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Lunedì, 21 Gennaio 2019

Articoli filtrati per data: Mercoledì, 02 Gennaio 2019 - nelPaese.it

Ormai da giorni in balia del mare, 49 uomini, donne, bambini sono bloccati in mezzo al Mediterraneo senza un porto disponibile dove sbarcare. 32 persone dal 22 dicembre si trovano a bordo della nave Sea Watch e altre 17 dal 29 dicembre sono a bordo dalla Sea Eye. 

“Abbiamo operato per più di tre anni nel Mediterraneo e sappiamo cosa significa per persone vulnerabili affrontare questo tipo di viaggio” dichiara il dott. Ruggero Giuliani, medico e vicepresidente di MSF ”Con le condizioni meteo in peggioramento e considerando le rigide temperature invernali, è necessario trovare una soluzione rapida. Facciamo appello alle autorità europee ed italiane affinché si trovi al più presto un porto sicuro per questi naufraghi.

Facciamo appello alla società civile italiana, affinché alzi la voce su questa situazione inaccettabile e sulla richiesta di politiche più umane che allevino le sofferenze delle persone. Chi fugge ha bisogno di protezione. La tutela della vita delle persone al primo posto, poi i dibattiti politici su chi accoglie.”

“Il 2018 si è concluso come l’anno della chiusura dei porti e del boicottaggio dell’azione di soccorso in mare con poche navi umanitarie rimaste a cui viene impedito di continuare un lavoro salvavita, fino a costringere cinquanta persone in condizione di fragilità a vagare per giorni nel Mediterraneo in attesa di un porto sicuro.

Non è certo la chiusura dei porti a ridurre i flussi migratori ma al contrario aumenta i pericoli per chi attraversa il mare: nel 2018 oltre 2.200 persone sono morte o risultano disperse nel tentativo di raggiungere l’Europa attraversando il Mediterraneo. Oltre 14.000 le persone respinte e costrette a tornare nell’inferno dei centri di detenzione libici dove i minimi diritti non vengono rispettati in alcun modo.” conclude Giuliani.

Fra il 2015 e il 2018, MSF ha soccorso o assistito oltre 80.000 persone a bordo di varie navi umanitarie. MSF ha anche lavorato in Italia agli sbarchi e in Libia, dove l’organizzazione porta cure mediche ai migranti e rifugiati nei centri di detenzione.

 

 

Pubblicato in Migrazioni

Sarà Tosca la nuova madrina del Premio Bianca d'Aponte, il concorso per cantautrici di Aversa che nel 2019 arriverà all'importante traguardo della 15aedizione. L'artista romana presiederà la giuria del Premio nelle finali del 25 e 26 ottobre 2019, quando interpreterà anche un brano di Bianca d'Aponte, l'artista di Aversa scomparsa prematuramente nel 2003.

Con l'annuncio della nuova madrina, prende il via il nuovo bando del Premio. La partecipazione è come sempre gratuita, la scadenza per le iscrizioni è fissata al 27 aprile 2019. Il bando completo e la scheda di partecipazione sono disponibili su: www.premiobiancadaponte.it owww.sonounisola.it

Tosca (all'anagrafe Tiziana Tosca Donati) è cantante, attrice, ricercatrice musicale e sperimentatrice. Nel 1996 ha vinto il Festival di Sanremo assieme a Ron con il brano "Vorrei incontrarti tra cent'anni", mentre l'anno dopo si è aggiudicata la Targa Tenco come migliore interprete con il suo album "Incontri e passaggi". Molti negli anni i progetti discografici e live che l'hanno contraddistinta, così come le collaborazioni con artisti come Lucio Dalla, Ennio Morricone, Ivano Fossati, Chico Buarque, Renato Zero, Riccardo Cocciante. Il suo più recente disco è "Appunti musicali dal mondo" del 2017. Attualmente Tosca è impegnata anche nel coordinamento della sezione canzone dell'Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini, percorso formativo rivolto a giovani cantanti e cantautori.

A precederla, nel ruolo di madrina del d'Aponte, sono state altre protagoniste del panorama musicale italiano: Rachele Bastreghi dei Baustelle, Rossana Casale, Ginevra di Marco, Cristina Donà, Irene Grandi, Elena Ledda, Petra Magoni, Andrea Mirò, Simona Molinari, Nada, Mariella Nava, Brunella Selo, Paola Turci, Fausta Vetere. Artiste di genere ed estrazione molto diverse, così come era la musica di Bianca d'Aponte.

Le finaliste del Premio a lei dedicato (che si avvale della direzione artistica di Ferruccio Spinetti) saranno selezionate da un Comitato di garanzia del Premio, composto come sempre da cantanti, autori e compositori di notevole rilievo nonché da operatori del settore e critici musicali. Alla vincitrice del premio assoluto sarà attribuita una borsa di studio di € 1.000; per la vincitrice del Premio della critica "Fausto Mesolella" la borsa di studio sarà di € 800. Riconoscimenti della giuria andranno anche alla migliore interprete, al miglior testo ed alla migliore musica. Sono poi previsti vari altri premi assegnati da singoli membri della giuria o da enti e associazioni vicine al d'Aponte.

