Login to your account

Username *
Password *
Remember Me
Lunedì, 10 Dicembre 2018

Articoli filtrati per data: Venerdì, 06 Luglio 2018 - nelPaese.it

"Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare".

Ci ho pensato su a lungo, prima di commentare l'ennesimo sproloquio del Ministro degli Interni. Siamo sempre indietro, rispetto ai vari compiti in cui siamo impegnati, e ci mancherebbe solo che perdessimo il nostro tempo a commentare ogni chiacchiera da bar (pardon, siamo irrimediabilmente démodé: oggi si chiamano social, tweet et similia, ed il pettegolezzo tecnologizzato assurge perfino a dimensione intellettuale).

Ma poi veniamo disturbati da due dati di fatto semplici semplici, che ci costringono a vincere la forte ritrosia a perdere tempo nell'inseguire un personaggio che - come d'altronde tutti i politici odierni - parla liberamente occupando il tempo altrui, in una vera e propria "guerra di dissuasione di massa".

Il primo fatto è che non si deve avere mai la puzza al naso. E come potremmo dimenticarlo noi, che abbiamo frequentato fin dall'infanzia riunioni di più o meno giovani operai, assoggettandoci perfino - da astemi - ai riti di iniziazione a suon di bicchieri di merlot e di grappa? Passando più tempo a montare e smontare capannoni di feste paesane, invece che leggere i pensosi editoriali della stampa di sinistra? (così, almeno, imparando qualche mestiere)

Il secondo fatto l'ho ricopiato sopra, ed è un testo, spesso citato come apocrifo brechtiano, del pastore Martin Niemöller (ci sono altre cose analoghe, ad esempio la poesia del pastore John Donne messa in exergo da Hemingway in "Per chi suona la campana", ma non vogliamo far mostra di aver letto troppi libri, che sennò sembra che ci vogliamo atteggiare ad intellettuali).

Ebbene Salvini, nella sua furia comunicativa – l'esperienza recente di Renzi non sembra ammonirlo sulla sindrome di saturazione che colpisce prima o poi i comunicatori compulsivi - si è dedicato anche alla legge 180, la cosiddetta "legge Basaglia" che iniziò a chiudere i manicomi a partire dal 1978, giusto quei quarant'anni fa che stiamo festeggiando in tutt'Italia (e nel mondo, che quella pratica e quella legge ci sta copiando, vera eccellenza del Made in Italy).

Nell'ordine, ecco cos'ha dichiarato il prolisso ministro, in mezzo ad altre cose: «(...) Un applauso agli uomini e alle donne delle Forze dell'Ordine, che ci difendono per 1200 euro al mese. Questi uomini saranno dotati di pistole elettriche nei prossimi mesi. Per essere più buoni, non più cattivi.

«Noi stiamo lavorando per un'Italia più buona. Penso alla assurda riforma che ha lasciato nella miseria migliaia di famiglie con parenti malati psichiatrici. «Qualche frustrato di sinistra è riuscito a dire che anche la tragedia successa qualche giorno fa al largo della Libia è colpa della Lega. Ringrazio uomini della Guardia Costiera libica che nel silenzio dei media hanno soccorso più di mille disperati» (cfr. https://www.facebook.com/legasalvinipremier/posts/1887098944666356)

Facile arrivare alle conclusioni, per chiunque non si sia comprato una laurea albanese come il "Trota", ma abbia imparato gratuitamente l'analisi logica nella Scuola Media Statale unificata dal "vecchio" centrosinistra di Fanfani e Nenni:

  • Lui "sta con le divise", come ha dichiarato dopo l'uccisione, per palese incapacità professionale di un poliziotto - uno di quelli, probabilmente, reclutati nella riserva di ex militari firmaioli "addestrati" nelle missioni coloniali all'estero PER MOLTO DI PIU' DI 1200 EURO AL MESE - di una persona in sofferenza a Genova;
  • Ergo: ad un insieme di polizie già pletorico, non coordinato e purtroppo fin troppo armato, si affidano nuovi strumenti di morte, come le pistole elettriche "taser", generalizzando quell'elettroshock che non è mai stato del tutto eliminato dal sistema sanitario italiano, a dispetto della legge 180. Ne deriveranno nuove morti, "grazie" soprattutto alla falsa idea che si tratti di attrezzi meno mortali delle armi da fuoco;
  • Sulla riforma psichiatrica, una realtà accettata da quasi tutto il mondo politico italiano - ci permettiamo di ricordare gli apprezzamenti di Silvio Berlusconi, che in passato non avallò i tentativi di controriforma da parte del loro stesso schieramento politico - Salvini fa demagogia, come su tanti altri temi, falsando la lettura di un'esperienza in gran parte positiva, e criticabile in parte solo in quanto, in varie parti d'Italia, la riforma stessa non è stata ancora del tutto attuata, per le resistenze delle baronie del settore, degli interessi della sanità privata e per l'arretratezza del ceto politico italiano (è proprio nella Lombardia centrodestra che la psichiatria non sta in moderni servizi territoriali di Salute Mentale, ma è ancora centrata sugli ospedali);
  • Infine, il legame tra questa ennesima lotta contro le persone che soffrono in Italia, e chi soffre altrove, come i migranti, con il plauso agli schiavisti mercenari ed islamisti, pomposamente definiti "Guarda Costiera libica".

