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Lunedì, 22 Ottobre 2018

Articoli filtrati per data: Martedì, 05 Giugno 2018 - nelPaese.it

Racconta il degrado e l'illegalità nel quartiere Parco Saraceno a Castel Volturno cercando di esprimere l'umanità del luogo attraverso interviste, filmati d'epoca e squarci di vita quotidiana nelle palazzine abbandonate il documentario Ritratti abusivi (70') di Romano Montesarchio, che sarà proiettato giovedì 7 giugno 2018 alle ore 16 presso l'Aula Magna del gruppo di imprese sociali Gesco(via Vicinale Santa Maria del Pianto 61, Complesso polifunzionale Inail, 9° piano, Napoli).

Alla proiezione seguirà un dibattito con la partecipazione di Alessandro Buffardi, referente dell'Associazione Jerry E. Masslo; Maurizio Del Bufalo e Giovanni Carbone, del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli; Sergio D'Angelo, presidente del gruppo di imprese sociali Gesco. Sarà presente anche il regista Romano Montesarchio.

L'appuntamento chiude il Cineforum dalle gambe lunghe 2018, promosso dalFestival del Cinema dei diritti umani di Napoli, che sta girando i luoghi deputati all'agire sociale della città, coinvolgendo chi si occupa di diritti umani. Un'opportunità di confronto che sperimenta con successo il valore del cinema come linguaggio universale di denuncia e di lotta, in vista del Festival vero e proprio che si terrà in città, come di consueto, a novembre.


Pubblicato in Campania

"Accogliamo con entusiasmo la notizia dell'affidamento ventennale di un bene confiscato alla criminalità organizzata nel territorio di Castel Volturno (Caserta) all'associazione Rain Arcigay Caserta onlus, affinché prenda corpo il progetto del Centro lgbt del Mediterraneo".  Così Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay commenta il progetto.

Punto caratterizzante del progetto sarà il social housing, cioè la possibilità di accogliere con formule temporanee nei tre piani della palazzina persone lgbt in difficoltà, perché allontanate dai contesti familiari e non ancora autonome, perché in condizione di non autosufficienza o perché giunte nel nostro Paese per fuggire alle persecuzioni dei loro luoghi d'origine.  La palazzina,  di circa 300 mq e situata in via Cosenza 39, all'interno del Parco Faber, è dotata di una cucina abitabile, spazi polifunzionali, bagni e diverse camere da letto. Per la ristrutturazione dello stabile è attiva una campagna di crowdfunding alla quale si può contribuire collegandosi al sito www.casertapride.it

"La palazzina – aggiunge Palazzoni - che per la sua storia torbida era una delle tracce dello strapotere delle mafie nel nostro Paese, oggi, grazie alla lungimiranza del sindaco Dimitri Russo e di tutto il Consiglio comunale, riscatta quella storia e si avvia a diventare uno dei simboli del contrasto concreto alla criminalità organizzata e di una comunità che su quelle ceneri ricostruisce in termini di inclusione, di accoglienza, di solidarietà e di rispetto dell'altro. Quella risorsa immobiliare era il tassello che mancava per dare corpo a un progetto importante e ambizioso, che vuole creare a Castel Volturno uno spazio polivalente e multifunzionale rivolto a tutte le persone lgbt che attraversano il Mediterraneo. Uno spazio libero dalla discriminazione e che rappresenta un presidio concreto della rivendicazione dei diritti umani, civili e sociali, oltre ogni confine. Un'idea per la quale ringraziamo gli attivisti e le attiviste di Rain Arcigay Caserta onlus ".

 "Il voto di ieri in Consiglio comunale - dichiara Bernardo Diana, presidente di Rain Arcigay Caserta onlus - porta a conclusione un percorso iniziato nel 2015 e che testimonia la tenacia di una volontà politica a cui va il nostro più convinto plauso. E' stato molto emozionante sentire dal sindaco Dimitri Russo il nome della nostra associazione tra i primi quattro enti del terzo settore a ricevere in assegnazione definitiva un bene confiscato alla criminalità organizzata".

Pubblicato in Parità di genere

Bologna, Milano e Reggio Calabria sono i tre Comitati Uisp che per primi in Italia hanno dato vita ad un campionato provinciale continuativo di Calcio camminato. Nel 2018 il Calcio nazionale Uisp ha promosso l'attività sul territorio nazionale in altri otto Comitati territoriali: Bolzano, Cagliari, Enna, Fermo, Perugia, Pordenone, Torino e Verona.

I vincitori degli otto campionati neonati, assieme ai vincitori dei campionati dei tre Comitati precursori ed una squadra composta da dirigenti Uisp formeranno il gruppo di 12 squadre che prenderanno parte alle Finali nazionali di Calcio camminato Uisp in programma a Pesaro da giovedì 21 a domenica 24 giugno.

Per illustrare nei dettagli il 1° Campionato di Calcio camminato Uisp lunedì 11 giugno, a partire dalle ore 11, si terrà a Bologna, presso la sala conferenze del Comitato regionale Uisp Emilia-Romagna, in via Riva di Reno 75/3, la conferenza stampa di presentazione. Saranno presenti il responsabile nazionale Calcio Uisp Alessandro Baldi ed il presidente nazionale Uisp Vincenzo Manco.

