Login to your account

Username *
Password *
Remember Me
Sabato, 20 Ottobre 2018

Articoli filtrati per data: Lunedì, 24 Settembre 2018 - nelPaese.it

Un italiano su due si sente oggi, rispetto a 5 anni fa, meno sicuro nella citta' in cui vive. E la percezione di insicurezza cresce nelle regioni del Centro Nord del Paese: e' quanto emerge da un sondaggio condotto nel settembre 2018, per il Gruppo Editoriale Citynews e la testata Today, dall'Istituto Demopolis.

A Roma la percezione e' peggiore rispetto al resto d'Italia: la percentuale infatti sale al 59%. In pratica 6 romani su 10 si sentono meno sicuri rispetto a 5 anni fa. Il dato della Capitale e' il peggiore rispetto a quello delle grandi citta' italiane analizzate. A Milano infatti il 52% vede una citta' meno sicura; a Torino il 53%; a a Napoli il 49%, a Palermo il 41%. In assoluto solo i napoletani, rispetto ai romani, hanno oggi una percezione della sicurezza piu' bassa: solo 35% dei partenopei definisce la citta' molto sicura, contro il 38% dei capitolini.

"Il 46% degli intervistati- spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento- dichiara di non sentirsi oggi tranquillo nella zona in cui vive o lavora: si tratta di un dato che in Italia appare in forte crescita rispetto agli anni precedenti". Il sondaggio dell'Istituto Demopolis per Citynews ha analizzato la graduatoria delle paure piu' avvertite dalle famiglie: prevale, per 6 intervistati su 10, il timore di subire furti o rapine in casa o al lavoro. Il 58% teme scippi o aggressioni fuori dalle mura domestiche; il 41% di poter essere vittima di molestie o violenze; un terzo si dichiara preoccupato dalla crescita della diffusione delle droghe.

Demopolis ha chiesto anche agli italiani di stilare la loro agenda per il Governo del Paese:assolutamente prioritarie, per il 70%, sono le misure per l'occupazione ed il lavoro; i due terzi chiedono di puntare su misure atte a favorire la ripresa dell'economia dopo la crisi di questi anni. Stabile, al terzo posto, il tema storico della necessaria riduzione della pressione fiscale per le famiglie e le imprese, segnalato dal 63%. Al quarto posto, tema sensibile per 6 italiani su 10 e' la richiesta di interventi per una maggiore sicurezza urbana; indicazioni maggioritarie, infine, riguardano la gestione dell'immigrazione e l'efficienza della sanita' pubblica.

E che la sicurezza per i romani sia una priorita' lo si evince anche dal confronto su queste risposte. In cima alla classifica ci sono gli investimenti in sicurezza. Sorprende anche il dato sugli investimenti in sanita' prioritarie per il 62% dei romani, contro il 56% degli italiani. Una percentuale piu' alta anche rispetto alle politiche per gestire l'immigrazione, a Roma priorita' per il 60% degli intervistati.

(Fonte: Redattore Sociale/Dire)

 

Pubblicato in Nazionale

"L’approvazione del “decreto sicurezza” ci preoccupa e impone alcune riflessioni". Così scrive in una nota Legacoopsociali che, a marzo 2018 insieme all’Alleanza delle cooperative sociali, ha firmato con il ministero dell’Interno la Carta della buona accoglienza. Ad ispirare quella Carta è" la convinzione che attraverso percorsi di accoglienza diffusa, progetti di inclusione sociale e integrazione lavorativa si possa contribuire nel fornire una risposta concreta e umana al fenomeno delle migrazioni e del loro impatto sul nostro territorio nonché a isolare fenomeni di cattiva gestione e profitto illecito".

Questo principio "è messo a rischio" dal decreto approvato stamattina in Consiglio dei ministri: il raddoppio da 3 a 6 mesi dei tempi di trattenimento nei Centri per il rimpatrio, la forte contrazione del riconoscimento dello status di rifugiato e i progetti di integrazione sociali riservati ai soli titolari di protezione e minori non accompagnati, tempi ancora più lunghi per la cittadinanza alle seconde generazioni.

“Abbiamo più volte ripetuto – dichiara la presidente nazionale Eleonora Vanni - come siano necessarie verifiche sulla qualità dei percorsi di accoglienza e integrazione, ma annullare nei fatti il sistema dell’accoglienza diffusa realizzata in collaborazione con le amministrazioni locali, della promozione di comunità accoglienti e integrate che può essere testimoniata da numerose buone pratiche e ridurre il tema delle migrazioni umane alla esclusiva attività di sicurezza, pensiamo che non aiuti il progredire di questo nostro paese verso una visione certa e condivisa dei diritti umani di donne e uomini senza distinzione di sesso, razza e religione, come recita la nostra costituzione”.

