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Sabato, 25 Maggio 2019

Articoli filtrati per data: Lunedì, 07 Gennaio 2019 - nelPaese.it

Il nuovo anno è iniziato da pochi giorni ma già si prospettano aumenti e rincari. Come ogni anno l’O.N.F. - Osservatorio Nazionale Federconsumatori ha aggiornato le previsioni relative agli aggravi che colpiranno le famiglie nel 2019.
“La stangata di prezzi e tariffe per il 2019, per una famiglia media, sarà pari a +842,81 Euro annui. A determinare gli aumenti sono da un lato alcune scelte assunte nella manovra di bilancio, dall’altro il forte aumento dei costi energetici”, dichiara Federconsumatori.

Gli aumenti dei pedaggi autostradali risultano contenuti grazie all’accordo che prevede lo stop dei rincari (solo il 10% delle autostrade italiane non è interessato da tale accordo). Inoltre, gli aumenti relativi alle tariffe applicate dai professionisti subiscono una frenata in parte motivata dalla flat tax. I costi relativi a mutui e servizi bancari e assicurativi risultano in crescita a causa dell’incremento della tassazione e dell’aumento dello spread. 

“Tali aumenti avvengono in un contesto delicato – sostiene l’associazione nazionale dei consumatori - in cui si prospettano ulteriori tagli del reddito dovuti all’abolizione, operata in manovra, del tetto posto alle aliquote comunali e regionali. Fattore che contribuirà a impoverire ulteriormente le famiglie, che già oggi non dispongono delle risorse economiche sufficienti a sostenere aumenti di questa portata. Si rende pertanto necessario un intervento del Governo per fare in modo che le scelte assunte non si ripercuotano, come è facile prevedere, sui cittadini. Inoltre si rende improrogabile l’avvio di provvedimenti urgenti tesi a rilanciare l'occupazione e rimettere in moto l’intero sistema economico, attraverso investimenti per lo sviluppo e la crescita di cui, nella manovra, non si vede alcuna traccia”.

 

Pubblicato in Economia sociale

Interpretato da Serena Rossi (nel ruolo di Mia Martini), Io sono Mia si apre a Sanremo, nel 1989, quando un'esile figura femminile percorre i corridoi che portano al palco del teatro Ariston. È Mia Martini al suo rientro sulle scene dopo anni di abbandono: "Sai la gente è strana prima si odia poi si ama" è la prima strofa della sua nuova canzone, della sua nuova vita.

Mimì, in una serrata intervista con una giornalista che in realtà a Sanremo vorrebbe incontrare Ray Charles e che considera Mia Martini solo un ripiego, ripercorre la sua vita: gli inizi difficili da bohémienne; il rapporto complesso col padre che, pur amandola, la ostacola fino a farle male; una storia d'amore contrastata che la travolge segnando il suo destino sentimentale; il marchio infamante che le si attacca addosso come la peste condizionando la sua carriera con alti e bassi vertiginosi; il buio, fino alla nuova dimensione di vita più pacificata. Io sono Mia è la storia di un'artista unica dalla voce inimitabile; la storia di una donna appassionata che ha amato fino in fondo con ogni fibra del suo essere.

Regia di Riccardo Donna con Serena Rossi e Maurizio Lastrico, Lucia Mascino, Dajana Roncione, Antonio Gerardi, Nina Torresi, Daniele Mariani, Francesca Turrini, Fabrizio Coniglio, Gioia Spaziani, Duccio Camerini, Simone Gandolfo con  Corrado Invernizzi e con  Edoardo Pesce.

È  prodotto da Eliseo Fiction in collaborazione con Rai Fiction. Sarà nei cinema italiani solo il 14, 15, 16 gennaio distribuito da Nexo Digital. Andrà in onda a febbraio su Rai1 e on line su RaiPlay. Il 10 gennaio anteprima e presentazione a Milano e Roma.

 

 

Pubblicato in Cultura

A Crotone il nuovo anno si apre con le polemiche dopo l'ennesima dichiarazione, “di stampo razzista del plenipotenziario”, segretario della lega di Matteo Salvini. L’accusa arriva dal Comitato Stop Decreto Sicurezza, nato in seno alla Rete del forum del terzo settore.

