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Giovedì, 25 Aprile 2019

Articoli filtrati per data: Venerdì, 31 Agosto 2018 - nelPaese.it

Tornano ad aumentare le overdose anche in Italia. Un aumento che certamente preoccupa e che è da tenere sotto'occhio, ma che per fortuna non è a livelli allarmanti come quelli nordamericani. In Italia nel 2017, secondo i dati ufficiali pubblicati nella relazione della Direzione Centrale Servizi Antidroga, sono state 294 le morti legate a sostanze. Quasi il 10% in più rispetto all'anno precedente, ma comunque meno di quelle del 2015. Secondo il sito Geoverdose.it, che monitora le morti per overdose nel nostro paese attraverso segnalazioni e notizia sulla stampa, nel 2018 (al 30/8) le morti per sovradosaggio di sostanze sono state 166 (l'anno scorso ne erano state rilevate con le stesse modalità 197) per cui sostanzialmente in linea con la stima dell'anno precedente.

La maggior parte dei decessi sono causati da oppiacei. Non abbiamo ancora un dato trasparente sul coinvolgimento di eventuali di oppioidi sintetici, spesso tirati in ballo dalle ipotesi di stampa, ma che non sono mai stati evidenziati nelle statistiche. E' molto più probabile che le overdose da oppiacei siano imputabili alla presenza sul mercato locale di eroina particolarmente pura, rispetto allo standard del luogo. Il tasso di mortalità legato alle droghe in Italia rimane fra i più bassi in Europa e nel Mondo, anche grazie alle politiche di Riduzione del Danno implementate negli ultimi 30 anni, spesso a dispetto della politica nazionale, dai servizi sul territorio. Ed in particolare anche grazie ad una politica di diffusione delnaloxone, della quale il nostro paese è stato pioniere. Proprio su questo Forum Droghe ha prodotto una accurata ricerca, che potete ritrovare qui. Nonostante la repressione che come abbiamo denunciato nel Libro Bianco è tornata a colpire anche i consumatori, l'Italia rimane un paese che ha da insegnare cose rispetto alla prevenzione delle morti da uso di sostanze. Anche per questo insieme a ITARDD avvieremo nei prossimi mesi una carovana per l'Italia per promuovere le buone pratiche, purtroppo ancora presenti a macchia di leopardo nel nostro paese.

Come detto nel resto del mondo la situazione invece è davvero preoccupante. In Scozia ad esempio nel 2017 sono morte per overdose 934 persone(su poco più di 5 milioni di abitanti), mentre la situazione negli Stati Uniti è a livelli drammatici. Nel 2017 secondo i dati pubblicati dal New York Times sono stati 72.000 i morti per overdose. In USA sono morte più persone per droghe in un anno che la somma dei rispettivi picchi annuali di incidenti stradali, morti per HIV e morti da arma da fuoco. Una strage, in larga parte dovuta - qui sì - alla presenza di oppiodi sintetici nel mercato, fentanyl in testa, che nel 2017 hanno provocato quasi il doppio dei morti rispetto all'eroina.

Nella giornata mondiale per la sensibilizzazione contro le overdose e per il ricordo delle vittime è importante segnalare come le morti da sostanze siano prevenibili, in primis con la messa a disposizione di strumenti informativi e sanitari (come il naloxone) utili a riconoscere e intervenire sulle overdose, con politiche di intervento di riduzione del danno a bassa soglia (comprese le stanze del consumo sicuro) e rimuovendo lo stigma nei confronti di chi usa sostanze. Infine è certamente necessario, anche in Italia, introdurre la "legge del buon samaritano", ovvero una normativa che ponga al riparo da eventuali conseguenze negative coloro che prestano soccorso, chiamano aiuto o portano le persone colpite da malore in ospedale.

 

Pubblicato in Nazionale

I reati sono tutti in diminuzione nel periodo compreso tra agosto 2016-luglio 2017 e agosto 2017-luglio 2018. Aumentano solo i crimini contro le donne che sono la maggioranza delle vittime nei delitti di partner e in ambito familiare. Questo è il dato diffuso dal Viminale ed è clamoroso se si raffronta alle “emergenze” prioritarie della politica e dei media.

Dunque, non è quella dei migranti l’emergenza “sicurezza”. Secondo il ministero guidato da Matteo Salvini delitti, omicidi e reati predatori sono tutti col segno meno: delitti -213.662, omicidi -52, (quelli attribuiti alle mafie -18), rapine -3.514, furti -113.137.

