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Martedì, 11 Dicembre 2018

Articoli filtrati per data: Lunedì, 14 Maggio 2018 - nelPaese.it

Il 18 maggio prossimo, alla Camera dei Deputati (diretta streaming a questo link), CSVnet presenta “Venti anni di servizio”, il libro-reportage (532 pagine) che racconta i primi 20 anni di storia dei centri di servizio per il volontariato.

Dopo la loro istituzione prevista dalla legge quadro 266/91 (che li identifica come nuovi soggetti per il sostegno e la qualificazione delle organizzazioni di volontariato, disponendo che siano finanziati dalle fondazioni di origine bancaria), è infatti dell’ottobre 1997 il decreto che ne stabilisce i compiti. Ed è in quell’anno che molti dei centri attuali cominciano a operare, seguiti a breve da tutti gli altri.

Un cammino fatto di scelte pionieristiche, di sperimentazioni ed eccellenze che hanno avuto un impatto decisivo sulla crescita del volontariato e sulla coesione delle comunità. Ma soprattutto un cammino di partecipazione: i centri sono stati gestiti fin dall’inizio dalle stesse associazioni del volontariato e del terzo settore, e hanno allargato nel tempo la loro base sociale fino alle oltre 9 mila sigle che in totale fanno oggi parte della governance.
 
L’intento del libro non è volgere lo sguardo al passato con puro intento celebrativo: “Dare conto dei primi vent’anni predispone al nuovo scenario che attende i Csv, - scrive il presidente di CSVnet Stefano Tabò, - assicurando memoria e dignità”. Oltre che per un bilancio, CSVnet ha colto infatti l’occasione per un “rilancio” alla luce della legge di riforma (106/2016) e del successivo decreto sul Codice del terzo settore(117/2017): una normativa che richiede ai Csv “di promuovere la presenza e il ruolo dei volontari in tutti gli enti del terzo settore”, mentre la 266 limitava il loro intervento alle sole organizzazioni di volontariato (Odv).

Un cambiamento, sottolinea Tabò, che però non muta l’essenza della finalità istituzionale dei centri: “Sia il legislatore degli anni ’90 sia quello contemporaneo li fanno discendere dal riconoscimento del valore della cittadinanza attiva e dei significati profondi dell’azione gratuita. I centri trovano ragione in questo riconoscimento e divengono strumenti per diffondere la concreta esperienza del volontariato. Un compito capace, ancora oggi, di entusiasmare”.
 
Ed entusiasmo e passione percorrono tutto questo “mosaico di storie”. Il libro è frutto di un viaggio fatto di incontri in tutta Italia con testimoni privilegiati (volontari, direttori, presidenti dei Csv ecc.), arricchito da documenti e immagini. Una narrazione che l’autore dei testi, il giornalista Giovanni Augello, ha collocato in una griglia che comprende per ogni Csv: la cronologia degli eventi principali di ogni centro, l’analisi del contesto territoriale, la descrizione dei tanti progetti esemplari varati in questi anni, le parole chiave che definiscono i valori e l’operatività quotidiana, le sfide per il futuro.

L’opera scatta una fotografia al 31 dicembre 2017, quando i Csv erano 71 (di cui 69 soci di CSVnet) e si era alla vigilia della riorganizzazione territoriale dettata dalle nuove norme, che ne ridurranno il numero in base a precisi parametri. Una riduzione che però non intaccherà la capillarità della presenza dei Csv, né la quantità delle prestazioni: oggi sono quasi 400 i “punti di servizio” attivi in tutte le province italiane, ed oltre 220 mila all’anno i servizi erogati - dalla formazione alla consulenza, dalla logistica alla comunicazione - soprattutto ad associazioni piccole e poco strutturate che sarebbero altrimenti prive di supporto (qui il link all’ultimo report annuale).
 
