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Mercoledì, 20 Novembre 2019

Articoli filtrati per data: Venerdì, 11 Ottobre 2019 - nelPaese.it

Accelerare il percorso di sperimentazione per innovare i centri diurni per le persone con disabilità: ridisegnandoli come spazi inclusivi, in cui promuovere le autonomie e l’autostima dell’individuo, riconoscendone l’identità, i desideri, i bisogni e il ruolo sociale, e supportandolo nella costruzione del proprio progetto di vita.

Ad auspicarlo le famiglie, oggi sempre meno propense ad affidare il proprio caro a un centro diurno, visto da molti come luogo statico, chiuso ed autocentrato e dall’offerta limitata, per lo più basato su un approccio assistenziale; a chiederlo con forza anche il mondo della cooperazione sociale, che da tempo accoglie e condivide tali richieste immaginando modalità e percorsi nuovi. È una visione nuova e necessaria di superamento dei centri diurni, servizi sociosanitari semiresidenziali nati principalmente per dare sollievo alle famiglie e costruiti anzitutto come risposta emergenziale, che la stessa Regione del Veneto abbraccia e promuove nel Piano sociosanitario regionale 2019-2023.

Sono stati questi i nodi del dibattito al convegno “Quale futuro per i centri diurni per la disabilità?”, stamattina al centro culturale “Candiani” di Mestre, promosso dalla cooperativa sociale La Rosa Blu in occasione dei suoi 40 anni, in collaborazione con Legacoop Veneto e con il patrocinio del Comune di Venezia.

Ma quali le sperimentazioni da avviare? In che direzioni orientarle? «C’è bisogno di codificare dei modelli strutturati, che naturalmente chiedono anche gambe e risorse» evidenzia Loris Cervato, responsabile del Settore Sociale di Legacoop Veneto, che continua: «La cooperazione sociale è pronta a condividere con le istituzioni e gli attori coinvolti le proprie competenze e la propria capacità di essere laboratorio di innovazione, anche mettendo in campo progettualità già elaborate a cui poter ispirare l’evoluzione possibile dei centri diurni».

E un tassello importante a questa fase di sperimentazione intende metterlo proprio La Rosa Blu di Chirignago (Venezia). Una cooperativa pionieristica, nata alla fine degli anni Settanta, da sempre attiva ai più importanti tavoli di confronto per il riconoscimento del diritto alla cittadinanza ai più deboli, negli anni Novanta ha anche partecipato alla stesura delle linee guida della legge nazionale 381 che disciplina l’attività delle cooperative sociali.

Tre le progettualità innovative della Rosa Blu, già pronte sulla carta e ora in attesa di prendere il via. Perché sullo sfondo, «purtroppo, resta un problema di risorse economico-finanziarie per la gestione ma pure di formazione di nuove competenze per gli operatori, chiamati ad occuparsi anche di persone con “doppia diagnosi”, ossia con problemi dello spettro autistico o psichiatrici» spiega il presidente Marco Caputo.

Gli fa eco Cervato che aggiunge: «Fare innovazione e garantire qualità implica una serie di costi, tra cui quelli legati al personale, da formare e qualificare costantemente. Poniamo perciò all’attenzione della Regione il recente rinnovo del Contratto collettivo nazionale delle cooperative sociali, che comporta un aumento del 6% dei costi del personale e chiediamo un comportamento responsabile da parte delle istituzioni nel considerare tali aumenti nelle rette/quote corrisposte e nei costi dei servizi».

Più nel dettaglio, le proposte elaborate dalla Rosa Blu per superare il modello attuale dei centri diurni, frutto della collaborazione del Dipartimento di Pedagogia di Iusve, si rivolgono tutte a gruppi ristretti di persone (5/6 contro il numero delle attuali 25 ospitate, che può toccare la soglia massima di 30) e prevedono una durata triennale. La prima progettualità ha l’obiettivo di formare competenze che favoriscano l’inserimento lavorativo, scopo fondamentale degli interventi della cooperativa fin dalla sua nascita; la seconda linea progettuale mira a rendere autonome le persone con una disabilità di medio grado in modo da favorire il più possibile la loro permanenza nel contesto familiare; la terza, infine, intende evitare o ritardare il più possibile l’inserimento in una comunità alloggio per chi riscontra maggiori difficoltà nella propria autonomia.

«Ci auguriamo che il nuovo Piano di zona dei servizi sociali e sociosanitari 2020-2022 recepisca tutto questo e metta in rete i diversi soggetti che potranno fornire risorse (finanziarie e non) per l’innovazione dei Centri diurni» commenta Caputo. «Ma chiediamo anche che le cooperative sociali siano rese più protagoniste nelle politiche di inserimento delle persone con disabilità, attraverso una più stretta progettazione e condivisione dei percorsi individuali con i servizi sociosanitari di riferimento».

