alla mente vecchie emozioni provate tanti anni fa, finalmente lo sport si riappropria di un ruolo morale per regalare a tanti ragazzi e alle loro famiglie sani principi e grandi emozioni. In questa palestra non vedo atleti disabili ma, purtroppo devo constatare che, spesso la vera disabilità è fuori, nella società, sempre più povera di veri valori. Come Coni, casa dello sport per tutti, saremo sempre al fianco di questo progetto, consapevoli che Messina possa ottenere un ruolo di leader in Sicilia, potendo ospitare la finale regionale del baskin” - .

L’assessore Scattareggia ha sottolineato che – “eventi come questo sono di fondamentale importanza per l’alta valenza sociale che diffondono. In campo ci sono amici speciali, lo sport fa bene perché è aggregazione. Stiamo cercando di popolare le piazze cittadine, ma anche nei palazzetti la passione arde. Cercheremo in tutti i modi, con le nostre politiche, di fare in modo che Messina rivesta un ruolo principale nel pieno coinvolgimento del settore delle attività sportive e possa ospitare eventi importanti quali la finale regionale del baskin” - .

Il presidente Uisp, Santino Cannavò ha dichiarato che – “è la metamorfosi dello sport, si guarda a tutta la popolazione senza alcuna distinzione, includendo, con questi momenti solidali, tutto il mondo della disabilità. Questi eventi dovrebbero essere realizzati con sempre maggiore continuità, minimizzando il gap tra atleta disabile e normodotato. È stato molto bello assistere ad un evento sportivo in cui le regole siano state adattate alle contingenze dell’integrazione. Siamo sempre disponibili a condividere, in futuro, le nostre idee con chiunque voglia promuovere tali progetti di sport inclusivo” - .

L’evento si è concluso con lo spazio riservato alle premiazioni finali per tutti i giocatori scesi in campo, con targhe e medaglie donate dalla SSR Messina, con le foto di rito con le due selezioni protagoniste in campo. Le due squadre si ritroveranno una di fronte l’altra già nelle prossime settimane per dare vita ad un’altra lezione di grande solidarietà.

 

 

 

Pubblicato in Sport sociale

Quando le persone fanno la differenza” è questo il titolo scelto da Forum Terzo Settore, Csvnet e Caritas Italiana per celebrare la 33° Giornata del volontariato indetta dall’Onu. Oltre 200 rappresentanti del terzo settore si sono incontrati oggi a Roma, nell’Aula Magna della Facoltà di Architettura di Roma Tre per un confronto su un tema sempre attuale che oggi, alla luce delle novità introdotte dalla recente riforma del terzo settore, offre nuove chiavi di lettura, opportunità e sfide da esplorare.

Il volontariato tiene unite le comunità e in ogni fase storica, non solo in quelle di maggiore crisi, è chiamato a svolgere un ruolo fondamentale per la tenuta del paese e per la democrazia.

“Con la Riforma del terzo settore – ha dichiarato Claudia Fiaschi, portavoce del Forum del Terzo Settore – il volontariato ha vinto perché il nuovo codice gli ha assegnato una funzione centrale e strategica per tutti gli enti di terzo settore riconoscendo l’azione di tutti i cittadini responsabili e solidali. Senza le persone l’iniziativa civica non esiste. Le persone sono il motore che fa partire tutto, la scintilla in grado di dare vita ad azioni collettive volte a rispondere con innovazione e creatività ai problemi delle comunità. La riforma del terzo settore – conclude Fiaschi – rilancia una nuova stagione di impegno civico e organizzato”.

E il tema delle sfide aperte dalla nuova normativa è stato ripreso in più occasioni durante la mattinata di celebrazione. “Una riforma – spiega Francesco Marsico, responsabile dell’area nazionale di Caritas italiana – che recepisce la liquidità del volontariato capace di convivere tra forme organizzative diverse, mantenendo una propria identità. Il volontariato di ieri era spesso militanza in forma associata, oggi è sempre più spesso esperienza in modalità destrutturata. Ci sono definizioni del passato che vanno maneggiate con cautela, come quella della ‘purezza del volontariato’. Dobbiamo pensare invece al compromesso come punto di partenza per l’azione. Il volontariato deve essere dentro ai processi e saper scendere a compromessi. Viviamo un tempo – conclude Marsico – in cui è impossibile capire cosa fare ma è importante essere al servizio dei processi che mettano al centro la persona più che occupare spazi”.