Si tratta di quei reati che spesso occupano non solo le cronache ma anche i talk, soprattutto quando sono commessi da cittadini stranieri. Ma i numeri del Viminale non lasciano spazi a dubbi: non esiste un’emergenza. E se pensiamo agli sbarchi, spesso legati unicamente al tema sicurezza, si riscontra un crollo: da 24mila a 6mila

Anzi, la vera emergenza sul fronte sicurezza riguarda le donne. Aumentano gli interveneti delle questure come ammonimenti (+20%) e allontanamenti (+33%). Ancor più gravi sono le percentuali sugli omicidi di genere che vedono le donne vittime per circa il 70% dei casi in ambito familiare, mentre per gli omicidi volontari sono il 37%. Ed è emblematica la percentuale dei delitti commessi dal partner: le vittime sono donne in circa il 90% dei casi.

Insomma, i numeri del ministero dell’Interno fanno emergere un allarme che non riguarda quello che lo stesso ministro porta all’attenzione quotidiana. Se non bisogna mai abbassare la guardia sui fenomeni criminali è anche vero che quando si registra una sensibile diminuzione non è possibile parlare di emergenza. E mentre le cronache, da Como a Parma, ci raccontano ancora di stupri di gruppi e feroci violenze contro le donne la vera emergenza sicurezza (e sociale) nel nostro Paese riguarda proprio i crimini di genere.

 

Pubblicato in Nazionale

Fondazione Italiana Linfomi (FIL) ha ricevuto comunicazione dalla Fondazione CRT di Torino in merito all'assegnazione della seconda parte di un finanziamento di fondamentale importanza per completare l'allestimento di una "Biobanca", che avrà un ruolo di rilievo per la ricerca biologica sui linfomi in Italia. L'ultimo finanziamento assegnato, da 15.000 euro, si aggiunge agli ulteriori 25.000 euro dedicati alla prima parte del progetto, avviato nel 2015. 

I linfomi sono una neoplasia frequente in Italia, con una frequenza di 20 casi su 100.000 abitanti ogni anno. In pratica circa 30 nuovi casi al giorno, più di uno all'ora. Grazie ai successi della ricerca scientifica degli ultimi 50 anni, nel 2018 è possibile affermare che ormai può guarire fino all'80% dei pazienti affetti da linfoma di Hodgkin e circa il 60% dei linfomi non-Hodgkin. Una ricerca che però va costantemente sostenuta per consentire di compiere ulteriori passi avanti, e in questo la Biobanca alla quale sta collaborando la FIL può rivestire una grande importanza. L'accurata definizione del profilo biologico del malato permette infatti lo sviluppo di un trattamento personalizzato, più efficace e meno tossico. Con questo obiettivo negli ultimi anni sono stati raccolti nel Laboratorio di Ematologia dell'Università di Torino (Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze per la Salute) migliaia di campioni biologici di pazienti affetti da linfoma e arruolati nei protocolli clinici terapeutici promossi dalla FIL. Per rendere facilmente accessibile ai ricercatori, nel rispetto delle nuove disposizioni in materia di privacy, la mole di informazioni disponibili è diventato fondamentale il supporto di sistemi informativi (software) in grado di registrare e rendere immediatamente consultabili i dati sulle serie di campioni stoccati nella Biobanca e di correlare in maniera efficace questi dati con le informazioni cliniche e i tassi di efficacia delle terapie su ciascun paziente.

Obiettivo del Progetto portato avanti da FIL e Università di Torino, e sostenuto da Fondazione CRT e Fondazione Neoplasie del Sangue (FONESA) è la completa informatizzazione di questa Biobanca, in modo da far dialogare gli attuali sistemi di gestione dei campioni biologici e dei dati clinici dei pazienti.

Sull'importanza del progetto spiega il dottor Simone Ferrero, ematologo e ricercatore presso l'Ematologia Universitaria dell'A.O.U. "Città della Salute e della Scienza di Torino" (diretta dal Prof. Mario Boccadoro) e tra i referenti scientifici della rete italiana di laboratori che si occupano dello studio di malattia minima residua nei linfomi ("FIL MRD Network"): "I numeri dei campioni biologici di protocolli clinici centralizzati a Torino nel biennio 2015-2017 sono aumentati in maniera considerevole: 454 pazienti con linfoma follicolare (per un totale di 5721 campioni); 179 pazienti con linfoma mantellare (3123 campioni), 16 pazienti con morbo di Waldenström (291 campioni). La mole e la complessità di informazioni che ci troviamo a gestire è tale da richiedere l'utilizzo di strumenti informatici dedicati e personalizzati alle nostre esigenze, sui quali ormai da alcuni anni lavora quotidianamente un appassionato team di biotecnologi, medici e ingegneri, cui va il merito di questo piccolo successo che stiamo ottenendo".