Manuela Lanzarin, assessore alla Sanità e ai Servizi sociali della Regione del Veneto, intervenuta al convegno ha ascoltato le sollecitazioni delle famiglie e della cooperazione sociale, e dopo aver ricordato come il tavolo regionale per la disabilità si stia occupando di questi temi, anche leggendo i cambiamenti e i nuovi bisogni, ha detto: «Stiamo cercando di andare oltre la programmazione regionale consolidata, affiancando ad essa esperienze innovative sull’inserimento lavorativo, l’autonomia abitativa, i modelli di sperimentazione leggera, i progetti connessi al “dopo e durante noi”. Nello specifico, la fase di sperimentazione per i servizi semiresidenziali è già in itinere (ricordo che la delibera 739, sperimentale di un anno, è stata di fatto poi sempre potenziata e rifinanziata), anche se in misura ancora difforme e disomogenea, ed è monitorata. Ora serve sistematizzarla e creare modelli strutturati perché l’innovazione entri in modo stabile e codificato nella programmazione regionale, innovandola con risposte nuove e aggiornate per le famiglie, che chiedono oggi modelli diversi, più flessibili e moderni».

I centri diurni per persone con disabilità

Il Centro diurno è un servizio sociosanitario semiresidenziale per persone con disabilità che accoglie fino a un massimo di 30 persone di età tra i 18 e i 65 anni.

I numeri. Oggi in Veneto sono circa 300 i centri diurni attivi, frequentati da quasi 6300 persone con disabilità (gravi, fisiche, psichiche). Luoghi di educazione e di cura della persona, spesso gestiti da strutture accreditate come cooperative sociali, associazioni o realtà del terzo settore (75%) e dalle Ulss per la presa in carico dei casi più gravi (25%).

Il fondo. Le strutture accreditate sono sostenute dal finanziamento regionale, diversificato in base alla gravità della disabilità, alla tipologia dei centri e delle loro attività, alle peculiarità e alla storia dei territori. Con il Fondo per la non autosufficienza del 2018 la Regione Veneto finanzia i centri diurni per disabili con 89,6 milioni di euro.

Il quadro normativo regionale. Delibera giunta regionale 739/2015: promozione di percorsi personalizzati e innovativi alternativi alle attuali modalità di inserimento diurno previste dalla Legge Regionale 22/2002, finalizzati allo sviluppo e al mantenimento delle capacità abilitative: definizione dei progetti di sperimentazione in materia di semiresidenzialità (DGRV 739/2015).

Delibera giunta regionale 740/2015: avvia la nuova programmazione e le modalità di determinazione delle rette tipo per i Centri diurni per persone con disabilità (DGR 6/CR del 10 febbraio 2015).

 

Pubblicato in Salute

La Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap ha incontrato oggi il Ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, in un confronto "molto intenso e di chiarimento".

La FISH teneva in modo particolare a riportare quanto segnalato direttamente da migliaia di famiglie in tutta Italia: i disagi, le difficoltà, le violazioni avvenute anche all’inizio di quest’anno scolastico e che rappresentano un palese ostacolo all’inclusione scolastica se non in molti casi alla stessa frequenza delle alunne e degli alunni con disabilità. “Insegnanti di sostegno non assegnati, assistenza alla persona e alla comunicazione indisponibili, servizi di trasporto non attivati, sono la rappresentazione di una situazione grave, non gestita preventivamente anche se ampiamente segnalata dalla FISH”. Si aggiunga che i dati raccolti dalla FISH delineano una situazione addirittura peggiore degli anni scorsi.

Su questi aspetti il nuovo Ministro ha prestato attenzione ed ha raccolto le indicazioni di FISH di “attivare da subito tutte le misure che impediscano il ripetersi di questi disagi il prossimo anno”. Già da subito il responsabile del Dicastero inserirà nella Programmazione del Ministero, da presentare al Consiglio dei Ministri, azioni ed interventi congruenti con queste finalità.

FISH ha ribadito “la necessità di rafforzare, orientare e imprimere nuovo vigore al Comitato tecnico scientifico dell’Osservatorio per l’inclusione scolastica del MIUR”, ambito in cui vengono delineati gli indirizzi operativi per le politiche immediate e future su questi aspetti sulla base delle indicazioni provenienti dalla consulta dello stesso Osservatorio.

“Una necessità che si assomma a quella di prevedere – altra richiesta di FISH – luoghi consolidati di confronto e coordinamento anche con altri Ministeri ed in particolare quello del Lavoro e quello della Salute”.