Costruire comunità resilienti, quindi, come indicato dall’Onu e ribadito da Stefano Tabò, presidente di CSVnet durante il suo intervento, “aiuta ad aprirci al mondo e ci sollecita a fare qualcosa in più”. Ma la celebrazione del 5 dicembre a Roma è stata soprattutto un’occasione per riflettere sulla natura stessa della cultura del dono e dell’impegno gratuito. “La cultura del volontariato è unica: è un modo di essere della persona nell’ambito dei rapporti sociali, che esprime socialità e la arricchisce della dimensione del dono – continua Tabò. Questa modalità ha a che fare con il modello di cittadinanza che vogliamo perseguire e che dobbiamo valorizzare e tutelare con cautela”.

“Il volontariato non è una pianta selvatica ma un fiore di serra – spiega ancora Tabò riprendendo un’immagine spesso usata da Luciano Tavazza – perché ha bisogno di cure e attenzione. Ma non è la serra il luogo in cui è chiamato ad agire: il suo ruolo è quello di tenere unite le comunità e la ricerca sugli empori realizzata da CSVnet e Caritas italiana è lo specchio di questa capacità”. 

All’evento è arrivato il messaggio del sottosegretario al Lavoro e alle Politiche sociali Claudio Durigon, che ha sottolineato che “i volontari sono un esercito silente che con il loro lavoro contribuiscono significativamente a sostenere le fragilità e le esigenze della società. Con il loro operato migliorano la trama delle comunità contribuendo alla crescita, non solo morale, delle economie del nostro paese”. In conclusione il sottosegretario ha ribadito che “la posizione del Governo è di piena apertura e dialogo continuo con tutti gli attori interessati ed investiti dalla riforma”.

I lavori sono proseguiti con una tavola rotonda sul “Volontariato 4.0.”, per rispondere alle esigenze di una società che cambia in modo veloce e difficilmente decifrabile. Un processo veloce che ha investito anche il volontariato stesso che, come ribadito dal ricercatore dell’Università di Pisa Riccardo Guidi “deve guardare a queste trasformazioni se vuole diventare un fenomeno sempre più diffuso e popolare e non un’esperienza di pochi”. Cavalcare il cambiamento, quindi, e non evitarlo.

“Dalle forme organizzate all’iniziativa autonoma, dalla pratica volontaria per progetti all’autorganizzazione dal basso – continua Guidi – l’impegno solidale acquisisce nuove forme ma il livello culturale rimane uno dei elementi fondamentali”. E per affrontare le sfide del cambiamento, è utile tenere ben saldi i valori di riferimento comuni. “Il primo è la solidarietà – ha spiegato Enzo Costa coordinatore della consulta del volontariato presso il Forum terzo settore – ancora più del dono. È una scelta individuale che deve trovare terreno fertile per connettersi con le altre individualità e diventare collettiva. Nella riforma manca proprio questo: una vera valorizzazione del volontariato nelle comunità e strumenti concreti che facilitino”.

Alla tavola rotonda ha partecipato anche Maria Cristina Pisani, portavoce del Forum nazionale Giovani che ha ribadito l’impegno a coinvolgere le nuove generazioni in questo processo di partecipazione. “I giovani che fanno volontariato – ha spiegato Pisani – sono ancora pochi e hanno bisogno di spazi aperti al confronto e alla partecipazione con azioni continuative e strutturate. E come per il lavoro, dobbiamo lavorare sui tempi di conciliazione per andare incontro alle esigenze delle donne che vogliono fare attività volontaria”.

Tra le sfide lanciate al “volontariato 4.0” c’è quella della comunicazione. “Non si può contrastare una cultura dell’odio crescente – ha spiegato Andrea Volterrani dell’Università Tor Vergata – se non si fa una comunicazione diversa e per questo oltre che nei quartieri, sulle strade, nei condomini, bisogna essere anche online, perché lì il volontariato non c’è ancora abbastanza”. Gli ha fatto eco Roberto Museo, direttore di CSVnet, ribandendo la crucialità del tema delle tecnologie convergenti per il volontariato. “Siamo nel pieno di una nuova rivoluzione industriale in cui, oltre ai device che usiamo, ciò che ci condiziona è il concetto che ‘io sono in quanto posso’”. “La sfida che attende i Csv – ha concluso Museo – è di essere luoghi e non più spazi, in cui il praticare in modo partecipato la coesione sociale, la partecipazione, l’inclusione e la democrazia”.