“Auspichiamo – aggiunge Vanni - quindi che accanto all’attività di controllo svolta sui territori si possa affiancare un progetto culturale, sociale ed anche economico che guardi al futuro e vada nella direzione della promozione umana, nel rispetto delle differenze e dell’accoglienza dei bisogni delle persone italiane o straniere che siano”.

Nei prossimi giorni Legacoopsociali entrerà nel dettaglio del decreto e porterà a conoscenza dell’opinione pubblica le buone pratiche di integrazione che le proprie cooperative sociali realizzano nel nostro Paese.

Pubblicato in Nazionale

Le aggressioni all’ambiente e la Terra dei fuochi: realtà circoscritta o rischio globale? Questo è il titolo del dibattito che anticipa la proiezione del film Veleno, presentato al Festival di Venezia nel 2017. L’iniziativa è promossa da Fondazione Forense Bolognese, Legacoopsociali, Camera Penale di Bologna, Istituto Ramazzini, Libera e con il patrocinio di Confindustria Emilia – Area Centro e dell’Ordine dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri di Bologna.

L’evento si terrà dalle 18.30 alle 22 nella Sala Traslazione del Convento San Domenico, piazza San Domenico 13 a Bologna. Ad aprire il dibattito saranno Stefano Della Verità – direttore Fondazione Forense bolognese, Eleonora Vanni – presidente nazionale Legacoopsociali, Giancarlo Pizza – presidente Ordine medici chirurghi e odontoiatri. Intervengono Fiorella Belpoggi – direttrice Istituto Ramazzini, Susi Pelotti – ordinario Medicina Legale Università di Bologna, Francesco Cardile – Comitato Scientifico Camera Penale di Bologna. A moderare il dibattito sarà Gabriele Bordoni – Fondazione Forense Bolognese.

Prima della proiezione del film ci sarà l’incontro con il regista Diego Olivares che ne discute insieme all’avvocato Pietro Giampaolo – Ordine avvocati Bologna.

“Questo evento mette a confronto grandi discipline come Arte, Scienza, Economia e Giurisprudenza – dichiara Fiorella Belpoggi, direttrice dell’Istituto Ramazzini – per leggere, interpretare, proporre soluzioni a un problema emergente per l’umanità: quale sia il rapporto fra modello di sviluppo, ambiente e salute e quale dovrebbe essere per consentire la vita sul nostro pianeta nel prossimo secolo. Il professor Cesare Maltoni, oncologo illuminato, fondatore dell’Istituto Ramazzini e persona a cui devo moltissimo, diceva: ‘il cancro non è solo una malattia, ma il sintomo di un alterato rapporto tra l’uomo e l’ambiente’. Su questo rapporto – conclude – è urgente interrogarsi a fondo, per giungere rapidamente alla formulazione di strategie complessive, che riguardino tanto gli stili di vita di ciascuno di noi, quanto gli indirizzi dei sistemi politici, economici e sociali”.

La presidente nazionale di Legacoopsociali Eleonora Vanni spiega le ragioni di questo impegno della cooperazione sociale: “per Legacoopsociali, rispetto alle sue attività, l’impegno sull’ambiente è importante e coerente con l’investimento sul territorio e con le comunità. Ma è un impegno che non si porta davanti da soli e ringraziamo la cooperativa sociale Istituto Ramazzini e tutti i soggetti che collaborano alla realizzazione di questa iniziativa”.

“Si tratta di un’iniziativa organizzata da una pluralità di enti ed associazioni, tra cui la Camera Penale di Bologna – precisa il responsabile del Comitato Scientifico, Alessandro Melchionda – volta alla diffusione di una maggiore consapevolezza delle tematiche ambientali. La grande adesione di pubblico in passato, in occasione di un altro evento su argomenti affini, ci ha spinto ad approfondire, mediante un approccio multidisciplinare e anche grazie all’ausilio dell’arte cinematografica, le più evidenti problematiche sociali, medico-sanitarie e giuridiche delle aggressioni ambientali. Confidiamo di aver colto nel segno anche questa volta”.

L’evento vale 3 crediti per la formazione continua degli avvocati. 