Dalla voce dei protagonisti emergono - con le tante sfumature territoriali - tutte le fasi che hanno caratterizzato l’affermazione di questa “strana” entità, che solo 20 anni fa era del tutto nuova: il “miracolo” di mettere insieme decine di associazioni, prima “rivali”, nella gestione comune dei Csv (e poi il vertiginoso aumento delle basi associative); le diffidenze iniziali di gran parte del volontariato e del terzo settore locale (che avrebbero preferito l’erogazione diretta di denaro invece che di servizi); la mancanza di precedenti da imitare e i primi passi nell’inventare, anche con molta fantasia, risposte ai bisogni delle associazioni; l’abitudine, subito acquisita, di indagare con periodicità e metodi scientifici le caratteristiche del non profit da “servire”; la rapida crescita delle competenze del personale (oggi circa 850 persone) e dei servizi prestati; la riconoscibilità e la legittimazione del proprio ruolo nei confronti delle varie espressioni del territorio, dalle istituzioni, all’economia, al non profit.

 
Ogni centro ha interpretato la propria presenza sul territorio in modi diversi, dagli sportelli, ai “camper” itineranti, dalle feste ai convegni, dalle visite mirate ai bandi per raccogliere idee... Ma tutti condividono alcuni imperativi di fondo: come quello di garantire la massima vicinanza alle associazioni, senza mai discriminare territori e tipologie; o quello di coltivare nelle associazioni la consapevolezza del ruolo sociale del volontariato e la necessità di formarsi per non improvvisare; o infine quello di essere attenti alle forme sempre più emergenti di volontariato individuale, non organizzato in una sigla ma sempre da promuovere e sostenere.
 
Alla presentazione del 18 maggio, dove è previsto un intervento di saluto del presidente della CameraRoberto Fico (da confermare), parteciperanno tra gli altri: Luigi Bobba, sottosegretario al Lavoro e Politiche sociali, Claudia Fiaschi, portavoce Forum terzo settore, Renato Frisanco, ricercatore e vicepresidente Associazione Luciano Tavazza, Marco Granelli, già presidente di CSVnet, Edoardo Patriarca, deputato e presidente del Cnv, Giorgio Righetti, direttore di Acri, Carlo Vimercati, presidente Consulta Co.Ge.
 

 

Pubblicato in Cultura

 Stefano Rodotà ha rappresentato, per le istituzioni e il mondo accademico, un punto di riferimento costante per la sua presenza intellettuale e la disponibilità al confronto, sempre misurato e lucido, caratterizzato da profondità scientifica, fermezza e spessore culturale. “Una presenza che è impossibile, per la sua portata, non percepire, anche ora, viva e stimolante – scrive Magistratura Democratica. E che ci porta verso interrogativi sempre nuovi al mutare del contesto sociale e politico, soprattutto in un momento di transizione e di incertezza come quello attuale”.

“A meno di un anno dalla sua scomparsa – aggiunge MD - vogliamo riflettere sulla sua statura e sul messaggio che ha trasmesso a tutti noi, al mondo accademico e, ancor di più, agli studenti, per i quali ha rappresentato uno speciale modello di autorevolezza, perché riusciva a trasmettere i suoi insegnamenti “azzerando le distanze” e creando una preziosa sinergia fra il sapere e l’esperienza. Gli studenti, in particolare, sono invitati a intervenire e a esprimere il loro pensiero libero sui temi in discussione”.

Questo convegno è, quindi, un momento di affetto e di attenta riflessione che, insieme, Magistratura democratica, il Dipartimento di Scienze giuridiche e la Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Roma-La Sapienza, la Fondazione Lelio e Lisli Basso vogliono dedicare a un grande maestro e compagno di vita. E che, soprattutto, vuole essere l’occasione per rileggere il suo messaggio di fronte agli interrogativi che emergono oggi, perché siamo convinti che bisogna partire da qui: da un dialogo, quello col suo pensiero, che si impone come un vero e proprio dovere intellettuale rispetto a una figura, quella di Stefano Rodotà, sempre capace di entrare nei problemi e nei conflitti sociali, compresi quelli che, spesso con preoccupazione, aveva in largo anticipo previsto (dalle questioni di bio-diritto e del post-umano alle varie crisi dell'Europa stretta tra l'austerity e la mancanza di solidarietà sino alla carenza di politiche per sradicare la povertà).

Il programma della giornata

Introduzione

I lavori saranno aperti di Mariarosaria Guglielmi (segretaria generale di Md), Franco Ippolito (presidente della Fondazione Lelio e Lisli Basso) e da Luigi Ferrajoli (emerito di Filosofia del diritto, Roma Tre)

Parte prima - Diritti fondamentali dell’era della globalizzazione

La mattinata proseguirà con l’introduzione di Guido Alpa (ordinario di diritto civile, Sapienza, Università di Roma) e le relazioni di Giorgio Resta (associato di diritto privato comparato, Università di Roma 3), Maria Rosaria Marella(ordinaria di diritto privato, Università di Perugia) e quella congiunta di Giacinto Bisogni (consigliere della Corte di cassazione) e Giovanni Marini (ordinario di diritto privato comparato, Università di Perugia).