Altri hanno già bene ricordato a Salvini quanto errata sia la sua posizione. Noi siamo convinti che l'ex "comunista padano" e frequentatore dal centro sociale Leoncavallo lo sappia benissimo. Il problema è che a lui, di chi non lavora, di chi è sfruttato lavorando, di chi soffre, non può fregargliene di meno.

Gian Luigi Bettoli - presidente Legacoopsociali Friuli Venezia Giulia

Pubblicato in Diritti&Inclusione

“I migranti ospitati nell’hotspot di Lampedusa, in particolare i cittadini tunisini, continuano a subire una limitazione arbitraria della libertà personale, restando confinati nel centro o sull’isola, anche in assenza di norme specifiche”.

È il quadro allarmante emerso grazie all’avvio delle attività di monitoraggio del  progetto pilota In Limine, nato da una collaborazione tra CILD, ASGI, IndieWatch e ActionAid. Il progetto ha l’obiettivo di realizzare indagini sulle dinamiche di arrivo, sull’accoglienza e sull’accesso alla protezione internazionale dei migranti che si trovano nell’hotspot di Lampedusa, e prevede l’utilizzo dello strumento del contenzioso strategico al fine di contrastare le violazioni dei diritti umani.

Che cos’è un hotspot? Rispondere a questa domanda dovrebbe essere semplice, in quanto gli hotspot rappresentano, da quasi tre anni, i centri utilizzati per gestire l’arrivo in Italia dei cittadini stranieri che percorrono la rotta del Mediterraneo centrale. “Al contrario – scrivono le associazioni - i caratteri principali degli hotspot continuano ad essere piuttosto incerti, in assenza di una normativa che definisca, in maniera organica, le procedure da applicare all’interno e la natura di tali centri”.

 Secondo le testimonianze raccolte dal progetto In Limine, i cittadini tunisini subirebbero “prassi discriminanti”: mentre per i cittadini provenienti dai paesi dell’Africa Subsahariana sembrerebbe essere quasi automatico l’avvio delle procedure per la richiesta di asilo, ai cittadini tunisini “verrebbero posti ostacoli all’accesso a tale procedura e non riceverebbero adeguate informazioni”. 

Queste procedure, spesso attuate soltanto in ragione del paese di provenienza, sono spesso propedeutiche al rimpatrio forzato in Tunisia. “Tali rimpatri avverrebbero in violazione della normativa vigente e sarebbero di natura collettiva. Occorre ricordare che tutti i cittadini stranieri, a prescindere dalla loro nazionalità, hanno diritto a presentare la richiesta di asilo”.

 “Oggi a Lampedusa l'assenza di una definizione della natura giuridica degli hotspot si unisce a forme di trattenimento informale che sono prive di base legale: il risultato è una situazione simile a quella che si concluse con la condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2016 con la sentenza Khlaifia e altri c. Italia”, dichiara Adelaide Massimi, che con Francesco Ferri coordina il progetto In Limine. I fatti risalgono al 2011 quando, in seguito agli eventi delle primavere arabe, un numero rilevante di cittadini stranieri arrivò sulle coste italiane. In tale circostanza alcuni cittadini tunisini erano stati illegittimamente privati della libertà personale motivo per il quale la Corte aveva condannato l’Italia. 

Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha quindi chiesto al Governo italiano di inviare, entro il 30 giugno del 2018,una relazione in merito alle azioni predisposte per evitare il ripetersi degli abusi già riscontrati dalla Corte, in quanto il Comitato dei Ministri non ha ritenuto sufficiente quanto comunicato dal Governo in data 11 settembre 2017 e 12 gennaio 2018.

 In attesa di leggere quanto sostenuto dal Governo, il progetto In Limine ha prodotto e inviato al Comitato dei Ministri un’articolata controrelazione che evidenzia come nell’hotspot di Lampedusa continuino a verificarsi violazioni significative.

Gli hotspot nascono per differenziare i richiedenti asilo dai cosiddetti migranti economici. Le procedure utilizzate per distinguere gli uni dagli altri continuano a essere piuttosto oscure e contraddittorie, soprattutto per ciò che attiene la limitazione della libertà personale, l’accesso alla procedura di asilo e le procedure di rimpatrio. “Ciò avviene  in violazione delle garanzie previste dall’articolo 13 della nostra Costituzione e della normativa nazionale ed europea sulla protezione internazionale”

Anche alla luce dell’ipotesi di apertura di ulteriori centri in Europa e nei paesi di origine e di transito – di cui si dibatte in queste settimane – “appare  urgente comprendere fino in fondo, a partire dalla ricerca sul campo, quali sono i caratteri determinanti dell’approccio hotspot, al fine di contrastare in maniera efficace le violazioni in corso ed evitare che si possano riprodurre su scala europea e africana”.