Pubblicato in Sport sociale

Nel campo di Kutupalong in Bangladesh, Medici Senza Frontiere (MSF) ha aperto un nuovo reparto di maternità. In questo periodo, su dieci letti occupati, quattro accolgono donne Rohingya che hanno subito violenze sessuali. Nella struttura, costruita per resistere alla stagione delle piogge, ci sono stanze private per le neo-mamme che potranno essere assistite senza il rischio che qualcuno le identifichi o ascolti ciò che dicono. Fuori dalla maternità, tre ostetriche di MSF, insieme a un'équipe di 50 volontarie Rohingya per lo più adolescenti, vanno di casa in casa per informare donne e ragazze della possibilità di ricevere assistenza medica e psicologica se hanno subito violenza sessuale. E c’è anche una linea telefonica dedicata creata da MSF per dare informazioni su dove rivolgersi per chiedere aiuto.

“Quando è iniziato l'afflusso di Rohingya, molte donne sono venute da noi dicendo: sono stata stuprata dai militari o da abitanti del Rakhine: cosa posso fare?” racconta Roksana, ostetrica di MSF. Nove mesi dopo il picco delle violenze, le sopravvissute continuano a farsi avanti. “Arrivano ancora ogni giorno. Capita che in un primo momento non vogliano condividere le loro storie e devo incoraggiarle a parlare. Offro loro un primo soccorso psicologico. Dico: non è colpa tua, non aver paura, siamo qui per aiutarti”.

A causa della stigmatizzazione associata alla violenza sessuale, le sopravvissute corrono il rischio di essere respinte dalla comunità se la loro esperienza diventa pubblica. Per la loro sicurezza, ricevono una parola d'ordine riservata e una scheda con un simbolo speciale per identificarsi con il personale di MSF. L'aiuto offerto comprende assistenza psicologica, assistenza medica e consultazioni presso agenzie specializzate se necessario.

Le organizzazioni che offrono servizi specializzati aiutano le donne incinte a causa di stupri a trovare un luogo sicuro dove trascorrere gli ultimi mesi prima di partorire nell'ospedale di MSF. Se la madre non è in grado o non è disposta a tenere il bambino, può anche aver bisogno di aiuto per trovare genitori adottivi. Altre scelgono di interrompere la gravidanza per disperazione, spesso in maniera poco sicura e mettendo a rischio la loro vita. I farmaci per indurre l'aborto sono facili da reperire nei campi, ma di solito senza istruzioni per l'uso.

“Utilizzati nel modo giusto, questi farmaci sono l'opzione più sicura” spiega Yvette Blanchette, responsabile delle attività ostetriche di MSF a Kutupalong. “Utilizzati nel modo sbagliato, comportano il rischio di considerevoli perdite di sangue e gravi infezioni. Abbiamo assistito a morti materne in seguito a pratiche di aborto non sicure”.

Quattro donne Rohingya su cinque partoriscono a casa. “Sembra più un pronto soccorso che una normale sala parto”. Al di là dei casi di stupro, nella clinica di MSF vengono ricoverate pazienti con emergenze mediche come eclampsia, emorragia post-parto, sepsi. Tra le donne Rohingya solo una minoranza sceglie l’ospedale, quattro su cinque partoriscono a casa, limitando il ricorso all’assistenza medica solo in caso di complicazioni. Ma casa, nella regione di Cox’s Bazar, è una capanna di bambù con un pavimento di terra e un tetto di cerata o politene sfilacciato, l'acqua deve essere estratta dalla pompa più vicina e le latrine comuni spesso traboccano. Di notte i campi non hanno luce e le strade ripide e strette sono scivolose. I ponti sono sospesi sopra paludi e ruscelli fangosi. Una corsa in ambulanza significa stare appollaiate su una sedia di plastica legata a due pali di bambù trasportati sulle spalle di due giovani.

“Le donne che presentano complicanze durante il travaglio, soprattutto di notte, di solito rimangono dove sono. Quando arrivano in ospedale spesso sono in condizioni davvero precarie” dichiara Yvette Blanchette di MSF. “I parti senza complicanze nell'ospedale di Kutupalong sono l'eccezione, più che la regola. Sembra più un pronto soccorso che una normale sala parto”.

Il nuovo centro di maternità di MSF, costruito con una struttura robusta di cemento, metallo e mattoni, è parte di un piano ambizioso per ricostruire un intero ospedale per rispondere alle esigenze mediche dei rifugiati e della comunità locale.“Ci sono anche momenti preziosi. Come quando gestiamo un caso ostetrico complesso e la mattina arrivo in reparto e vedo la paziente seduta sul letto col sorriso sul viso. A volte, queste donne sono quasi irriconoscibili, sembrano così trasformate e piene di vita dopo essere rimaste in bilico tra la vita e la morte per ore o giorni. Questo rende la mia giornata davvero speciale” racconta Yvette Blanchette di MSF.

Nati con un futuro incerto

Dall'anno scorso, le nascite dei bambini Rohingya in Bangladesh non sono state registrate. I bambini Rohingya nati qui non avranno certificato di nascita, non avranno lo status di rifugiato e saranno senza cittadinanza. Non riceveranno un'istruzione formale e non avranno opportunità di impiego. Inoltre, la loro libertà di movimento finisce al posto di blocco appena a nord dei campi.