Nelle passate edizioni il premio assoluto è andato a Veronica Marchi e Germana Grano (ex aequo, 2005), Chiara Morucci (2006), Mama's Gan (2007), Erica Boschiero (2008), Momo (2009), Laura Campisi (2010), Claudia Angelucci (2011), Charlotte Ferradini (2012), Federica Abbate (2013), Elisa Rossi (2014), Irene Ghiotto (2015), Sighanda (2016), Federica Morrone (2017), Francesca Incudine (2018).

Il premio della critica, dal 2017 ribattezzato "Premio Fausto Mesolella" in omaggio allo storico direttore artistico della manifestazione, è stato invece attribuito a Marilena Anzini (2005), Ivana Cecoli (2006), Giorgia Del Mese (2007), Silvia Caracristi (2008), Momo e Giorgia Del Mese (ex aequo, 2009), Paola Rossato (2010), Rebi Rivale (2011), Cassandra Raffaele e Paola Rossato (ex aequo, 2012), Rebi Rivale (2013), Elsa Martin (2014), Helena Hellwig (2015), Agnese Valle (2016), Fede 'N' Marlen (2017), Francesca Incudine e Irene Scarpato (2018).

 

Pubblicato in Cultura

Amal Fathy, la donna che aveva criticato in un post le autorità egiziane per non contrastare le molestie sessuali, si è vista confermare il 30 dicembre in appello la condanna a due anni di carcere che le era stata inflitta a settembre.

"La decisione di confermare il verdetto di colpevolezza è un'oltraggiosa ingiustizia. Il fatto che una persona che ha subito molestie sessuali sia punita con due anni di carcere semplicemente per aver raccontato la sua esperienza è profondamente vergognoso. Questa sentenza rappresenta una parodia della giustizia e dovrebbe rimanere come una macchia sulla coscienza delle autorità egiziane", ha dichiarato Najia Bounaim, direttrice delle campagne di Amnesty International sull'Africa del Nord. 

"I tempi del verdetto d'appello sono stati particolarmente crudeli, dato che solo pochi giorni fa Amal ha potuto tornare a casa e riabbracciare i suoi cari. Invece di accanirsi contro chi le critica e chi con coraggio esprime liberamente le sue opinioni, le autorità egiziane dovrebbero cancellare immediatamente la condanna di Amal Fathy e annullare tutte le accuse nei suoi confronti", ha aggiunto Bounaim.

Dall'11 maggio al 27 dicembre Amal Fathy è stata in detenzione preventiva in relazione a un'altra inchiesta nella quale è accusata, tra i vari reati, di "appartenenza a un gruppo terroristico". I termini del rilascio condizionale prevedono che Amal Fathy debba trascorrere un'ora alla settimana in una stazione di polizia e non possa lasciare la sua abitazione se non per presentarsi alla polizia o per visite mediche.

Amal Fathy è la moglie di Mohamed Lotfy, già ricercatore di Amnesty International e attuale direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, l'organizzazione non governativa che fornisce consulenza legale alla famiglia Regeni.

 

Pubblicato in Parità di genere

Statuti enti terzo settore: ecco cosa cambia. Arriva tra Natale e Capodanno l’attesa circolare ministeriale che scioglie alcuni dei dubbi interpretativi sull’adeguamento degli statuti previsto dal Codice del terzo settore. Un lungo elenco di indicazioni per agire con maggiore sicurezza nel periodo transitorio in attesa dell’istituzione del Registro unico nazionale del terzo settore (Runts).

La circolare, già annunciata dal direttore generale Alessandro Lombardi lo scorso ottobre alla conferenza annuale di CSVnet, contiene precisazioni utili a chiarire finalmente cosa dovranno contenere gli statuti degli Ets e le modalità di approvazione delle relative modifiche.

Due le modalità possibili: “semplificata”, applicando la maggioranza prevista per le deliberazioni ordinarie nello statuto di ciascun ente; oppure “non semplificata”, applicando invece le procedure e la maggioranza qualificata previste normalmente per le modifiche statutarie all’interno dello statuto.

La maggior parte delle variazioni statutarie, essendo obbligatorie, possono essere approvate in via semplificata. Il documento è da leggere in stretta relazione con la nota direttoriale diffusa lo scorso 29 dicembre 2017 dedicata alle Odv e alle Aps e all’orientamento espresso dall’Agenzia delle Entrate riguardo alle Onlus.

Nuovi enti ed enti già costituiti, cosa fare? Il ministero ribadisce ciò che aveva già indicato nella nota direttoriale di dicembre 2017: gli enti costituiti dopo il 3 agosto 2017 devono essere conformi alle disposizioni previste dal codice del terzo settore, ad esclusione di quelle che dipendono dall’operatività del Runts. Il tempo di adeguamento degli statuti entro il 2 agosto 2019 (24 mesi dall’entrata in vigore del Cts) è previsto solo per gli enti preesistenti iscritti nei registri Odv, Aps e Onlus.

Le modifiche, se rispondono a un requisito obbligatorio previsto dal Codice terzo settore, possono essere adottate con forma semplificata. Lo statuto di un Ets deve necessariamente indicare la forma giuridica, i principi generali, le finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, l’assenza di scopo di lucro e la destinazione del patrimonio, le modalità di esercizio da parte degli associati e degli aderenti del diritto ad esaminare i libri sociali. Le altre indicazioni obbligatorie – e quindi adottabili con procedura semplificata – sono:

Attività di interesse generale. Lo statuto di un Ets deve contenere obbligatoriamente l’elenco con specifico riferimento alla corrispondente lettera dell’articolo 5 comma 1. Per maggiore chiarezza, è utile riportare ulteriori dettagli sui contenuti delle attività stesse.

