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Sabato, 20 Ottobre 2018

Articoli filtrati per data: Martedì, 11 Settembre 2018 - nelPaese.it

Questa settimana l’Ufficio Brevetti Europeo (EPO) terrà un’udienza sull’opposizione, presentata da gruppi della società civile in 17 paesi nel marzo 2017, contro un ingiustificato brevetto che consente alla farmaceutica americana Gilead Sciences di far pagare in Europa prezzi esorbitanti per il Sofosbuvir, farmaco chiave contro l’Epatite C. Médecins du Monde (MdM), Medici Senza Frontiere (MSF) e Just Treatment sono tra le organizzazioni mediche che hanno contestato la validità del brevetto Gilead sul Sofosbuvir, perché il farmaco non ha le caratteristiche richieste per essere considerato un’invenzione brevettabile dal punto di vista legale o scientifico.

Oggi le organizzazioni esortano l’EPO a ripensare la decisione che garantisce a Gilead questo monopolio, e il 13 e 14 settembre l’EPO terrà un’udienza pubblica a Monaco per prendere una decisione sul caso. Se l’opposizione al brevetto avesse successo, e il brevetto venisse quindi annullato, “sarebbe un enorme passo avanti per consentire la produzione e l’importazione di versioni generiche ed economicamente accessibili del Sofosbuvir in Europa”, proteggendo così i sistemi sanitari di tutta Europa dall’ingiustificato onere economico dovuto al prezzo eccessivo imposto dall’azienda.

In Europa i prezzi estremamente alti di nuovi farmaci contro l’Epatite C – definiti antivirali ad azione diretta (DAA) – hanno spinto le organizzazioni della società civile ad analizzare più attentamente la questione e successivamente a contestare il monopolio e la legittimità di questi brevetti.

“Ho sopportato una straziante attesa lunga tre anni prima di accedere al farmaco orale più importante per la cura dell’Epatite C, il Sofosbuvir” racconta Clare Groves, dell’organizzazione Just Treatment, che è stata curata per l’Epatite C attraverso il Sistema Sanitario Nazionale nel Regno Unito, costretto a razionare le scorte del farmaco a causa del prezzo elevato. “Il mio medico mi ha detto più volte che ero malata, ma non abbastanza per poter ricevere il trattamento dal programma sanitario pubblico. Non voglio che altre persone si vedano negare il Sofosbuvir a causa del prezzo esorbitante, quindi continuerò a combattere per il loro accesso a questa cura per l’Epatite C.”

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che 15 milioni di persone nell’area europea – circa una persona su 50 – siano malate croniche di Epatite C, con circa 112.500 decessi ogni anno per patologie correlate come il cancro al fegato o la cirrosi. L’avvento dei farmaci antivirali diretti, che offrono una cura più sicura, più breve e più efficace rispetto ai vecchi farmaci, ha segnato un importante spartiacque nel trattamento della malattia, con tassi di guarigione di oltre il 90%, mentre prima solo il 50% dei trattamenti aveva esito positivo. Il Sofosbuvir rappresenta la base della maggior parte delle combinazioni di trattamento per l’Epatite C, ma l’accesso ai nuovi trattamenti resta molto limitato a livello globale a causa dei prezzi troppo elevati, i governi e gli attori che curano i pazienti in molti paesi sono costretti a razionare il trattamento e limitare l’accesso alla cura solo alle persone che hanno una forma avanzata della malattia.

In Europa, Gilead fa pagare fino a 43.000 euro per un trattamento di 12 settimane di Sofosbuvir per una persona. Ma in paesi dove il farmaco non è brevettato, la competizione tra i produttori di farmaci generici ha portato il prezzo del Sofosbuvir ad appena 52 euro per lo stesso regime di trattamento. Studi hanno dimostrato che produrre il farmaco costa circa 0,50 euro per ogni pillola quotidiana.

“Le barriere economiche all’accesso ai farmaci e alle cure mediche sono diventate una sfida anche per paesi ad alto reddito in Europa, e poiché i brevetti ingiustificati sono la causa principale di questi prezzi eccessivi, è arrivato il momento di contestare anche in Europa i brevetti concessi immeritatamente” ha dichiarato Olivier Maguet, della campagna sui prezzi dei farmaci di Médecins du Monde.

Mentre i prezzi elevati imposti ai farmaci sono un problema ben noto in molte parti del mondo, oggi il prezzo eccessivo degli antivirali diretti ha per la prima volta portato l’attenzione dell’Europa sull’impatto che hanno i monopoli sia sui bilanci dei sistemi sanitari sia sull’accesso dei pazienti a molti altri farmaci essenziali. Opposizioni contro i brevetti sul Sofosbuvir e altri antivirali diretti sono state presentate in diversi paesi, e importanti brevetti sul Sofosbuvir sono già stati respinti in Egitto, Cina e Ucraina. Altri paesi, come Argentina, Brasile, India, Russia e Tailandia, sono in attesa della decisione.

