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Martedì, 15 Ottobre 2019

Articoli filtrati per data: Lunedì, 18 Giugno 2018 - nelPaese.it

Meno del 18% dei terreni sottratti ai clan in Campania è effettivamente riutilizzato, oltre l'82% sono invece abbandonati o coltivati abusivamente da terzi senza titolo. D'altro canto, fino a dicembre 2017, oltre il 60% di questo patrimonio non era stato ancora destinato agli enti locali e risultava ancora in gestione da parte dell'Agenzia nazionale per i beni confiscati.

Sono alcuni dei dati restituiti dalla ricerca-azione RuSH/Rural Social Hub sul riutilizzo e mancato riutilizzo dei terreni confiscati e sulle realtà di agricoltura sociale in Campania, presentati questa mattina nell'ambito della terza edizione della "Festa nazionale dell'agricoltura sociale" alla "Tenuta della Mistica" a Roma.

Il progetto, promosso e sostenuto dall'Istituto di studi politici "S. Pio V" e dalla "Fondazione con il sud" e realizzato dal consorzio "Nco/Nuova cooperazione organizzata", ha permesso di definire un quadro sistemico di dati ed esperienze, che confluiranno nel 1° Atlante dei terreni confiscati e dell'agricoltura sociale in Campania, in corso di pubblicazione. Una mappatura analitica (realizzata dai ricercatori Tonino Pellegrino, Pasquale Gaudino e  Paola Perretta coordinati da Antonio Esposito) con la quale si prova a sistematizzare, a partire dalla localizzazione geografica (provinciale e comunale), un racconto esaustivo degli universi indagati, fornendone un'analisi non solo quantitativa ma anche qualitativa (e quindi narrativa), per raccontare l'operatività, le potenzialità e le difficoltà di ciascuna delle esperienze incontrate.  Secondo quanto riportato oggi all'incontro promosso dal "Forum nazionale di agricoltura sociale" e al quale sono intervenuti, tra gli altri, il prof.re  Giuseppe Acocella, coordinatore dell'OSLE-Osservatorio sulla legalità, Carlo Borgomeo presidente della Fondazione con il Sud, e il giornalista Toni Mira, a complicare il riutilizzo dei terreni confiscati concorrono diversi fattori, tra cui la mancanza di risorse economiche, lo stato in cui versano, la presenza di quote indivise, le difficoltà burocratico amministrative, l'ubicazione dei terreni posti in zone impervie e difficilmente raggiungibili o nelle vicinanze di aree utilizzate per la gestione dei rifiuti. Ma, si legge nella ricerca, sono pure «significativi in termini percentuali i casi di mancato riutilizzo determinatati dalla incapacità amministrativa a promuovere il riutilizzo di questo patrimonio, nonché, come verificato sul campo, finanche dalla mancata conoscenza da parte dei comuni della sussistenza dei beni, della loro ubicazione, addirittura della loro esistenza (in alcune paradossali circostanze i ricercatori che si erano recati presso alcune amministrazioni per ricevere informazioni, si sono trovati a fornire loro dati e indicazioni a assessori, consiglieri e tecnici comunali».

La superficie complessiva dei terreni riutilizzati è pari a circa 260 ettari, di cui circa 222 (l'85% ca.) per attività agricole e circa 38 ettari (il 15% ca.) per tutte le altre destinazioni. La maggior parte dei terreni confiscati riutilizzati si trova nella provincia di Caserta seguita da Napoli e Salerno, la prima finalità di riutilizzo è quella agricola ma con una percentuale inferiore al 60% dei casi. Rilevanti i dati dei terreni destinati ad aree verdi, parchi pubblici o aree mercatali (8%) e di quelli diventati isole ecologiche (4%).

Per quanto concerne l'agricoltura sociale, sono state individuate 50 realtà regionali di un settore che si sviluppa prevalentemente tra Napoli, Caserta e Salerno, con poche ma significative esperienze anche nel beneventano e nell'avellinese. Sono tutte attente ai temi ambientali e alla qualità delle produzioni, ma, smentendo una equivalenza che si dimostra fallace, non tutte realizzano coltivazioni biologiche (soprattutto certificate). Le diverse realtà produttive impiegano complessivamente oltre quattrocento persone, con 122 lavoratori c.d. "svantaggiati". Si registra una crescita costante del comparto con un fatturato complessivo che, nel 2015, ha superato i cinque milioni di euro (a fronte dei 2,5 milioni di euro del 2013).

«La mole di dati ed esperienze raccolte potrà essere utilizzata dai decisori pubblici per definire politiche e strategie per i diversi comparti» ha detto il coordinatore del progetto Antonio Esposito «Questa ricerca potrà essere una cassetta degli attrezzi per quanti già operano o vorranno impegnarsi in futuro in questi campi. Dati gli specifici settori di intervento dei beni confiscati e dell'agricoltura sociale, con questo lavoro, senza negarne difficoltà e criticità, si vogliono definire teorie e prassi di intervento che assumano come obiettivo la strenua lotta contro l'arbitrio e per la tutela e la piena realizzazione dello Stato di diritto». 