E vi è anche un ulteriore elemento centrale ed urgente: è iniziato un percorso normativo (decreto legislativo 66/2017 e sua recente correzione) che fissa importanti indicazioni e principi ma che non è ancora operativamente attuato perché mancano decreti applicativi e regolamenti. FISH ha chiesto “di dare immediata attuazione con gli atti applicativi previsti ad iniziare dal centrale principio della continuità didattica”. Il Ministro ha accolto l’indicazione come pure l’ipotesi di procedere per obiettivi strategici prioritari.

“Raccogliamo con favore l’attenzione dimostrata dal Ministro – commenta Vincenzo Falabella, presidente della FISH – confidando che si traduca in atti concreti su cui presteremo costante attenzione. Superfluo ribadire il perserverare della nostra disponibilità alla collaborazione e al confronto in ogni luogo e in ogni momento che sia efficacemente orientato alla reale inclusione delle persone con disabilità.”

Pubblicato in Diritti&Inclusione
E' stato approvato in Consiglio dei ministri il decreto clima, fortemente voluto dal ministro dell'Ambiente Sergio Costa. "E' il primo atto normativo del nuovo governo – afferma il ministro – che inaugura il Green New Deal: il primo pilastro di un edificio le cui fondamenta sono la legge di bilancio e il Collegato ambientale, insieme alla legge Salvamare, in discussione alla Camera, e a  'Cantiere ambiente', all'esame del Senato. Tutto questo dimostra che il governo sta realizzando una solida impalcatura ambientale, che guarda all'Europa e al miglioramento della qualità della nostra vita quotidiana, con misure come il potenziamento della graduale riduzione delle infrazioni per le discariche abusive e per la depurazione delle acque, il bonus mobilità, la riforestazione urbana".

"Tengo a precisare – aggiunge Costa – che la riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi, inizialmente prevista nel decreto clima, è contemplata nella legge di bilancio. La nostra idea è fare un taglio costante negli anni, da qui al 2040, ma senza penalizzare nessuno. Con le necessarie limature e concertazioni cercheremo di dar luce al miglior provvedimento possibile, con l'obiettivo principale di tutelare l'ambiente, salvaguardando al tempo stesso il nostro sistema produttivo".

Tra le principali novità introdotte dal decreto clima, il buono mobilità per le città e le aree sottoposte a infrazione europea per la qualità dell'aria per il quale vengono stanziati 255 milioni di euro (fino a 1500 euro per la rottamazione dell'auto fino alla classe euro 3 e fino a 500 euro per i motocicli a due tempi). Sono istituiti un fondo di 40 milioni di euro per i Comuni per la realizzazione o l'ammodernamento delle corsie preferenziali e un fondo di 20 milioni di euro per realizzare o implementare il trasporto scolastico per gli alunni delle scuole elementari e medie con mezzi ibridi, elettrici o non inferiori a euro 6.

Inoltre, 30 milioni di euro saranno destinati alla piantumazione e al reimpianto degli alberi e alla creazione di foreste urbane e periurbane nelle città metropolitane. E ancora: saranno aumentati i poteri e le risorse dei commissari che si occupano delle bonifiche delle discariche abusive e della depurazione delle acque, per risolvere il problema storico delle infrazioni ambientali; venti milioni saranno destinati ai commercianti (fino a 5 mila euro per ciascuno) per la realizzazione di un "green corner" per la vendita di prodotti sfusi.

Infine, l'Ispra, l'Istituto superiore per la ricerca ambientale di cui si avvale il ministero dell'Ambiente, realizzerà un database pubblico, grazie a una dotazione di un milione e mezzo di euro, per la trasparenza dei dati ambientali. I concessionari di servizi pubblici dovranno rendere disponibili in rete i risultati delle rilevazioni effettuate.

Pubblicato in Nazionale

 “La notizia positiva è che la strada fin qui tracciata per il Piano per la non autosufficienza non sarà interrotta, anzi la prossima settimana dovrebbe già esserci il sì del Consiglio dei Ministri. Il dato che ancora non ci soddisfa sono le risorse messe a disposizione che riteniamo insufficienti a dare risposte in tutti i territori perché le differenze fra realtà e realtà sono ancora troppo profonde” così Roberto Speziale, coordinatore della Consulta disabilità e non autosufficienza del Forum del Terzo Settore, spiega l’esito dell’incontro fra il mondo dell’associazionismo e il Ministro del Lavoro e Welfare Nunzia Catalfo sulla proposta  di un Piano per le non autosufficienze.

“Lo stesso ministero, attraverso il suo direttore del resto – fa notare Speziale – nell’analisi dei dati ha messo in risalto la forte sperequazione territoriale che la spesa sociale fa registrare ed il ritardo accumulato a causa de fatto che solo di recente il fondo è stato stabilizzato è reso strutturale. Non a caso una delle misure più significative è proprio il “buono di servizio” pari a 400 euro riparametrabili in basi ad altri servizi goduti”.