Fondazione CRT è un ente privato non profit la cui attività trova radici ideali nell'opera filantropica svolta dal 1827 dalla Cassa di Risparmio di Torino. Interviene nei settori chiave dello sviluppo di Piemonte e Valle d'Aosta, che riconduce operativamente a tre macro-aree: Arte e Cultura, Ricerca e Istruzione, Welfare e Territorio.

 

Pubblicato in Piemonte

Fu la reazione alla strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013. Organizzazioni e singoli che misero in campo risorse per salvare i migranti in mare. Era il 30 agosto del 2014 e per la prima volta una ong operava un salvataggio in mare di migranti. A portare in salvo le persone con la nave  M/Y Phoenix fu il Moas (Migrant Offshore Aid Station) la prima organizzazione a prendere parte al soccorso in mare nel Mediterraneo. Dopo due settimane, l’equipaggio aveva già salvato e assistito oltre 1.500 persone, coordinandosi con la missione italiana Mare Nostrum.

Oggi, 4 anni dopo, nessuna ong è rimasta a fare soccorso nel Mediterraneo. E’ di ieri la notizia di Proactiva Open Arms si unirà alle operazioni di salvataggio nello Stretto di Gibilterra e nel Mare di Alboran” che separano Marocco e Spagna, che sono coordinate dalla guardia costiera spagnola. Lasciando in questo modo scoperto il Mediterraneo centrale dopo “le intense campagne di criminalizzazione delle ong e e l’avvio di politiche disumane che hanno provocato non solo la chiusura dei porti di Italia e Malta” spiega l’ong spagnola. “La paralisi di numerose organizzazioni umanitarie di salvataggio, come pure l’aumento del flusso migratorio verso il sud della Spagna”, scrive Proactiva Open Arms spinge a spostare la missione altrove.  

Anche il Moas fa un bilancio amaro. “La settimana scorsa abbiamo festeggiato il quarto anniversario dal lancio della prima missione MOAS. Il 25 agosto 2014, la M/Y Phoenix salpava dal porto di Valletta, Malta, per dirigersi verso la zona di Ricerca e Soccorso. Cinque giorni dopo, il nostro equipaggio – formato da professionisti nel settore marittimo, medico e umanitario – portava a termine il primo salvataggio mai intrapreso da un’organizzazione gestita dalla società civile - sottolinea Regina Catambrone, cofondatrice del progetto -. La M/Y Phoenix, un peschereccio canadese di 40 metri riadattato per svolgere le funzioni di Ricerca e Soccorso, si avvaleva di due droni per monitorare l’area circostante e fornire informazioni in tempo reale a Moas e ai Centri per il Coordinamento del Soccorso Marittimo. “Non è stato facile realizzare questo progetto. Sono cambiate molte cose da quando è nata l’idea l’anno scorso. Mare Nostrum ha avuto grande successo, ma purtroppo il suo futuro è incerto. Nel frattempo, sono sempre di più le persone sfollate da Siria, Iraq e Gaza. Ci sono imbarcazioni che arrivano senza alcun controllo sulle coste italiane, con molti minori non accompagnati a bordo. L’epidemia di Ebola ha ulteriormente complicato le cose. A fronte di tutto ciò, Moas ha seguito un unico principio: nessuno merita di morire in mare”.

Fra il 2014 e il 2017, i team MOAS a bordo della M/Y Phoenix – e, in seguito, della Topaz Responder – hanno tratto in salvo oltre 40.000 esseri umani nel Mediterraneo Centrale ed Egeo. Nell’agosto 2017, tuttavia, abbiamo deciso di sospendere le operazioni in mare perché non volevamo diventar parte di un meccanismo volto solamente a respingere le persone dalle coste europee. Nei seguenti 12 mesi, abbiamo osservato con sgomento la crescente ostilità nei confronti di migranti e rifugiati in molte parti d’Europa e i tentativi di criminalizzare le ONG di Ricerca e Soccorso, oltre a una maggiore mortalità lungo la rotta del Mediterraneo Centrale e le costanti minacce alla sicurezza e all’incolumità di chi salva vite in mare.