 

Pubblicato in Dal mondo

Esce per Altreconomia edizioni, con il contributo di Fondazione Finanza Etica,  “La Guida eretica alla finanza globale”. Un’esplorazione sul campo, non convenzionale e intrigante, del mondo finanziario. Brett Scott, ecologista urbano e giornalista, intraprende audaci “esplorazioni antropologiche della finanza e di altri aspetti dei sistemi economici”. Siamo a Londra nel 2008, alla vigilia dalla crisi: Brett Scott viene assunto come intermediario di derivati: una posizione privilegiata che gli consente una visione da insider della finanza globale. Scott entra nel cuore del sistema come un vero e proprio “hacker della finanza”: in questo modo non solo illustrerà in modo efficace i concetti, gli strumenti e gli attori protagonisti del sistema ma ne romperà gli schemi culturali, fornendo al lettore la chiave d'accesso per boicottarlo e sovvertirlo. 

Un approccio eretico che propone di “mettere i bastoni tra le ruote”, sviluppando l’attivismo finanziario e i modelli imprenditoriali alternativi. Ciascuno di noi può così partecipare alla costruzione di un sistema finanziario più democratico, “in una prospettiva hacker, ovvero combinando un gesto di ribellione con un atto di ri-cablaggio creativo”.

Scrive Scott:“Immergersi in culture che sostengono credenze diverse (dalle proprie, ndr) rompe l’equilibrio della nostra mente, introducendo punti di riferimento conflittuali che creano dissonanze cognitive. Ad esempio, negli anni 70, l’agente infiltrato Joseph Pistone (alias Donnie Brasco) si infiltrò così tanto nella mafia che ne incorporò la struttura cognitiva”. Questo, spiega Scott, sta alla base del diventare un “eretico”, come lo descrive Tommaso d’Aquino: qualcuno che riesce a guadagnarsi l’accesso ai dogmi e che al tempo stesso li sovverte. “Questo è diventare un hacker della cultura”.

Per usare la metafora dell'autore: “L’attuale regime (è) come un giardino ‘pubblico’ con un pericoloso livello di monocoltura, lisciviazione del suolo, e pieno di scarichi tossici di fertilizzanti sintetici. Una vibrante comunità di costruttori di alternative vi getterà dentro una bomba di semi (…) con l’obiettivo di creare folli ed avvincenti cluster di flora finanziaria”. In un’esplosione di proposte, Scott invita quindi gli “attivisti della giustizia economica” a unirsi - “anche tra persone con culture diverse” - a sporcarsi le mani e ad agire per indirizzare il denaro verso progetti di finanza sociale e ambientalepiuttosto che verso attività speculative: ad esempio lanciando un hedge fund specializzato in finanziamenti realmente alternativi o creando una rete di start up autofinanziate attraverso le piattaforme di finanza peer-to-peer o sviluppando sistemi di scambio alternativi, come il timebanking e così via. 

“La Guida eretica alla finanza globale” è un racconto avvincente, originale e ricco di aneddoti e posizioni eterodosse, che riesce a rendere accattivanti tematiche spesso considerate ostiche. “La Guida Eretica - così lo definisce l'autore - è un menù degustazione, contenente vari e interessanti approcci alla riformulazione del sistema finanziario (…); di tanto in tanto anche io mi sono riletto per seguire i miei stessi consigli”.  

“Ma il mio libro preferito sulla finanza - conclude Scott - si chiama Moby Dick. Ripercorre la storia di Ishmael, che si unisce a un gruppo eterogeneo d’investitori azionari non diversificati, ma energici, che sono alla ricerca di una balena bianca. Non sono nemmeno sicuri se la balena esista o se sia solo una proiezione della loro immaginazione. Se non potete leggere che un solo un capitolo, leggete quello intitolato ‘Pesce Legato e Pesce Libero’. Si concentra sui titoli di proprietà. Chiunque spende energia lanciando il proprio arpione nella balena può sostenere di possederla. Se il colpo va a segno, è un Pesce Legato. Se va a vuoto, è un Pesce Libero. Il capitolo termina con la frase: ‘E tu, lettore, che altro sei, se non un pesce libero e un pesce legato assieme?’ [...] forse è questo il punto. La finanza è un insieme di strumenti, tecniche e relazioni interconnesse, in attesa di essere hackerato. Come diceva Erich Fromm, ‘la creatività richiede il coraggio di lasciar andare le certezze’. Quindi va’ in alto mare, Ishmael. Fallo e basta”. 

Con la prefazione dell’autore all’edizione italiana e un intervento di Andrea Baranes della Fondazione Finanza Etica, che ha contribuito alla realizzazione del libro. “Il contributo di Fondazione Finanza Etica alla realizzazione di questo libro - spiega il presidente di FFE Andrea Baranes - si inserisce in una più ampia azione di educazione critica alla finanza, che parte dall’analisi dei problemi e degli impatti dell'attuale sistema finanziario, per proporre poi delle soluzioni e alternative. Il libro di Brett Scott va esattamente in questa direzione: punta a coinvolgere direttamente il lettore, non solo spiegandogli in maniera semplice cosa non funziona, ma spingendolo ad attivarsi in prima persona per cambiare le cose”.

Ha scritto del libro: Tony Greenham, Head of Finance and Business alla “The New Economics Foundation”. “Il denaro è potere, ma lo è anche la conoscenza. Non si cambierà il mondo con le regolamentazioni, ma solo con la forza dei cittadini che hanno il potere di agire. Il libro di Brett Scott è divertente, ricco di informazioni e buone idee su come possiamo impegnarci e cambiare la finanza globale alle nostre condizioni”. Afferma Ha-Joon Chang, economista e docente all’Università di Cambridge, autore di “23 cose che non vi hanno detto sul Capitalismo”: “Questo libro offre uno sguardo unico sul nostro sistema finanziario, basato sull’insolita avventura personale dell’autore: non solo ci fornisce una guida facile da usare per il complesso labirinto della finanza moderna, ma ci dice anche come utilizzarla e sovvertirla per scopi sociali e in modi innovativi”. 