“Il neo leghista crotonese appare ossessionato dai soldi – afferma il comitato - così come soltanto i ricchi ereditieri sanno essere. Questa ossessione lo porta a snocciolare numeri e cifre sui soldi che le organizzazioni del terzo settore "rubano" supportando chi è in difficoltà. Aiuto che danno anche a chi, con estremo disappunto del ricco ereditiero, non corrisponde proprio ai requisiti della razza pura”. 

“Rivela anche le cifre che il Comune di Crotone perderebbe disattendendo il Decreto Sicurezza – prosegue il comitato - Questa affermazione è relativa alla decisione del segretario nazionale della Lega, Matteo Salvini di minacciare i Sindaci che in queste ore in tutta Italia si stanno ribellando ad una norma odiosa, carica di cattiveria e dalla matrice indubitabilmente xenofoba. A questo proposito una domanda ci sorge spontanea e la rivolgiamo al ricco ereditiero neo leghista: perché mai un Ministro dovrebbe togliere soldi a un comune per di più del Sud?. 

“Questa è una ritorsione, una minaccia – denuncia il comitato - che troppo poco si addice a uomini di governo, circostanza che, evidentemente, il fine giurista cattolico disdegna di prendere in considerazione, affetto oramai da un infantile estremismo politico. Non vorremmo utilizzare i concetti espressi da un altro cattolico che indica nei mali principali della chiesa e di questo inizio secolo gli odiatori di professione sostenedo che: "È uno scandalo quello di persone che vanno in chiesa, che stanno lì tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri e parlano male della gente: meglio vivere come ateo anziché dare una contro-testimonianza dell'essere cristiani". 

“Non lo vorremmo fare, ma siamo obbligati a farlo – conclude il comitato - visto il continuo starnazzare del ricco ereditiero, custode dei sacri valori giudaico cristiani, che esprime quotidianamente, maledicendo la continua secolarizzazione e auspicando un nuovo e più "illuminato" stato Teocratico.Aspettiamo con ansia le future invettive del neo leghista ereditiero crotonese e dei suoi cinque, anche se non ne siamo così sicuri ma giusto per essere sicuri, otto, seguaci”.

 

Pubblicato in Calabria

Trivellazioni, il ministro Sergio Costa smentisce e annuncia: “da quando sono Ministro non ho mai firmato autorizzazioni a trivellare il nostro Paese e i nostri mari e mai lo farò.Non sono diventato Ministro dell'Ambiente per riportare l'Italia al Medioevo economico e ambientale”. “Anche se arrivasse un parere positivo della Commissione Via, non sarebbe automaticamente una autorizzazione. Voglio che sia chiaro”, aggiunge Costa che interviene nella polemica sui sette permessi di ricerca del petrolio in Adriatico e nel Canale di Sicilia.

“I permessi rilasciati in questi giorni dal Mise – sottolinea il ministro dell’Ambiente - sono purtroppo il compimento amministrativo obbligato di un sí dato dal ministero dell’Ambiente del precedente governo, cioè di quella cosiddetta sinistra "amica dell'ambiente".

“Siamo e resteremo contro le trivelle. Quello che potevamo bloccare abbiamo bloccato. E lavoreremo insieme per inserire nel dl Semplificazioni una norma per bloccare i 40 permessi pendenti come ha proposto il Mise. Siamo per un’economia differente, per la tutela dei territori e per il loro ascolto.  Anche per questo incontrerò personalmente i comitati Notriv di tutta Italia. Per lavorare insieme a norme partecipate, inclusive e che portino la soluzione che tutti aspettiamo da anni”, conclude.

Pubblicato in Ambiente&Territorio

La ricerca costante di un nemico colpisce anche le cooperative. Così, durante un comizio elettorale, il ministro Salvini torna a colpire nel mucchio: questa volta tocca alle cooperative italiane. 