“Quattro anni fa, Moas ha condotto il primo salvataggio nel Mediterraneo. Motivati dalle parole di papa Francesco contro la globalizzazione dell’indifferenza, abbiamo salvato oltre 40.000 persone che avrebbero potuto perdere la vita lungo le rotte del Mediterraneo Centrale e dell’Egeo. Dallo scorso settembre, lavoriamo in Bangladesh per garantire assistenza medica ai Rohingya e alle comunità bengalesi che li ospitano. Tuttavia, siamo estremamente preoccupati per l’incapacità dimostrata dall’Europa di trovare soluzioni umane e continuiamo a monitorare il numero sempre più alto di morti in mare. Chiediamo che si adottino al più presto soluzioni fondate sui principi di umanità e solidarietà per tutelare chi è in cerca di pace”.

Moas esprime tutta la propria solidarietà alle organizzazioni impegnate a salvare vite nel Mar Mediterraneo e ad alleviare la sofferenza dei migranti e dei rifugiati a livello mondiale: “Chiediamo che la dimensione umanitaria della crisi nel Mediterraneo –  spesso adombrata da querelle politiche – torni ad essere prioritaria e auspichiamo soluzioni coordinate e a lungo termine per rispondere alle sfide derivanti dalla migrazione di massa”.

(Fonte: Redattore Sociale)

 

Pubblicato in Migrazioni

Nelle 72 ore successive agli scontri di Tripoli, la vita dei libici, così come quella dei migranti e rifugiati, è stata messa in grave pericolo, denuncia Medici Senza Frontiere (MSF). L’organizzazione medico-umanitaria ribadisce come la Libia non sia un paese sicuro e chiede ai governi europei di riconoscere la loro responsabilità nell’aiutare le persone più vulnerabili.

Gli scontri, scoppiati domenica 26 agosto, hanno coinvolto gruppi armati rivali in Tripoli. I pesanti combattimenti nelle aree residenziali hanno causato un numero imprecisato di vittime. Gli scontri hanno ulteriormente compromesso la vita di circa 8.000 rifugiati, richiedenti asilo e migranti, intrappolati e detenuti arbitrariamente nei centri di detenzione in città. Alcuni di loro sono rimasti rinchiusi per oltre 48 ore in un'area colpita dai pesanti scontri senza avere accesso al cibo. Coloro che sono stati rilasciati non hanno avuto altra scelta se non quella di fuggire nei quartieri vicini correndo il rischio di essere vittime del fuoco incrociato.

“I recenti scontri dimostrano come la Libia non sia un luogo sicuro per i migranti, rifugiati e richiedenti asilo” dichiara Ibrahim Younis, capomissione in Libia per MSF. “Molti sono fuggiti da paesi devastati dalla guerra o hanno trascorso mesi detenuti in condizioni orribili nelle mani dei trafficanti di esseri umani prima di essere trasferiti in questi centri di detenzione. Queste persone, già estremamente vulnerabili, si trovano adesso intrappolate in un altro conflitto senza la possibilità di fuggire. Non dovrebbero essere prigionieri semplicemente perché cercavano sicurezza o una vita migliore. Dovrebbero essere immediatamente rilasciati ed evacuati in un paese sicuro”.

Con lo scoppio degli ultimi combattimenti sono cresciuti i bisogni umanitari dentro e fuori i centri di detenzione, nonostante la situazione fosse già allarmante. Le équipe di MSF stanno effettuando le prime visite mediche e stanno fornendo cibo, acqua e supplementi nutrizionali ad alcune delle persone ancora nei centri di detenzione. Tuttavia, MSF, così come altri attori umanitari, ha un accesso limitato in Libia e per questo ci sono altre persone che non riescono a ricevere assistenza. Anche le comunità libiche a Tripoli e nei dintorni hanno un accesso inadeguato all'assistenza sanitaria.

Secondo l’UNHCR, quasi la metà delle persone detenute nei centri di detenzione sono rifugiati provenienti da regioni in conflitto, tra cui Eritrea, Etiopia, Somalia e Sudan. Per il diritto internazionale queste persone hanno diritto alla protezione, ma le autorità libiche, i governi dei paesi sicuri e le Nazioni Unite non sono riusciti a stabilire un meccanismo efficace per prendere in carico le loro richieste di asilo. I paesi europei hanno persino messo in atto politiche che impediscono ai richiedenti asilo di lasciare la Libia.