Traduzione di Rodolfo Maggio. La copertina è opera del noto illustratore Ivan Canu, salzmanart.com“La Guida eretica alla finanza globale. Hackerare il futuro del denaro”, di Brett Scott - 256 pagg., 14,90 euro - Altreconomia edizioni. Con la prefazione dell’autore all’edizione italiana e un intervento di Andrea Baranes, di Fondazione Finanza Etica. In libreria e su altreconomia.it. 

L'autore

Brett Scott, giornalista e attivista, si definisce “alternative finance explorer”: si occupa di campagne finanziarie e finanza alternativa, fondendo le esperienze dei movimenti ambientali e sociali, la nascita di start up, i derivati (è un ex-broker), la musica blues e l’antropologia economica.  Ha lavorato, tra l’altro, su hedge fund, mercati delle materie prime, aspetti economici del cambiamento climatico e attività bancarie socialmente responsabili. È Senior Fellow del Finance Innovation Lab, tiene corsi all’University of the Arts di Londra e alla London School of Financial Arts. Ha scritto per The Guardian, Wired Magazine, New Scientist, The Ecologist, The New Internationalist, openDemocracy e This Is Africa (Financial Times).

 

Pubblicato in Economia sociale

Alla vigilia dell’anniversario della “liberazione” di Raqqa dal gruppo armato auto-proclamatosi Stato islamico, dalle macerie gli abitanti si chiedono ancora perché la coalizione militare diretta dagli Usa abbia distrutto la città e ucciso centinaia di civili. Attraverso visite a 42 siti teatro dei bombardamenti della coalizione e interviste a 112 abitanti sopravvissuti alla carneficina in cui hanno perso i loro cari, Amnesty International ha redatto il rapporto “Guerra di annichilimento: devastanti perdite di vite umane a Raqqa, Siria” nel quale solleva dubbi sulle dichiarazioni della Coalizione secondo cui le sue forze hanno fatto quanto necessario per ridurre al minimo le perdite civili. 

Il rapporto racconta in dettaglio le storie di quattro famiglie devastate dagli incessanti bombardamenti aerei. Complessivamente, tra vicini e parenti, le quattro famiglie hanno perso 90 persone (una sola famiglia ha avuto 39 vittime), in quasi tutti i casi per responsabilità della coalizione. Questi quattro fanno parte di un numero assai maggiore di attacchi la cui analisi porta alla conclusione che molti di essi, uccidendo e ferendo civili e distruggendo abitazioni e infrastrutture, abbiano violato il diritto internazionale umanitario.

“Quando un così alto numero di civili viene ucciso di attacco in attacco, c’è evidentemente qualcosa che non va. Ciò che rende la tragedia persino peggiore è che molti mesi dopo non ci sono indagini. Le vittime meritano giustizia”, ha dichiarato Donatella Rovera, alta consulente di Amnesty International per le risposte alle crisi.  “L’affermazione della coalizione che la sua campagna di attacchi aerei di precisione abbia permesso di liberare Raqqa causando assai poche vittime civili non sta in piedi. A Raqqa abbiamo visto un livello di distruzione assimilabile a qualsiasi altra situazione vista in decenni di analisi dell’impatto delle guerre”, ha aggiunto Rovera.

“I quattro anni di dominio dello Stato islamico su Raqqa sono stati pieni di crimini di guerra. Ma le violazioni commesse dallo Stato islamico, compreso l’uso degli scudi umani, non solleva la coalizione dai suoi obblighi di prendere tutte le precauzioni possibili per ridurre al minimo le perdite civili. A radere al suolo la città e a uccidere e ferire così tanti civili è stato il ripetuto uso di armi esplosive in zone popolate dove era noto che erano intrappolati dei civili. E le armi di precisione sono precise solo quando lo è l’obiettivo scelto da colpire”, ha sottolineato Rovera.

Una “guerra di annichilimento”

Poco prima dell’inizio della campagna militare, il segretario Usa alla Difesa James Mattis promise una “guerra di annichilimento” contro lo Stato islamico.
Dal 6 giugno al 12 ottobre 2017 le operazioni militari della coalizione per liberare la cosiddetta “capitale” dello Stato islamico uccisero o ferirono migliaia di civili e distrussero buona parte della città. Abitazioni, edifici pubblici e privati e infrastrutture furono rase al suolo o danneggiate in modo da non poter essere più riparate. 

Gli abitanti finirono in trappola, nel fuoco incrociato in corso nelle strade di Raqqa tra i militanti dello Stato islamico e i combattenti delle Forze democratiche a guida curda sostenuti dagli incessanti attacchi aerei e di artiglieria della coalizione. Lo Stato islamico minò le strade d’uscita e sparò contro chi cercava la fuga. Centinaia di civili vennero uccisi nelle loro case, nei luoghi in cui avevano cercato rifugio o mentre tentavano di fuggire.

Gli aerei statunitensi, britannici e francesi portarono a termine decine di migliaia di attacchi aerei: le forze Usa hanno ammesso di aver esploso 30.000 colpi di artiglieria e di aver compiuto il 90 per cento degli attacchi aerei. 