 

Pubblicato in Campania

Lo scorso sabato si è svolta alla Camera di Commercio di Ferrara, l’Assemblea dei Soci della cooperativa Camelot, aperta dal Segretario Generale della Camera di Commercio di Ferrara Mauro Giannattasio. E’ intervenuto Tiziano Tagliani, Sindaco del Comune di Ferrara, per portare il saluto dell’Amministrazione.

Al centro dei lavori dell’Assemblea c’è stata la presentazione dell’attività dell’anno 2017, con un approfondimento da parte della Presidente di Camelot Patrizia Bertelli del Bilancio Sociale, che ha messo in evidenza la crescita della cooperativa dal punto di vista dell’occupazione, con un aumento di soci e lavoratori che sono arrivati a 373 (il 52% in più rispetto al 2016) e del fatturato, pari a 14.037.564,20 euro.Un importante risultato per una realtà che ha come principale obiettivo quello di creare impiego e servizi nel territorio, mantenendo la vocazione all’innovazione, senza mai perdere l’attenzione alla professionalità, alla formazione di soci e lavoratori e al benessere delle comunità in cui opera.

La totalità dei rapporti di lavoro è di carattere subordinato, la componente femminile rappresenta quasi i due terzi del personale (il 62% pari a 233 donne) e l’età media aziendale è di 35 anni. L’aumento dei servizi ha visto anche un aumento dei soci di Camelot, cresciuti del 42%, un incremento che ha riguardato tutte le fasce d’età, ma che risulta più consistente tra gli “under 30” e la fascia tra i 30 e i 40 anni.

Negli ambiti di intervento della cooperativa che riguardano l’accoglienza e integrazione di richiedenti e titolari di protezione internazionale o umanitaria e di minori stranieri non accompagnati, oltre che i servizi educativi, socio - assistenziali e l’inclusione lavorativa di soggetti a rischio di marginalità sociale, nel 2017 le principali attività svolte da Camelot hanno riguardato la gestione di 961 posti di accoglienza, l’assistenza di 34.830 cittadini italiani e stranieri presso gli sportelli del Centro Servizi Integrati per l’Immigrazione (CSII) nei comuni della provincia di Ferrara, il coinvolgimento di oltre 625 bambini italiani e stranieri nei doposcuola e centri estivi e la realizzazione di 13 percorsi di inserimento lavorativo per persone svantaggiate.

Nel 2017 abbiamo raggiunto anche un altro prestigioso obiettivo ottenendo dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato un Rating di Legalità di “due stelle e due più”, confermando il nostro impegno per garantire ogni giorno servizi affidabili e trasparenti. Il 2017 è stato anche l’anno in cui il progetto Vesta per l’accoglienza di rifugiati in famiglia, nato a Bologna nel 2016, è stato attivato anche a Ferrara ed ha ottenuto la menzione, per la categoria Cooperative Sociali, nell’ambito del premio “ER.RSI Innovatori Responsabili” della Regione Emilia – Romagna per la responsabilità sociale d’impresa e l’innovazione sociale.

Oltre ad approfondire l’attività del 2017, la Presidente di Camelot Patrizia Bertelli, ha illustrato le azioni più significative che la cooperativa ha intrapreso a partire dallo scorso anno. “Il 2017 è l’anno che ha visto il completamento della fusione con la cooperativa sociale Persone In Movimento, che ci ha permesso di offrire i nostri servizi oltre che a Bologna e Ferrara, anche al territorio di Ravenna, ampliandoli per quanto riguarda le azioni di riduzione del danno nella prostituzione e il contrasto alla tratta di esseri umani”.

Nel solco di questa fase positiva, alla fine del 2017, Camelot si è posta una nuova meta: la possibilità di attuare un percorso di integrazione con CIDAS, con cui già lavora in varie attività per la cura e il benessere della famiglia. A febbraio 2018 il Consiglio d’Amministrazione di Camelot ha deliberato di approfondire il progetto di fusione e, a seguire, sono stati realizzati diversi incontri interni per condividere con Soci e Lavoratori motivi e opportunità della fusione e sono stati pianificati tavoli tematici per prendere in esame specifici aspetti organizzativi.

Come ha spiegato l’Amministratore Delegato di Camelot Carlo De Los Rios: “La prossima tappa di questo percorso, la più importante, sarà l’approvazione della fusione da parte delle due Assemblee dei Soci di Camelot e CIDAS, che si riuniranno a fine luglio. Se le Assemblee daranno un parere positivo al progetto, entro la fine dell’anno avremo una nuova cooperativa sociale che sarà in primo luogo un’opportunità per i nostri Soci e Lavoratori e anche un’importante risorsa per i territori in cui operiamo.

Questo ci permetterà di guardare al futuro con rinnovata solidità e capacità di interpretare le nuove sfide poste da una Società in rapida trasformazione”.

