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Mercoledì, 18 Settembre 2019

Articoli filtrati per data: Mercoledì, 28 Febbraio 2018 - nelPaese.it

Sulla base di testimonianze oculari raccolte e successivamente verificate, Amnesty International ha accusato l'esercito della Turchia di aver compiuto attacchi indiscriminati ad Afrin, in cui sono stati uccisi decine e decine di civili.  L'organizzazione per i diritti umani ha intervistato 15 persone residenti nelle due zone o recentemente fuggiti, che hanno descritto un quadro drammatico di attacchi indiscriminati da ambo le parti. Il Gruppo di verificatori digitali di Amnesty International ha potuto validare queste testimonianze mediante l'analisi di immagini filmate. 

"I combattimenti ad Afrin tra le forze turche e quelle curde hanno già causato la morte di numerosi civili e stanno mettendo in pericolo la vita di altre centinaia di persone", ha dichiarato Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International.  "Le denunce di bombardamenti di centri abitati sono profondamente preoccupanti. L'uso dell'artiglieria e di altre armi imprecise contro luoghi in cui vivono i civili è vietato dal diritto internazionale umanitario. Tutte le parti dovrebbero porre immediatamente fine a tali attacchi", ha aggiunto Maalouf. 

Secondo la Croce rossa curda, gli attacchi turchi hanno finora causato 93 morti, tra cui 24 bambini, e 313 feriti, compresi 51 bambini, tra la popolazione civile. Le forze curde (Ypg, Unità di protezione popolare) hanno causato ad Azaz quattro vittime tra cui una bambina di nove anni.  Le analisi del Gruppo di verificatori digitali di Amnesty International hanno corroborato alcune delle testimonianze ricevute dagli abitanti di Afrin e Azaz, tra cui quella relativa all'attacco del 18 gennaio contro un ospedale di Azaz, in cui è morta una paziente e ne sono rimaste ferite altre 13.  Le violenze nell'area sono iniziate dopo l'annuncio, fatto dal governo turco il 20 gennaio, dell'offensiva militare denominata "Ramoscello d'ulivo" contro Afrin. La città è stata attaccata da diversi fronti tra cui i villaggi di Jenderess, Shara, Maabatli, Balbali, Shih, Rajo e Al-Shahba'. 

Le testimonianze

Le testimonianze dei residenti dei villaggi di Jenderess, Rajo e Maabatli, prossimi ad Afrin, hanno riferito di ore di attacchi indiscriminati, anche dopo che le forze turche si erano impegnate a proteggere i civili. Alcune persone sono fuggite dalle abitazioni dopo aver visto i loro vicini uccisi.  Zeina, residente a Jenderess (distante sette chilometri dal confine turco), ha raccontato ad Amnesty International: 
"Quando il governo turco ha annunciato alla tv che le aree civili non sarebbero state colpite, inizialmente ci siamo sentiti rassicurati. Ma era una bugia. Non ho mai visto una cosa del genere, le bombe cadevano su di noi come fosse pioggia".  Sido, di Maabatli, ha descritto il bombardamento della casa del vicino, avvenuto il 25 gennaio, che ha ucciso cinque dei sei membri della famiglia:  "L'attacco ha completamente distrutto la casa uccidendo padre, madre e tre bambini che avevano meno di 15 anni. Una quarta bambina è rimasta sotto le macerie per diverse ore: è sopravvissuta ma è in condizioni critiche. Non c'era alcuna postazione militare vicino alla casa. La linea del fronte più vicina era a 41 chilometri". 

Il Gruppo di verificatori digitali di Amnesty International ha confermato l'attacco di Maabatli.  Hussein, un abitante di Jenderess, ha assistito alla morte della sua vicina, uccisa da un colpo d'artiglieria il 21 gennaio:  "Erano le otto del mattino e stavamo facendo colazione. Abbiamo sentito delle esplosioni, abbiamo preso di corsa tutto ciò che potevamo e ci siamo riparati in uno scantinato a 200 metri di distanza dalla nostra abitazione. Mentre correvamo abbiamo visto Fatme, la nostra vicina sessantenne. Mia madre le ha detto di unirsi a noi, lei ha risposto che poi ci avrebbe raggiunti. Quando siamo arrivati al rifugio abbiamo sentito una grande esplosione. Sono uscito fuori e mi sono diretto verso il fumo pensando che avessero colpito casa nostra. Invece la bomba era atterrata 50 metri più in là, sulla casa di Fatme. Lei è morta subito". 

