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Mercoledì, 20 Novembre 2019

Articoli filtrati per data: Martedì, 15 Ottobre 2019 - nelPaese.it

Il sequestro, la detenzione arbitraria e la tortura della difensora dei diritti umani e giornalista Esraa Abdelfattah è per Amnesty International un nuovo segnale dell'aumento della brutalità nei confronti dei difensori dei diritti umani da parte delle autorità egiziane, con l'evidente obiettivo di seminare il terrore fra critici e oppositori.

Esraa Abdelfattah è stata aggredita e sequestrata il 12 ottobre da uomini in borghese appartenenti alle forze di sicurezza. Il giorno successivo ha riferito alla Procura suprema per la sicurezza dello stato di essere stata picchiata, tenuta in piedi per quasi otto ore e aver subito un tentativo di strangolamento. "Il racconto delle torture subite da Esraa Abdelfattah a pochi giorni da quanto accaduto in custodia al noto attivista e blogger Alaa Abdel Fattah, che ha descritto un simile calvario, è un'indicazione allarmante che le autorità egiziane stanno aumentando il loro ricorso a tattiche brutali per reprimere i difensori dei diritti umani", ha dichiarato Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull'Africa del Nord di Amnesty International.

"Esraa Abdelfattah è vittima di accuse pretestuose ed è detenuta arbitrariamente per via del suo lavoro in difesa dei diritti umani. Deve essere rilasciata immediatamente e senza condizioni", ha aggiunto Najia Bounaim. Esraa Abdelfattah è stata prelevata di notte dalla sua automobile e portata in un luogo di detenzione non precisato, gestito dall'Agenzia per la sicurezza nazionale, da dove non ha potuto contattare i suoi familiari e i suoi legali.

"Le modalità di arresto – sequestrata da agenti in borghese e portata via in un furgoncino in pubblico – segnano una nuova allarmante tendenza nel modo in cui i difensori dei diritti umani sono presi di mira dalle autorità egiziane", ha commentato Najia Bounaim.

Dopo l'arresto, un agente dell'Agenzia per la sicurezza nazionale l'ha minacciata di tortura perché lei non aveva fornito il codice per sbloccare il suo telefono cellulare. A quel punto diversi uomini sono entrati nella stanza e hanno iniziata a colpirla sul viso e sul corpo. L'agente è rientrato e al nuovo rifiuto di Esraa di sbloccare il telefono le ha tolto la felpa e l'ha usata per strangolarla, dicendole "la tua vita in cambio del telefono", fino a quando lei ha rivelato il pin. A quel punto è stata ammanettata in modo da non potersi sedere o inginocchiare e così è stata fatta rimanere per otto ore. Un altro agente l'ha minacciata di nuove torture se avesse riferito l'accaduto al pubblico ministero.

Secondo un rapporto del 2017 del Comitato contro la tortura delle Nazioni Unite, questa in Egitto è  è sistematica e, sebbene praticata dalle forze di sicurezza, pubblici ministeri e giudici sono responsabili della sua agevolazione.

"I pubblici ministeri egiziani devono porre fine al ripugnante uso della tortura, un reato secondo la costituzione dell'Egitto e per il diritto internazionale dei diritti umani, e devono avviare indagini per tutte le accuse di tortura e portare i responsabili di fronte alla giustizia", ha dichiarato Najia Bounaim. "Lo spaventoso trattamento subito da Esraa Abdelfattah manda alla comunità internazionale un messaggio chiaro: le autorità egiziane non si fermeranno di fronte a nulla pur di ridurre al silenzio col terrore coloro che sono considerati dissidenti. Gli alleati dell'Egitto devono dire forte e chiaro che l'oppressione, la tortura e la detenzione arbitraria dei difensori dei diritti umani non saranno tollerati", ha concluso Najia Bounaim.

Processo all'attivismo politico

Il pubblico ministero ha disposto la detenzione per 15 giorni per Esraa Abdelfattah, sotto indagine per "collaborazione con un gruppo terroristico nel raggiungimento dei suoi obiettivi", "diffusione di notizie false" e "uso improprio dei social media" nell'ambito dell'inchiesta che coinvolge anche altri difensori dei diritti umani come l'avvocata Mahienour el-Massry, il politico Khalid Dawoud e il professore di scienze politiche Hassan Nefea. Come loro, Esraa Abdelfattah è stata interrogata sul suo attivismo politico.