Queste stesse politiche impediscono alle persone di attraversare il Mediterraneo, consentendo alla guardia costiera libica, finanziata dall'Europea, di respingere le persone salvate in mare verso le coste libiche. La grande maggioranza delle persone attualmente nei centri di detenzione è stata intercettata in mare per poi essere riportata in Libia. Queste politiche hanno esacerbato le già povere e sovraffollate condizioni di vita nei centri di detenzione di Tripoli. La situazione si è deteriorata negli ultimi mesi a causa del limitato accesso all'acqua potabile, alle strutture igienico-sanitarie e all'assistenza sanitaria, condizioni che hanno avuto conseguenze sulla salute fisica e mentale dei detenuti.

Presente dal 2011 in Libia, MSF lavora nei centri di detenzione di Tripoli dal 2016, fornendo assistenza sanitaria di base, assistenza per la salute mentale e fornitura di servizi idrici e igienico-sanitari. MSF è anche l'unica organizzazione a garantire il trasferimento negli ospedali di migranti, rifugiati e richiedenti asilo bisognosi di cure di emergenza. MSF lavora anche nei centri di detenzione di Khoms, Zliten e Misurata e offre consulenze mediche a Bani Walid.

MSF invita i governi europei a riconoscere che la Libia non è un luogo sicuro. È necessario fare di più per aiutare le persone intrappolate in Libia, occorre trovare una via d'uscita sicura e dignitosa.

 

 

Pubblicato in Nazionale
Venerdì, 31 Agosto 2018 10:14

AREZZO: ARRIVA "IO SONO CHI" TRA ARTE E CURA

Io sono Chi ... e tu? arriva nelle Rsa aretine del Pionta e di Pescaiola. Dopo i laboratori che sono iniziati giovedì e si concluderanno sabato, è arrivato il momento degli spettacoli. Domenica 2 settembre duplice appuntamento: alle 10 nella  struttura del Pionta e alle 15.30 in quella di Pescaiola.

Il progetto, ideato e realizzato dalla cantattrice toscana Alessia Arena, nasce dalla riflessione che nel momento in cui una persona entra in una residenza per anziani, si "spoglia" del proprio ambiente, rimanendo con un solo e unico elemento identificativo, il proprio corpo.

Attraverso laboratori musicali, grafici e di scrittura creativa che vedranno come protagonisti gli ospiti, autosufficienti e non, delle due strutture coinvolte, Alessia Arena indagherà la prospettiva degli anziani su loro "Chi". Da qui l'affermazione e la prima parte del titolo,  Io sono Chi, ovvero storie di corpi, di uomini e di donne; storie universali. Ma anche la seconda valutazione e il completamento del titolo stesso: E tu? Il progetto vedrà infatti  il susseguirsi di tre giorni di laboratori a conclusione dei quali, domenica 2 settembre la cantattrice Alessia Arena e gli ospiti si esibiranno per i familiari e la cittadinanza tutta, regalando uno spaccato del loro percorso laboratoriale tra narrazione e musica.

Nato nel dicembre 2016 su iniziativa della Associazione Giotto in Musica, Io sono Chi...e tu? è un progetto socio-culturale che ha già coinvolto le RSA del Chianti e della Val di Pesa e che è approdato ad Arezzo all'interno di Ricreando oltre il suono, promosso da Associazione Le 7 Note e sostenuto da Fondazione CR Firenze con la collaborazione della cooperativa sociale Koinè che ha in gestione le due  Rsa aretine a titolarietà Usl Toscana sud est.

Il progetto ha ricevuto nel 2017 il riconoscimento Medaglia Spiga d'Argento 2017 dal Comune di Montespertoli per l'importante lavoro culturale-sociale svolto sul territorio, è stato selezionato inoltre tra i progetti finalisti per Fare Girare La Cultura 2016 ed inserito nell'ambito della programmazione Sliding Theaters finanziata dalla Città Metropolitana di Firenze, con il patrocinio e il contributo dell'Unione comunale del Chianti fiorentino, dei Comuni di San Casciano Val di Pesa, Greve in Chianti.

Pubblicato in Toscana
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