La maggior parte delle persone non era preparata agli attacchi contro le zone abitate e ha dovuto ripararsi di corsa senza avere tempo di portare con sé cibo o acqua. 

Incubo armi chimiche

Sul fronte del Ghouta orientale piombano le rivelazioni del New York Times su un rapporto ancora non pubblico delle Nazioni Unite sulle forniture segrete, dal 2012 al 2017, di materiale proveniente dalla Corea del Nord e destinato a essere usato in Siria per produrre armi chimiche vietate a livello internazionale. La direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International Lynn Maalouf ha dichiarato:  "Fornire a qualsiasi stato materiale per produrre quelle terribili armi è profondamente deplorevole. Ma farlo nei confronti del governo siriano, che ha ripetutamente usato le armi chimiche contro la popolazione civile, costituirebbe un clamoroso tradimento nei confronti dell'umanità. Le Nazioni Unite dovrebbero rendere pubblico il loro rapporto. Se risultasse accurato, rappresenterebbe una prova vergognosa di come i crimini e le violazioni commesse dal governo siriano abbiano eroso il rispetto di divieti istituiti da tempo". 

"L'uso delle armi chimiche – aggiunge Maalouf - è stato ripudiato da molto tempo dalla comunità internazionale, per tante buone ragioni. Temiamo che il loro ripetuto uso in Siria possa avere terribili implicazioni, ben oltre il conflitto in corso". 

"Evidentemente – conclude - gli attuali embargo sulle armi e il sistema di ispezioni non stanno funzionando. La comunità internazionale deve dire a chiare lettere che il mondo non starà a guardare di fronte a queste clamorose violazioni del diritto internazionale". 

Pubblicato in Nazionale

Un incontro d'amore. Così si può definire la collaborazione tra la CLAB, cooperativa sociale attiva a Bolzano dal 1981 nell’inserimento lavorativo di persone con disabilità, e la Pasticceria Cadario, presente in città da pochi mesi, ma con una lunga e fortunata esperienza a Novara. Galeotto è stato il quartiere dove si trovano il negozio/laboratorio di cartotecnica artigianale di CLAB e la pasticceria, nella zona “Rosengarten” a ridosso del centro, tra via Piave e piazza Dogana, dove si concentrano tante realtà interessanti, tutte da scoprire.

CLAB e Cadario si sono incontrati e subito piaciuti, perché entrambi sono artigiani creativi di grande qualità, che mescolano tecniche antiche e modernissime, manualità che diventa arte, idee innovative e, soprattutto, attenzione alle persone.

Un primo incontro riuscito in occasione di San Valentino e sono nate le uova di Pasqua. Cioccolato artigianale in molte varianti e packaging creato a mano con amore: pezzi unici e speciali, che non solo delizieranno il palato e gli occhi di chi li acquisterà, ma fanno anche bene al cuore. Infatti una parte dell’incasso verrà devoluto alla cooperativa sociale per finanziare un progetto dedicato alle 16 persone con disabilità che attualmente lavorano alla CLAB.

Pubblicato in Trentino-Alto Adige

Si chiude domani giovedì 1 marzo 2018 con l'assegnazione dei premi tra cui uno speciale all'attore Luigi Lo Cascio e un dibattito sui 40 anni della legge Basaglia la quarta edizione del Premio Cinematografico Fausto Rossano per il Pieno Diritto alla Salute organizzata dall'Associazione Premio Fausto Rossano e da Gesco per sensibilizzare sui temi legati alla salute e alla sofferenza psichica.