“Proprio per questo – dice Speziale – come Forum, su impulso della consulta, abbiamo richiesto al Presidente del Consiglio di incrementare progressivamente il fondo almeno a 5 miliardi, anche attraverso una ricomposizione della spesa, per ampliare la platea dei destinatari, che attualmente si stima in circa 120.000 persone tra gravi e gravissimi, e per poter avviare una concreta definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni”.

“Inoltre – aggiunge Speziale – abbiamo chiesto che venga dato un ruolo attivo agli enti di terzo settore ai vari livelli e che siano inserite precise indicazioni sugli aspetti occupazioni e qualità del lavoro e delle prestazioni rese, evitando forme di mera monetizzazione del bisogno o di lavoro sottopagato”.

“Il ministro – conclude il coordinatore della Consulta disabilità del Forum Terzo Settore – ci ha assicurato che porterà le nostre richieste all’attenzione del Consiglio dei Ministri e quindi è auspicabile che siano ascoltate. Perché sebbene il piano sia condivisibile nelle linee generali, ci sono ancora aspetti pratici che necessitano di un ulteriore approfondimento e confronto per scongiurare il rischio che poi l’impatto sulla vita materiale delle persone e dei territori del fondo e del relativo Piano continui a scontare le criticità fin qui registrate”.

Pubblicato in Nazionale

"Prosperità inclusiva. Aspirazioni e azioni per dar forma al futuro" è il titolo della XIX edizione delle Giornate di Bertinoro per l’Economia Civile, il tradizionale appuntamento di AICCON, Centro Studi dell’Università di Bologna, in corso oggi e domani a Bertinoro (FC).

Quale forma avrà il futuro? Qual è il contributo peculiare del Terzo settore nel generare valore e nel condividerlo in un contesto trasformato? A partire da questi interrogativi si sono confrontati i relatori della Sessione di Apertura dal titolo “Prosperità Inclusiva: il ruolo dell’Economia Civile nella trasformazione dell’esistente” introdotta e coordinata da Paolo Venturi, Direttore AICCON; che ha visto la partecipazione di Stefano Zamagni, Università di Bologna; Elena Casolari, Cofondatrice e Presidente esecutivo Fondazione OPES-LCEF; Mauro Magatti, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano e Stefano Micelli, Università Ca’ Foscari, Venezia.

Come ha sottolineato il prof. Zamagni nel suo intervento “L’Economia Civile ha di fronte a sé la possibilità di contribuire al disegno di una società che sappia trasformare la quantità sempre maggiore di risorse umane escluse dal processo di produzione a causa dell’incessante sviluppo tecnologico in una forza che agisce per migliorare la qualità della vita”.

I lavori della mattina sono terminati con la presentazione dell’ultima rilevazione Istat sulla struttura e i profili del settore non profit in Italia (dati 2017). La presentazione si è aperta con l’intervento di Michele Camisasca, direttore generale Istat, “L’Istat sente la responsabilità del proprio ruolo istituzionale e di contribuire alla conoscenza dei dati del non profit tramite dati statistici economici e sociali. Un compito che valorizza le sinergie con altre istituzioni a servizio e per il bene del paese.”

Secondo la rilevazione presentata da Istat le istituzioni attive nel nostro paese sono 350.492, 2,1%in più rispetto al 2016, ed impiegano 844.775 dipendenti (+3,9%). Nel 2001 le istituzioni del non profit erano 235.232. Il settore si espande con tassi di crescita medi annui superiori alle imprese profit, passando dal 5,8% del 2001 all,8% del 2017 per numero di unità e dal 4,8% al 7%. A livello regionale questa crescita è più sostenuta al sud (+3,1%), nel nord-ovest (+2,4%) e al centro (+2,3%).

Circa due terzi delle istituzioni non profit sono attive nel settore della cultura, sport e ricreazione (64,5%), seguono quelle dell’assistenza sociale e protezione (9,2%), delle relazioni sindacali e rappresentanti (6,5%), della religione (4,8%), dell’istruzione e ricerca (4%) e della sanità (3,5%). L’85% delle istituzioni non profit opera senza dipendenti. Aumentano di più in particolare i lavoratori a tempo determinato (+24,5%); soprattutto fra gli over 50 (+7,9%), tra gli stranieri (+7%) e i laureati (+6,3%). Fra i dipendenti prevalgono le donne (71,7%).

“Come testimoniano i dati sulle istituzioni del non profit presentati oggi l’Istat continua a monitorare con attenzione questo importante settore dell’economia italiana dove il suo peso è in continua espansione” sottolinea Stefano Menghinello, direttore della Direzione centrale per le statistiche economiche Istat.

 

Pubblicato in Economia sociale
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