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Sabato, 20 Ottobre 2018

Articoli filtrati per data: Mercoledì, 11 Aprile 2018 - nelPaese.it

I recenti avanzamenti del progetto SAVEMEDCOASTS saranno illustrati al prossimo convegno European Geosciences Union (EGU) che si terrà a Vienna dall'8 al 13 aprile. A presentare i risultati giovedì 12 aprile alle 11.30 alla conferenza stampa - Press Centre of the Austria Center Vienna, Marco Anzidei ricercatore dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e coordinatore del progetto.

Finanziato dalla comunità europea attraverso la DG-ECHO (European Civil Protection and Humanitarian Aid Operations), SAVEMEDCOASTS sta fornendo nuovi scenari sul potenziale allagamento marino fino al 2100 per zone specifiche delle coste del Mediterraneo, supportando gli stakeholders ad affrontare adeguate politiche territoriali.

Nel Mediterraneo sono state classificate 163 piane costiere principali, poste a meno di 2 metri al di sopra del livello del mare, che sono maggiormente esposte agli effetti indotti dai cambiamenti climatici, tempeste e tsunami. L'aumento del livello di quasi 1 metro atteso per il 2100, come stimato da IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), interessa una superficie costiera del Mediterraneo pari a circa 38.529 km2, corrispondente a circa 5.5 milioni di campi di calcio. Alcune di queste piane potrebbero quindi sparire o ridursi sensibilmente nei prossimi 80 anni.

Gli effetti sono già ben visibili in alcune zone, come a Venezia dove l'aumento del livello marino viene ulteriormente aumentato dalla subsidenza. Un altro chiaro esempio, per rimanere in Italia, è l'isola di Lipari dove studi congiunti con gli archeologi della Soprintendenza del Mare della Sicilia hanno permesso di individuare la costa di epoca romana a oltre 12 m di profondità grazie alle rovine del porto. A causa della subsidenza e dell'aumento del livello marino, le abitazioni e le infrastrutture di Lipari stanno subendo un crescente allagamento marino, con conseguenti disagi per la popolazione locale.

La conferenza stampa EGU 2018 sarà trasmessa in diretta streaming al seguente link: https://client.cntv.at/egu2018/pc8

Pubblicato in Ambiente&Territorio
In occasione della pubblicazione del suo rapporto sulla pena di morte nel mondo, Amnesty International ha sottolineato che nel 2017 a far fare grandi passi avanti alla lotta globale per abolire la pena capitale è stata l’Africa subsahariana, dove si è registrato un significativo decremento delle condanne a morte.  Sempre in questa regione la Guinea è diventata il 20° stato abolizionista per tutti i reati, il Kenya ha cancellato l’obbligo di imporre la pena di morte per omicidio e Burkina Faso e Ciad si stanno avviando a introdurre nuove leggi o a modificare quelle in vigore per abrogare la pena capitale.
 
“I progressi dell’Africa subsahariana rafforzano la posizione della regione come faro di speranza e fanno auspicare che l’abolizione di questa estrema sanzione, crudele, inumana e degradante sia in vista”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. “Mentre i governi di questa regione continuano a fare passi avanti verso il ripudio, o quanto meno la riduzione dell’uso della pena di morte già nel corso del 2018, l’isolamento degli stati che ancora la mantengono in vigore non potrebbe risultare più profondo”, ha aggiunto Shetty.
 
“Ora che 20 stati dell’Africa subsahariana hanno abolito la pena di morte per tutti i reati, è davvero il momento che il resto del mondo segua la loro direzione e consegni questa abominevole punizione ai libri di storia”, ha proseguito Shetty. Nel 2016 Amnesty International aveva registrato esecuzioni in cinque stati della regione, mentre nel 2017 solo in due, Sud Sudan e Somalia. La ripresa delle esecuzioni in Botswana e Sudan, nel 2018, non deve oscurare i positivi passi avanti intrapresi da altri stati.
 