“Un alto ufficiale statunitense ha dichiarato che a Raqqa sono stati esplosi più colpi di artiglieria dalla fine della guerra del Vietnam. Dato che hanno un margine di errore di oltre 100 metri, non ci si deve meravigliare che il risultato sia stato un massacro di civili”, ha commentato Rovera.

Una carneficina di civili

Le vittime menzionate nel rapporto di Amnesty International appartenevano a ogni strato socio-economico di Raqqa e avevano un’età compresa tra uno e 80 anni. Alcune erano state costrette a rimanere in città non potendo permettersi di pagare un trafficante. Altre, dopo aver lavorato per tutta la vita, temevano di avere troppo da perdere lasciandosi alle spalle le case e i negozi. Le loro terribili storie e le immense perdite subite contrastano completamente con le ripetute affermazioni della coalizione, secondo le quali sono state utilizzate grandi cautele per ridurre al minimo le perdite civili.

Nel settembre 2017, al culmine del conflitto, il comandante della coalizione generale Stephen Townsend, scrisse che “non c’è[ra] mai stata una campagna aerea più precisa nella storia dei conflitti armati”. Munira Hashish, sopravvissuta ai bombardamenti, racconta una realtà diversa: “Chi rimaneva moriva, chi cercava di fuggire moriva. Non avevamo i soldi per pagare i trafficanti, eravamo intrappolati a Raqqa”. Alla fine, la donna e i suoi figli sono riusciti a salvarsi passando attraverso un campo minato “camminando sul sangue di coloro che erano saltati in aria prima”.

Le quattro famiglie di cui parla il rapporto hanno sofferto l’indicibile

Gli Aswad erano una famiglia di commercianti che avevano lavorato duro per potersi costruire una casa. Alcuni di loro erano rimasti lì, rifugiati nella cantina, per proteggere i loro beni dai saccheggi. Ma il 28 giugno un bombardamento della coalizione distrusse l’edificio, uccidendo otto civili, quasi tutti bambini. Un altro parente morì saltando su una mina collocata dallo Stato islamico mentre stava cercando di rientrare in città per recuperare i corpi. Nonostante ripetuti tentativi di fuga, gli Hashish hanno perso 18 parenti, soprattutto donne e bambini, nel corso di tre settimane dell’agosto 2017. Un attacco aereo ne uccise nove; sette morirono sulle mine dello Stato islamico e altri due a seguito di un colpo di mortaio esploso dalle Forze democratiche siriane. 

La storia della famiglia Badran spiega meglio di tutte quanto fosse drammatica la situazione dei civili intrappolati a Raqqa. Nel corso di alcune settimane, 39 parenti restarono uccisi in quattro distinti attacchi aerei della Coalizione, mentre si spostavano da un luogo all’altro cercando disperatamente di stare lontano dalla mutevole linea del fronte.  “Pensavamo che le forze che erano venute ad espellere Daesh [lo Stato islamico] avrebbero dovuto sapere cosa fare, prendere di mira Daesh e risparmiare i civili. Ci siamo resi conto di quanto fossimo ingenui. Quando capimmo quanto fosse pericoloso spostarsi da un posto all’altro, era troppo tardi. Eravamo già in trappola”, ha raccontato ad Amnesty International Rasha Badran. Dopo diversi tentativi di fuga, lei e suo marito riuscirono finalmente nell’intento, lasciando alle spalle la loro intera famiglia, compreso il loro unico figlio Tulip, di un anno, che poi dovettero seppellire accanto a un albero.

Durante le ultime ore della battaglia, il 12 ottobre 2017 un raid della coalizione nel quartiere di Harat al-Badu, dove era noto che lo Stato islamico usasse civili come scudi umani, eliminò l’intera famiglia Fayad. La morte di Mohammed “Abu Saif” Fayad e di 15 tra vicini e parenti fu tanto più insensata dato che, solo poche ore dopo, un accordo tra le Forze democratiche siriane e la coalizione con lo Stato islamico consentì ai combattenti dello Stato islamico ancora in città di uscire liberamente da Raqqa.

“Se la coalizione e i loro alleati delle Forze democratiche siriane erano pronti a garantire un passaggio sicuro d’uscita e di conseguenza l’impunità ai combattenti dello Stato islamico quale possibile vantaggio militare sarebbe stato ottenuto distruggendo praticamente un’intera città e uccidendo così tanti abitanti?”, si è chiesto Benjamin Walsby, ricercatore di Amnesty International sul Medio Oriente.

Potenziali crimini di guerra

Quelli descritti nel rapporto sono un esempio di un modello più ampio di attacchi da parte della coalizione. Vi sono prove consistenti che i bombardamenti e gli attacchi con l’artiglieria hanno ucciso e ferito migliaia di civili, anche a seguito di attacchi sproporzionati o indiscriminati in violazione del diritto internazionale umanitario e che dunque devono essere considerati potenziali crimini di guerra.

Amnesty International ha scritto a funzionari della Difesa di Usa, Regno Unito e Francia - gli stati che hanno compiuto attacchi aerei su Raqqa - chiedendo ulteriori informazioni sugli attacchi riportati nel rapporto e su ulteriori attacchi del genere. L’organizzazione per i diritti umani ha chiesto dettagli sulle tattiche della coalizione, sui metodi d’attacco, sulla scelta degli obiettivi, delle precauzioni prese in vista degli attacchi e su eventuali indagini svolte. Amnesty International sollecita gli stati e le forze della coalizione a indagare in modo imparziale e approfondito sulle denunce di violazioni e di vittime civili e a rendere pubbliche la dimensione e la gravità delle perdite di vite civili e della distruzione di proprietà civili a Raqqa.