Il pubblico ministero non ha presentato alcuna prova contro di lei a parte il fascicolo aperto dall'inchiesta dell'Agenzia per la sicurezza nazionale, fascicolo a cui né lei né i suoi avvocati hanno potuto avere accesso. Amnesty International crede che queste accuse siano completamente infondate e siano dovute solamente dall'esercizio pacifico dei suoi diritti di associazione, espressione e partecipazione alla vita pubblica.

Esraa Abdelfattah è stata uno dei primi difensori dei diritti umani in Egitto a essere colpita da un divieto di viaggio, quando il 13 gennaio 2015 le fu impedito di partire dall'aeroporto del Cairo e le fu detto che il provvedimento contro di lei era relativo all'inchiesta nota come "caso 173", sul finanziamento straniero delle Ong. È una dei difensori dei diritti umani più noti scesi in piazza dallo scoppio delle proteste il 20 settembre.

Pubblicato in Dal mondo

L'Alleanza delle Cooperative Italiane regionale ha incontrato al Park Hotel di Perugia (15 ottobre) i candidati alla Presidenza delle Regione Donatella Tesei e Vincenzo Bianconi. L'incontro è stata l'occasione per un confronto sul futuro dell'Umbria, e per presentare ai candidati le priorità individuate dalla cooperazione. Il peso di questo settore è importante essendo la seconda regione in Italia per peso dell'economia cooperativa con 700 cooperative attive in cui lavorano 20.000 persone.

"In relazione ad alcuni interventi usciti negli ultimi giorni sulla stampa – afferma Dino Ricci Vice-presidente Alleanza delle Cooperative Italiane e Presidente Legacoop Umbria – in cui si parla di una presunta spaccatura della cooperazione umbra voglio dire con chiarezza che posizioni di singoli dirigenti e ex dirigenti non rappresentano la cooperazione, sono interventi fatti a titolo personale. La cooperazione umbra è fortemente unita su un percorso autonomo con i propri valori e principi non negoziabili. Ci confrontiamo con tutti rappresentando ai candidati le nostre proposte che costituiranno il filo conduttore del confronto che avremo nei prossimi mesi con chi verrà eletto a guidare la Regione".

L'agenda della cooperazione può essere sintetizzata in pochi punti estremamente concreti. I cooperatori chiedono di accelerare la ricostruzione, superando il commissario unico e dando maggiori poteri agli enti locali. Una seconda priorità è ridurre la burocrazia che frena gli investimenti e i programmi delle imprese. In terzo luogo sarà prioritario superare le gare al massimo ribasso che comprimono i diritti dei lavoratori, riducono la qualità dei servizi e premiano le imprese meno qualificate. I vertici , su questo punto, hanno chiesto ai candidati l'approvazione di una legge regionale chiara e semplice che superi questa logica nelle gare pubbliche. Altro tema centrale per l'Alleanza delle Cooperative è investire nel welfare e sulle fasce deboli della popolazione.

Nell'incontro i cooperatori hanno confermato ai candidati il proprio impegno a dare un contributo al rilancio ed allo sviluppo della regione. In questa prospettiva l'Alleanza ha chiesto un impegno per il sostegno della nascita e dello sviluppo delle imprese recuperate dai lavoratori in forma cooperativa (Workers BuyOut). Queste imprese negli anni della crisi economica hanno permesso di recuperare importanti realtà produttive della regione e di salvare centinaia di posti di lavoro. Ulteriore è stata chiesta ai candidati per l'applicazione della recente legge regionale che disciplina le cooperative di comunità, uno strumento innovativo che può essere utilizzato per rivitalizzare le aree rurali e per riqualificare le aree urbane degradate delle città.

Le cooperative sono imprese legate al territorio, che non delocalizzano, che negli anni della crisi hanno resistito ed ora sono pronte a lavorare per far ripartire l'economia regionale collaborando con gli attori pubblici, i cittadini e le imprese private.

 

Pubblicato in Umbria

Il rinnovo della concessione Val d'Agri, la rinegoziazione degli accordi con ENI e con TOTAL in vista dell’avvio delle attività del Centro Oli di Tempa Rossa sono al centro del dibattito pubblico e dei confronti che la Giunta Regionale sta portando avanti in questi giorni con le compagnie petrolifere.