 

Presentati anche i dati del 1° rapporto sugli empori solidali realizzato da Caritas e Csvnet, i sempre più numerosi luoghi che permettono di dare risposte concrete ed omogenee a temi come la povertà alimentare, il recupero delle le eccedenze alimentari e l’aiuto a persone situazione di disagio economico. Ai dati illustrati da Monica Tola di Caritas e Stefano Trasatti di CSVnet, si sono aggiunte le storie dell’emporio di Oria, raccontata da don Alessandro Mayer, della rete ormai consolidata presente in Emilia-Romagna con Angela Artusi e l’esperienza di Verona con la referente Barbara Simoncelli.

 

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione

Sono 178 gli empori solidali attivi in Italia, distribuiti in 19 regioni; e almeno altri 20 sono pronti ad aprire entro il 2019. È uno dei dati principali contenuti nel primo rapporto sul fenomeno realizzato da Caritas Italiana e CSVnet, l’associazione dei centri di servizio per il volontariato, e presentato a Roma. Gli empori sono una forma avanzata di aiuto alle famiglie che vivono situazioni temporanee di povertà; spesso costituiscono un’evoluzione delle tradizionali e ancora molto diffuse (e indispensabili) distribuzioni di “borse-spesa”.

Si tratta di un modello che ha conosciuto una crescita impressionante nell’ultimo triennio: il 57% degli empori (102) ha aperto tra il 2016 e il 2018, quota che sale al 72% se si considera anche l’anno precedente. Il primo è nato nel 1997 a Genova, mentre è dal 2008, con le aperture degli empori Caritas a Roma, Prato e Pescara, che il modello ha cominciato ad affermarsi.

Nel realizzare questa prima mappatura – che servirà ad aprire la strada a diversi approfondimenti futuri – Caritas Italiana e CSVnet hanno circoscritto i servizi da indagare in base a quattro caratteristiche comuni, pur nella varietà delle esperienze: l’aspetto e il funzionamento simile a negozi o piccoli market; la distribuzione gratuita di beni di prima necessità, resi disponibili da donazioni o acquisti, tra i quali i beneficiari possono liberamente scegliere in base ai propri bisogni e gusti; l’essere in rete con altre realtà del territorio per l’approvvigionamento e/o l’individuazione dei beneficiari; il proporre, insieme al sostegno materiale, altri servizi di orientamento, formazione, inclusione e socializzazione.

Nella quasi totalità dei casi gli empori sono gestiti da organizzazioni non profit, spesso in rete fra loro: per il 52% sono associazioni (in maggioranza di volontariato), per il 10% cooperative sociali, per il 35% enti ecclesiastici diocesani o parrocchie, per il 3% enti pubblici. Il ruolo di questi ultimi, quasi sempreComuni (300 quelli coinvolti), è riconosciuto da quasi tutti gli empori in ordine all’accesso e l’accompagnamento dei beneficiari. Le Caritas diocesane hanno un ruolo in 137 empori (in 65 casi come promotrici dirette); i Csv lo hanno in 79 empori, offrendo prevalentemente supporti al funzionamento.

Gli empori sono aperti per 1.860 ore alla settimana per un totale di oltre 100 mila ore all’anno. La maggioranza apre 2 o 3 giorni alla settimana (non consecutivi); privilegiati i giorni infrasettimanali, mentre 37 sono aperti anche il sabato. Dall’apertura al 30 giugno 2018 tutti gli empori attivi hanno servito più di 99 mila famiglie e 325 mila persone, di cui il 44% straniere. Una utenza anagraficamente molto giovane: il 27,4% (di cui un quinto neonati) ha meno di 15 anni, appena il 6,4% supera i 65. Prendendo in considerazione solo il 2017, le famiglie beneficiarie sono state oltre 30 mila e le persone 105 mila.

L’accesso agli empori avviene in base alla verifica delle condizioni di difficoltà utilizzando combinazioni di documenti (soglia Isee, Irpef) e colloqui individuali. Le famiglie fanno la spesa gratis utilizzando in più di 150 una tessera (elettronica o manuale) a punti da scalare; in altri empori si utilizzano sistemi simili.