Questi soggetti dovrebbero rendere noti i risultati delle loro indagini e ogni informazione-chiave sugli attacchi in modo da poter valutare se sia stato rispettato il diritto internazionale umanitario. Essi dovrebbero inoltre rivedere le procedure sulla base delle quali verificano l’attendibilità delle denunce di vittime civili, assicurare giustizia e riparazione alle vittime delle violazioni e assumersi una maggiore responsabilità nel collaborare all’immane opera di rimozione delle mine e di ricostruzione di Raqqa. 

“I civili stanno tornando a Raqqa in mezzo alle rovine, ancora intenti a tirare fuori i loro cari dalle macerie e col costante rischio di morire o rimanere feriti a causa delle mine, di ordigni rudimentali e congegni esplosivi. Il rifiuto della coalizione di riconoscere il suo ruolo in questa catastrofica situazione aggiunge beffa al danno”, ha concluso Walsby.

Pubblicato in Nazionale

Nella giornata del 3 giugno, una breve ma violenta eruzione esplosiva ha interessato il Volcan de Fuego (Vulcano di fuoco) a sud-ovest di Guatemala City, capitale del Guatemala, causando la morte di almeno 25 persone, numerosi feriti e danni agli abitati. L'eruzione è iniziata poco prima delle 06:00 (ore locali), mentre il vulcano era coperto di nuvole.

L'attività si è rapidamente intensificata, generando una colonna eruttiva alta 10 chilometri sopra il livello del mare e flussi piroclastici, che hanno raggiunto distanze di circa 8 km dal cratere, soprattutto sui fianchi occidentale, meridionale e orientale del vulcano. I flussi hanno invaso un golf resort, l'abitato di El Rancho e diverse strade sul versante meridionale. Ricadute di cenere vulcanica hanno interessato un vasto settore a est del vulcano, causando anche la chiusura dell'aeroporto della capitale, Città del Guatemala. L'attività parossistica è andata avanti per diverse ore, diminuendo di intensità nel pomeriggio, per concludersi in serata, dopo circa 16 ore. 

Questa eruzione è la più recente e violenta di una lunghissima sequenza di brevi episodi parossistici iniziati nel 1999. Solo dal 2015 se ne sono contati circa 30. Generalmente questi episodi sono caratterizzati da una durata media di meno di 24 ore, con forte attività da stromboliana a vulcaniana e intermittenti fontane di lava, emissione di colate laviche e produzione di flussi piroclastici. In passato si erano già verificate eruzioni sia di più lunga durata (settembre 1977 – agosto 1979) ma di modesta intensità, sia di breve durata (da poche ore a diversi giorni) ma fortemente esplosive (1880, 1932, 1974). Quella di ieri è sicuramente l'eruzione più violenta, dopo quella del 1974, e probabilmente la più devastante in tutta la storia documentata.

I prodotti del Fuego sono tipicamente di composizione basaltica e la marcata esplosività delle sue eruzioni è dovuta all'alto contenuto in gas dei suoi magmi. Il Volcan de Fuego è oggetto di studio di ricercatori di tutto il mondo. Anche l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha svolto in passato attività di ricerca su questo vulcano per caratterizzarne l'attività eruttiva. Nel 2012 ricercatori del Laboratorio HPHT di Geofisica e Vulcanologia sperimentali dell'INGV hanno applicato nuove tecniche osservative per la misura dei parametri eruttivi durante le esplosioni del Volcan de Fuego, utilizzando telecamere termiche e ad alta velocità 

 

Pubblicato in Ambiente&Territorio

Si è conclusa la Stagione Teatrale dell’Everest curata da Industria Scenica, dopo un anno di spettacoli di sperimentazione e di ricerca dal carattere multidisciplinare. Il palcoscenico della storica ex-balera, oggi spazio polifunzionale, sede d’arte e cultura della comunità di Vimodrone, ha ospitato una programmazione teatrale incentrata su tematiche sociali legate alla società contemporanea. Le performance sono state spesso seguite da dibattiti e interventi di registi, attori e operatori, esperti del settore teatrale.

La Stagione Teatrale 2017/2018 dell’Everest in breve: un percorso d’attualità Importante e decisamente incisivo, l’opening di Stagione con Passione di Laura Curino - una delle più straordinarie interpreti del teatro civile in Italia. L’appuntamento successivo è stato un viaggio teatrale insieme a Walter Bonatti con In capo al mondo di Teatro Invito, per vivere il fascino dell’avventura e delle conquiste. Di importante richiamo del tragico passato della nostra Storia contemporanea, lo spettacolo Testastorta. La Storia Inventata di Manuel Renga, regista della compagnia Chronos3 e co-direttore artistico del Teatro Libero di Milano. La serata è stata organizzata in occasione delle manifestazioni legate alla Giornata della Memoria.