“Abbiamo rivisto anche i famosi 35 euro al giorno che venivano dati a queste cooperative... cooperative..., ne portano via uno al giorno di gente 'che magnava' su questi quattrini. Per esempio al centro immigrati di Mineo, che è il più grande d'Italia il costo si è sostanzialmente dimezzato, perchè va bene essere accoglienti e solidali, ma lo puoi fare anche spendendo la metà dei soldi. E guarda caso molte di queste cooperative, avendo visto ridurre i loro guadagni, hanno smesso di essere solidali, accoglienti e generose. Vuol dire che non gliene fregava assolutamente niente di accogliere il prossimo, ma solo di intascare i quattrini. hanno smesso di intascare quei soldi e noi li utilizziamo per aiutare i cittadini italiani''.

Un mix di fake news e propaganda che porta a creare confusione e puntare il dito contro il nemico di turno nella pancia del proprio elettorato. Stamattina nella trasmissione Agorà su Rai3 è stato il presidente nazionale di Legacoop Mauro Lusetti a chiarire alcuni aspetti relativi ai 35 euro e ai dati che riguardano le cooperative sull’accoglienza.

A rispondere alle parole del responsabile del Viminale è l’Alleanza delle cooperative italiane: “Le cooperative sono uno strumento di presidio del territorio e di supporto all’ordine pubblico. L’Alleanza delle Cooperative ha siglato la Carta della Buona Accoglienza con Ministero dell’Interno e Comuni. Le cooperative che troppo spesso fanno da bancomat allo Stato e gestiscono il 30% dei migranti hanno evitato che decine e decine di migliaia di migranti vagabondassero per strada. Ci sono stati dei casi meno virtuosi che sono stati giustamente individuati e colpiti. Sul fronte interno le cooperative offrono servizi di welfare a 7.000.000 di italiani. Senza cooperative ci sarebbe più emarginazione, meno servizi e meno sicurezza”. Così l’Alleanza delle Cooperative Italiane risponde in una nota alle dichiarazioni del ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini sul tema migranti”.

 

Pubblicato in Nazionale

Decreto sicurezza e “sindaci ribelli”. Anche alcuni governatori come Rossi (Toscana) e Bonaccini (Emilia Romagna) sono al fianco dei primi cittadini che rifiutano l’applicazione della legge che discrimina i migranti sull’iscrizione anagrafica. Un braccio di ferro che ha implicazioni giuridiche con ricorsi ed esposti presentati negli ultimi anni e non solo con l’attuale governo.

Infatti sulla vicenda interviene l’Associazione degli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). Con riferimento al dibattito in corso sulla iniziativa dei sindaci circa l'art. 13 del d.l. n., 113/2018, conv. in L. 132/18, che nella interpretazione fornita dal Ministero dell'Interno vorrebbe impedire l'iscrizione anagrafica ai titolari di permesso di soggiorno per richiesta di asilo, ASGI “ritiene opportuno precisare di avere già in corso iniziative volte a portare davanti alla magistratura la questione con richiesta di rinvio alla Corte Costituzionale che confidiamo sarà dunque presto chiamata a pronunciarsi sul punto”.

Come già  evidenziato – continuano i giuristi - riteniamo infatti che non sussista alcuna ragione giustificatrice – sotto il profilo dell'art. 3 Cost. - di una diversità di trattamento nell'iscrizione anagrafica che colpisce una sola categoria di stranieri legalmente soggiornanti (i titolari di permesso di soggiorno per richiesta di asilo, appunto), violando il principio di parità di trattamento coi cittadini italiani prevista dall'art. 6 d. lgs. n. 286/1998 per gli altri stranieri regolarmente soggiornanti. Tale discriminazione non solo nega ad essi  il diritto di essere parte a pieno titolo di una comunità locale, ma anche rende per loro estremamente difficile l'accesso a quei rapporti privati (si pensi alla assunzione presso un datore di lavoro in assenza del tradizionale documento di riconoscimento sul quale normalmente un datore di lavoro fa affidamento, cioè la carta di identità) e a quei servizi pubblici che sino ad oggi sono stati erogati sulla base della residenza come accertata dalla iscrizione anagrafica”.