“Ogni giorno MSF testimonia in prima persona quanto i monopoli sui farmaci restringano la possibilità che i pazienti possano accedere a farmaci salvavita” ha detto Gaelle Krikorian, responsabile Policy della Campagna MSF per l’Accesso ai Farmaci. “MSF è riuscita ad estendere il trattamento di pazienti affetti da Epatite C in paesi come la Cambogia e l’India, quando sono diventati disponibili farmaci generici di qualità garantita e più economici. È importante che l’Ufficio Brevetti Europeo e gli uffici brevetti in tutto il mondo applichino una maggiore attenzione quando concedono monopoli sui farmaci, riconoscendo l’impatto negativo che i brevetti ingiustificati hanno sulla salute delle persone. Revocare il brevetto Gilead porrebbe fine al monopolio di questa azienda farmaceutica in Europa e consentirebbe ai paesi europei di ottenere il Sofosbuvir da produttori di farmaci generici a prezzi accessibili. Sarebbe anche un segnale forte per altri paesi, perché si oppongano ai brevetti concessi senza che ne esistano le condizioni quando la salute e la sopravvivenza delle persone sono a rischio.”

 

 

 

Pubblicato in Salute

Change, cambiamento. Una parola che fa fatica ad avanzare nel nostro Paese. Fa rima con innovazione che invece trova pochi alleati nel senso comune. Gli italiani si vedono regrediti, chiusi ed esclusi. Questa è la sintesi della rilevazione Swg PoliticApp.

Per il 72% dei cittadini l’Italia sta regredendo, solo per il 28 è in atto una modernizzazione. A questo dato si aggiunge il senso di esclusione per il 68%. In entrambi i casi si nota una forbice che si allarga in negativo negli ultimi 20 anni: a fine anni ’90 si era quasi al 50%, con una risalita nel 2005 che ha poi portato verso un vero crollo ad oggi.

La conseguenza inevitabile è il sentimento di chiusura verso i migranti. Dopo il 2005 il trend è salito vertiginosamente fino al 65% degli italiani che non vogliono accogliere. Legato a questa chiusura è il netto calo di fiducia verso l’Europa: solo il 37% dei cittadini ripone un sentimento positivo per Bruxelles.

A fare da contraltare di fronte a questo senso comune negativo e chiuso, però, ci sono due sentimenti “caldi”. Il primo riguarda la difesa dell’ambiente. Per il 76% lo sviluppo economico deve passare per la tutela del territorio: trend cresciuto soprattutto negli ultimi 10 anni. Altro sentiment “positivo” riguarda i diritti civili. Il 67% degli italiani apre in modo favorevole a convivenza, omosessualità, legalizzazione delle droghe leggere, eutanasia e aborto.

Partendo da questi ultimi dati sembra quasi indecifrabile il consolidamento di consensi per la Lega Nord (32,1%) che, in tema di ambiente e diritti civili, non è assolutamente in linea con questo trend. Paga, invece, la campagna anti-migranti che arriva alla pancia di quei sentimenti di regressione e chiusura.

Siamo di fronte a una fase che apparentemente sembra bipolare. La chiusura e la mancanza di fiducia, paradossalmente, riversano nella libertà della persona e del suo ambiente i pilastri da cui ripartire. In attesa di una visione e di una nuova identità culturale che non passi per l’odio razziale e la paura.

Pubblicato in Nazionale

Più di 100 persone sono morte in un naufragio al largo delle coste libiche una settimana fa, secondo le testimonianze di alcuni superstiti raccolte dalle équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) che lavorano in Libia. Un gruppo di 276 persone, tra cui alcuni sopravvissuti al naufragio, è stato riportato indietro nella città portuale di Khoms (120 km a est di Tripoli) dalla guardia costiera libica domenica 2 settembre. MSF ha fornito assistenza medica urgente dopo lo sbarco.

In base alle testimonianze raccolte da MSF, due gommoni hanno lasciato la costa libica nelle prime ore del mattino di sabato 1° settembre. Ogni nave trasportava più di 160 persone di diverse nazionalità, tra cui sudanesi, maliani, nigeriani, camerunesi, ghanesi, libici, algerini ed egiziani. “Mentre il primo gommone si era fermato a causa di un guasto al motore, il nostro ha continuato a navigare fino a quando, verso le 13, ha cominciato a sgonfiarsi. A bordo eravamo 165 adulti e 20 bambini” racconta un sopravvissuto al naufragio. 

“In quel momento il telefono satellitare mostrava che non eravamo lontani dalla costa maltese. Abbiamo chiamato la guardia costiera italiana e abbiamo inviato le nostre coordinate, chiedendo assistenza mentre la gente iniziava a cadere in acqua. Ci è stato detto che avrebbero mandato qualcuno. Ma la barca ha iniziato ad affondare. Non potevamo nuotare e solo poche persone avevano giubbotti di salvataggio. Quelli tra noi che potevano aggrapparsi alla barca sono rimasti in vita. I soccorritori (europei, ndr.) sono arrivati più tardi in aereo e hanno lanciato zattere di salvataggio, ma tutti erano in acqua e la barca si era già rovesciata. Poche ore dopo, altri soccorsi aerei hanno lanciato altre zattere di salvataggio. Sulla nostra barca sono sopravvissute solo 55 persone. In molti sono morti, comprese famiglie e bambini. Avrebbero potuto essere salvati se i soccorsi fossero arrivati prima. Più di venti bambini sono morti, compresi due gemelli di 17 mesi annegati insieme alla madre e al padre. È arrivata anche la guardia costiera libica, salvando prima i sopravvissuti al naufragio e recuperando poi il secondo barcone. Siamo stati tutti portati qui”. Sono stati recuperati solo due corpi.