Il quadro che emerge dalle interlocuzioni, seppur ancora incompleto, “ci sembra tuttavia già caratterizzato su alcune posizioni”, spiega Legambiente Basilicata. Il petrolio oggi come negli ultimi venti anni continua ad essere considerato una "risorsa" se non una "ricchezza" per la Basilicata. Soprattutto non viene posta in dubbio la compatibilità delle attività estrattive con ambiente, salute e sviluppo socio-economico. Viene altresì ribadita fiducia piena nella possibilità di garantire le condizioni di sostenibilità per continuare a sfruttare la risorsa petrolifera.

«L’Eni ha estratto il petrolio senza empatia con i territori, ha portato un apparente ricchezza approfittando dell’ingenuità della comunità. – dichiara il presidente di Legambiente Val d’Agri Ennio Di Lorenzo. – La situazione in Val d’Agri, dopo venti anni di estrazioni, è peggiorata dal punto di vista socio-economico, ambientale e sanitario». Le inchieste giudiziarie in corso su quanto accaduto al COVA di Viggiano e in Val d'Agri, mettono in luce l’impossibilità di fidarsi delle compagnie petrolifere e l’immediata necessità di modificare le modalità con le quali ci si è interfacciati con Eni prima e Total poi.

Con la Conferenza Nazionale organizzata in Val d’Agri dalla Legambiente e dalla Rete degli Studenti Medi della Basilicata pochi giorni fa, sono stati affrontati tutti gli aspetti connessi alla questione petrolifera in Basilicata, con ospiti di primissimo piano e insindacabile professionalità ai quali è stato affidato il compito di fornire, soprattutto alle giovani generazioni, chiavi di lettura in più possibile oggettive sugli impatti delle attività estrattive su ambiente, lavoro, salute e sviluppo territoriale. «Il nostro ruolo è quello di creare coscienza critica e consapevolezza tra gli studenti di oggi e i lavoratori di domani. – dichiarano i rappresentanti della Rete degli Studenti medi Alice Marmo e Antonio Marsicano – Solo ponendo un freno al dominio culturale da parte delle multinazionali e rinforzando la base di informazione critica nella cittadinanza si può giungere a una ridiscussione e a un drastico cambiamento nei siti di estrazioni lucani».

Peraltro oggi più di ieri i temi della crisi climatica e della transizione energetica irrompono necessariamente con forza all'interno del dibattito sull'estrazione e uso delle risorse petrolifere e sarebbe profondamente sbagliato eluderle a maggior ragione laddove è collocato il più grande giacimento di petrolio on-shore d'Europa.

In questo quadro sono sempre più necessari momenti di approfondimento dedicati per aprire un confronto sul futuro della nostra Regione, con la presenza di istituzioni, sindacati, associazioni e cittadini. Purtroppo, è da sottolineare la necessità di cambiare radicalmente l’approccio con il quale il tessuto sociale e politico lucano si interfaccia alla questione petrolifera: «La Regione ha vissuto per 20 anni una dittatura petrolifera – dichiara il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani - dobbiamo lavorare per il 25 aprile della Basilicata. Il petrolio rende succubi i territori perché anestetizza le politiche e la politica. È come una droga allucinogena che fa vedere una realtà che non esiste. L’alternativa al fossile esiste già, è disponibile e va adottata subito».

«Noi di Legambiente, sostiene Antonio Lanorte, Presidente di Legambiente Basilicata - 20 anni fa come oggi avremmo preferito che la Basilicata definisse altre traiettorie di sviluppo piuttosto che vincolarsi così strettamente a un'opzione, quella petrolifera, che ne sta mettendo a rischio salute, risorse naturali, economia e finanche la stessa identità territoriale. Oggi chiediamo realisticamente una rapida strategia di rinuncia al petrolio in questa Regione e la definizione di un concreto processo di riconversione produttiva verso comparti moderni e sostenibili "oltre" il petrolio. Le interlocuzioni in corso tra Regione e compagnie petrolifere ci risulta riguardino anche questi aspetti. Il problema è che, al momento, manca qualsiasi indicazione sul come, quando e verso dove si vuole andare per costruire un futuro no oil in Basilicata».   

 

 

Pubblicato in Ambiente&Territorio

“Non possiamo arrenderci all'idea che il laghetto del parco comunale Massimo Troisi di San Giovanni a Teduccio sarà cancellato per sempre”. Cittadini e associazioni sono sul piede di guerra, nel nome di Greta e della difesa dell’ambiente, in un quartiere già martoriato da impianti inquinanti e da una discarica voluta dall’amministrazione comunale.