Il Gambia ha firmato un trattato internazionale che l’impegna a non eseguire condanne a morte in vista dell’abolizione della pena capitale e nel febbraio 2018 il presidente ha istituito una moratoria ufficiale sulle esecuzioni.
 
Progressi significativi anche a livello globale
 
Gli sviluppi registrati nel 2017 nell’Africa subsahariana sono parte dei progressi a livello globale. Le ricerche di Amnesty International indicano che lo scorso anno c’è stato un significativo decremento nell’uso della pena di morte. Amnesty International ha registrato almeno 993 esecuzioni in 23 stati, il 4 per cento in meno rispetto alle 1032 esecuzioni del 2016 e il 39 per cento in meno rispetto alle 1634 del 2015, il più alto numero dal 1989. Sono state emesse almeno 2591 condanne a morte in 53 stati, rispetto al numero record di 3117 nel 2016. Questi dati non comprendono le condanne a morte e le esecuzioni in Cina, che Amnesty International ritiene siano state migliaia, ma i cui numeri sono considerati segreto di stato. 
 
Oltre alla Guinea, nel 2017 la Mongolia si è aggiunta al totale degli stati abolizionisti, il cui numero alla fine dell’anno era salito a 106. Dopo che il Guatemala ha abrogato la pena di morte per i reati comuni, il numero degli stati che per legge o nella pratica hanno abolito la pena di morte è salito a 142. Solo 23 stati, come nel 2016, hanno continuato a eseguire condanne a morte, in alcuni casi dopo periodi di interruzione.
 
Passi avanti significativi verso la riduzione dell’uso della pena capitale, ad esempio aumentando la quantità di droga che fa scattare l’obbligo della condanna a morte, sono stati fatti anche in paesi che ne sono fieri sostenitori. In Iran le esecuzioni registrate sono diminuite dell’11 per cento rispetto al 2016 e la percentuale delle esecuzioni per reati connessi alla droga è scesa del 40 per cento.
 
In Malesia è stata introdotta la discrezionalità della pena nei processi per traffico di droga. “Il fatto che alcuni stati continuino a ricorrere alla pena di morte per i reati connessi alla droga resta preoccupante. Ma la decisione presa da Iran e Malesia di emendare le leggi sui narcotici mostra che persino nella minoranza di stati che ancora eseguono condanne a morte si sono aperte delle crepe”, ha commentato Shetty. L’Indonesia, che aveva messo a morte quattro prigionieri per reati connessi alla droga nel 2016 in un maldestro tentativo di stroncare la criminalità legata agli stupefacenti, non ha eseguito alcuna condanna a morte nel 2017 e ha fatto registrare una lieve diminuzione del numero delle nuove condanne.
 
Tendenze preoccupanti
 
In ogni caso, nel 2017 non sono mancate tendenze preoccupanti circa l’uso della pena di morte. In contrasto con quanto prevede il diritto internazionale, 15 stati hanno emesso o eseguito condanne a morte per reati connessi alla droga, con un numero record nella regione Medio Oriente - Africa del Nord mentre la regione Asia - Pacifico si conferma quella col maggior numero di stati che usano la pena di morte per quel genere di reati.
 
Amnesty International ha registrato esecuzioni per reati connessi alla droga in quattro stati: Arabia Saudita, Cina (va nuovamente sottolineato che in questo paese i dati sulla pena di morte sono un segreto di stato), Iran e Singapore. Il clima di sicurezza che circonda la pena capitale in Malesia e Vietnam ha reso impossibile accertare se siano state eseguite o meno condanne a morte per reati connessi alla droga. Singapore ha impiccato otto prigionieri, tutti per reati connessi alla droga, il doppio rispetto al 2016. Una tendenza del genere è stata osservata in Arabia Saudita, dove le decapitazioni per reati connessi alla droga sono salite dal 16 per cento del totale delle esecuzioni del 2016 al 40 per cento nel 2017.
 