Il primo appuntamento è alle ore 10 presso il Foyer del Teatro Bellini (Via Conte di Ruvo, 14) con l'incontro su La salute mentale a Napoli a 40 anni dalla legge Basaglia aperto dalla testimonianza video di Emma, la cuoca dell'istituto Colosimo che racconta il suo passato nel manicomio. Seguiranno gli interventi di Fedele Maurano(direttore del Dipartimento di Salute Mentale Asl Napoli 1 Centro), Marco De Martino (ricercatore di diritto penale e criminologia Università Federico II),  Gianluigi Di Cesare (psichiatra) e Sergio D'Angelo (presidente di Gesco) con la moderazione di Stefano Bory, sociologo dei processi culturali. Nel corso della mattinata interverrà l'attoreLuigi Lo Cascio a cui la giornalista Conchita Sannino consegnerà il premio speciale  della quarta edizione della rassegna.

Il pomeriggio dalle 17 alle 20 presso il cinema Hart (in via Crispi 33) ci saranno le proiezioni finali e la proclamazione dei vincitori alla presenza dei giurati, con la conduzione diMarialuisa Firpo. Intanto oggi pomeriggio proseguono le proiezioni e gli incontri con i registi alla fondazione Foqus dalle ore 15 alle 17 (Via Portacarrese a Montecalvario, 69) e ad AvaNposto Numero Zero dalle 18 alle 21 (Via Sedile di Porto, 55). Sono stati 300 i film (lungometraggi, corti e laboratoriali) i film in concorso per questa quarta edizione del Premio, unico nel suo genere a Napoli e completamente gratuito, provenienti da tutto il mondo: 8 italiani, 2 coproduzioni tra l'Italia e gli Stati Uniti e tra l'Italia, Cuba e la Colombia, 2 dall'Iran che si dimostra ancora una volta un paese che produce film di altissimo livello, mentre il resto delle opere provengono da Spagna, Ungheria, India, Germania e Irlanda.

Domani all'Hart ci sarà la proiezione di Eat me (50', 2017) dei registi Filippo Biagianti e Ruben Lagattolla, film sull'anoressia e sui disturbi del comportamento alimentare, mentre questa sera ad AvaNposto Numero Zero (in via Sedile di Porto, 55) alle ore 20 sarà proiettato, alla presenza del regista Gianluca Loffredo, il film My Nature (75', 2016) girato con Massimiliano Ferraina,  sulla storia vera di Simone, un ragazzo di Caserta venuto al mondo con le caratteristiche genitali femminili in un corpo maschile, alle prese con la ricerca di se stesso al di là delle gabbie sociali, tra i titoli più originali in concorso.

Sempre oggi ad AvaNposto Numero Zero la proiezione di Peggie (10', 2017) cortometraggio di Rosario Capozzolo con una produzione italo-americana girata in California, che affronta il tema dell'Alzheimer, mentre domani all'Hart un commovente Leo Gullotta è il protagonista di Lettere a mia figlia (12', 2017) del regista napoletano Giuseppe Alessio Nuzzo, sulla solitudine e l'abbandono degli anziani. Sempre domani pomeriggio all'Hart saranno proiettati i cortometraggi Tantalum (5', 2014) del tedesco Johannes Richard Voelkel che affronta il drammatico tema dello sfruttamento del lavoro minorile e La giornata (12', 2017) di Pippo Mezzapesa che racconta il tragico problema del caporalato ricordando la vicenda di Paola Clemente morta di fatica a soli 49 anni.

I finalisti delle sezioni lungometraggi e cortometraggi sono stati scelti da una giuria di esperti presieduta dalla giornalista Titta Fiore e composta da Stefano Bory, Egidio Carbone, Roberto D'Avascio, Assunta Maglione e Conchita Sannino.

I vincitori ricevono in premio una scultura creata per l'occasione da Claudio Cuomo. La partecipazione è gratuita e aperta a tutti. Il Premio è in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale della Asl Napoli 1 Centro, la cooperativa sociale Dedalus, l'istituto A. Romanò, AvaNposto Numero Zero, Arcimovie. Contribuiscono all'edizione 2018 la fondazione Foqus, le associazioni LaterzAgorà e A Voce Alta, il cinema Hart. Il programma completo e gli aggiornamenti sono suwww.napolicittasolidale.it

 