Più dei tre quarti degli empori pongono un limite temporale di accesso, rinnovabile per almeno una volta, con l’obiettivo di sostenere le famiglie in difficoltà economica. A questo scopo, l’86% degli empori presta ulteriori servizi ai beneficiari: come accoglienza e ascolto, orientamento al volontariato e alla ricerca di lavoro, terapia familiare, educativa alimentare o alla gestione del proprio bilancio, consulenza legale ecc. Inoltre, il 55% delle strutture propone ai beneficiari lo svolgimento di attività di volontariato, sia all’interno che presso altre realtà fuori.

Le dimensioni e le caratteristiche degli empori sono piuttosto disomogenee. Il costo mensile per la gestione oscilla tra 0 e 28 mila euro, tuttavia più del 70% si attesta nella fascia tra 1.000 e 4.500 euro. A pesare maggiormente sono le voci di costo relative all’acquisto diretto dei beni (circa 40%) e personale (per il 22%).

Sono più di 1.200 (soprattutto supermercati e piccola distribuzione alimentare) le imprese che collaborano direttamente con gli empori. Da esse proviene il volume maggiore dei beni che verranno messi a disposizione sugli scaffali, anche se non tutti ne usufruiscono: il “fornitore” che accomuna la quasi totalità delle strutture è infatti il terzo settore, anche se questa voce è spesso correlata a raccolte di beni negli esercizi privati da parte di organizzazioni non profit del territorio, in particolare il Banco Alimentare. Da registrare che sono 134 gli empori che dichiarano una quota più o meno alta di acquisto diretto.

Notevole la varietà dei beni in distribuzione. Accanto agli alimenti non deteriorabili, già presenti nei “pacchi” distribuiti sul territorio, gli empori riescono a disporre e hanno la capacità di gestire, mantenendo tutti i requisiti di igiene e sicurezza del prodotto: alimenti freschi e ortofrutta (in 124 servizi), alimenti cotti (in 30) e surgelati. Ma anche prodotti per l’igiene e la cura della persona e della casa (in 146 empori), indumenti (in 50), fino ai prodotti farmaceutici, ai piccoli arredi e agli alimenti per gli animali. Molto presenti infine prodotti per bambini e ragazzi: giocattoli (disponibili in 62 realtà), articoli per la scuola e prodotti di cancelleria (in 92) e soprattutto alimenti per neonati (in 150).

Infine i dati sulle risorse umane. Quella degli empori è una storia di volontari, che sono presenti in tutte le strutture. Sono stati 5.200 (32 in media) quelli dichiarati nell’attività di questi anni e 3.700 (21) quelli attivi al momento della rilevazione. I volontari svolgono tutte le mansioni: dall’approvvigionamento alla distribuzione, dall’amministrazione al coordinamento e naturalmente alla governance. Interessante la partecipazione di volontari stranieri, presenti fino ad oggi in quasi la metà degli empori ed oggi in un terzo, con una media di 4 per servizio.

Sono 178 gli operatori retribuiti al momento della rilevazione, dichiarati da 83 empori: 54 di questi ha solo personale part-time; le persone a tempo pieno sono 49 distribuite nei restanti 29 empori, mentre sono 44 i giovani in servizio civile. “La complessità della povertà esclude a priori la presunzione di chiunque di disporre di una soluzione epocale”, affermano nelle riflessioni conclusive il direttore di Caritas Italiana don Francesco Soddu e il presidente di CSVnet Stefano Tabò. Tuttavia il rapporto mette in luce tre punti di forza del “modello” empori solidali.

Il primo è il suo essere “nato dalla capacità di mettere in discussione prassi consolidate di aiuto materiale”: di fronte a persone e bisogni diversi da quelli tradizionali ci sono state “comunità capaci di scegliere alleanze inedite per costruire un servizio nuovo”. E ad attivare questa capacità “c’è sempre, come protagonista, un volontariato che sa costantemente cambiare e adattarsi”, insieme a imprese, professionisti, associazionismo non esclusivamente sociale, scuola, fino ai privati cittadini.