Prima del dibattito che chiuderà la prima parte del convegno, gli interventi programmati di Maria Acierno (consigliera della Corte di cassazione), Silvia Albano (giudice del Tribunale di Roma) e Franca Mangano (presidente di sezione della Corte di appello di Roma).

La Carta di Nizza e le fonti sovranazionali

La seconda parte del convegno verrà introdotta da Paolo Ridola (preside della Facoltà di giurisprudenza, Sapienza, Università di Roma). A seguire le relazioni di Maria Rosaria Ferrarese (ordinaria di sociologia del diritto, Università di Cagliari), Elena Paciotti (magistrato, già parlamentare europeo) e Giuliano Amato (giudice della Corte costituzionale).

I lavori proseguiranno con gli interventi programmati di Giuseppe Bronzini (presidente di sezione della Corte di cassazione), Virgilio Dastoli (presidente del Comitato italiano movimenti europei), Giovanni Diotallevi (presidente di sezione della Corte di cassazione) e Valeria Piccone (magistrata referente per la Corte di cassazione nella rete delle Corti supreme europee). La seconda parte del convegno si chiuderà con un dibattito.

Conclusioni. La chiusura dei lavori sarà affidata al professor Gaetano Azzariti (ordinario di diritto costituzionale, Sapienza, Università di Roma).

 

 

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione

“Tanto è stato fatto, ma ciò che resta ancora da fare non può essere rinviato per completare, finalmente, la riforma del Terzo settore. Per cui mi appello al nuovo Governo che in queste ore si sta formando: è importante proseguire il lavoro per arrivare in modo positivo alla scadenza dei correttivi nei primi di agosto”. Cosi Claudia Fiaschi, Portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore, nel convegno “Dentro o fuori? Il futuro delle associazioni del Terzo settore dopo la riforma” che si è svolto a Lucca nell’ambito del Festival Italiano del Volontariato 2018.

“I correttivi in discussione agli attuali decreti attuativi – spiega Fiaschi – sono dirimenti per orientare i soggetti del Terzo settore e dare gambe a una riforma che il nostro mondo aspettava da anni. Chiediamo quindi di considerarli prioritari nell’agenda politica del nuovo Governo perché siamo consapevoli della delicatezza che questi temi, in primis quello relativo al nuovo regime fiscale, rappresentano per i nostri enti.”

“Oggi il Terzo settore – conclude Fiaschi – è pronto per giocarsi le sfide della riforma ma chiede di avere certezze”. Fiaschi si è poi rivolta  al mondo associativo invitandolo “a fare squadra anche con le istituzioni locali in maniera tale da costruire strategie virtuose in cui l’intervento pubblico e quello del Terzo settore possano realizzare le condizioni per un nuovo ed efficace universalismo del welfare”.

 

 

Pubblicato in Nazionale

“Consapevoli di ingaggiare una scommessa assurda nel voler far esistere dei valori mentre il non-diritto, l'ineguaglianza, la morte quotidiana dell'uomo sono eretti a principi legislativi”

(Franco Basaglia – Il problema della gestione in L'Istituzione Negata)

 

Il 13 maggio 1978 veniva approvata la legge 180, conosciuta come legge Basaglia. Non mancano, e non mancheranno nei prossimi giorni, le celebrazioni in occasione di una data fondamentale nel percorso di salute e di dignità delle persone; una legge che ha rappresentato una rivoluzione, probabilmente la più importante riforma radicale avvenuta nel nostro Paese.

La legge era stata approvata a conclusione di un decennio di riforme: la legge sul divorzio, sul referendum, sullo Statuto dei lavoratori, sui termini massimi della carcerazione preventiva ma anche sul diritto alla presenza dell'avvocato durante l'interrogatorio dell'imputato; molte le leggi inerenti la tutela dei lavoratori, la parità tra uomo e donna in materia di lavoro e la maggiore età a 18 anni. La legge 180 arrivava a chiusura di questo decennio insieme alla legge sull'interruzione di gravidanza e alla legge 833 attraverso cui "La repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività mediante il Servizio Sanitario Nazionale”, dentro cui la legge Basaglia veniva integrata.