Pubblicato in Campania

L’Italia è nel bel mezzo di un interregno tra ieri e domani, tra non più e non ancora. È nel cuore di un metticciamento di valori e opinioni, in cui convivono pulsioni differenti e antitetiche. Un amalgama scivoloso in cui agli elementi del passato si sovrappongono, senza affermarsi nettamente, ma mescolandosi o meglio impastandosi, con le nuove spinte trasformative della contemporaneità. Nuovo e vecchio non si colorano, però, lungo le vie usuali, in cui il nuovo è rappresentato dalle spinte innovative e aperturiste e il vecchio da quelle conservative e tradizionali, ma siamo di fronte a una ibridazione dalle polarità molteplici e fluide, in cui il nuovo assume anche i contorni di inversioni di rotta, di chiusure protezionistiche e il vecchio, specie nell’ambito dei diritti sociali, appare più avanti e aperturista rispetto alle dinamiche retrocessive degli ultimi anni.

Come è cambiato il nostro Paese dal 1997 al 2017? Venti anni di mutamenti e trasfigurazioni. Vent’ anni della nostra storia e della nostra società lette attraverso la lente attenta e approfondita dell’Osservatorio sui mutamenti valoriali e sociali di SWG. Il volume è stato curato da Enzo Risso (Direttore scientifico di SWG) e Maurizio Pessato (Presidente di SWG). Hanno redatto i diversi capitoli del libro i ricercatori di SWG: Riccardo Benetti, Federica Cantù, Alessandra DragoBo, Loredana Ferenaz, Rado Fonda, Riccardo Grassi, Francesca Lettig, Giulia Maggiola, Elena Parovel, Maura Porcino, Alessandro Scalcon, Giada Vegnaduzzo, Giulio Vidottoo Fonda.

Metamorfosi e perserveranza

Nel ventennio che ha decretato la fine delle grandi narrazioni, sancito l’affermarsi dell’era dei social network e avviato il cambio epocale verso la società 4.0, come sono cambiati i valori, gli atteggiamenti, le pulsioni, i sogni e le paure degli italiani Metamorfosi e persistenze di un Paese che, entrato nel nuovo secolo sull’onda della modernizzazione, oggi si avverte affaticato, rabbioso, rallentato, ma anche desideroso di cambiamenti, alla ricerca di un’ipotesi di futuro, di una nuova narrazione di se stesso. Mutamenti e persistenze non sono mai lineari e, nel nostro Paese, sono marcatamente entropici. Negli ultimi venti anni, infatti, si sono incrociate dinamiche differenti e contraddittorie. Le trasformazioni non hanno seguito un percorso rettilineo o unidirezionale, ma hanno avuto un andamento ossimorico, con spinte e controspinte, fughe in avanti in avanti e inversioni di marcia.

Alle aperture, agli avviamenti valoriali su alcuni temi (ambiente, diritti civili, scienza, secolarizzazione), hanno fatto da contraltare significative inversioni di tendenza (retrotopie) su Europa, globalizzazione, ma anche su modernizzazione, controllo sul proprio futuro, fiducia nel sistema di rappresentanza. Queste inversioni sono state accompagnate da chiusure, da indisponibilità fobiche (su immigrazione, Islam, sicurezza). Nei lunghi 4 lustri trascorsi sono rimaste scolpite anche alcune significative persistenze, apparentemente fisse nel loro incedere, con ritorni di atavici vizi italici e l’estendersi dei disincanti. La perenne corsa nostalgica, fondata sulla sensazione che il meglio è alle nostre spalle; la tentazione di sottrarsi alle regole; l’eterna latitanza del merito, sono alcune delle tenaci concrezioni che frenano il Paese.

L’Italia di oggi è profondamente differente da quella del 1997. Un mutamento che ha attraversato numerosi ambiti della realtà italiana, coinvolgendo le idee, le persone, i gruppi sociali, gli agglomerati valoriali, le generazioni e le diverse aree del Paese. L’Italia entra nel nuovo millennio carica di speranze, con un clima economico frizzante (anche se le zavorre storiche non sono per niente superate).