 

Le conclusioni dell’Assemblea sono state affidate ad Andrea Benini, Presidente Legacoop Estense.

 

 

Pubblicato in Lavoro

"Al Ministero mi sto facendo preparare un dossier sulla questione rom in Italia, perché dopo Maroni non si è fatto più nulla, ed è il caos". Lo ha detto il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, leader della Lega, parlando a TeleLombardia. Si è appena esaurita la lunga settimana che hanno visto migranti e le Ong, con la nave Aquarius, finire nel mirino del Viminale ed ecco un nuovo "nemico pubblico" a portata di mano. 

Salvini ha parlato di "una ricognizione sui rom in Italia per vedere chi, come, quanti", ossia "rifacendo quello che fu definito il censimento, facciamo un'anagrafe". Per Salvini, gli stranieri irregolari andranno "espulsi" con accordi fra Stati, ma "i rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa". 

Dura replica dell'Associazione nomadi:  "Il ministro dell'Interno sembra non sapere che in Italia un censimento su base etnica non è consentito dalla legge", afferma Carlo Stasolla, presidente dell'Associazione 21 luglio che si occupa della tutela dei diritti di comunità come rom e sinti. "Inoltre esistono già dati e numeri su chi vive negli insediamenti formali e informali -continua Stasolla- e i pochi rom irregolari sono apolidi di fatto, quindi inespellibili. Ricordiamo anche che i rom italiani sono presenti nel nostro Paese dal almeno mezzo secolo e a volte sono 'più italiani' di tanti nostri concittadini".

(Fonte: Ansa)

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione

In un nuovo rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha accusato la politica del governo israeliano di trasferire richiedenti asilo eritrei e sudanesi di essere crudele e illegale. Nell'ottobre 2017 Israele ha annunciato che avrebbe iniziato a trasferire cittadini eritrei e sudanesi verso "paesi terzi" non espressamente nominati che si erano detti disponibili ad accoglierli. Pur se ampiamente risaputo che i paesi in questione erano Ruanda e Uganda, le autorità israeliane non lo hanno mai confermato e recentemente la Corte suprema ha sospeso tutte le espulsioni degli eritrei e dei sudanesi. 

Nondimeno, il programma di trasferimenti "volontari" verso l'Uganda, cominciato nel 2013, è andato avanti.  Amnesty International ha documentato trasferimenti il cui carattere "volontario" non era conforme agli standard internazionali e dunque crudeli e illegali. Le autorità israeliane hanno emesso documenti e fornito rassicurazioni verbali alle persone da espellere, le quali avrebbero ricevuto un permesso di soggiorno per poter lavorare e sarebbero state protette dal rischio di essere rimandate nei paesi di origine. 

Il governo ugandese ha sempre negato l'esistenza di un accordo per l'accoglienza delle persone espulse da Israele, negando implicitamente la presenza di richiedenti asilo provenienti da Israele e rifiutando di riconoscere qualsiasi obbligo nei loro confronti.  I richiedenti asilo espulsi verso l'Uganda hanno raccontato ad Amnesty International di come le promesse israeliane si sono rivelate vane. Invece di un permesso di soggiorno, si sono ritrovati in condizioni di irregolarità, a rischio d'arresto, senza possibilità di lavorare e a rischio di essere rimandati nei paesi di origine, in violazione del principio internazionale di non respingimento. 

"Il malfunzionante sistema d'asilo israeliano lascia i richiedenti asilo eritrei e sudanesi in una sorta di limbo per anni. Persone che arrivano in Israele per cercare un riparo trascorrono lunghi anni in carcere e vedono violati i loro diritti fondamentali all'asilo, alla salute e al benessere, con la prospettiva di essere trasferiti in un paese sconosciuto o di essere rimandati in quella situazione di persecuzione dalla quale sono fuggiti", ha dichiarato Charmain Mohamed, direttore del programma Diritti dei migranti e dei rifugiati di Amnesty International. 

"Chiediamo al governo israeliano di porre fine a queste procedure, garantire ai richiedenti asilo l'accesso a un'efficace procedura per determinare il loro status di rifugiati e un percorso per ottenere uno status legale in Israele", ha aggiunto Mohamed. 

Scelte estreme 

Per realizzare il suo rapporto, Amnesty International ha condotto 30 approfondite interviste con richiedenti asilo eritrei e sudanesi, alcuni dei quali già espulsi da Israele in Uganda e Ruanda, altri ancora in Israele e uno sottoposto a rimpatrio forzato in Sudan. Il rapporto rivela come Israele abbia messo molti richiedenti asilo di fronte a una "scelta": espulsione verso un paese terzo, ritorno nei paesi di origine o detenzione a tempo indeterminato. 