Il secondo è la caratteristica degli empori di essere un servizio non solo “benefico”, ma anche rigoroso e competente: negli iter di accesso, nei sistemi di attribuzione del punteggio, nel definire “patti di accompagnamento” delle persone. Caratteri che li distinguono dai servizi “mordi e fuggi” di pura assistenza materiale, qualificandoli come tessere di percorsi più stabili di contrasto all’esclusione sociale.

Gli empori infine costituiscono il “terminale di un sistema che provvede all’aiuto materiale nell’ambito di interventi fortemente relazionali e promozionali. Al collegamento pressoché costante ad un servizio di ascolto, si aggiungono le proposte di laboratori, percorsi formativi e culturali, non di rado aperti a tutta la cittadinanza: dalla cucina con gli avanzi alla gestione del bilancio familiare; dal risparmio energetico al piccolo artigianato; dalle riparazioni al cucito e al bricolage; fino al sostegno allo studio e all’educazione alimentare di cui beneficiano - anche in termini di possibilità di riscatto - soprattutto i bambini”.

Sarà ora importante investire su alcune linee cruciali di approfondimento del fenomeno, su cui Soddu e Tabò confermano l’impegno dei due soggetti. Le prime quattro che vengono indicate sono: le caratteristiche dei beneficiari e la loro permanenza del servizio; la sostenibilità economica degli empori; il contrasto allo spreco, non solo alimentare; le dinamiche e il ruolo svolto dai volontari.

 

Pubblicato in Economia sociale

Un appello chiaro, semplice e senza “fraintendimenti” di chi è una periferia d’Europa dove l’accoglienza è un imperativo da sempre. Così affermano i promotori di “Crotone resta umana” che manifesterà sabato 8 dicembre: “ad una umanità che cede il passo alla freddezza di una legge ingiusta, l’unico antidoto possibile è un’umanità che rifiorisce sotto il segno della fratellanza”.

Alle 19 saranno in piazza della Resistenza per una fiaccolata silenziosa e senza barriere, l’unico slogan è “la sete di umanità, uguaglianza e giustizia sociale per tutti”.

“L’evoluzione degli esseri umani – scrivono nell’appello - passa attraverso l’abbattimento delle barriere mentali e dei preconcetti costituiti da campagne di odio; noi invece vogliamo seguire l’unico messaggio che i grandi uomini che hanno abitato il nostro pianeta ci hanno sempre trasmesso, che è quello della vicinanza fra gli esseri umani, quello di volere un mondo di uguali, e solidali perché qui nessuno si salva da solo”.  

“Per mandare a tutto il Paese – aggiungono - che oggi vive un clima di paura, intolleranza e razzismo, un messaggio di pace e di fratellanza. Un messaggio di umanità e solidarietà che la comunità di Crotone ha da sempre portato avanti accogliendo da decine di anni uomini, donne, vecchi e bambini che scappano dalla  guerra, dalla fame dalla povertà”.

“Siamo una periferia d’Europa, in piena crisi economica, isolati dal resto del paese, con un territorio sfruttato e martoriato dal punto di vista energetico e ambientale, abbiamo i peggiori indicatori economici e sociali d’Italia, eppure non ci siamo mai tirati indietro di fronte alla sofferenza altrui. Per noi la fratellanza è un principio ineludibile, la dignità umana prima di ogni cosa, la solidarietà senza differenze. Abbiamo accolto profughi bianchi e neri, africani, curdi e albanesi, abbiamo aperto le nostre porte a cristiani, musulmani e laici di ogni terra, abbiamo soccorso tutti senza mai chiedere loro il documento d’identità, per terra e per mare”, sottolineano.

Crotone crede ancora “nei principi di uguaglianza, solidarietà, tolleranza e coesione sociale, nel rispetto dei diritti umani che contrastano povertà e marginalità”. Le fiaccole vogliono riaccendere le coscienze.

 

 

Pubblicato in Calabria

Inaugurazioni e scandali. Tagli del nastro e inchieste giudiziarie. Barelle, carenze di personale e sindacati sul piede di guerra. Questo è lo scenario dell’Ospedale del Mare a Napoli, il nosocomio nuovo di zecca che non trova pace. Anni di attesa per l’apertura della struttura che scatenò mille polemiche per la sua collocazione sotto la zona rossa a rischio Vesuvio e per i tempi di realizzazione tra sequestri e dissequestri dell’area. E i guai non sono mai finiti dopo l’apertura. Dalla chiusura del reparto per la festa del primario fino agli arresti per gli appalti truccati sulle forniture le cronache di questi mesi hanno messo in luce un sistema contrario al diritto di cura. Ma non finisce qui.