Attività diverse. Se un Ets vuole esercitare attività secondarie e strumentali rispetto a quelle generali (che saranno definite da un apposito decreto attuativo) lo deve obbligatoriamente indicare nell’atto costitutivo o nello statuto, senza necessariamente riportare l’elenco specifico. Le attività diverse possono essere individuate successivamente a patto che nello statuto venga indicato l’organo di competenza che può operare questa scelta. Se nello statuto non è prevista la possibilità di esercitare attività diverse, la modifica può essere effettuata entro il 2 agosto 2019 ma con modalità non semplificata. Se lo statuto, invece, prevede già la possibilità di esercitare attività diverse, le indicazioni sulla loro funzione “secondaria e strumentale” e sull’organo demandato alla loro individuazione, possono essere inserite con modalità semplificata.

Destinazione del patrimonio e devoluzione in caso di estinzione o scioglimento. Lo statuto deve indicare l’eventuale destinazione ad altri Ets e quale organo dell’ente può operare questa scelta. L’eventuale devoluzione, però, sarà possibile solo dopo il parere favorevole dell’ufficio del Runts: nella fase transitoria, quindi, le Onlus e gli enti non commerciali dovranno ricevere il parere del Ministero del lavoro e delle politiche sociali secondo quanto previsto dalle precedenti normative.

Denominazione sociale. La sigla Ets dovrà essere contenuta obbligatoriamente nello statuto ma l’obbligatorietà del suo utilizzo discende dall’iscrizione al Runts: per questo motivo, nello statuto si dovrà inserire una clausola che acquisti efficacia automatica di integrazione della denominazione successivamente all’iscrizione al registro. Nei casi di qualifiche specifiche, prevale l’utilizzo di quest’ultime.
È obbligatorio, infatti, utilizzare le sigle Odv, Aps e Ente filantropico per le singole qualifiche. L’uso di queste locuzioni è prioritario rispetto a quello di Ets. Nel periodo transitorio, Odv e Aps iscritte ai registri territoriali, potranno continuare a utilizzare le loro locuzioni, inserendo negli statuti clausole integrative automatiche per l’utilizzo dell’acronimo Ets.

Le reti associative, utilizzeranno la locuzione della singola sezione in cui sono iscritte. Se iscritte a più sezioni, dovranno utilizzare la sigla Ets.
Gli “altri enti di terzo settore” dovranno usare la locuzione Ets.

Le Onlus dovranno continuare a qualificarsi come tali e inserire negli statuti l’utilizzo dell’acronimo Ets attraverso clausole sospensive condizionate al rispetto dell’adeguamento stesso e all’iscrizione al registro. Gli enti costituiti secondo le norme del codice terzo settore dopo il 3 agosto 2017 devono inserire una clausola automatica integrativa per l’uso della locuzione Ets.

Bilancio di esercizio e bilancio sociale. Bisogna indicare nello statuto, tra le competenze degli organi sociali, quelle relative alla predisposizione, approvazione e gli ulteriori adempimenti relativi al bilancio di esercizio e a quello sociale.

Diritto di esaminare i libri sociali. Deve essere previsto il diritto degli associati e degli aderenti di esaminare i libri sociali, prevedendo in concreto le modalità con cui tale diritto può essere esercitato

Volontariato. Le disposizioni relative all’articolo 17 del codice del terzo settore, sono tutte già efficaci. Gli enti che si avvalgono della presenza di volontari, devono adeguare eventuali incongruenze nei propri statuti.

Ammissione dei soci. Se un Ets vuole indicare eventuali deroghe di autonomia per l’ammissione di nuovi soci, ne deve definire le precise modalità nello statuto. Se decide di introdurre delle deroghe, deve indicare:

l’organo che può ammettere nuovi soci, diverso da quello di amministrazione; il lasso di tempo entro cui l’ente può decidere dell’ammissione; i requisiti di ammissione ai nuovi associati e la relativa procedura di ammissione

In ogni caso, questi requisiti non possono essere discriminatori e devono essere in linea con le finalità perseguite e le attività di interesse generale svolte.
La circolare ribadisce che non sono derogabili, invece, la necessità di dare comunicazione all’interessato, l’annotazione sul libro soci, il principio secondo cui debba essere l’interessato a fare domanda di ammissione, non dare eventuale motivazione della deliberazione.

Diritto di voto per i neo associati. Se si vuole derogare, è necessario inserire nello statuto il periodo minimo di iscrizione affinché un socio possa votare in assemblea. La deroga, però, può essere fatta solo in meglio e quindi riducendo – ma non aumentando – il periodo previsto di 3 mesi.

Competenze dell’assemblea. Si può derogare, indicandolo nello statuto, la gestione delle deleghe in assemblea e le competenze (per gli enti con almeno 500 associati).

Organo di amministrazione. Lo statuto deve contenere obbligatoriamente funzioni, composizione, funzionamento (se collegiale): queste modifiche, quindi, si possono adottare con procedura semplificata. Per le fondazioni del terzo settore, è necessario inserire la previsione di un organo di amministrazione.