La fase di dinamismo, purtroppo, dura poco e già prima della fine del primo lustro, dal 2004, nel Paese si avvertono i segnali di quella crisi che esploderà violenta 3-4 anni dopo. Nel nostro Paese possiamo identificare almeno 7 retrotopie (inversioni di tendenza) decisive: il rovesciamento di polarizzazione sul sen-mento di modernizzazione; l’antcipo di almeno due anni della crisi internazionale; il diffondersi del senso di fragilità; la perdita di controllo sul proprio futuro; la retromarcia sull’Europa, la globalizzazione senza fan, lo smottamento della fiducia nel sistema di rappresentanza.

Tra chiusure e nuovi valori

Al termine della seconda decade del secolo assistiamo al lento retrocedere delle forme di solidarietà, che ha accompagnato la retromarcia delle pulsioni di crescita e sviluppo. Una dinamica che è sorretta da due fenomeni peculiari: l’incremento delle spinte fobiche e il ridisegno dei vettori valoriali, con la generazione di un modello esistenziale che oscilla tra spinte modernizzatrici e chiusure conservatrici, insofferenze verso la mescolanza e ripiegamenti local-protezionistici.

Il Paese continua a fare i conti con tante paure (da quella per l’immigrato, all’insicurezza), con nuove mixofobie (il fastidio nel quotidiano per le molteplici forme, esistenze, colori e suoni), ma anche con l’espandersi delle incertezze, delle angosce da caduta sociale, del disagio da insoddisfazione consumistica, della sofferenza per le responsabilità, del senso di inadeguatezza di fronte ai mutamenti e alla velocità delle trasformazioni. Gli italiani del primo ventennio del XXI secolo sono persone il cui humus politico e valoriale è multidimensionale; in cui la logica composi-va (la ricerca di nuovi equilibri) è in perenne conflitto con la logica oppositiva dell’aut-aut (con la voglia di rotture).

Il soggetto contemporaneo che alberga lungo lo Stivale è una persona capace di incarnare e indossare individualmente abiti valoriali, maschere politiche e sociali, nonché narrazioni differenti e confliggenti tra loro. Un fluire costante, un oscillare del pendolo, che genera quelle che possiamo chiamare le convergenze antitetiche.

Da un lato, incontriamo la crescita e l’imporsi del valore dell’ambiente, accompagnato dall’affermarsi sempre più neBo del valore della scienza; l’evolversi della spinta sui diritti civili e il lento allontanarsi dai dettami della Chiesa caBolica. Si tratta di avviamenti su nuovi percorsi, che lasciano le vecchie vie storiche del nostro Paese.

Dall’altro lato, siamo testimoni di segnali di indisponibilità, di chiusure che coinvolgono i processi migratori, l’Islam e la crescita dei bisogni securitari. L’Italia è nel bel mezzo di un interregno, tra ieri e domani, tra non più e non ancora. È nel cuore di un meticciamento valoriale e opinionale, in cui convivono pulsioni differenti e antitetiche. Un amalgama scivolosa in cui agli elementi del passato si sovrappongono, senza affermarsi nettamente, ma mescolandosi o meglio impastandosi, le nuove spinte trasformative della contemporaneità.

Nuovo e vecchio non si colorano, però, lungo le vie usuali, in cui il nuovo è rappresentato dalle spinte innovative e aperturiste  e il vecchio da quelle conservative e tradizionali, ma siamo di fronte a una ibridazione dalle polarità molteplici e fluide, in cui il nuovo assume anche i contorni di inversioni di rotta, di chiusure protezionistiche e il vecchio, specie nell’ambito dei diritti sociali, appare più avanti e aperturista delle tendenza attuali.

Pubblicato in Nazionale

In sei mesi, dal 25 agosto 2017 ad oggi, sono circa 700.000 i rifugiati Rohingya fuggiti dal Myammar per trovare rifugio nel distretto meridionale di Cox's Bazar, in Bangladesh, dove vivono in campi sovraffollati e precarie condizioni igienico-sanitarie. Una fuga che continua ancora oggi, sebbene sensibilmente ridotta rispetto all'apice della crisi: ogni settimana ancora centinaia di rifugiati raggiungono il Bangladesh attraversando il fiume Naf.