Nel mese di febbraio, la Stagione Teatrale ha raggiunto una fase calda per Industria Scenica: prima la celebrazione dei dieci anni della sua compagnia Elea Teatro, che ha riportato in scena il primo spettacolo Pout Pourri, poi la presentazione di Share3, il sodalizio teatrale fra Elea, Teatro Ex Drogheria e Francesca Franzé. Entrambi gli appuntamenti sono stati sia un momento di incontro per il pubblico fedele alle attività dell’Everest sia un modo per alzare il sipario sulla produzione artistica di Industria Scenica, mostrando, agli operatori teatrali e ai giornalisti presenti, l’intera realtà della Cooperativa. A marzo abbiamo ospitato Mafia Liquida di Cinemovel Foundation con, a seguire, un dibattito stimolante e partecipativo sulle problematiche legate all’illegalità e alla criminalità organizzata.

La Stagione Teatrale si e’ conclusa con Alan e il mare di Giuliano Scarpinato, che ha saputo incantare il pubblico con la messa in scena di un viaggio immaginifico in fondo al mare, connesso all’attualissima tematica dei migranti. Infine, l’appuntamento fuori Stagione: Industria Scenica ha accolto la celebre compagnia internazionale di circo contemporaneo Libertivore, in occasione della preview del Festival Tendenza Clown di CLAPSpettacolodalvivo (fino al 7 maggio al Teatro Franco Parenti), che ha portato per la prima volta un lavoro circense all’Everest.

Dopo questo percorso scenico interessante e stimolante, Industria Scenica tornerà a ottobre con la Stagione Teatrale 2018/2019 ricca di nuove proposte. I numeri 11​ spettacoli 1200​ spettatori 11 enti e associazioni coinvolte: CAI, ANPI, Amnesty International Lombardia, Biblioteca "Lea Garofalo", Comune di Vimodrone - Assessorato alle Pari Opportunità, Fondazione Cinemovel, Rete Antimafie Martesana, Ass. NonSoloMamme, CREMIT - Università Cattolica, Ass. Teatro delle Biglie, Civico97 1 coworking teatrale: progetto Share3 con Elea Teatro, Francesca Franzé e Teatro Ex Drogheria Industria Scenica ​nasce nel 2012 con l’idea di progettare e realizzare percorsi che integrano le arti performative con il sociale, la formazione con lo sviluppo personale e ricreativo del singolo e della collettività.

Negli anni è rimasta coerente con il suo percorso, credendo in una drammaturgia di comunità e nella produzione di spettacoli teatrali a partire da tematiche sociali. Per farlo, si serve di uno spazio storico e alternativo, un ex post-lavoro dell’età di quarant’anni, una balera, che ha accolto migliaia di persone di passaggio e non, l’Everest. L’Everest è sede di Industria Scenica dal 2014 e le cinque menti artistiche che l’hanno fondata - Andrea Veronelli, Serena Facchini, Isnaba Miranda, Ermanno Nardi e Francesca Perego - tutt’oggi la fanno crescere scalandone la vetta.

Oggi Industria Scenica collabora con numerose compagnie teatrali, produce spettacoli di sperimentazione, lavora su interventi di drammaturgia di comunità e coesione sociale, progetti di peer education, media education, percorsi di formazione teatrale e video, performance interattive e visite di tourism theatre. Ha anche una sua compagnia, Elea Teatro​, con dieci anni di esperienza e spettacoli all’attivo. Per la stagione teatrale 2017/2018, Industria Scenica collabora con: Comune di Vimodrone, Mibact, Circuito Ministeriale Multidisciplinare della Lombardia C.L.A.P.Spettacolodalvivo, Regione Lombardia e Fondazione Cariplo.

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"[...] Pensavo di trovare in Italia uno spazio di vita, una ventata di civiltà, un'accoglienza che mi permettesse di vivere in pace e di coltivare il sogno di un domani senza barriere né pregiudizi. Invece sono deluso. Avere la pelle nera in questo paese è un limite alla convivenza civile. Il razzismo è anche qui: è fatto di prepotenze, di soprusi, di violenze quotidiane con chi non chiede altro che solidarietà e rispetto. Noi del terzo mondo stiamo contribuendo allo sviluppo del vostro paese, ma sembra che ciò non abbia alcun peso. Prima o poi qualcuno di noi verrà ammazzato ed allora ci si accorgerà che esistiamo."

Jerry Essan Masslo

 

Sacko Soumayla è stato ammazzato. Del suo assassino non sappiamo quasi nulla, se non che è un prodotto della nostra epoca, un razzista armato che si sente legittimato a sparare. Leggendo i giornali questa legittimazione aumenta: "esasperati", "proprietà privata", "invasione", "finita la pacchia". Il problema non sono nemmeno i giornalisti delle testate nazionali che si adeguano al vento che cambia. Gli embedded ci sono sempre stati in ogni guerra che si rispetti e che i generali vogliano raccontare; non colpisce nemmeno più di tanto che ci siano giornalisti che spieghino che a chi ruba può capitare di essere sparato.

Il problema è il bisogno che abbiamo noi di "spiegare". Non era un ladro, stava recuperando, da una fabbrica in disuso, delle lamiere per costruire un riparo di fortuna. Non era un clandestino, aveva un permesso di soggiorno. Era addirittura sindacalizzato e esponente dell'Usb.

Ecco, questo il problema.

Davanti a qualcuno che spara per uccidere sentiamo il bisogno di spiegare perché sia sbagliato ammazzare quella persona. In questo modo rafforziamo il racconto fatto dai giornalisti embedded in maniera speculare. Quello che non ritroviamo oggi è una notizia semplice: in un luogo di sfruttamento è stato ucciso un sindacalista, il mondo del lavoro e tutte le organizzazioni sindacali hanno indetto lo sciopero (generale, sociale, selvaggio, fate voi come vi pare).