Un decennio di lotte, di rivendicazioni e trasformazioni politiche e culturali, di cui Basaglia rivendicava il valore: “Negli anni sessanta abbiamo visto, come in una grande fiammata, la gioventù del mondo intero ribellarsi. In questa rivolta noi tecnici della repressione psichiatrica eravamo presenti e abbiamo dato il nostro appoggio a questa ribellione. Abbiamo visto che, quando il movimento operaio prende nelle sue mani lotte rivendicative, di liberazione anti istituzionale, questa illusione diventa realtà.”.

Ridurre il pensiero di Basaglia al “solo” tema della salute mentale significherebbe, quindi, banalizzare la portata di quel discorso. La valenza politica e culturale, dirompente, che porta con sé il ragionamento e la pratica di Basaglia affronta la società e le dinamiche di potere che ne regolano i rapporti tra classi, tra l'Istituzione e la comunità di cittadini, e nel momento stesso in cui apre questa contraddizione avverte del rischio che “I tecnici che hanno promosso il cambiamento coprano e rinchiudano in nuove ideologie scientifiche, in saperi specialistici, le contraddizioni che hanno contribuito ad aprire.”.

Di questo Basaglia ne parlò spesso con Jean Paul Sartre, che considerava un "maestro”, ponendogli le sue preoccupazioni e timori, ricevendo una risposta di cui poi fece tesoro: “L'unica possibilità è quella di continuare a lottare [...] perché in questa società guarire e integrare significa adattare le persone ai fini che esse rifiutano, significa insegnare loro a non contestare più, a non protestare [...]”.

L'opera intellettuale di Franco Basaglia è un lavoro che non va “istituzionalizzato”, celebrato nell'anniversario e relegato nella libreria della memoria, ma deve essere ripreso e attualizzato.

Quello che rimane è soprattutto la “logica del cambiamento”, molto più che quelle “sulle tecniche del cambiamento”. Basaglia in quegli anni prende il malato di mente come punto di osservazione e metro di giudizio della società. Il soggetto più debole, maggiormente stigmatizzato, represso e rinchiuso, come unità di misura della diseguaglianza che pativa la società di quegli anni. Un parametro che oggi si attaglia perfettamente sulla persona migrante, verso cui le leggi che vengono prodotte, come la Minniti-Orlando, sono leggi repressive di esclusione e controllo sociale.

Il lavoro sul “campo” di Basaglia inizia con un No. La mattina del 16 novembre del 1961, il suo primo giorno di lavoro come Direttore del Manicomio di Gorizia, decide di rispondere con un no alla richiesta di firma al registro delle contenzioni disposte dai medici il giorno precedente: “Nel momento in cui vi entrammo dicemmo un no, un no alla psichiatria, ma soprattutto un no alla miseria”. Quell'ingresso lo riportò immediatamente alla sua esperienza di sei mesi fatta in carcere, perché antifascista, sotto il regime fascista: lo stesso “odore di miseria e di paura, di urina e escrementi, odore di animali in gabbia”.

Probabilmente lo stesso odore lo abbiamo sentito dentro i Centri di Permanenza Temporanei prima e nei Centri di Espulsione e Identificazione adesso, dove a essere rinchiusi sono i migranti in attesa di espulsione; nei cosiddetti centri di “accoglienza” da centinaia, in certi casi migliaia, di persone che vivono nel limbo dell'attesa di un riconoscimento del proprio stato giuridico; nei campi di Bari o di Rosarno o nell'agro pontino, dove i nuovi schiavi producono le nostre eccellenze agroalimentari.