Organo di controllo. Gli Ets obbligati ad avere l’organo di controllo (tutte le fondazioni e gli enti con patrimonio destinato e le associazioni che superino i limiti dimensionali previsti dall’art.30) devono disciplinare nel proprio statuto l’organo di controllo. Le associazioni che nel tempo acquisiscano i requisiti per cui diventi obbligatorio l’organo di controllo, possono prevedere nello statuto una clausola per cui le indicazioni diventino operative solo al verificarsi di determinate condizioni.
L’attribuzione all’organo di controllo dei compiti di revisore legale dei conti è obbligatoria solo per gli enti con patrimonio destinato.

Odv, Aps, enti filantropici, reti associative: alcune specificità. Per le Odv, è necessario indicare la forma associativa, le finalità e modalità di svolgimento delle attività specifiche (apporto prevalente di volontari), così come indicato nell’articolo 32 comma 1 del codice e l’articolo 34 sull’ordinamento e l’amministrazione.

Per le Aps è necessario specificare i destinatari delle attività di interesse generale e le modalità di svolgimento. Gli enti filantropici devono indicare nello statuto i principi ai quali attenersi in merito alla gestione del patrimonio, alla raccolta di fondi e risorse in genere, alla destinazione, alle modalità di erogazione delle risorse.
Le reti associative devono indicare obbligatoriamente nello statuto l’allineamento con la loro missione prevista dalla legge, le modalità di ordinamento interno nel rispetto di democraticità, pari opportunità, uguaglianza ed elettività e le eventuali deroghe in tema di diritto di voto, deleghe e competenze dell’assemblea.

Trasformazioni, fusioni e scissioni. Associazioni e fondazioni che vogliano derogare per escludere la possibilità di trasformazione, fusione o scissione (ad esclusione dei casi in cui i passaggi siano tra associazione non riconosciuta e riconosciuta e viceversa) possono prevederlo nelle forme semplificate.

Rimangono facoltative – e quindi soggette a procedura non semplificata – le modifiche statutarie relative a raccolta fondi, patrimonio destinato per uno specifico affare, eventuali deroghe al potere di rappresentanza in assemblea, competenze dell’assemblea delle fondazioni, indicazioni sugli amministratori (requisiti, appartenenza, soggetti con diritto di nomina di uno o più amministratori)

(Fonte: Redattore Sociale/Lara Esposito)

 

Pubblicato in Economia sociale

Il recente DL Salvini ha introdotto la possibilità per i comuni italiani oltre i 100.000 abitanti di dotare gli agenti di polizia locale di pistole Taser. Un provvedimento contro il quale Antigone si sta opponendo. L'associazione ha infatti scritto ai consigli comunali e i sindaci delle città più grandi proponendo un ordine del giorno con il quale le stesse si impegnino a non adottare quest'arma. 

"Da settembre in dodici città italiane era partita la sperimentazione dell'arma che oggi anche i corpi di polizia locale dei comuni potranno utilizzare. Un'arma pericolosa - sottolinea Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - soprattutto su quei soggetti affetti da problemi cardiaci e/o disturbi neurologici e su donne in stato di gravidanza, e che nella pratica viene utilizzata al posto dei manganelli e non delle armi da fuoco".

Secondo un'indagine della Reuters il taser ha provocato oltre mille morti nei soli Stati Uniti. La stessa azienda americana che la produce - la Taser International Incorporation, da cui deriva il nome dell'arma - chiamata in causa sulla potenziale pericolosità, ha dichiarato che esisterebbe un rischio di mortalità pari allo 0,25%. Ciò significa che se il taser venisse usato su 400 persone una di queste potrebbe morire. 

"Alcuni organismi internazionali, tra cui la Corte Europea dei Diritti Dell'uomo ed il Comitato ONU per la prevenzione della tortura – dichiara ancora Gonnella – si sono espressi relativamente alle pericolosità di quest'arma e il rischio di abusi che l'utilizzo può comportare. Per questo – conclude il presidente di Antigone - abbiamo chiesto ai comuni di discutere e approvare l'ordine del giorno che abbiamo proposto, scongiurando la possibilità che anche agenti della polizia locale possano avere in dotazione quest'arma potenzialmente letale"

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione

A Napoli la periferia si organizza per la Befana. Per i bambini di S. Giovanni a Teduccio l’Epifania arriva nel segno della solidarietà. L’appuntamento, organizzato da Carmine Rispoli, è previsto il 6 gennaio alle 11 all’interno del Parco Troisi che si trova il grande murales di Jorit al Bronx: grandi e piccini incontreranno la Befana in persona e potranno scattarsi la foto con la vecchina più amata dai bambini.

Le famiglie sono invitate a portare i giocattoli vecchi o usati dei loro bambini per donarli a chi non ne ha, in modo che la Befana possa arrivare proprio per tutti.

L’obiettivo è quello della solidarietà in uno dei quartieri più difficili della città dove, però, si muove una vasta rete di cittadini, comitati e associazioni. A sostegno dell’iniziativa ci sono The Est Side, il brand made in Napoli est da due giovani del quartiere e sempre impegnati in iniziative sociali, che ha fatto da punto di raccolta dei giocattoli; l’associazione Punto e a capo; Il teatro degli assurdi che curerà l’animazione per i bambini e la Protezione civile Sant’Erasmo che creerà lo spazio “pompieropoli” con un percorso per provetti vigili del fuoco.