“Nonostante i passi avanti verso l’abolizione di questa abominevole punizione, alcuni leader continuano a usare la pena di morte come un metodo spiccio invece di affrontare le cause di fondo legate alla droga con politiche umane, efficaci e basate sull’esperienza. Leader forti portano avanti la giustizia, non le esecuzioni”, ha aggiunto Shetty.
 
Alcuni governi hanno anche violato una serie di divieti previsti dal diritto internazionale. In Iran sono state eseguite almeno cinque condanne a morte nei confronti di persone che al momento del reato avevano meno di 18 anni. Nei bracci della morte di questo stato, alla fine del 2017, ve n’erano almeno altri 80.
Persone con disabilità mentale o intellettuale sono state messe a morte o sono rimaste in attesa dell’esecuzione in Giappone, Maldive, Pakistan, Singapore e Usa.
 
Amnesty International ha anche registrato parecchi casi di persone condannate a morte dopo aver “confessato” reati a seguito di maltrattamenti e torture. È stato il caso di Arabia Saudita, Bahrein, Cina, Iran e Iraq. In questi ultimi due paesi, alcune di queste “confessioni” sono state trasmesse in televisione.
 
Sebbene il numero dei paesi che hanno eseguito condanne a morte sia rimasto invariato rispetto al 2016, è cambiato l’elenco in quanto Bahrein, Emirati arabi uniti, Giordania e Kuwait hanno ripreso le esecuzioni dopo periodi di interruzione. In Egitto, rispetto al 2016, le condanne a morte sono aumentate del 70 per cento.
 
Guardando al futuro
 
Di fronte ad almeno 21.919 prigionieri in attesa di esecuzione nel mondo, non è il momento di abbassare la guardia. I passi avanti registrati nel 2017 e il loro impatto complessivo si vedranno nei prossimi mesi e anni. Ma la circostanza che alcuni stati abbiano compiuto passi indietro o abbiano minacciato di farlo rende la campagna per l’abolizione della pena di morte più necessaria che mai. “Negli ultimi 40 anni abbiamo assistito a mutamenti positivi rispetto all’uso globale della pena di morte, ma occorrono altre misure urgenti per fermare l’orribile pratica dell’omicidio di stato”, ha evidenziato Shetty.
 
“La pena di morte è il sintomo di una cultura di violenza, non la soluzione per fermarla. Siamo consapevoli che mobilitando il sostegno delle persone nel mondo possiamo opporci a questa sanzione crudele e porvi fine ovunque”, ha concluso Shetty.
Pubblicato in Nazionale

Si terrà venerdì 20 aprile, dalle 9,30 alle 13,30 presso l’Hotel Crowne Plaza di Padova l’evento “Una storia non finita: 1948 – 1968 – 2018” organizzato dall’Osservatorio Pari Opportunità e politiche di genere di Auser Nazionale sui cinquant’anni del 1968 e i settant’anni della Costituzione. Un filo rosso che lega la Costituzione Italiana, nata dalla Resistenza, alle donne Auser e alle lotte di emancipazione delle donne.

Nell’occasione verrà presentato un cortometraggio dal titolo “Una storia non finita – le donne del ‘68” realizzato con le testimonianze di un gruppo di volontarie Auser. Partecipano al Convegno: Vilma Nicolini responsabile Osservatorio Pari Opportunità di Auser Nazionale; Liviana Gazzetta della Società Italiana delle Storiche; Enzo Costa presidente nazionale Auser che presenterà il video. Cristina Obber, scrittrice, giornalista  esperta di gender violence; Lucia Rossi, responsabile Coordinamento donne segreteria Spi-Cgil e Susanna Camusso, Segretaria Generale Cgil. Chiuderanno il Convegno le Donne Auser Fuoricasa (Torino) con  la performance teatrale “Ironia sulla bellezza di noi donne e non solo..”