Emanuel (nome di fantasia) è detenuto dal novembre 2017 nella prigione israeliana di Saharonim per aver rifiutato il trasferimento in Ruanda: 
"Ogni giorno, a qualunque ora, il personale del carcere e del ministero dell'Interno mi dice che farei meglio ad andare in Ruanda, altrimenti lascerò Israele dentro una bara. Ma io ho amici in Ruanda che mi dicono di non andare, che lì la situazione è molto difficile. Preferisco morire in Eritrea, almeno mia madre potrà visitare la mia tomba, che andare in Ruanda o Uganda".  Amnesty International ha documentato numerosi casi di richiedenti asilo espulsi da Israele con la promessa che avrebbero ottenuto un permesso di soggiorno e trovato un lavoro, per poi scoprire che nulla di quanto promesso era vero. Nessuno dei richiedenti asilo intervistati da Amnesty International ha ricevuto un permesso di soggiorno all'arrivo in Uganda o altri documenti che avrebbero consentito di risiedere e lavorare nel paese. 

"Quando sono arrivato all'albergo si è fatto avanti un sudanese. Mi ha detto che se gli avessi dato 400 dollari Usa mi avrebbe fatto avere i documenti per restare in Uganda. Gli ho dato i soldi e non si è più fatto vedere", ha raccontato Musa (nome di fantasia), un richiedente asilo trasferito in Uganda nel 2017.  Sulla base delle sue ricerche, dunque, Amnesty International è arrivata alla conclusione che i trasferimenti di richiedenti asilo eritrei e sudanesi che Israele qualifica come "volontari" sono illegali secondo il diritto internazionale e violano il principio internazionale di non respingimento. 

Il rapporto mette inoltre in luce quanto il sistema israeliano d'asilo sia intenzionalmente malfunzionante e che le possibilità di trovare protezione in Israele siano pari a zero per quasi tutti i richiedenti asilo. Amnesty International ha esaminato i casi di 262 richiedenti asilo eritrei che hanno ripetutamente fatto domanda d'asilo tra il 2016 e il 2018. La maggior parte di loro ha tentato da una a quattro volte, 18 tra cinque e sei volte, 14 almeno sette volte e sette almeno 10 volte. 

Nonostante Israele sostenga che i richiedenti asilo eritrei e sudanesi sono "migranti economici", la maggior parte di essi è effettivamente in cerca di riparo dalla persecuzione e da altre violazioni dei diritti umani. La percentuale di accettazione delle richieste d'asilo da parte di cittadini eritrei e sudanesi negli stati membri dell'Unione europea è, rispettivamente, del 90 e del 53 per cento mentre in Israele è, rispettivamente, dello 0,1 per cento e dello 0,01 per cento. 

"Israele è uno dei paesi più prosperi della regione ma sta venendo meno alle sue responsabilità di fornire un rifugio a chi, in fuga dalla guerra e dalla persecuzione, si trova già sul suo territorio. Non solo, ma cerca persino di trasferire le sue responsabilità all'Uganda e ad altri paesi che già ospitano alcuni dei più ampi numeri di rifugiati del mondo", ha concluso Mohamed. 

Il 17 maggio 2018 Amnesty International ha scritto al primo ministro ugandese, Ruhakana Rugunda, chiedendo chiarimenti su eventuali negoziati o accordi in atto con Israele. La lettera contiene una sintesi del presente rapporto e sollecita ulteriori informazioni sui richiedenti asilo trasferiti da Israele a partire dal 2013. 

Pubblicato in Dal mondo

Ivrea, no allo striscione su Giulio Regeni. Roma, manifestanti verso il corteo “Prima gli sfruttati” schedati e perquisiti. E Siracusa censurato lo striscione contro Salvini al Gay Pride. Nello scorso week end sono emersi diversi episodi che ledono il diritto costituzionale alla libertà di espressione e di manifestazione. Al centro slogan, frasi e cartelli che mettono “in imbarazzo” il ministro dell’Interno.

C’è da dire che non è una novità. Questa pratica ha avuto dei precedenti anche con il predecessore Minniti, come nel caso dell’avvocato attivista di Amnesty International che a Roma dopo un intervento in piazza fu fermato dalla polizia esattamente un anno fa.

"Abbiamo appreso con preoccupazione dell'episodio avvenuto a Ivrea, nel corso di un comizio elettorale di Matteo Salvini, quando un gruppo di persone è stato fermato e identificato per aver esposto due striscioni riferiti a Giulio Regeni e alla situazione dei diritti umani in Egitto", ha dichiarato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia. "La richiesta che lo slogan 'prima gli italiani' comprendesse anche la ricerca in via prioritaria della verità per Giulio Regeni era assolutamente legittima e non si doveva impedire di esprimerla".

"Non vorremmo che fosse questa una risposta, oltre che irrituale, inquietante nella forma e nel contenuto" - ha aggiunto Marchesi - "alla lettera che Amnesty International Italia ha scritto solo due giorni fa, oltre che al vice primo ministro Salvini, al presidente del Consiglio Conte, all'altro vice primo ministro Di Maio e al ministro degli Esteri Moavero Milanesi, nella quale si esprime disappunto per le dichiarazioni nelle quali Salvini, nel sottolineare l'importanza dei rapporti con l'Egitto, pare sminuire l'importanza di conoscere i nomi dei responsabili dell'arresto, della sparizione, della tortura e dell'uccisione del ricercatore italiano. In quella lettera si ricorda come Salvini abbia più volte incalzato il precedente governo a fare di più per fare rispettare il nostro paese a livello internazionale, mentre ora, come ministro dell’Interno, sembra considerare la richiesta di verità e giustizia per Giulio Regeni come una vicenda privata della famiglia della vittima, e non, invece, come una richiesta dell’’Italia intera, della sua società civile e delle sue istituzioni".