A fine novembre nell’Unità terapia intensiva cardiologica gli operatori sanitari hanno dovuto lavorare con le barelle, almeno 4, posizionate nei corridoi tra fili penzolanti, macchinari adagiati alla meglio e pazienti costretti a stare sotto le luci dei neon. A denunciarlo sono tutte le sigle sindacali che contestano la possibilità che l’ospedale possa diventare un Dea (Dipartimento emergenza accettazione) di II livello. “Le croniche carenze di personale, l'assenza di unità operative specifiche, fondamentali per l’esistenza di un Dipartimento di Emergenza e Accettazione Avanzato, in contrasto tra l’altro, con l’attuale normativa nazionale e regionale, non possono essere in alcun modo accantonate in maniera superficiale, solo per raggiungere un mero obiettivo politico. C'è la responsabilità civile e morale della incolumità di migliaia di cittadini e centinaia di operatori. Nello specifico, è impensabile creare una struttura, basandosi sulle disposizioni di un Decreto Commissariale come il DCA 67/16 anacronistico, che regola il fabbisogno del personale senza alcuna visione programmatica, quando conil D.Lgs 75/2017 si invitano le amministrazioni a provvedere al fabbisogno triennale, in base ad una specifica ed attenta programmazione”: così scrivono in una nota congiunta Cgil, Cisl, Uil, Nursind, Nursing up, Fsi, Ugl e Usb.

 “Le risorse umane attualmente disponibili – continua la nota - sono già insufficienti per le attività di un DEAdi | livello, l’attività clinica esercitata dalla dirigenza medica in PS è garantita attraverso l’istituto dell’ALPI ad integrazione delle carenze del personale deputato e ciò non può e non deve accadere in un ospedale che ambisce ad essere un centro di riferimento regionale, l'arruolamento del personale del comparto è avvenuto svuotando reparti ed ambulatori, con la logica conseguenza di un incremento dei carichi di lavoro con tutti i rischi legati allo stress lavoro correlato”.

“È  inammissibile – aggiungono - che interi turni di servizio vengano coperti con il ricorso al regime di lavoro straordinario, come lo è richiedere turni in reperibilità in numero di gran lunga superiore a quello consentito dall'attuale CCNL. Una distribuzione del personale secondo uno schema 40% 30% 30% nelle corsie, unita a innesti derivanti da mobilità e assunzioni, potrebbe sicuramente consentire una distribuzione dei carichi di lavoro più consona”.

Secondo i sindacati è inoltre impensabile provvedere all'apertura di un DEA di II livello, “in contrasto con l’attuale piano ospedaliero regionale (D.R. 85/2018), il quale prevede la presenza di unità operative complesse come la Terapia Intensiva Neonatale, le chirurgie maxillofacciale, toracica e plastica ed è oltremodo improponibile una guardia attiva per alcune di queste discipline specialistiche che andrebbe nella realtà, solo a simulare la disponibilità di dette strutture”.

Per queste motivazioni, “riteniamo ingiustificato ed estremamente rischioso fare politica con la salute dei cittadini e riterremo responsabile di tutti i fallimenti che questo sistema traballante porterà con sé, chiunque avallerà questa folle decisione”, conclude la nota sindacale.

La vicenda dell’Ospedale del Mare si inserisce in un quadro critico e spesso drammatica in cui versa la sanità campana. Dallo scandalo delle formiche al San Giovanni Bosco fino alla denuncia dei sindacati sui costi delle protesi ortopediche autorizzate dalla Soresa, la centrale degli acquisti della Regione. E ancora restano al palo i tempi delle liste di attesa e le condizioni in cui operano i sanitari del 118. Sono tutte le emergenze a cui devono rispondere quelli che amministrano la sanità in Campania.

Pubblicato in Campania
  1. Popolari
  2. Tendenza
  3. Commenti

Articoli Correlati

Calendario

« Dicembre 2018 »
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
          1 2
3 4 5 6 7 8 9
10 11 12 13 14 15 16
17 18 19 20 21 22 23
24 25 26 27 28 29 30
31