Questa emergenza umanitaria ha portato Medici Senza Frontiere (MSF) ad incrementare in modo significativo le proprie operazioni in Bangladesh. Attualmente MSF impiega oltre 2.000 operatori umanitari, tra medici, infermieri, logisti, sia nazionali che internazionali, e da agosto a dicembre sono state effettuate oltre 200.000 consultazioni mediche (in media più di 1.600 al giorno).

Le condizioni di vita nello stato di Rakhine in Myanmar restano ancora oggi insostenibili, da quanto raccontano i Rohingya ai nostri operatori sul campo. "Una famiglia arrivata pochi giorni fa mi ha detto di essersi decisa a scappare dopo aver visto i due figli maschi uccisi violentemente da uomini vestiti come militari. Per mettersi in salvo, i genitori dei due giovani e la figlia di quattro anni hanno camminato cinque giorni nella foresta, nascondendosi per lunghi tratti fra i cespugli, prima di arrivare al confine e alla salvezza", dichiara Francesco Segoni, capo progetto MSF in Bangladesh.

Non appena arrivano nei campi, i rifugiati Rohingya raccontano di sentirsi insicuri, di aver vissuto minacce e violenze nei loro villaggi, di aver venduto i loro beni per avere i soldi necessari per salire su una barca e fuggire. Per loro, rimanere nel proprio villaggio non rappresenta più un'opzione. Oggi a preoccupare è anche l'arrivo della stagione delle piogge, che potrebbe scatenare un'emergenza nell'emergenza. "Monsoni e tempeste tropicali possono causare inondazioni, ma anche portare ad un aumento di malattie veicolate dall'acqua, come la diarrea acuta" dichiara Kate Nolan, coordinatrice per l'emergenza in Bangladesh per MSF."Stiamo considerando tutte le possibili ripercussioni, dal rischio di incorrere in lesioni e fratture a causa del terreno fangoso, alla tenuta dei rifugi, per lo più fatti di plastica e bambù".

L'elevata densità nei campi e il loro accesso limitato, il fatto di non essere stati regolarmente vaccinati contro le malattie trasmissibili, sono tutte condizioni che mettono i Rohingya a rischio di un'emergenza sanitaria. Le equipe mediche di MSF stanno curando persone con morbillo, infezioni del tratto respiratorio e diarrea, malattie legate alle durissime condizioni di vita nei campi. Sono stati 4.280 i casi di difterite, in maggior parte su ragazzi tra i 5 e i 14 anni. "Vediamo anche ferite che si sono trasformate in gravi infezioni perché trattate in modo inadeguato o malattie croniche che non sono mai state curate correttamente", aggiunge Nolan di MSF.

Dalle consultazioni mediche di MSF emerge che i Rohingya vivevano in condizioni di emarginazione già in Myanmar, dove avevano un limitato accesso all'assistenza sanitaria. Uno studio retrospettivo sulla mortalità condotto da MSF a dicembre ha inoltre rivelato che almeno 6.700 Rohingya sono stati uccisi in Myanmar nel primo mese dopo lo scoppio delle violenze, tra loro 730 bambini al di sotto dei 5 anni.

MSF lavora in Bangladesh dal 1985. Dal 25 agosto 2017 MSF ha intensificato le sue operazioni nel distretto di Cox's Bazar dove attualmente gestisce 15 cliniche, 3 centri sanitari di base e 5 ospedali.  MSF lavora inoltre nella baraccopoli di Kamrangirchar, nella capitale Dhaka, fornendo cure di salute mentale, di salute riproduttiva, servizi di pianificazione familiare e consultazioni prenatali, e gestendo un programma di salute sul posto di lavoro per gli operai.

 

 

 

 

Pubblicato in Nazionale

"Va aiutato dai servizi territoriali di Latina. Va fatto uscire dal carcere. Non si può aspettare ancora. Da oltre tre mesi A.C., ragazzo di 24 anni, continua ad essere trattenuto senza titolo presso la Casa di Lavoro di Vasto e le sue condizioni sono ogni giorno più gravi. Va dato immediato seguito al provvedimento del magistrato di Sorveglianza che lo scorso 7 dicembre aveva preso atto dell'assoluta incompatibilità del giovane con il regime penitenziario".

A dirlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, tornando sul caso del giovane che, malato psichiatrico affetto da una forma di epilessia cronica e da una gravissima schizofrenia paranoide, nonché da disturbi di personalità, ha visto le sue condizioni di salute peggiorare da quando è stato condotto presso la Casa di Lavoro. 

Inizialmente il ragazzo aveva subito un tracollo psichico sviluppando una gravissima depressione, con una totale dissociazione dalla realtà e un quadro delirante e tendenze suicide. Nelle ultime settimane è emerso un ulteriore scadimento del quadro psicofisico dell'internato per il sopraggiungere della fobia del cibo e una conseguente gravissima anoressia ed inedia, al punto che il giovane ha perso circa 30 kg e rifiuta di alimentarsi.

"Di fronte ad un quadro come questo - dichiara ancora Patrizio Gonnella - non si può perdere tempo e si devono trovare immediate soluzioni prima che sia troppo tardi. Ci appelliamo al magistrato di sorveglianza, all'amministrazione penitenziaria e alla Asl di Latina. Si parlino e trovino una soluzione per salvare una vita" conclude il presidente di Antigone.

Pubblicato in Abruzzo

“L’impresa cooperativa, come le altre forme d’impresa, ha un futuro se si sviluppa in un ecosistema che riprende a crescere, in un rapporto virtuoso di “dare e avere”. Dobbiamo tutti contribuire alla creazione di un nuovo modello di sviluppo: il vecchio modello è morto, è finito. Mi sentirei di dire per fortuna, visto che si fondava sulla distruzione del pianeta. E’ inutile rimanere a contemplare questo stato di crisi, occorre reagire. E noi, nel Lazio, possiamo reagire.” Con queste parole il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha portato i suoi saluti nel corso dell’iniziativa “Costruire Valore – Il modello di sviluppo economico della Cooperazione nel Lazio” organizzata da Legacoop Lazio, lo scorso 23 febbraio, presso il Tempio di Adriano a Roma.

La crisi ha cambiato i paradigmi, accentuato fratture, modificato gli orizzonti e aperto nuovi spazi. Le nuove politiche volte a rilanciare l’economia e ricomporre le disuguaglianze, per essere davvero efficaci, non possono non tenere conto dell’economia reale del Paese e di un nuovo modello di sviluppo non più legato alla sola finanza. Per questo bisogna riattivare un proficuo dialogo tra tutti gli attori economici e sociali, allo scopo di avviare una programmazione in grado di produrre realmente uno sviluppo sostenibile e una crescita diffusa. Non a caso Legacoop Lazio, dopo alcuni incontri propedeutici di approfondimento rivolti alle proprie aderenti e incentrati sul concetto di “Visione”, ha scelto di fare il punto della situazione sul modello cooperativo regionale insieme ad economisti, stakeholder, cooperatori e rappresentanti delle Istituzioni. Farsi raccontare, quindi, e non semplicemente raccontare se stessi.

“La maggior parte delle persone pensa che la capacità di costruire valore dipenda dalle dichiarazioni del proponente. Sicuramente le parole e i concetti strategici basati sul valore, esplicitati da chi propone, sono importanti.” – ha sottolineato il Presidente di Legacoop Lazio, Placido Putzolu, nel corso della sua introduzione – “Nel nostro caso ci è sembrato però importante innanzitutto riflettere e condividere al nostro interno e, poi, sentire il parere degli stakeholder esterni, seppure prossimi alla nostra realtà territoriale.”

Obiettivo primario dell’incontro è stato, infatti, riattivare un dialogo con tutti gli attori del sistema economico della Regione Lazio per elaborare soluzioni e modelli mettendo al primo posto la massimizzazione del benessere umano ed ambientale e senza avere come prima vocazione il solo profitto. Come ha infatti sottolineato il Presidente della Camera di Commercio di Roma, Lorenzo Tagliavanti “Dall’inizio della crisi ad oggi, la provincia di Roma ha un netto di circa 70.000 imprese in più. Perché sono nate queste imprese? Queste imprese nascono da esigenze personali, dalla necessità di avere un reddito. In qualche modo, la parte più emarginata della società si è messa a fare impresa: i giovani che non trovano un’occupazione, chi ha perso il posto di lavoro, gli immigrati e le donne. Queste nuove 70.000 imprese non sono mosse dal profitto ma da un motivo sociale, dal bisogno, dalla necessità.”