“Il convegno – sottolinea Vilma Nicolini dell’Osservatorio Auser -  è stato pensato per dare risalto da un lato al lavoro delle 21 donne costituenti, che seppure in minoranza nell'assemblea costituente, si sono battute per inserire nella Costituzione alcuni principi fondamentali in tema di parità di diritti tra uomo e donna: uguaglianza davanti alla legge (art.3 comma 1) uguaglianza morale e giuridica dei coniugi (art.29) parità nel lavoro (art.37) parità nella partecipazione politica (art.48) parità nell'accesso alle cariche pubbliche (art.51). Dopo l'entrata in vigore della Costituzione, le donne italiane hanno iniziato ad occuparsi delle politiche per le donne. L’altro grande momento storico su cui vogliamo riflettere – prosegue la Nicolini – è il ’68 e il cammino nuovo iniziato e compiuto dalle donne a partire da quella data. Soltanto nel '68 si è iniziato a parlare di femminismo vero e proprio, che sfociò nelle manifestazioni di piazza per conquistare le leggi per i diritti e la liberazione delle donne dalla cultura patriarcale del Paese.”

 

 

Pubblicato in Parità di genere

Sabato 14 aprile dalle 10 alle 17 al Centro sportivo A. Lupieri in via Pirandello 33 a Pordenone, torna la Fiera dei quartieri con il mercatino dell'usato, hobbistica e artigianato (la partecipazione è gratuita), dimostrazioni sportive, laboratori per grandi e piccini e alle 12 una pastasciutta in compagnia (su prenotazione). Un'occasione per riscoprire una comunità solidale attraverso lo scambio, il riuso e il riciclo, ma anche per conoscere i quattro quartieri della Circoscrizione Sud  della città sul Noncello, il Progetto Genius Loci e le tante associazioni del territorio che animeranno la giornata. Stand sui parcheggi in strada vicino al Centro sportivo e al Centro Glorialanza, solo in caso di maltempo all'interno del Palatenda. Iscrizioni entro il 12 aprile.

Una giornata ricca di socialità, scambio di relazioni e divertimento, con quattro quartieri che risveglieranno l'anima della città. E' ormai giunta alla 6^ edizione la manifestazione è organizzata dal Progetto Genius Loci con il patrocinio del Comune di Pordenone e in collaborazione con Istituto comprensivo Pordenone Sud e Gruppi genitori, Compagnia degli asinelli, Cpia, Assiscout, Gruppo alpini Pordenone centro, Centro sociale anziani, Polisportiva Villanova, Parrocchia Cristo Re, Rig, Acat Pordenonese.

Genius Loci è il progetto di comunità sostenuto e promosso dalle Cooperative sociali Itaca e Fai, dall'Aas n.5 Friuli Occidentale, dall'Ambito distrettuale 6.5 e dalla Fondazione Friuli. Attivo dal 2010 nei quartieri della Circoscrizione Sud di Pordenone - Borgomeduna, San Gregorio, Vallenoncello e Villanova - è impegnato a costruire e potenziare all'interno dei quartieri le reti tra singoli cittadini, associazioni, realtà del territorio, servizi ed istituzioni, ma anche mettere in opera sinergie tra territorio, servizi pubblici e cooperazione sociale per favorire l'ascolto e l'avvio di risposte comunitarie.

 

 

Pubblicato in Friuli-Venezia Giulia

Reel Palestine è un festival cinematografico annuale che presenta una selezione di film indipendenti palestinesi negli Emirati Arabi. L'organizzazione non a scopo di lucro e fondata sul volontariato è stata creata da un gruppo di amici a Dubai nel 2014 e ha organizzato il suo primo festival pop-up nel gennaio del 2015 allo scopo di mostrare, attraverso i film, la cultura e la tenacia dei palestinesi, facendo calare gli spettatori nei momenti più belli, difficili, commoventi e di ispirazione che accadono durante l'occupazione.