Il film

Nel film Veleno troviamo la storia di una coppia, Cosimo e Rosaria, che vive nelle campagne della Terra dei Fuochi, tra le province di Napoli e Caserta: un'umile famiglia di agricoltori rifiuta di lasciare che i suoi terreni diventino una discarica a cielo aperto. Il film porta sul grande schermo il dramma di un territorio violato, contaminato dai veleni che criminali senza scrupoli. I personaggi sono interpretati dagli attori e dalle attrici Luisa RanieriMassimiliano GalloSalvatore EspositoMiriam CandurroNando Paone guidati dal regista Diego Olivares.

Nuove Visioni: un progetto di Legacoopsociali

Nel 2017 si sono registrate numerose produzioni in campo cinematografico e audiovisivo da parte di gruppi di imprese sociali e cooperative sociali, da Nord a Sud. Un investimento che segnala una duplice esigenza: il protagonismo della cooperazione sociale nel settore culturale e la necessità di prendere voce sulle arti comunicative, a partire da quelle audiovisive. 

Tra gli obiettivi dell’evento non c’è solo quello di renderlo permanente con una Biennale, ma anche di realizzare un sistema permanente di valorizzazione del patrimonio audiovisivo della cooperazione sociale.  I film/corti protagonisti di questa prima edizione sono tre: Questo è lavoro, Massimo ribasso e Veleno. Tutti e tre i film sono prodotti e coprodotti da coop sociali: rispettivamente Consorzio Parsifal di Frosinone, coop Arcobaleno di Torino e Gruppo Gesco con Figli del Bronx di Napoli.

 

 

Pubblicato in Cultura

Stop ai permessi di soggiorno per motivi umanitari sostituiti con permessi per meriti civili o cure mediche; ci sono poi il raddoppio da 3 a 6 mesi dei tempi di trattenimento nei Centri per i rimpatri, l'aumento dei reati per cui si revoca lo status di rifugiato e i progetti di integrazione sociali riservati a titolari di protezione e minori non accompagnati, tempi ancora più lunghi per la cittadinanza alle seconde generazioni. Sono queste le norme del decreto sicurezza proposto da Salvini e approvato all'unanimità dal Consiglio dei ministri: a rischio la tenuta costituzionale sul tema dei diritti umani.

Le reazioni

"Forte e unanime preoccupazione” per i contenuti dello schema del decreto Salvini su immigrazione. Ad esprimerla è la Commissione immigrazione dell’Anci dopo una riunione che si è svolta ieri a Roma proprio con l’obiettivo di analizzare i punti del provvedimento. Presenti sindaci e assessori di molte grandi città, medi e piccoli Comuni di tutto il territorio nazionale, tra cui Bari, Roma, Napoli, Reggio Calabria, Catania, Cremona, Torino, Palermo, Lucca, Padova, Belluno, Latina, Ancona, Perugia, Campobasso, Rimini, Sassari, Gorizia, Ferrara, Caserta, Cosenza.

Il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA) esprime la propria netta contrarietà all'impostazione e alle proposte che sarebbero contenute nel decreto immigrazione elaborato dal ministero dell'Interno. E rimarca la propria forte preoccupazione anche per alcune norme che sarebbero previste nel decreto sicurezza. 

"Ambedue i testi di legge", dichiara don Armando Zappolini, presidente del CNCA, "manifestano con chiarezza l'intenzione di colpire duramente persone che si sono macchiate di un atto divenuto ormai un reato in Occidente: cercare migliori condizioni di vita per sé e per la propria famiglia. In non pochi casi, cercare semplicemente di sopravvivere. Per attaccare loro, si infligge un colpo mortale al sistema di accoglienza per richiedenti asilo che il nostro paese - pur con molti limiti e storture, anche gravi, da noi e da tanti altri denunciati da tempo - ha saputo costruire in questi anni di un''emergenza' che mai si è voluto affrontare." 

"L'abrogazione della protezione umanitaria," sottolinea il presidente del CNCA, "l'estensione del trattenimento degli irregolari nei Cpr, la creazione di nuove strutture di detenzione, diverse dai Cpr, per chi è in attesa di rimpatrio, l'estensione della lista dei reati che comportano la revoca dello status di rifugiato o la protezione internazionale, la stretta sull'accesso al sistema di accoglienza Sprar, la riforma in senso restrittivo della cittadinanza e, dulcis in fundo, il Daspo per le manifestazioni sportive per chi è sospettato di simpatizzare per il terrorismo islamico: un impressionante elenco dietro il quale non c'è alcuna idea di governo del fenomeno migrazioni, ma solo l'ostentazione della faccia feroce."