La risposta d’urgenza di MSF

All'arrivo in Libia MSF ha trattato sopravvissuti con ustioni chimiche causate dalla miscela di carburante e acqua salata accumulata sul fondo dei gommoni. “La nostra équipe medica ha lavorato duramente per diverse ore per assistere i sopravvissuti nelle condizioni più gravi” ha detto Jai Defransciscis, infermiera di MSF che lavora a Misurata. “Siamo riusciti a trattare 18 casi urgenti, tra cui nove persone con ustioni chimiche estese fino al 75 per cento del corpo. Abbiamo organizzato il trasferimento in ospedale per un paziente in condizioni particolarmente critiche: senza un rapido accesso a cure intensive specialistiche, la persona sarebbe morta”.

Una volta sbarcato, il gruppo è stato portato in un centro di detenzione sotto il controllo delle autorità libiche. È prassi che le persone riportate in Libia dai barconi vengano rispedite in un pericoloso sistema di detenzione arbitraria. Tra gennaio e agosto 2018, la guardia costiera libica supportata dall’Unione Europea ha riportato in Libia 13.185 migranti e rifugiati.

Come parte delle sue attività nei centri di detenzione a Khoms e nell’area circostante, le équipe di MSF hanno fornito ulteriori cure al gruppo trattenuto nel centro di detenzione. Tra loro ci sono donne incinte, bambini, neonati e persone con gravi condizioni mediche e ustioni chimiche. Le équipe di MSF hanno anche organizzato sei ulteriori trasferimenti in ospedale.

Persone malate e traumatizzate lasciate senza alternativa alla detenzione arbitraria

“Siamo molto preoccupati per i nostri pazienti. Come possono guarire se rimangono rinchiusi all’interno di celle, in condizioni igieniche precarie, e dormono su coperte o materassi messi direttamente sul pavimento, che causano un dolore incredibile per chi presenta ustioni gravi? Alcuni di loro non possono nemmeno sedersi o camminare”continua Jai Defransciscis di MSF. “Abbiamo visto pazienti con gravi infezioni toraciche causate dalla prolungata permanenza in acqua". L'inadeguato accesso a cibo e acqua potabile potrebbe ritardare o impedire il recupero delle persone, o addirittura aggravare le loro condizioni.

Inoltre, molti dei sopravvissuti hanno perso un familiare nel naufragio. Oltre ai pericoli affrontati durante il viaggio attraverso la Libia, hanno vissuto un'altra situazione estremamente traumatica in mare. Invece di ricevere il sostegno di cui hanno bisogno, migranti e rifugiati vengono arrestati e detenuti in condizioni deplorevoli, senza alcuna protezione di base o la possibilità di fare un ricorso legale, senza alternative.

Tra le persone detenute nel centro, MSF ha incontrato richiedenti asilo e rifugiati che sono stati registrati o riconosciuti dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) in Libia o in un altro paese. Le loro prospettive appaiono particolarmente cupe: i meccanismi guidati dall'UNHCR per evacuarli dalla Libia al Niger e reinsediarli in un paese terzo, lanciati nel 2017 all'indomani dell’indignazione globale scatenata dalle riprese della CNN in Libia, sono rimasti fermi per mesi.

Al contrario, richiedenti asilo e rifugiati devono affrontare una detenzione arbitraria indefinita e sono a rischio di diventare vittime dei trafficanti, poiché spesso le reti criminali sono l'unica opzione lasciata alle persone per continuare il loro viaggio in cerca di sicurezza. Alcune persone hanno anche detto ai nostri team che avevano deciso di lasciare Tripoli per fuggire ai violenti combattimenti iniziati il 26 agosto nella capitale.

MSF ribadisce il proprio appello per porre fine alla detenzione arbitraria di migliaia di rifugiati e migranti in Libia e aumentare i meccanismi per evacuarli verso la sicurezza fuori dal paese. In particolare, MSF chiede: “all’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e ai paesi sicuri di organizzare rapidamente l'evacuazione di rifugiati e richiedenti asilo dalla Libia e accelerare il loro reinsediamento; all’Agenzia delle Nazioni Unite per le Migrazioni (IOM) e ai paesi d'origine di accelerare l'evacuazione e il rimpatrio dei migranti che desiderano tornare nei loro paesi d'origine; agli Stati europei e alle autorità libiche di smettere di intercettare in mare le persone in fuga per riportarle in Libia, come mezzo per bloccare gli arrivi in Europa”.

 

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