"La notizia dello striscione contro Salvini censurato dalle forze dell'ordine al Siracusa Pride sabato scorso è grave e sintomatica di un clima politico inquietante": così Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay. Che prosegue: "Il diritto di critica, anche dura, è uno dei pilastri della nostra democrazia, specie all'interno di una manifestazione politica. La censura voluta dalle forze dell'ordine nei confronti di uno striscione che esprimeva una contrarietà, in nessun modo riconducibile a  un'istigazione o a una fattispecie sanzionata dalle nostre leggi, è grave e senza precedenti all'interno dei nostri Pride. Che le forze dell'ordine si facciano carico di questioni che esulano dall'ordine pubblico ma che riguardano il consenso personale del Ministro degli Interni è un fatto che lascia allibiti: su questo attendiamo spiegazioni e risposte dallo stesso Ministro Salvini. Intanto, rivolgiamo la nostra solidarietà alle attiviste colpite da questo provvedimento e al presidente di Arcigay Siracusa, Armando Caravini, che si è trovato coinvolto in questa assurda vicenda. Ribadiamo inoltre che continueremo ostinatamente a esercitare il nostro diritto di critica senza farci intimidire né fare passi indietro", conclude Piazzoni. 

Pubblicato in Nazionale

Mercoledì 20 e Venerdì 22 giugno, rispettivamente nel Comune di Campo di Giove e nel Comune di Cansano, verrà festeggiata la Giornata Mondiale del Rifugiato. Le amministrazioni comunali di Campo di Giove e di Cansano, in maniera congiunta e in collaborazione con la Horizon Service Società Cooperativa Sociale di Sulmona, hanno attivato un programma triennale di accoglienza attraverso il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR).

Ad oggi hanno trovato ospitalità presso i comuni di Campo di Giove e di Cansano ben quattro nuclei familiari. Le due comunità, fin da subito, hanno creduto fermamente in un percorso di integrazione che andasse oltre la fornitura di vitto e alloggio, ed avesse come obiettivo primario l’inserimento dei richiedenti asilo nel loro tessuto sociale.

È per questa ragione che si è ritenuto necessario dare il giusto valore proprio alla giornata che celebra i rifugiati. Mercoledì 20 giugno 2018, alle ore 17:30, nel Comune di Campo di Giove, presso Palazzo Nanni, dopo i saluti del Sindaco, Giovanni di Mascio, e del Presidente della Horizon Service, Gennarino Settevendemie, verrà proiettato il documentario “I Migrati”, realizzato nel 2017 da Francesco Paolucci in collaborazione con la Comunità XXIV Luglio L’Aquila. Il documentario racconta dei migranti accolti in alcune piccole località di montagna degli Appennini, ed è stato prodotto da un gruppo di persone con disabilità fisiche e mentali. Stranieri e disabili, due fragilità che si incontrano.

Venerdì 22 giugno, alle ore 17, presso l’area pic-nic all’ingresso del Comune di Cansano, ci sarà la Festa Multiculturale dell’Integrazione. Qui, ad incontrarsi, saranno le diverse tradizioni, i diversi cibi, le diverse musiche. Alla realizzazione delle due giornate hanno contribuito anche la Proloco di Campo di Giove e la Proloco di Cansano.

 

Pubblicato in Abruzzo

"Basta slogan e attacchi, riteniamo che in questo momento la questione debba essere affrontata senza ideologie, ma attraverso un percorso di dialogo nella/ con la  società civile, per affrontare i problemi di tutti con risposte sostenibili per tutti. Per fare ciò serve oggi più che mai un grande patto sociale di responsabilità tra amministrazioni pubbliche, associazioni, enti religiosi, organi di informazione, cooperative sociali, etc, per migliorare la qualità vita di tutti"

Inizia così la risposta di Cooperativa Nuovi Vicini, Cooperativa Karpos, Cooperativa Noncello, Cooperativa Itaca, Cooperativa Acli, Cooperativa Fai, Cooperativa Baobab, Cooperativa Futura, Cooperativa Piccolo Principe Le Cooperative sociali del territorio intervengono sui recentissimi fatti di Sacile con un invito: "abbassiamo i toni e dialoghiamo".

Venerdì mattina, come ormai ben noto a molti, davanti ad una casa situata nel comune di Sacile dove sono ospitati alcuni richiedenti asilo, è stata fatta una macabra e offensiva scoperta. Durante la notte qualcuno aveva portato i resti di un maiale e li aveva esposti all'entrata.