Questo è il tema. Tutti sappiamo che il made in Italy si regge sullo sfruttamento: le eccellenze agroalimentari del nostro Paese valgono due euro l'ora a persone a cui non vogliamo dare ospitalità e che sopravvivono in baraccopoli fatte di plastica e lamiere (sì, quelle che si recuperano, anche, in fabbriche abbandonate). Questo significa parlare di lavoro, e quale lavoro, significa parlare di contratti e di retribuzione, significa parlare di diritti e di abitare. Forse per questo si preferisce parlare di "morto ammazzato mentre rubava": è più facile e rassicurante.

Di facilità e rassicurazioni ne avremo assai bisogno nei prossimi anni, quelli in cui saremo governati dal "cambiamento". Appena insediato il Ministro dell'Interno ha ringraziato il predecessore per aver già fatto il lavoro sporco. Al nuovo ministro solo il compito di peggiorare, se possibile, il suo operato. Far finire la pacchia a chi vive nelle baraccopoli. Non è tutto uguale, il governo attuale non è uguale al precedente, ma ne è la logica e naturale progenie, più arrogante e maggiormente pericolosa.

Quello che si è fatto in questi anni è stato spostare completamente un corpo sociale. Minniti e Orlando, da ministri, con le leggi differenziali, i Daspo urbani contro i poveri nelle nostre città, gli accordi a suon di euro con i clan libici per "trattenere" nei campi di concentramento in Libia più migranti possibili. Serracchiani, come vice presidente nazionale del PD e presidente della regione FVG, con "lo stupro è peggiore se commesso da un migrante". Renzi, allora segretario nazionale dello stesso Partito Democratico, con la non inedita frase "aiutiamoli a casa loro". Nardella, da sindaco di Firenze, in seguito all'assassinio di Idy Diane, con l'espressione di cordoglio, anche per le fioriere sfasciate dalla rabbia di chi subisce quotidianamente il razzismo sulla propria pelle.

La lista sarebbe ancora lunga, troppo, una sequela di parole, azioni e leggi conseguenti. Tutto questo è arrivato a compimento di vent'anni di "lavoro a distruggere". Oggi abbiamo un Ministro dell'Interno che parla di far finire la pacchia ai clandestini e "dichiara insulto" alla Tunisia, non una parola sull'omicidio di Sacko Soumayla. Abbiamo un Ministro del Lavoro che niente sembra abbia da dire sull'assassinio di un sindacalista.

Ma questo è l'effetto, la causa è il problema, e il sintomo della malattia che stiamo vivendo si manifesta tutto nella diversità tra due morti sparati: Jerry Essan Masslo a Villa Literno, nell'agosto del 1989 e Sacko Soumayla, nei campi di Reggio Calabria, due giorni fa.  Dopo la morte di Masslo ci fu una mobilitazione enorme, la CGIL chiese i funerali di Stato che si tennero pochi giorni dopo e videro la presenza del vicepresidente del consiglio Gianni De Michelis. 200.000 persone sfilarono a Roma contro il razzismo, una mobilitazione che portò il governo Andreotti a varare la cosiddetta "legge Martelli" in cui si riconosceva lo status di rifugiato per i richiedenti asilo politico anche dai paesi extraeuropei. Ci fu un sussulto di dignità, il corpo sociale del Paese non stava bene ma era ancora vivo.

Vedendo le reazioni di oggi, o l'assenza delle stesse, viene da pensare che si è lavorato molto per ammazzarlo, questo corpo sociale. Solo che di questo corpo sociale, o di quel che ne rimane, dovremmo farne parte anche noi, operatori sociali, cooperative sociali, associazioni, realtà impegnate nella quotidianità in quei campi e in quelle periferie, ma, evidentemente, siamo troppo occupati a tentare di sopravvivere per riuscire a vivere.

Oggi, però, la sopravvivenza, per come la conosciamo, quella del "io speriamo che me la cavo", non funziona più, la scorciatoia individuale trova sempre più spesso il sentiero franato e la strada chiusa e ancora una volta l'unica via d'uscita è quella collettiva. Riuscirci o meno dipende soprattutto da noi, dal modo in cui decidiamo di stare dentro le dinamiche della nostra società, perché è vero che esiste un noi e un loro, ma la differenza non è data dal colore della pelle ma dalle condizioni materiali di vita e dalla voglia di mantenere l'istinto di trasformazione dell'esistente.

Bisognerebbe capire se questo"noi" ha voglia di riconoscersi e manifestarsi, soprattutto riconoscendo che parte di questo noi sono le persone che quei campi li vivono da sfruttati. Persone che molto spesso sono passate dai nostri "percorsi di accoglienza", uomini e donne verso cui il nostro approccio, troppo spesso paternalista, evidentemente è stato molto più "rassicurante" per il "committente" che "emancipatorio" per chi l'ha vissuto. Un ruolo da controllori sociali che ha evidentemente contribuito ad arrivare fino al punto in cui siamo. Visto che siamo parte del problema, abbiamo la capacità e voglia di essere parte della soluzione iniziando con il mettere in discussione il modo in cui gestiamo l'accoglienza e corrispondiamo al mandato che ci viene conferito?

Può sembrare banale la domanda, sicuramente però la capacità di dare risposta a questo quesito ci permetterà di capire dove vogliamo andare e soprattutto decidere con chi condividere quel "noi" che può fare la differenza.

Alessandro Metz - operatore sociale

 

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