La Cooperazione laziale vuole contribuire all’aumento di capitale sociale, rappresentato dal grado di coesione sociale e in grado di favorire comportamenti cooperativi e collaborativi: ciò costituisce una delle determinanti socioeconomiche che maggiormente incidono su salute e benessere della collettività. Con 700 cooperative aderenti, un fatturato di oltre 4,2 miliardi di euro, 530.000 soci e oltre 25.000 occupati, Legacoop Lazio rappresenta un sistema economico di notevole rilevanza sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, visti i numerosi servizi a carattere sociale che la Cooperazione laziale svolge sul territorio e le numerose eccellenze nei più disparati settori. Eccellenze che, nel corso della tavola rotonda moderata dall’economista Luigi Corvo, sono state presentate dagli stessi protagonisti. Workers buyout, cooperative tra professionisti e startup cooperative: ovvero come il mondo della Cooperazione risponde alla crisi dei mercati e dell’occupazione. A presentare questi tre “modelli” Camillo De Berardinis, Amministratore delegato CFI, Andrea Dili, Presidente Confprofessioni Lazio, e Aldo Soldi, Direttore generale Coopfond.

Approfondimenti tematici specifici su alcuni temi di particolare rilevanza per l’economia regionale sono stati affidati al Direttore generale Area Centro-Sud Coopculture, Letizia Casuccio, che ha presentato il modello integrato della cooperativa Coopculture nei settori della cultura e del turismo, al Presidente di I.C.R.A.C.E., Stefano Rocchi, che ha parlato di rigenerazione urbana e del pluripremiato progetto Buildheat, e lo stesso Luigi Corvo, che ha proposto un focus sull’Innovazione sociale. Buone pratiche al servizio della collettività, in quello scambio “dare e avere” di cui parlava il Presidente Zingaretti. A fornire il quadro economico in cui si inserisce il mondo della cooperazione, non solo laziale, e ad analizzare la sua portata economica e valoriale sono stati invece Salvatore Monni, Direttore del Master in Impresa Cooperativa di Roma Tre, e Gianluca Salvatori, Amministratore delegato Euricse. Nuovi modelli di sviluppo che nascono e diventano protagonisti in un mondo che, mai come ora, sta riscoprendo il valore dei principi cooperativi.

“Il percorso di rilancio del modello cooperativo, ne siamo consapevoli, troverà più forza e credibilità se uniamo le nostre forze e le nostre azioni con le altre centrali dell’Alleanza delle Cooperative. Siamo praticamente l’unica regione che, per le note tristi vicende che abbiamo subito, non ha ancora avviato il percorso con la costituzione di un coordinamento regionale.” – ha sottolineato il Presidente Putzolu – “Noi ci crediamo, siamo pronti a partire. Per noi l’Alleanza non solo è utile, è indispensabile. Ci vogliamo impegnare su questo percorso, vogliamo realizzarlo perché lo vogliono soprattutto le cooperative ed è a loro che dobbiamo corrispondere nelle strategie e nelle scelte.”

“E’ solo in un contesto di Alleanza delle Cooperative che noi possiamo avere l’ambizione di ideare e costruire delle proposte, in grado di divenire oggetto di attenzione politica da parte di chi oggi si candida a governare il Paese. – gli fa eco il Presidente di Legacoop Nazionale, Mauro Lusetti, nelle sue conclusioni – L’Alleanza come modello di rappresentanza capace di interpretare i nuovi bisogni, capace di organizzare proposte e di porsi anche come elemento di contrasto in determinate situazioni. Le aziende private stanno cominciando a muoversi nel nostro territorio e nei nostri contesti valoriali, non possiamo farci insegnare da altri quali sono i nostri valori o tentare di divenire la brutta copia dell’impresa privata. La sfida sarà riuscire a prendere i nostri sette principi cardine e trasferirli nell’organizzazione delle nostre cooperative e nei nostri modelli di business, rendendoli attuali.”

Pubblicato in Lazio
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