Reel Palestine presenta una selezione di film di artisti e registi internazionali, sia emergenti che affermati, provenienti dalla Palestina e dai vari paesi in cui si sono dispersi gli abitanti della regione. La selezione di film e cortometraggi si propone di indagare i concetti di luogo, spazio e origine attraverso una gestualità visiva dal segno poetico, metaforico e sperimentale. Prodotti negli ultimi cinque anni, i film offrono punti di vista alternativi rispetto a quanto rappresentato dai media, raccontandoci storie non conosciute sui temi dell'esodo, degli spostamenti, della frammentazione e sulle tradizioni familiari.

Il festival cinematografico è organizzato in concomitanza con la mostra Una Tempesta dal Paradiso: Arte Contemporanea del Medio Oriente e Nord Africa, allestita presso la Galleria d'Arte Moderna fino al 17 giugno.

Il programma

Sabato 14 aprile

Electrical Gaza, 2015, 17 min., 53 sec.

Rosalind Nashashibi (nata a Croydon, Regno Unito; vive e lavora a Londra)

In Electrical Gaza filmati documentari del viaggio a Gaza della regista Rosalind Nashashibi si combinano con divertenti animazioni. Dalla contrapposizione tra gli incontri mediati che hanno caratterizzato il viaggio — le tangenti da pagare, l'esplorazione della città con una guida personale, le interazioni con gli abitanti locali per mezzo di un interprete — e gli stravaganti momenti di fantasia, Nashashibi esamina i tropi solitamente associati a Gaza e la futilità di tali tentativi nel voler catturare lo spirito della città.

Commissionato dal Trustees of Imperial War Museum, prodotto da Kate Parker; per gentile concessione dell'artista e di LUX, Londra

Ouroboros, 2017, 77 min. (italiano, inglese e chinook con sottotitoli in inglese)

Basma Alsharif (nata in Kuwait; vive e lavora Los Angeles)

Ouroboros è una rappresentazione fortemente pittorica che sfida i canoni tradizionali della narrazione. Il film, il cui titolo rimanda all'antico simbolo del serpente che si morde la coda, evoca i cicli naturali di distruzione e rinascita al fine di esplorare il dislocamento tramite la metafora del cuore spezzato dall'amore. Il protagonista principale è ritratto in diversi paesaggi, tra cui Gaza, Los Angeles e il deserto della California, un ex-ghetto ebraico in Italia e il castello di Trohanet nella regione francese della Bretagna.

 

Domenica 15 aprile

Suspended Time: A Program of Short Films, 2013, 58 min., 33 sec. (arabo con sottotitoli in inglese)

Composto da nove cortometraggi, opera di nove artisti e registi diversi, Suspended Time è una riflessione sul ventennio seguente alla firma degli Accordi di Oslo del 1993 tra Israele e Palestina. L'eterogenea serie di film crea un puzzle frammentato di luoghi, disuguaglianze, migrazioni ed esperienze fisiche e psicologiche. I film sono stati scelti nel 2013 con un metodo di invito aperto al pubblico e sono stati prodotti da Idiom Films.

Leaving Oslo, 4 min.

Yazan Khalili (nato in Siria; vive e lavora nei territori palestinesi)

From Ramallah, 4 min.

Assem Nasser (nato in Palestina; vive e lavora nei territori palestinesi)

Message to Obama, 7 min.

Muhannad Salahat (nato a Nablus, Palestina; vive e lavora a Stoccolma)

Journey of a Sofa, 9 min.

Alaa Al-Ali (nato in Libano; vive e lavora in Svezia)

Interference, 11 min.

Amin Nayfeh (nato in Palestina; vive e lavora in Giordania e Palestina)

Apartment 10/14, 8 min.

Tarzan e Arab Nasser (nati a Gaza; vivono e lavorano nei territori palestinesi)

Oslo Syndrome, 6 min.

Ayman Azraq (nato a Betlemme; vive e lavora a Oslo)

Twenty Handshakes for Peace, 3 min.

Mahdi Fleifel (nato a Dubai; vive e lavora a Helsingør, in Danimarca)

Long War, 2 min.

Asma Ghanem (nata a Damasco; vive e lavora a Ramallah)

 

Pubblicato in Cultura
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