"Forse i cittadini non lo hanno capito," conclude don Zappolini, "ma le criticità di queste disposizioni verrebbero scaricate sui territori, sui grandi centri metropolitani, ma anche su quelli più piccoli. Non a caso l'Anci ha già fatto sentire la propria voce, in modo unanime, per chiedere al Governo un netto ripensamento. Ci uniamo anche noi al suo auspicio. Violare i diritti delle persone più deboli, oltre che ingiusto, è anche inutile." 

Alcune norme sono poco ragionevoli, altre punitive, altre ancora totalmente incostituzionali. E’ duro il commento di Mario Morcone, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati, sulla bozza del decreto immigrazione proposto da Matteo Salvini, che dovrebbe andare in Consiglio dei ministri lunedì. “Non condivido la stretta sulla protezione umanitaria, perché penso sia poco ragionevole. Se l’obiettivo è  ridurre l’ìrregolarità, i conflitti e le marginalità allora dovremmo adottare un criterio esattamente opposto e cioè quello di offrire delle griglie di regolarizzazione, caso per caso, come avviene già in Francia e in Germania, per tutti coloro che non hanno commesso reati in Italia e che, invece, stanno fornendo un contributo al paese - sottolinea -. Fare il contrario, partire dall’idea di chiudere e basta, lasciando solo alcuni casi residuali di protezione, finisce per aumentare la marginalità degli irregolari, agevolare percorsi di radicalizzazione: sostanzialmente far crescere il conflitto piuttosto che l’inclusione”.

Pubblicato in Nazionale

SOS Méditerranée e Medici Senza Frontiere (MSF) sono sconvolte dall'annuncio da parte dell'Autorità marittima di Panama di essere stata costretta a revocare l’iscrizione dell'Aquarius dal proprio registro navale sotto l'evidente pressione economica e politica delle autorità italiane. Questo provvedimento condanna centinaia di uomini, donne e bambini, che sono alla disperata ricerca di sicurezza, ad annegare in mare e infligge un duro colpo alla missione umanitaria dell’Aquarius, unica nave gestita da una ONG rimasta per la ricerca e il soccorso nel Mediterraneo centrale.

Entrambe le organizzazioni chiedono ai governi europei di consentire all’Aquarius di continuare la sua missione, facendo sapere alle autorità panamensi che le minacce del governo italiano sono infondate o garantendo immediatamente una nuova bandiera per poter continuare a navigare.

Sabato 22 settembre, il team a bordo di Aquarius è rimasto scioccato quando ha saputo che le autorità panamensi avevano informato ufficialmente Jasmund Shipping, il proprietario della nave, della richiesta delle autorità italiane a prendere “azioni immediate” contro l'Aquarius. Nel messaggio ricevuto dall'Autorità marittima di Panama si legge che “sfortunatamente è necessario che [l'Aquarius] sia esclusa dal nostro registro perché la sua permanenza implicherebbe un problema politico per il governo e per la flotta panamense in direzione dei porti europei”. Questo messaggio è arrivato nonostante l’Aquarius abbia completato con successo tutte le procedure di registrazione, essendo conforme agli standard elevati previsti dai regolamenti marittimi di Panama.

SOS Méditerranée e MSF denunciano fortemente queste azioni che dimostrano fin dove il governo italiano voglia spingersi, mentre la sola conseguenza è che le persone continueranno a morire in mare e che nessun testimone sarà presente per contare i morti.

“I leader europei sembrano non avere scrupoli nell'attuare tattiche sempre più offensive e crudeli che servono i propri interessi politici a scapito delle vite umane" dichiara Karline Kleijer, responsabile delle emergenze per MSF. "Negli ultimi due anni, i leader europei hanno affermato che le persone non dovrebbero morire in mare, ma allo stesso tempo hanno perseguito politiche pericolose e male informate che hanno portato a nuovi minimi la crisi umanitaria nel Mediterraneo centrale e in Libia. Questa tragedia deve finire, ma ciò può accadere solo se i governi dell'UE permetteranno all’Aquarius e alle altre navi di ricerca e soccorso di continuare a fornire assistenza salva-vita e a testimoniare dove è così disperatamente necessario".

Dall'inizio dell'anno, oltre 1.250 persone sono annegate mentre tentavano di attraversare il Mediterraneo centrale. Coloro che tentano la traversata hanno tre volte in più la probabilità di annegare rispetto a coloro che ci avevano provato nel 2015. Il numero reale di morti è probabilmente molto più alto dal momento che non tutti i naufragi sono stati assistiti o registrati dalle autorità o dalle agenzie dell’ONU. Lo dimostra il naufragio ai primi di settembre al largo della costa libica in cui si stima che almeno 100 persone siano annegate.