“Ricordiamo – aggiunge Asgi - anche che a norma dell'art. 5, comma 3, dlgs 142/15 (introdotto proprio dallo stesso art. 13 del medesimo D.L. ) "L'accesso ai servizi comunque erogati sul territorio ai sensi delle norme vigenti è assicurato nel luogo di domicilio". Riteniamo pertanto fondamentale invitare i Sindaci, gli assessori comunali e regionali e i ministri  ad emanare immediatamente , nell'ambito delle loro competenze, tutti i provvedimenti possibili utili a consentire la assoluta parità di diritti dei richiedenti asilo, nell'ambito della normativa vigente, e ad impartire istruzioni precise ai propri uffici circa il diritto del richiedente di accedere a tutti i servizi (pubblici e privati) erogabili sul territorio comunale (corsi di formazione, di istruzione, Centro per l'impiego, assistenza sociale, nidi, scuole, banche e quant'altro...), facendo applicare rigorosamente l'art. 5, co. 3 d.lgs 142/2015”.

A tre mesi dall'entrata in vigore del decreto e nonostante la chiarezza della disposizione, i richiedenti asilo continuano infatti ad essere ostacolati sia nell'esercizio di molti diritti fondamentali sia anche nell'accesso a servizi essenziali perché, pur nella titolarità di un permesso di soggiorno, sono privi di residenza. “Impedire di fatto l'iscrizione ai centri per l'impiego – precisa - o l'apertura di un conto in banca o ancora l'iscrizione del figlio alla scuola dell'infanzia o all'asilo nido finisce col diventare una forma di discriminazione ideologica nei confronti dei soli richiedenti asilo che non ha nulla a che vedere con la sicurezza”.

ASGI dichiara la propria completa disponibilità “a fornire il pieno appoggio e il pieno sostegno a ogni iniziativa - tra cui quelle dei Sindaci di Palermo, Napoli e altri - che conduca ad un profondo ripensamento politico e ad ogni azione, anche giudiziaria, idonea ad abrogare questa o altre norme ingiuste contenute nel "decreto sicurezza" o a farne dichiarare dalla Corte Costituzionale l'illegittimità costituzionale”.

 

 

Pubblicato in Nazionale

Pubblicata la seconda edizione del report “Crisi ambientale e migrazioni forzate. Nuovi esodi al tempo dei cambiamenti climatici”, curato da Salvatore Altiero e Maria Marano per le associazioni A Sud e Centro di Documentazione sui Conflitti ambientali.

Salvatore Altiero, uno dei curatori, ci spiega in sintesi questa seconda edizione

"La prima edizione, pubblicata nel 2016, è stata citata come prova documentale nella sentenza con cui il Tribunale de L’Aquila, nel febbraio 2018, ha riconosciuto la protezione per motivi ambientali a Milon, cittadino del Bangladesh costretto ad migrare perché ridotto in povertà dal concatenarsi di cause politiche e ambientali, le alluvioni che colpiscono il Paese con gravi danni all’agricoltura.

Un lavoro di ricerca collettivo che non ha tanto a cuore l’imparzialità della scienza quanto il fornire uno studio sulle migrazioni forzate indotte da cause ambientali che attraverso dati, testimonianze e analisi politica sappia fornire “giustificazione scientifica” a una tesi di parte, la “parte Sud” del Pianeta. Così come non basterebbe erigere barriere per scongiurare gli effetti dell’innalzamento del livello dei mari, né esistono tecnologie in grado di neutralizzare gli effetti dei cambiamenti climatici – sembra voler dire il report – allo stesso modo muri e frontiere non potranno fermare la fuga di chi vive in quei luoghi della terra dove l’apocalisse climatica non è una prospettiva futura da studiare ma un presente che esplica già i suoi effetti disastrosi.