“Non ci soffermiamo oltre sui dettagli della vicenda - prosegue la nota - anche perché la stampa locale e nazionale ha già dato sufficiente risalto. Noi, in qualità di Cooperative sociali del territorio che hanno scelto di essere enti gestori per conto del Ministero degli interni, da tempo ci stiamo interrogando sul senso e sulle difficoltà di questa fase socio-economica difficile e complessa. Quanto accaduto venerdì mette in evidenza a tinte forti le contraddizioni e la pericolosità del momento. Non vogliamo limitarci e soffermarci sulla condanna o sullo sdegno dell'accaduto, che resta comunque un fatto grave, la nostra attenzione va invece verso il clima sociale che è stato creato in questo periodo. Noi siamo consapevoli delle difficoltà che molti cittadini italiani vivono in questo momento storico. Difficoltà reali, complesse e dolorose che sono degne di considerazione e di rispetto. Purtroppo, però, abbiamo l'impressione che siano spesso fomentate e strumentalizzate. Questa condizione ci allerta e spesso ci fa pensare a quali conseguenze dovremmo affrontare se dovessimo rimanere a lungo nel "buio della ragione".

“Riteniamo - aggiungono le coop sociali - che in questo momento la questione debba essere affrontata senza slogan e senza ideologie, ma considerando la complessità sociale e comunitaria. Riteniamo, altresì, che vada potato avanti un percorso non solo nella società civile ma soprattutto con la società civile, per affrontare i problemi di tutti con risposte sostenibili per tutti, rimettendo al centro ogni persona in quanto essere umano. Per fare ciò è necessario un grande patto sociale di responsabilità tra amministrazioni pubbliche, associazioni, enti religiosi, organi di informazione, etc, per riposizionare senso, ragione e umanità per una collaborazione reale ed efficace volta a migliorare la qualità vita di tutte le persone presenti nelle comunità”.

“Noi Cooperative sociali del territorio - conclude la nota - abbiamo operato e continuiamo ad operare in silenzio, con discrezione e senza chiedere visibilità, proprio per il grande rispetto che abbiamo per tutte le persone con cui e per le quali operiamo. Siamo e restiamo sempre e comunque a disposizione, sia per trovare soluzioni, sia per confrontarci all'interno del contesto comunitario nel rispetto di tutti”.

 

Pubblicato in Nazionale

Anche quest'anno Pesaro celebra la Giornata mondiale del Rifugiato, indetta dall'Unhcr - Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. La Provincia di Pesaro e Urbino, ente titolare dei progetti Sprar Invictus, Pesaro accoglie e Senza Confini, il Comune di Pesaro, ente titolare del progetto Sprar Tandem, la Cooperativa Sociale Labirinto, ente gestore dei progetti, in collaborazione con Unhcr, le associazioni Arci, Reciproca, Caritas Pesaro, Pro Loco di Candelara, La palla rotonda e il locale BagnAcciuga, aderiscono alla campagna #WithRefugees promossa da Unhcr, e invitano la cittadinanza all'iniziativa dal titolo "Giornata mondiale del rifugiato - #WithRefugees – Pesaro apre le porte", mercoledì 20 giugno in Baia Flaminia a Pesaro, con l'obiettivo di creare occasioni di conoscenza, condivisione e confronto tramite esperienze sportive, socio-culturali e gastronomiche; favorire la rete e la collaborazione tra enti locali pubblici e privati e la comunità ospitante; diffondere consapevolezza e sensibilizzare sulla realtà dei rifugiati e richiedenti asilo; favorire l'interazione e l'inclusione dei beneficiari dei progetti Sprar sul territorio pesarese mediante concrete e significative attività ludiche, sportive e culturali.

La celebrazione della giornata prevede, dalle ore 16:00 alle 19:30, il torneo interculturale di calcetto "Pesaro accoglie", presso il campo sportivo di Baia Flaminia, con la partecipazione di otto squadre composte da beneficiari e operatori dell'accoglienza, rugbisti, giornalisti e consiglieri comunali. La giornata mondiale del rifugiato prosegue poi presso il ristorante "BagnAcciuga", in via Parigi, sulla spiaggia di Baia Flaminia, con una cena condivisa, a cui è possibile prenotarsi chiamando il numero 327.6110051, animata da Jabel Kanuteh, che alle ore 21:30 si esibirà in un concerto di Kora, strumento tradizionale maliano, seguito alle ore 22:00 da una performance di danza e percussioni a cura dell'associazione WhatsAfro. La serata, a lume di candela, si concluderà con un dj set con musiche dal mondo, a cura di BagnAcciuga.

Durante la manifestazione, nei pressi del ristorante "BagnAcciuga", sarà presente un punto informativo sul progetto Sprar - Sistema di protezione per rifugiati e richiedenti asilo, e sulla campagna #WithRefugees promossa da Unhcr.