L'attualizzazione della produzione intellettuale di Basaglia ovviamente non passa solamente nella continuità olfattiva ma anche e soprattutto nelle molte contraddizioni che pone. Primaria è quella del ruolo che abbiamo, che ci viene assegnato, nella società. Lo psichiatra, secondo Basaglia, vive la contraddizione del doppio mandato, quello dello Stato, di essere tutore dell'ordine, e quello dell'etica, di essere uomo di scienza. Il tutore dell'ordine deve salvaguardare e difendere l'uomo sano, la comunità, quindi rinchiudere il pericoloso per sé e per gli altri. L'uomo di scienza deve tutelare e curare l'uomo malato, quindi liberarlo emancipandolo dal suo stato di bisogno. Questa contraddizione si affronta “entrando direttamente nel tessuto sociale per creare i presupposti di un consenso finalizzato, non tanto a una maggiore tolleranza, quanto a una presa di responsabilità, a una presa in carico da parte della comunità di problemi che le appartengono”. Ben consapevole che la contraddizione non avrà mai fine, muta così come mutano le condizioni.

Come operatore sociale questa contraddizione la vivo quotidianamente, e come me decine di migliaia di colleghe e di colleghi. L'operatore sociale è una persona che lavora con altre persone che sono temporaneamente in stato di bisogno e necessità - fondamentale il mantenere lo stato di temporaneità, se viene meno l'approccio diventa assistenzialismo che produce infantilizzazione. La funzione deve essere, quindi, quella di fornire gli strumenti di emancipazione dallo stato di bisogno e di necessità e, quindi, dall'istituzione e dall'operatore sociale stesso.

L'operatore sociale, similmente a quanto affermava Basaglia, vive la medesima contraddizione del doppio mandato. Quello da parte dello Stato, di essere un controllore sociale, e quello da parte dell'etica, di operare socialmente per l'emancipazione della persona. Così come diceva Basaglia, l'operare deve essere nella comunità: l'accoglienza non la fa un operatore sociale né una cooperativa sociale né un associazione ma il territorio, la comunità.

Come farlo è materia su cui bisogna confrontarsi e agire nuove pratiche. Ripartire dagli insegnamenti di Basaglia diventa più che mai opportuno; una rilettura dei suoi scritti capace di produrre nuovo ragionamento è più che mai necessaria, considerato il tempo che stiamo vivendo. Come i manicomi allora, l'accoglienza oggi è un “macroscopio” che permette di vedere il modello di controllo sociale e la violenza agita nei confronti dei più deboli e dei più poveri; come affermava Basaglia “il sistema sociale crea sempre nuovi operatori per affrontare il tema del controllo, che va ben oltre la psichiatria”.

Se celebrazione, quindi, deve essere, sia quella che parte da quel No che Basaglia ha saputo dire, una negazione che ha portato a una rivoluzione che ha permesso di liberare e abbattere quei muri, chiudere quei luoghi di violenza e di sopraffazione che erano i manicomi.Ben sapendo che tutte le volte che si creano dei “contenitori” per una categoria sociale si innescano nuovamente le dinamiche manicomiali.

Il contesto sociale, culturale e politico è ben diverso da quel decennio che ha prodotto quelle riforme: non siamo in espansione ma in regressione, la voglia di controllo sociale trova risposta in programmi di politiche securitarie che trasversalmente sono proposte da quasi tutte le forze politiche. Proprio per questo dobbiamo utilizzare tutto quello che abbiamo a disposizione. Il pretesto del quarantennale della legge 180 ci permette/costringe di/a soffermarci, ragionare e discutere a partire da un evento epocale, “l'unica rivoluzione vinta in questo Paese”.

La cosa peggiore che si può fare, in queste giornate di celebrazioni, é ricordare quella storia come conclusa; la santificazione di Basaglia permette di esonerarci dal misurare quello che siamo e stiamo praticando definendoci nonostante tutto Basagliani. Chiudere quelle contraddizioni invece di mantenerle vive e aperte significa essere “tecnici che coprono e rinchiudono in nuove ideologie scientifiche, in saperi specialistici”. Siamo in un'epoca diversa, gli intellettuali con cui confrontarci non sono molti ma sono sicuro che, se ci fosse oggi un Sartre a cui porre le nostre preoccupazioni e a cui chiedere consiglio sul nostro operare, probabilmente la risposta non sarebbe diversa da quella che diede a Basaglia: “L'unica possibilità è quella di continuare a lottare [...] perché in questa società guarire e integrare significa adattare le persone ai fini che esse rifiutano, significa insegnare loro a non contestare più, a non protestare [...]”.

Una risposta che ha quarant'anni ma di cui ancora oggi dobbiamo fare tesoro.

 

Alessandro Metz

Operatore Sociale

 

 

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