Questa la premessa di uno studio che invita il lettore ad allargare il proprio orizzonte sul tema delle migrazioni. Se infatti, in ottica eurocentrica e narcotizzati dalla retorica dell’”invasione”, siamo portati a percepire le migrazioni solo come passaggio di un confine, i dati dicono che le migrazioni interne, quelle di coloro che si spostano ma non abbandonano il proprio Paese, non possono essere ignorate se non a costo di un’analisi parziale della realtà. Nel 2017, ci sono stati 30,6 milioni di sfollati interni, più del numero dei rifugiati internazionali. Ad incidere sulle migrazioni interne sono soprattutto eventi climatici estremi. Le alluvioni hanno costretto a spostarsi 8,6 milioni di persone, i cicloni 7,5 milioni.

Secondo i dati del Global Report on Internal Displacement 2018 dell’Internal Displacement Monitoring Centre, nelle seguenti aree geografiche, il numero di persone in fuga dalle conseguenze di disastri naturali supera quello di chi fugge da guerre e conflitti: Asia orientale e Pacifico (8,6 milioni contro 705.000), Asia meridionale (2,8 milioni contro 634.000), America (4,5 milioni contro 457.000), Europa e Asia centrale (66.000 contro 21.000). Nell’Africa subsahariana abbiamo 5,5 milioni di migranti interni dovuti ai conflitti armati ma comunque 2,6 milioni di persone sono costrette a spostarsi a causa dei disastri naturali.

Ma che le cause ambientali non determino solo migrazioni interne è quanto meno ipotizzabile. In Italia, secondo dati Istat, sono stati concessi 262.770 permessi di soggiorno nel 2017, di cui il 38,5% per motivi di asilo e protezione umanitaria. Se guardiamo ai principali Paesi di cittadinanza delle persone in cerca di asilo e protezione internazionale in Italia, ai primi posti, troviamo Nigeria, Pakistan e Bangladesh. Ovvero Paesi segnati da da cicloni tropicali, inondazioni, piogge torrenziali, frane ma anche dagli impatti ambientali delle attività antropiche, come l’azione delle multinazionali del petrolio nel Delta State, causa di gravi casi di contaminazione.

Su 2,8 milioni di nuovi migranti interni associati ad eventi climatici estremi in Asia meridionale, ad esempio, 900.000 sono bengalesi. Scenari del genere non possono che incidere anche sulle migrazioni internazionali.

In molte aree del Pianeta, il cambiamento climatico e l’impatto ambientale del modello produttivo rendono ancora più gravi situazioni di povertà, violazione dei diritti umani, conflitti armati, cosicché risulta difficile associare la scelta di migrare ad una sola causa. Da questo punto di vista, le migrazioni ambientali sono la conseguenza di un modello di produzione e consumo che infrange pericolosamente i limiti ecologici del Pianeta e quelli di giustizia sociale e intergenerazionale.

Parlare di migrazioni forzate determinate da cause ambientali non significa solo prendere in considerazione quelle determinate dal cambiamento climatico. Cause ambientali di migrazione possono essere considerati i conflitti per la gestione delle risorse naturali, come i minerali preziosi in Repubblica Centro Africana e Repubblica Democratica del Congo o il petrolio in Nigeria e Sud Sudan, così come gli effetti devastanti di grandi opere come le dighe, del landgrabbing e del watergrabbing. Negli ultimi 60 anni il 40% dei conflitti intra-statali (guerre civili come quelle in Angola, Congo, Darfur, Medio Oriente) ha avuto come scintilla proprio l’accaparramento e la gestione di risorse strategiche (dati UNEP, From conflict to peacebuilding. The role of natural resources and the environment).

In questa chiave, assumere il tema delle migrazioni ambientali impone ai Paesi cosiddetti sviluppati un’assunzione di responsabilità sulle conseguenze di un modello di sviluppo fondato sullo sfruttamento intensivo delle risorse naturali e degli esseri umani che crea ricchezza iniquamente distribuita e incide sulla povertà di ampie fasce della popolazione mondiale.