L’iniziativa è possibile anche grazie al supporto di imprese commerciali locali che fanno rete con le realtà sociali.

Pubblicato in Campania

L’anno nero dell’Alta velocità. Non solo le disastrose tratte regionali e metropolitane come registra l’annuale rapporto Pendolaria di Legambiente ma anche quello che dovrebbe essere il fiore all’occhiello delle ferrovie è un fallimento. A distanza di 10 anni celebrati dal Gruppo Ferrovie l’alta velocità è una quotidiana cronaca di ritardi, linee guaste e viaggi trasformati in un’odissea.

In tutto il periodo pre-natalizio utenti e viaggiatori hanno fatto i conti con ritardi fino a 3 ore, situazione che non ha risparmiato il giorno di Santo Stefano. Treni dirottati sulla linea “storica” e linee ad “alta velocità” fuori uso con il consueto e beffardo “ci scusiamo per il disagio”.

A pagarne le spese sono, soprattutto, i pendolari delle tratte Milano-Torino, Milano-Bologno e Napoli-Roma che subiscono dai grandi ai “micro” disagi: ogni giorno tra andata e ritorno si consumano almeno 30 minuti di ritardo complessivi per chi paga un ticket mensile aumentato nel 2017 fino a 430 euro. 

I disagi AV verso Sud

"Ogni settimana ci giungono segnalazioni per ritardi sulla tratta che percorre il Frecciargento da Roma a Reggio Calabria e viceversa – scrive in una nota il Presidente Nazionale U.Di.Con. Denis Nesci - in particolare i giorni più colpiti sono il venerdì e la domenica, ma non sono gli unici. Proprio questa mattina, il treno che dalla stazione di Roma Termini doveva partire per Reggio Calabria alle 8:53, è partito con 25 minuti di ritardo ed attualmente risulta aver accumulato oltre 60 minuti, recando numerosi disagi ai passeggeri che dovevano raggiungere la loro destinazione entro un certo orario".

Questa è una delle tratte più colpite d'Italia per ciò che concerne i ritardi in partenze ed all'arrivo. Il tutto viene giustificato dalla classica voce registrata che segnala che c'è stato un ritardo nella composizione del treno o un problema infrastrutturale. Ma è possibile che questi eventi si ripetano in maniera costante?

"La situazione monitorata ormai da diverso tempo sta diventando davvero molto grave, i cittadini pagano un biglietto, per altro dal prezzo molto alto, per avere poi un servizio che non è quello promesso da Trenitalia – continua Nesci – se questa tratta non può essere compiuta frequentemente in quel dato lasso di tempo, si cambi la durata del viaggio e parallelamente il prezzo del biglietto. Inizieremo un monitoraggio quotidiano dei treni che in maniera seriale recano disagio agli utenti – conclude Nesci – in maniera tale da dimostrarvi che quanto stiamo dicendo si verifica in maniera costante".

 

Pubblicato in Nazionale

L'aumento dei suicidi, la crescita del sovraffollamento, ed una "riformina" dell'ordinamento penitenziario. Sono questi alcuni dei tratti salienti che hanno caratterizzato il 2018 per quanto riguarda il sistema carcerario italiano. 

Al 30 novembre, dopo 5 anni, i detenuti sono tornati ad essere oltre 60.000, con un aumento di circa 2.500 unità rispetto alla fine del 2017. Con una capienza complessiva del sistema penitenziario di circa 50.500 posti, attualmente ci sono circa 10.000 persone oltre la capienza regolamentare, per un tasso di affollamento del 118,6%. Il sovraffollamento è però molto disomogeneo nel paese. Al momento la regione più affollata è la Puglia, con un tasso del 161%, seguita dalla Lombardia con il 137%. Se poi si guarda ai singoli istituti, in molti (Taranto, Brescia, Como) è stata raggiunta o superata la soglia del 200%, numeri non molto diversi da quelli che si registravano ai tempi della condanna della CEDU.   

"L'indirizzo dell'attuale governo - dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - sembra quello di costruire nuovi istituti di pena. Costruire un carcere di 250 posti costa tuttavia circa 25 milioni di euro. Ciò significa che ad oggi servirebbero circa 40 nuovi istituti di medie dimensioni per una spesa complessiva di 1 miliardo di euro, senza contare che il numero dei detenuti dal 2014 ad oggi ha registrato una costante crescita e nemmeno questa spesa dunque basterà. Servirebbe inoltre più personale, più risorse, e ci vorrebbe comunque molto tempo". "Quello che si potrebbe fare subito - sostiene Gonnella - è investire nelle misure alternative alla detenzione. Sono circa un terzo le persone recluse che potrebbero beneficiarne e finire di scontare la propria pena in una misura di comunità. Inoltre - conclude il presidente di Antigone - andrebbe riposta al centro della discussione pubblica la questione droghe. Circa il 34% dei detenuti è in carcere per aver violato le leggi in materia, un numero esorbitante per un fenomeno che andrebbe regolato e gestito diversamente". 