In Limine si propone di monitorare costantemente la gestione dei flussi migratori a Lampedusa. Saranno inoltre redatti articoli, documenti e interviste, a partire dalle testimonianze dei cittadini stranieri in transito per l’isola, al fine di raccontare le dinamiche e le relazioni tra i cittadini stranieri e le autorità italiane.

Pubblicato in Nazionale

Weekend numero sette per l'Onda Pride, la grande mobilitazione dell'orgoglio arcobaleno organizzata da Arcigay in rete con le altre associazioni del movimento lgbti.   Domani  l'Onda arcobaleno si tingerà di rosso, per aderire all'appello promosso da Libera, Arci, Anpi e Legambiente contro le politiche  razziste  di immigrazione del nostro Paese.

"L'Onda Pride - spiega Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay - in questo weekend in particolare, sottolinea il suo essere luogo di alleanze. La battaglia per i diritti, che quest'anno portiamo nelle strade e nelle piazze con 28 cortei, è una battaglia che non lascia indietro nessuno: per questo rilanciamo l'invito a portare indumenti rossi in manifestazione, per accendere i riflettori su quella che Don Ciotti ha definito l'emorragia di umanità che è in corso nel nostro Paese. Vestiremo di rosso per metterci nei panni di chi attraversa il mare in cerca di accoglienza, per gridare che quell'accoglienza è un diritto per loro e un dovere per noi".

Tre le città che domani scenderanno in piazza: appuntamento alle 15 ai Giardini Margherita con il Bologna Pride, che partirà poi alle 16,30 per conquistare le Torri e rientrare ai Giardini Margherita. Concentramento fissato  invece alle 16,30 in piazza Garibaldi  per l'Alba Pride: la parata si muoverà alle 17,30 e alle 18,30 raggiungerà piazzale Beausoleil. Infine, appuntamento alle 18 in via Sant'Alenixedda a Cagliari con il Sardegna Pride, che ha fissato il suo approdo in Largo Carlo Felice.

Info su www.ondapride.it.

Pubblicato in Parità di genere

Con la consegna degli attestati, nella sala conferenze di Legacoop Umbria, si è concluso per 50 ragazzi il servizio civile “Solidali per l’Umbria nell’emergenza sisma – settore assistenza”.

Il Bando straordinario ha interessato le regioni terremotate con apposite risorse destinate a questo ambito. I ragazzi, che avevano iniziato il loro percorso il 5 Luglio 2017, hanno terminato l'esperienza il 4 luglio 2018 contribuendo al perseguimento dell’obiettivo generale del progetto: potenziare il supporto alla popolazione colpita dal sisma, sia nelle aree del cratere che nei comuni ospitanti, rispondendo ai fabbisogni assistenziali dei terremotati.

Capofila del progetto Legacoop Umbria, scelta dalla Regione Umbria per il lavoro e l'esperienza pluriennale in questo settore, ha curato la gestione generale ed ha collaborato con altri enti partner: Federsolidarietà Confcooperative, Caritas, Croce Rossa Italiana Misericordie e Enas-Ugl. Abbiamo cercato di metterci a disposizione di tutti – ha sottolineato Andrea Radicchi Responsabile servizio civile di Legacoop Umbria - per la migliore riuscita dello stesso. E’ stato un percorso importante, di condivisione, di progettualità dandoci degli obiettivi comuni.

Nessuno di noi poteva tirarsi indietro di fronte al dramma che hanno subito cittadini della nostra regione. Dal punto di vista operativo è stata molto impegnativo, ognuno ha cercato comunque di creare le condizioni migliori al fine di poter far fare ai giovani una esperienza positiva e dall’altra parte dare una mano concreta alle popolazioni terremotate”

L’area di intervento nell’ambito della quale si è realizzato il servizio civile ha abbracciato il sistema dei servizi alla persona con particolare riferimento ai disabili parzialmente o totalmente privi di una rete parentale di riferimento; giovani; minori, con particolare riguardo a quelli con disturbi specifici dell’apprendimento e affetti da autismo; anziani ed adulti che vivono in condizioni di vulnerabilità e precarietà sociale. I beneficiari del progetto sono stati in primis i familiari degli utenti, ove presenti, in quanto i loro cari hanno usufruito di un ambiente accogliente atto a soddisfare ogni tipo di esigenza, le famiglie dei minori che hanno usufruito dei servizi di sorveglianza e accompagnamento e le comunità intere dove erano presenti le strutture e gli operatori, in quanto, ciascuno di questi servizi ha rappresentato un punto di “ripartenza” del territorio che intorno a questi spazi fisici ha cercato di ricostruire la propria normalità.

Presente all’iniziativa, oltre ai vari responsabili delle associazioni, Giovanni Rende – Responsabile Nazionale del Servizio Civile.

 

 

 

Pubblicato in Umbria
  1. Popolari
  2. Tendenza
  3. Commenti

Articoli Correlati

Calendario

« Luglio 2018 »
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
            1
2 3 4 5 6 7 8
9 10 11 12 13 14 15
16 17 18 19 20 21 22
23 24 25 26 27 28 29
30 31