La retorica delle “ondate”, dell’“invasione”, della “sostituzione etnica” adoperata ciclicamente nella descrizione dei flussi migratori diretti verso l’Europa cela una realtà molto diversa e più complessa. A dicembre 2018, i dati UNHCR parlano di 68,5 milioni di persone in tutto il mondo costrette a fuggire dal proprio Paese, un numero mai così alto. Di queste, circa 25,4 milioni sono rifugiati, più della metà dei quali di età inferiore ai 18 anni. Alla stessa data, sommando gli arrivi via mare e via terra, il dato è che, del fragore di questa marea umana, in Europa è arrivata appena una debole eco: 113.539 persone, di cui 22.927 in Italia.

Se andiamo avanti nell’analisi dei dati, la sensazione è sempre più quella di un mondo raccontato alla rovescia: sul totale dei rifugiati al 2017, l’84% è accolto in Paesi in via di sviluppo, il 26% nei Paesi più poveri in assoluto, meno del 10% nell’Unione Europea. Se guardiamo ai dati – afferma il report – vacillano insieme l’idea di un’Europa percepita come principale luogo di approdo dei richiedenti asilo e quella dell’Italia come Paese che sopporta il maggiore carico dell’accoglienza. È vero piuttosto che gli effetti del cambiamento climatico e della crisi ambientale in atto non sono omogeneamente distribuiti dal punto di vista geografico: sono le popolazioni più povere e la cui sopravvivenza è più strettamente legata ai servizi gratuiti della natura quelle che maggiormente subiscono le conseguenze dei danni arrecati all’ecosistema, riproducendo così, nell’ambito della distribuzione dei costi ambientali dello sviluppo, gli stessi rapporti di subalternità connessi alle dinamiche produttive e agli equilibri politici.

È per questo che il report assume la categoria del “capitalocene”, ponendo l’accento sul cambiamento climatico come prodotto storico dei rapporti di produzione e consumo, di potere ed economici che hanno condotto l’umanità fino al baratro dell’autodistruzione. L’assurdo, precisa il report, è che in un Pianeta che rischia di implodere a causa dei cambiamenti climatici la sicurezza sia percepita come funzione di confini che i governi continuano a difendere più dei limiti ecologici del Pianeta, e non si avverta invece l’estrema precarietà a cui l’esistenza stessa dell’umanità viene sottoposta dalla minaccia del climate change.

Un problema che riguarda solo i Paesi in via di sviluppo? Non proprio. Il report, in questa sua seconda edizione, presenta un focus sulle migrazioni ambientali in Italia, proprio per rendere chiaro che i cambiamenti climatici e lo spostamento forzato di popolazione per cause ambientali interessano ormai anche i Nord del mondo. Un dato su tutti: dal 2010 ad oggi, secondo quanto riportato nel dossier di Legambiente Sos acqua: nubifragi, siccità, ondate di calore. Le città alla sfida del clima”, 198 comuni italiani sono stati colpiti da eventi climatici disastrosi con oltre 45.000 sfollati.

Chi si sente sicuro del proprio futuro o interpreta la propria “sicurezza” in funzione di falsi bisogni, dovrebbe allora aprire gli occhi sul fatto che a rendere insicura la sopravvivenza stessa dell’umanità c’è oggi la prospettiva di una nuova era glaciale. In questo scenario, mentre i Nord del mondo siedono sull’orlo del baratro a guardare e consumare, nei Sud del mondo questa nuova era glaciale esplica già i suoi effetti peggiori. La follia sta nel pensare un mondo in cui l’Occidente possa star fermo e continuare a prosperare mentre i poveri della Terra sprofondano senza muovere un passo.

Le migrazioni ambientali sono la rivendicazione fatta corpi e vite di un altro modo di produrre e distribuire ricchezza, sono una conseguenza sociale dell’attuale modello di sviluppo il cui respingimento non ha più a che fare con l’incoscienza o l’irresponsabilità ma con un’umanità smarrita. Il “capitalocene” è allora l’era in cui non c’è solo da difendere il diritto degli “altri”, intesi come i più svantaggiati dal punto di vista socio-economico, a migrare, ma quello di tutti a restare; il diritto di vivere in un ambiente sano, di non essere costretti ad abbandonare i luoghi d’origine a causa della compromissione dell’ambiente".

Link al report: https://goo.gl/uYVeh6

 

 

Pubblicato in Migrazioni
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