 

Pubblicato in Marche

In seguito allo stallo politico di questa settimana sul destino delle 630 persone soccorse nel Mediterraneo, Medici Senza Frontiere (MSF) denuncia la chiusura dei porti da parte dell'Italia e la decisione dei governi europei di preferire i calcoli politici al salvataggio di vite in mare.

“Anche se siamo sollevati per la fine di questo inutile viaggio, oggi non c'è proprio niente da festeggiare. Ci auguriamo che sia la prima e ultima volta che persone soccorse in mare, sopravvissute all’attraversamento del deserto e ad orribili violenze in Libia, si trasformino in moneta di scambio per un gioco politico tra stati europei” dichiara Claudia Lodesani, presidente di MSF Italia. “Arrivare a Valencia è stato inutile e disumano. Finché ci sarà un bisogno umanitario nel Mediterraneo, noi continueremo ad operare sotto il coordinamento della Guardia Costiera italiana, come abbiamo sempre fatto. Al tempo stesso ci auguriamo che in Europa finisca il tempo delle ipocrisie e dell'inumanità, auspicio condiviso dai tantissimi partecipanti che hanno animato le numerose manifestazioni di solidarietà in tutta Italia di questi giorni”.

In vista della riunione del Consiglio europeo della prossima settimana, MSF chiede ai governi europei di mettere al primo posto la vita delle persone. Devono facilitare lo sbarco rapido nei porti sicuri più vicini in Europa, dove le persone soccorse devono poter ricevere cure adeguate, devono garantire a coloro che necessitano di protezione internazionale di essere in grado di richiedere asilo o altre forme di protezione. I governi europei non devono ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso in mare delle organizzazioni non governative e devono istituire un meccanismo proattivo e dedicato di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale.

“Gli uomini, le donne e i bambini a bordo dell'Aquarius sono fuggiti da conflitti e povertà e sono sopravvissuti ad orribili abusi in Libia. Sono stati trasferiti da una barca all'altra come merci e hanno dovuto sopportare un inutile e lungo viaggio in mare” dichiara Karline Kleijer, responsabile per le emergenze di MSF. "Siamo grati alla Spagna per essere intervenuta, anche se il governo italiano e altri governi europei hanno vergognosamente fallito nelle loro responsabilità umanitarie e anteposto la politica alla vita di persone vulnerabili”.

"L'Italia ha chiuso i suoi porti e ha giocato con la vita di 630 persone"

Nel fine settimana del 9 e 10 giugno, l’Aquarius, gestita da SOS Mediterranee in collaborazione con MSF, ha salvato più di 220 persone e ne ha ricevute altre 400 da navi della Guardia Costiera italiana. Sebbene il salvataggio e il trasferimento delle 630 persone siano stati avviati e coordinati dal Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo italiano (MRCC), le autorità italiane hanno negato l'autorizzazione a sbarcare nel porto sicuro più vicino in Italia, rompendo in questo modo con le prassi e il diritto internazionale. Anche Malta, che aveva il porto sicuro più vicino, ha rifiutato lo sbarco, citando il ruolo e la responsabilità del coordinamento italiano.

Alla fine, l'11 giugno, il governo spagnolo è intervenuto con l’offerta per la nave Aquarius del porto di Valencia, distante a 1.300 chilometri. MSF ha continuato a sollecitare le autorità italiane ad autorizzare lo sbarco nel porto sicuro più vicino, come previsto dal diritto internazionale marittimo. MSF ha anche sollevato gravi preoccupazioni umanitarie e di sicurezza in merito alla navigazione di 630 passeggeri su una nave sovraffollata per altri quattro giorni, senza adeguati rifugi e cibo insufficiente.

“Spesso le autorità italiane sono sembrate insensibili. Inizialmente avevano suggerito a MSF di trasferire le persone vulnerabili. Tuttavia, quando abbiamo fornito un elenco di quasi 200 persone, tra cui minori non accompagnati, malati e feriti, donne incinte e donne con bambini che viaggiavano da sole, hanno rifiutato. Le autorità italiane hanno quindi chiesto di trasferire solo le sette donne incinte, ma non hanno risposto alle preoccupazioni di MSF sulla separazione delle famiglie e sulla necessità per i mariti di accompagnare i loro partner in stato di gravidanza” dichiara Karline Kleijer di MSF.

Nonostante le preoccupazioni di MSF sull'impatto medico-umanitario del viaggio fino a Valencia, il 12 giugno le autorità italiane hanno dato istruzioni all'Aquarius di trasferire 524 persone su navi italiane e dirigersi con i restanti 106 verso la Spagna. “Le autorità italiane hanno vergognosamente chiuso i loro porti a 630 persone che sono state lasciate navigare in mare per calcoli politici” afferma Karline Kleijer di MSF. “Anche se l'Italia ha legittime dimostranze nei confronti di altri governi europei che non hanno accettato la loro parte di rifugiati, ciò non può essere una giustificazione per questo trattamento degradante”.