Il Comune di Napoli, nella delibera di giunta approvata lo scorso luglio e portata alla luce da Vincenzo Morreale del Comitato civico, vuole trasformare la vasca in uno spazio per le attività sportive. “É assurdo eliminare per sempre un elemento caratteristico del parco e di tutto il quartiere – protestano le associazioni – un’ attrattiva per le persone ma soprattutto il covo naturale di molte specie di animali, per ultimo i rospi smeraldini”.

La risposta dell’Amministrazione comunale è arrivata con un post dell’assessore allo Sport Ciro Borriello che fa mezzo passo indietro ma ammette le “difficoltà” per la manutenzione della vasca. Resta anche l’interrogativo sui motivi che non portano, invece, alla riqualificazione degli impianti sportivi abbandonati e degradati che sorgono proprio di fronte al Parco Troisi.

“Ora che il Comune ha trovato i finanziamenti per riqualificare la struttura pubblica di viale Due Giugno – aggiungono le associazioni - ci aspettiamo che il laghetto venga ripristinato dopo anni di abbandono e degrado e che il Comune possa trovare, insieme ai cittadini e alle associazioni di Napoli Est, la soluzione migliore per ridare luce e decoro al parco”.

Domenica 20 ottobre parlerà la piazza con una manifestazione alle 11 del mattino proprio nel parco del “laghetto”: “ti chiediamo di portare una bottiglina di plastica usata. La utilizzeremo per un gesto simbolico e poi sarà raccolta e differenziata”.

Pubblicato in Campania

Lo aveva discriminato all’interno del suo taxi: “o ti siedi avanti o esci da quest’auto”. Aboubakar Soumahoro, il sindacalista dei braccianti, aveva denunciato l’accaduto sulle sue pagine social. Ora si sono incontrati dopo il gran clamore mediatico.

Ad annunciarlo è lo stesso Aboubakar dalla sua pagina facebook: “lui è Stefano, il tassista che giorni fa mi ha impedito di salire sul suo taxi. Oggi ci siamo incontrati e mi ha chiesto scusa. Scuse che ho accettato: Il perdono è una virtù che va esercitata perché libera l’anima e infonde il coraggio per guardare al futuro con speranza”.

E con il “selfie” di scuse l’augurio è che questi episodi non accadono più, con o senza clamore social e mediatico. Attualmente il Paese è ancora diviso sulla questione migranti. Secondo un sondaggio Swg per il 46% rappresentano complessivamente "un pericolo" e "un'invasione contro la nostra identità". Cambia la percentuale per le singole persone che sbarcano con il 54% che prova "compassione" e "solidarietà". Infine, gli italiani sono spaccati a metà anche sull'arresto per i clandestini: 45% (favorevoli) contro il 43% (contrari). 

La strada è ancora lunga per cancellare fake news, pregiudizi e discriminazioni. Stefano il tassista è un esempio concreto per farci capire che è possibile. 

Pubblicato in Editoriale

“A solo due settimane dall’incendio al campo di Moria a Lesbo, un altro rogo si è sviluppato questa notte al campo di Vathy sull’isola di Samos. Al momento non è stata registrata alcuna vittima. Le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) a Samos, attive dal 2015, riportano la distruzione di una serie di containers e tende. Circa 600 persone rimaste senza un rifugio hanno trovato una sistemazione in alcuni edifici dell’isola grazie all’aiuto di alcune ONG locali.

MSF sta attualmente supportando l'ospedale locale fornendo mediatori interculturali e svolgendo assistenza psicologica d'emergenza. MSF sta inoltre distribuendo beni di prima necessità per le persone colpite dall'incendio, oltre a continuare la regolare distribuzione di acqua.

Nel campo di Vathy, circa 6.000 persone, la metà sono donne e bambini, vivono in condizioni terribili in una struttura progettata per accoglierne 650. La maggior parte vive in rifugi di fortuna senza accesso regolare a servizi igienici o docce”.

A Samos, le équipe di MSF forniscono circa 40.000 litri d'acqua ogni giorno e assistenza psicologica. Migliaia di persone vivono in condizioni igienico-sanitarie inumane con gravi conseguenze e rischi per la salute. Il 36% dei nostri pazienti a Samos manifesta sintomi gravi come depressione, disturbi post traumatici e comportamenti autolesionistici, aggravati dall'estrema precarietà in cui vivono.

MSF è presente anche sulle isole di Chios e Lesbo fornendo cure mediche e assistenza psicologica ai migranti e rifugiati.

 

 

Pubblicato in Migrazioni
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