Nel frattempo, la guardia costiera libica, supportata dall'Europa, aumenta il numero di respingimenti nelle acque internazionali, tra l’Italia, Malta e la Libia, che negano ai superstiti il loro diritto di sbarcare in un luogo sicuro come stabilito dal diritto internazionale marittimo e dei rifugiati. Al contrario, queste persone vulnerabili vengono riportate in condizioni spaventose nei centri di detenzione libici, molti dei quali si trovano all'interno dell’attuale zona di conflitto nella città di Tripoli.

“A cinque anni dalla tragedia di Lampedusa, quando i leader europei dissero ‘mai più’ e l'Italia lanciò la sua prima operazione di ricerca e soccorso su larga scala, le persone continuano a rischiare la propria vita per fuggire dalla Libia mentre il tasso di mortalità nel Mediterraneo centrale è alle stelle” dichiara Sophie Beau, vice presidente di SOS Méditerranée. “L'Europa non può permettersi di rinunciare ai suoi valori fondamentali”.

Le notizie dell'Autorità marittima di Panama sono arrivate mentre le équipe a bordo dell’Aquarius erano impegnate in un’operazione di ricerca e soccorso nel Mediterraneo Centrale. Nelle ultime 72 ore, Aquarius ha aiutato due imbarcazioni in difficoltà e ora ha 58 persone a bordo, molte delle quali sono psicologicamente provate e affaticate dalla traversata in mare e dalle esperienze in Libia e per questo hanno bisogno urgentemente di sbarcare in un luogo sicuro come richiede il diritto internazionale marittimo. L’Aquarius ha sempre agito in piena trasparenza operando sotto il coordinamento di tutti i centri marittimi competenti e nel rispetto delle leggi marittime e delle convenzioni internazionali.

SOS Mediterrannee e MSF chiedono all’Europa di permettere all'Aquarius di poter continuare ad operare nel Mediterraneo centrale e di far sapere alle autorità panamensi che le minacce del governo italiano sono infondate o di garantire immediatamente una nuova bandiera per poter continuare a navigare.

"Mentre Panama toglieva la bandiera alla nave Ong Aquarius 2, che torna così ad essere una 'nave fantasma', la Guardia costiera libica salvava e riportava in Libia più di 200 immigrati. #portichiusi, stop a scafisti e trafficanti!". Questa la risposta serafica, in un tweet, del ministro Salvini che oggi in Consiglio dei ministri porta il discusso e contestato decreto: previsto lo stop ai permessi di soggiorno per motivi umanitari sostituiti con permessi per meriti civili o cure mediche. Va ricordato, inoltre, che solo 2 settimane fa, la Libia era sconvolta da scontri armati che hanno messo a rischio il personale diplomatico della stessa ambasciata italiana. 

 

Pubblicato in Migrazioni

Il ministro dell'Ambiente Sergio Costa si è recato a Philadelphia in visita allo Sbarro Institute della Temple university, istituto di ricerca sul cancro e la medicina molecolare diretto dal professore Antonio Giordano, in prima fila per gli studi sulla terra dei fuochi in Campania.

"Il professore ha fatto luce sui legami tra inquinamento e malattie in terra dei fuochi e ora stanno andando oltre - spiega il ministro Costa - I ricercatori, molti dei quali giovani italiani, stanno ampliando il raggio di azione e stanno analizzando le altre "terre dei fuochi" di Italia, da Brescia al Lazio alla Puglia. Stanno trovando tracce delle sostanze inquinanti nei capelli e nel sangue ed è un lavoro molto importante che ci consentirà di lavorare su questo anche nella legge Terre dei Fuochi che stiamo scrivendo. Per questo può nascere da oggi un percorso comune di studio e di approfondimento con il professore Giordano e il  centro di ricerca. Da ogni parte di Italia ci arrivano le richieste di aiuto dei cittadini che vivono in luoghi inquinati. Stiamo lavorando ogni giorno per questo".

"Scoprire queste matrici inquinanti -spiega il direttore dello Sbarro institute, che è titolare della cattedra di anatomia e istologia patologica all'Università di Siena e dirige una linea di ricerca al Centro di ricerca oncologica di Mercogliano - è importantissimo. Una volta che abbiamo individuato la sostanza inquinante nei cittadini bisognerà approntare il monitoraggio".

 

Pubblicato in Ambiente&Territorio
  1. Popolari
  2. Tendenza
  3. Commenti

Articoli Correlati

Calendario

« Settembre 2018 »
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
          1 2
3 4 5 6 7 8 9
10 11 12 13 14 15 16
17 18 19 20 21 22 23
24 25 26 27 28 29 30