Il 2018 ha inoltre visto crescere il numero dei suicidi avvenuti dietro le sbarre. Sono stati 63 (4 nel solo istituto di Poggioreale a Napoli), il primo avvenuto il 14 gennaio nel carcere di Cagliari e l'ultimo il 22 dicembre in quello di Trento. Era dal 2011 che non se ne registravano così tanti. Ogni 900 detenuti presenti, durante l'anno, uno ha deciso di togliersi la vita, venti volte di più che nella vita libera. 

"Di fronte a questa lunghissima serie di tragedie - dice Patrizio Gonnella - abbiamo promosso una proposta di legge per prevenire i suicidi". La proposta si articola in tre punti: maggiore accesso alle telefonate, maggiore possibilità di passare momenti con i propri famigliari, inclusa l'opportunità di avere rapporti sessuali con le proprie compagne o con i propri compagni, una notevole diminuzione dell'utilizzo dell'isolamento. 
"Per prevenire i suicidi in carcere bisogna togliere la volontà di ammazzarsi e non limitarsi a privare i detenuti degli oggetti con cui farlo. La prevenzione dei suicidi - sostiene il presidente di Antigone - ha a che fare con la qualità della vita interna, con la condizione di solitudine, con l'isolamento e con i legami affettivi all'esterno. Il carcere deve riprodurre la vita normale. Nella vita normale si incontrano persone, si hanno rapporti affettivi ed intimi, si telefona, si parla, non si sta mai soli per troppo tempo. Abbiamo inviato questa proposta ai parlamentari - conclude Gonnella - e a gennaio incontreremo alcuni di loro affinché arrivi presto in Parlamento". 

L'anno che sta per chiudersi ha visto anche l'approvazione della riforma dell'ordinamento penitenziario, a conclusione di un iter avviato dal precedente governo che aveva convocato gli Stati Generali dell'Esecuzione Penale a cui avevano partecipato addetti ai lavori provenienti da diversi mondi. Gran parte delle indicazioni uscite da quella consultazione sono state disattese, in particolare proprio sulle misure alternative alla detenzione. Tuttavia su alcuni temi si sono fatti dei piccoli passi avanti, ad esempio con la creazione di un ordinamento penitenziario per i minorenni. 

Nel corso del 2018 Antigone, grazie alle autorizzazioni che da 20 anni riceve dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, ha visitato con i propri osservatori 86 istituti penitenziari. L'elaborazione dei dati raccolti è ancora in corso ma, nei 70 istituti per cui è conclusa, abbiamo rilevato che nel 20% dei casi ci sono celle in cui i detenuti hanno a disposizione meno di 3mq ciascuno. Nel 36% degli istituti visitati c'erano celle senza acqua calda e nel 56% celle senza doccia. Nel 20% non ci sono spazi per realizzare lavorazioni di tipo industriale e nel 29% non c'è un'area verde in cui incontrare i familiari d'estate. E queste, è importante ribadirlo, sarebbero tutte cose previste per legge.  

Si continua a registrare carenza di personale. Negli istituti visitati c'è in media un educatore ogni 80 detenuti ed un agente di polizia penitenziaria ogni 1,8 detenuti. Ma in alcuni realtà si arriva a 3,8 detenuti per ogni agente (Reggio Calabria "Arghillà") o a 206 detenuti per ogni educatore (Taranto).   

Dove siamo stati lavorava per il carcere il 28,9% dei detenuti, mentre solo il 2,5% lavorava per datori di lavoro privati. La scuola è presente quasi ovunque ma la grande assente è la formazione professionale. Questa coinvolgeva in media il 4,8% dei detenuti negli istituti da noi visitati e tra questi, in 28 (40%), non c'era alcuna offerta di formazione professionale in corso.

 

Pubblicato in Nazionale

"Stavo facendo un bagno quando è arrivato lo tsunami" racconta Elis, una madre di 30 anni, incinta di 7 mesi. Lei e la sua famiglia erano a casa quando lo tsunami ha colpito la costa dello Stretto di Sunda il 22 dicembre scorso. La loro casa era situata sulle rive di Laba Kampong, villaggio di Cigondang, distretto di Labuan. Vivevano proprio accanto alla casa dei suoi genitori.

Quando la prima ondata ha colpito la zona, il marito di Elis, Purwanto ha gridato: "Tsunami! Tsunami!" in modo che Ellis e la loro figlia si precipitassero dalla vicina di casa per trovare rifugio. "Quando mio marito ha urlato, ho indossato i vestiti più velocemente possibile mentre lui stava rientrando in casa per aiutarmi, la seconda e più violenta ondata ha colpito la nostra casa" racconta. L'onda forte, più alta di un palo della luce alto circa 7-12 metri lì vicino, ha distrutto la loro casa riducendola in macerie. Purwanto, 35 anni, è rimasto ferito quando la sua gamba sinistra è stata colpita dal tetto di lamiera dell’abitazione. Elis era intrappolata all'interno della casa tra una credenza e una scrivania e tra le macerie rimaste della loro casa.

"Ho provato a proteggere la mia pancia in modo che non fosse colpita da nulla. Non potevo vedere mia figlia nè mia madre e mio padre. Sono riuscita a sentire soltanto la voce di mio marito che mi chiamava", continua Ellis. Fortunatamente, anche se ferito, Purwanto è riuscito a salvare Elis ma purtroppo non riuscivano a trovare la loro figlia né i loro genitori anziani.