"Le persone salvate sono ostaggio delle agende politiche europee"

Gli eventi di questa settimana nel Mediterraneo centrale sottolineano le più ampie dinamiche politiche in Europa. I governi europei non vedono come prioritario il salvataggio di migranti vulnerabili e rifugiati in mare. Hanno serrato i loro confini e chiuso le loro porte. Sostengono attivamente la guardia costiera libica che riporta in Libia le persone soccorse in acque internazionali, dove saranno costrette a subire ulteriori trattamenti inumani e abusivi. In tutta Europa, i governi non hanno dato sufficiente sostegno ai paesi in prima linea, come l'Italia e la Grecia, che gestiscono la stragrande maggioranza dei richiedenti asilo e migranti. Non si sono assunti la responsabilità sulla ricollocazione dei richiedenti asilo negli Stati UE.

"I governi europei devono apprezzare l'importanza delle operazioni di ricerca e soccorso in mare. Più di 500 persone sono annegate nel 2018 mentre tentavano di attraversare il Mediterraneo centrale a bordo di gommoni insicuri. Secondo quanto si apprende dai media, 12 persone sono morte questa settimana perché il gommone sul quale viaggiavano si è capovolto. I 40 sopravvissuti a questo incidente sono stati salvati da una nave Usa” aggiunge Karline Kleijer di MSF.

L'Aquarius è una delle poche navi di ricerca e soccorso indipendenti non governative ancora attive nel Mediterraneo centrale. Questo non significa che i bisogni siano spariti. Nel 2018, fino all’8 giugno, l’Aquarius ha già salvato e/o trasferito 2.350 persone che altrimenti sarebbero annegate. I mezzi indipendenti di ricerca e soccorso si sono ridotti nell'ultimo anno a causa di barriere burocratiche e procedimenti legali a carico di chi lavora in operazioni di ricerca e soccorso non governativo.

“La campagna diffamatoria contro le navi delle ONG deve finire. La nostra unica intenzione è salvare vite in mare. È difficile spiegare perché Aquarius sia dovuta partire per un viaggio di quattro giorni verso la Spagna con 630 persone a bordo mentre un giorno dopo questa decisione è stato autorizzato lo sbarco in Italia di 900 persone a bordo della nave Diciotti della guardia costiera italiana” osserva Karline Kleijer di MSF.

"Valencia è la fine di una terribile disavventura per 630 persone. Ora deve esserci un serio impegno europeo per salvare vite umane in mare e al loro corretto sbarco. Mentre i governi non riescono ad adempiere alle loro responsabilità, le équipe a bordo dell'Aquarius continueranno a condurre operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale" conclude Karline Kleijer di MSF.

La campagna

#Umani è la nuova campagna di Medici Senza Frontiere (MSF) che rimette al centro l’essenza del gesto umanitario attraverso cinque emozioni che accomunano tutti gli esseri umani, medici, pazienti, ogni singolo individuo in ogni ambito della società. È anche un convinto invito all’opinione pubblica per riscoprire il naturale istinto all’aiuto e alla solidarietà, dai contesti di crisi alla nostra quotidianità. MSF racconterà #Umani attraverso le testimonianze dei propri operatori umanitari, eventi sul territorio, iniziative online e nelle scuole. Perché le persone appartengono tutte a un unico genere: quello umano. www.medicisenzafrontiere.it/umani

 

Pubblicato in Nazionale

I Forum del Terzo Settore regionali sono stati stati riconosciuti come i soggetti maggiormente rappresentativi del Terzo Settore anche a livello regionale. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali lo ha reso noto negli scorsi giorni, a conclusione dell’avviso pubblico per l’attuazione dell’art. 65 del Codice del Terzo settore per le seguenti regioni e province autonome: Liguria; Lombardia; Emilia Romagna; Toscana; Calabria; Sardegna; Sicilia; Piemonte; Valle D’Aosta; Veneto; Friuli Venezia Giulia; Trento; Marche; Umbria; Lazio; Abruzzo; Puglia; Campania.

“Dopo il riconoscimento nazionale – dichiara la Portavoce del Forum Claudia Fiaschi – abbiamo raggiunto un ulteriore traguardo che individua e accredita il Forum come principale interlocutore e soggetto di riferimento nei rapporti con le istituzioni a livello regionale e territoriale, in rappresentanza di tutto il Terzo settore, riconoscendone la piena e autonoma soggettività politica.” 

I Forum regionali, tra l’altro, sono chiamati a partecipare alla composizione degli Organismi territoriali di controllo (OTC) dei Centri di Servizio per Volontariato. “Siamo molto orgogliosi – prosegue la Portavoce – di questo risultato che conferma il ruolo di rappresentanza unitaria di tutto il Terzo Settore, e il rilievo dei Forum nei rapporti con le istituzioni regionali, con le rappresentanze locali e con le Fondazioni, rafforzando l’impegno che da oltre vent’anni il Forum mette per la costruzione di coesione e capitale sociale nel nostro Paese.”

Qui il documento del Ministero del Lavoro con l’esito dell’Avviso Pubblico per l’attuazione dell’articolo 65 del Codice del Terzo settore.

 

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