Costretti a dirigersi al centro di salute di Labuan, Elis e Purwanto hanno percorso 2 km a piedi verso il centro di salute di Labuan e lungo la strada un uomo ha offerto loro un passaggio in moto. Nel centro mentre aspettavano di essere curati, hanno continuato a cercare informazioni sulla loro famiglia. "Quella notte, finalmente abbiamo saputo che nostra figlia era al sicuro ed era con mia sorella e il giorno dopo siamo riusciti a trovare anche i miei genitori anche loro feriti" racconta Elis con un sospiro di sollievo.

Elis e suo marito sono stati curati dall’équipe MSF presso il centro di salute di Labuan. "Ho incontrato Ibu Dina, ostetrica di MSF e il dottor Santi al Labuan Health Center che hanno controllato le mie condizioni e quelle del bambino. Avevo lividi con gonfiore quasi su tutto il corpo ma grazie a Dio, la mia bambina sta bene, "ha detto Ellis con un sorriso. La donna è rimasta al Labuan Health Center per i tre giorni mentre il marito, la madre e il padre sono stati portati all'ospedale di Pandeglang perché avevano riportato ferite piuttosto gravi.

Nell'ottavo giorno di risposta all’emergenza, l’équipe di MSF ha visitato Elis e la sua famiglia a casa della sorella maggiore, dove si trovano temporaneamente dopo le dimissioni dall’ospedale, e le loro ferite stanno migliorando: "Vogliamo trovare presto un nuovo posto dove abitare. So che ora è difficile ma non voglio che il mio trauma influisca sul mio bambino. Ora sto bene, "dice Elis.

Supporto di Medici Senza Frontiere alle vittime dello tsunami

Dal febbraio 2018, MSF è operativa nel distretto di Pandeglang con un progetto di salute per gli adolescenti in collaborazione con il Ministero della Sanità indonesiano.

Dopo lo tsunami, l’équipe medica di MSF ha visitato e supportato immediatamente i centri sanitari di Labuan e Carita, due delle zone più colpite. Lo tsunami ha colpito cinque distretti nelle province di Banten e Lampung in Indonesia. Tra questi, il distretto di Pandeglang è stato il più colpito.  Con il sostegno di MSF, i centri sanitari Labuan e Carita continuano i loro servizi medici.

L’équipe di MSF ha fornito servizi di gestione dei casi medici, prevenzione delle infezioni e gestione dell'igiene, dell’inventario e altri bisogni nei centri sanitari, attività di importanza primaria per assicurare continuità nell’assistenza ai pazienti. Inoltre MSF ha attivo un servizio di cliniche mobili che hanno raggiunto 15 villaggi nei distretti di Labuan e Carita, a Pandeglang, dove sono stati curati pazienti che non hanno avuto accesso ai centri sanitari, fornendo servizi come la cura delle ferite, assistenza alle donne in gravidanza e durante il parto, il trattamento di malattie e infezioni croniche. Sono stati forniti anche ilprimo soccorso psicologico e il sostegno psicosociale e nei prossimi giorni verrà lanciato un programma di sostegno alla salute mentale.

Finora MSF ha condotto 326 consultazioni mediche (223 donne e 103 uomini) di cui 45 pazienti sotto i cinque anni e ha curato 16 madri in gravidanza. I casi clinici più comuni riscontrati sono stati infezioni del tratto respiratorio superiore, mialgia, cefalea e traumi accidentali.

 

 

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Si è tenuto a Matera il Forum conclusivo delle terne che ha visto protagoniste le esperienze di residenzialità psichiatriche della Basilicata (Matera, Miglionico, Pomarico, Grassano, Tricarico) rispettivamente gestite dalle cooperative sociali Progetto Popolare, Vita alternativa, Caris, La Mimosa, Dimensione Uomo, del Friuli (Pordenone) gestita dalla cooperativa Itaca, del Piemonte (Chivasso) gestita dalla cooperativa Animazione Valdocco, della Sardegna (Assemini) gestita dalla cooperativa C.T.R.

Un legame storico quello che accomuna i cooperatori della salute mentale, impegnati da quarant’anni nella promozione di una salute mentale territoriale attraverso interventi residenziali, semiresidenziali e di domiciliarità rivolti a soggetti con sofferenza psichica e che rappresentano, nei rispettivi territori e non solo, un punto di riferimento per l’attuazione di risposte innovative ai bisogni della persona e che, oggi più di ieri, avvertono il bisogno far fronte all’involuzione delle politiche per la salute mentale, sempre più a favore di percorsi di cura sanitarizzanti, per una salute mentale di Comunità rilanciando modelli di cura basati sulla centralità dell’utente, delle famiglie e della comunità.

Il progetto Visiting DTC rappresenta, in tal senso, un sistema coerente con queste logiche poiché pone enfasi al dialogo tra pari come strumento per il cambiamento, creando una rete fra le diverse comunità e promuovendo lo scambio circolare di buone pratiche, procedure ed esperienze. Il Progetto Visiting DTC è un programma di accreditamento scientifico professionale che si rivolge agli aspetti metodologici della qualità dei Servizi Residenziali e Abitativi di Salute Mentale in cui l’elemento innovativo è caratterizzato dalla centralità dell’utente. L’utente diviene il protagonista del percorso, chiamato a confrontarsi e a cooperare con gli operatori della salute mentale e i familiari allo scopo di evidenziare le buone pratiche adottate e superare i limiti dell’agire quotidiano. Il punto di vista e il vissuto soggettivo di utenti, operatori e familiari si mescola, nel progetto, in un processo di formazione e confronto continuo, finalizzato ad incrementare e migliorare la qualità del servizio.

Il progetto Visiting DTC nasce in Inghilterra nei primi anni del 2000 ed è stato formalmente introdotto in Italia nel 2010 con l’obiettivo di permettere alle Comunità Terapeutiche di acquisire consapevolezza sui propri punti di forza e debolezza e intervenire sulle criticità attraverso il confronto con le altre comunità partecipanti. Tale coinvolgimento mira non solo a creare una rete tra le diverse realtà presenti sul territorio, fondamentale per prevenire l’isolamento, ma anche alla individuazione e definizione di standard di qualità verso i quali tendere. Lo scambio circolare di buone pratiche permette, infatti, alle comunità meno evolute di acquisire procedure e fare proprie esperienze innovative, efficaci ed efficienti nell’ambito dei sistemi di cura orientati alla promozione della salute mentale. Il programma si compone di n.3 cicli annuali di Visiting e n.1 di Audit conclusivo.

Ogni ciclo annuale si realizza attraverso diverse fasi che prevedono la costituzione di un gruppo di lavoro con tre comunità, la compilazione di questionari sulla rilevazione del grado di soddisfazione del servizio da parte di operatori, utenti e familiari, sottoposti a valutazione psicometrica dal Dipartimento di Scienze Psicologiche, Pedagogiche e della Formazione dell’università di Palermo, tre giornate di visita in cui vi è lo scambio esperienziale tra le comunità e un Forum conclusivo in cui ogni realtà viene informata delle aree in cui sono stati rilevati punti di forza e debolezza. Su questa base vengono individuate le buone pratiche che le Comunità possono confermare ovvero implementare nell’ottica di un proficuo scambio.

 Segue il Forum annuale nel corso del quale i rappresentanti di tutte le comunità, che hanno partecipato ad uno stesso programma di Accreditamento, socializzano l’esperienza vissuta ponendo le basi per riflettere sulle problematicità e sui fattori comuni della metodologia comunitaria in Italia. Nel corso del Forum di Matera i cooperatori hanno evidenziato il processo di crescita che ha caratterizzato l’esperienza delle cooperative sociali al terzo anno di progetto, la trasformazione e il miglioramento del servizio non solo relativamente all’ applicazione di buone pratiche ma anche in rapporto alla capacità di osservarsi.

Riflessioni che trovano piena applicabilità attraverso la restituzione scientifica di indicatori che evidenziano il processo maturativo del gruppo di lavoro e il miglioramento in termini di efficacia del funzionamento delle comunità e che rimandano a pratiche di coinvolgimento, sostegno e partecipazione attiva degli utenti alla vita comunitaria e alla capacità di organizzare attività interne ed esterne per promuovere inclusione e facilitare i rapporti con le figure significative nella consapevolezza che il dopo di noi richiede il rafforzamento della rete familiare, sociale e territoriale in quanto solo attraverso un lavoro di questo tipo è possibile sperare che gli utenti possano uscire dal circuito psichiatrico e vivere pienamente la loro vita.

Molti gli interventi di operatori, utenti e Presidenti delle cooperative sociali che hanno evidenziato quanto importante sia, per la promozione della salute mentale, non restare ancorati ai propri servizi, collaudati e funzionanti, ma mettersi in gioco continuamente, interrogarsi e aprirsi ai diversi orizzonti della salute mentale, poiché una comunità al suo interno funziona se è in grado di creare 

reti con le agenzie presenti sul territorio uscendo da logiche di autoreferenzialità. Si può lavorare per promuovere la recovery ma, senza il coinvolgimento del territorio, il paziente non riuscirà mai a raggiungere la guarigione. Fondamentale la partecipazione degli utenti, i quali attraverso la loro voce, hanno evidenziato il processo di cambiamento che il progetto Visiting ha posto in essere portandoli a riconoscersi come protagonisti del vivere comunitario. “Fino a prima della partecipazione al progetto si viveva, infatti, una certa marginalità, un certo timore ad esprimere le proprie considerazioni e il proprio pensiero sulle modalità di gestione della casa e del funzionamento complessivo della Comunità”.

Per quanto la centralità dell’utente è sempre stata una pietra miliare della filosofia che accompagna l’operato degli operatori delle cooperative sociali, verosimilmente è mancato un effettivo coerente e agito riconoscimento della sua centralità. Oggi, grazie al percorso intrapreso, gli utenti partecipano attivamente, elaborano proposte, muovono critiche contribuendo alla costruzione di nuove regole. Un processo, questo, che modifica le logiche del fare residenzialità di comunità poiché supera l’approccio verticale alla cura introducendo una dimensione orizzontale in cui l’utente, accanto agli operatori, aggiunge valore alle attività svolte e mette al servizio il proprio sapere.

Samantha Fusiello - coop sociale Progetto Popolare

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