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Venerdì, 13 Dicembre 2019

Articoli filtrati per data: Martedì, 22 Ottobre 2019 - nelPaese.it

In un nuovo rapporto sulla Libia diffuso oggi, Amnesty International ha accusato le parti in conflitto per il controllo della capitale Tripoli di aver ucciso e ferito decine di civili a seguito di attacchi indiscriminati e dell'impiego di armi esplosive imprecise contro insediamenti urbani.

Nella prima indagine approfondita lungo la linea del fronte dal 4 aprile, giorno in cui è iniziato il conflitto per Tripoli, Amnesty International ha visitato i luoghi della capitale e della sua periferia colpiti da 33 attacchi aerei o terrestri e ha scoperto prove di possibili crimini di guerra commessi tanto dal Governo di accordo nazionale, riconosciuto dalle Nazioni Unite, quanto dall'autoproclamato Esercito nazionale libico.

"Dalla nostra indagine è emerso un sistematico disprezzo per il diritto internazionale alimentato dalle continue forniture di armi alle parti in conflitto, in violazione dell'embargo delle Nazioni Unite", ha dichiarato Donatella Rovera, alta consulente per le risposte alle crisi di Amnesty International.

"Decine di civili sono stati uccisi o feriti a seguito dell'impiego, da parte di entrambi i contendenti, di ogni genere di armamenti: dai razzi privi di guida dell'era-Gheddafi ai moderni missili montati su droni. Questi attacchi potrebbero costituire crimini di guerra", ha detto Brian Castner, alto consulente su armi e operazioni militari di Amnesty International.

La prima indagine sulla linea del fronte

Amnesty International è stata in Libia dal 1° al 14 agosto e ha visitato luoghi colpiti dagli attacchi a Tripoli e nei suoi dintorni, a Tajoura, Ain Zara, Qasr Bin Ghashir e Tarhouna. Sono stati intervistati 156 abitanti (compresi sopravvissuti, testimoni e parenti delle vittime), funzionari locali, operatori medici e miliziani.

Gli esperti di Amnesty International in materia di armi e di analisi di documentazione video-fotografica hanno a loro volta contribuito alle ricerche per quanto riguarda la maggior parte degli attacchi. Dal Governo di accordo nazionale e dall'Esercito nazionale libico non sono arrivate risposte alle domande poste da Amnesty International circa le loro operazioni militari.

La popolazione civile in mezzo al fuoco incrociato

Secondo le Nazioni Unite, sei mesi di combattimenti hanno ucciso o ferito oltre 100 civili, tra cui decine di migranti e rifugiati trattenuti nei centri di detenzione, e hanno causato lo sfollamento di oltre 100.000 persone. Attacchi aerei, colpi d'artiglieria e bombardamenti hanno distrutto abitazioni civili e importanti infrastrutture tra cui ospedali da campo, una scuola e un centro di detenzione per migranti e hanno costretto alla chiusura dell'aeroporto di Mitiga, per mesi l'unico funzionante della capitale.

Alcuni degli attacchi documentati da Amnesty International sono stati indiscriminati o sproporzionati: hanno dunque violato i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario e potrebbero costituire crimini di guerra. In ulteriori casi, la presenza di uomini armati all'interno o nei pressi di abitazioni civili e strutture mediche ha messo in pericolo la vita dei civili.

Tra le vittime civili figurano bambini anche di soli due anni che giocavano all'esterno delle loro case, persone che prendevano parte a un funerale e persone che stavano svolgendo le loro abituali attività quotidiane. "Che genere di guerra è questa, che uccide i civili e le famiglie nelle loro case? Che possiamo fare? Che Dio ci aiuti!", ha detto una donna il cui marito, 56 anni, padre di sei figli, è morto quando un razzo ha centrato la camera da letto dove stata riposando. Questo attacco è avvenuto il 16 aprile, poco prima delle 23. L'Esercito nazionale libico ha lanciato sei razzi "Grad", notoriamente imprecisi, sul centro abitato di Abu Salim, che ha distrutto vari edifici, ucciso sette civili e ne ha feriti almeno altri quattro.

Il 14 maggio, alle 12.15, un attacco a colpi d'artiglieria del Governo di accordo nazionale ha colpito il quartiere fittamente popolato di Qasr bin Ghashir, centrando un edificio di tre piani, uccidendo almeno cinque civili e ferendone oltre dieci. Molte persone si trovavano in quella zona per partecipare a un funerale.

"Ero a casa e mio fratello si trovava fuori, in strada. L'attacco è stato pesantissimo, ha fatto volare un'automobile sopra un'altra e per un momento tutto è diventato nero. Sono corso fuori e ho visto molti vicini morti e feriti, alcuni corpi erano a pezzi: una vista scioccante. Poi ho trovato mio fratello, morto", ha raccontato il fratello del 19enne Ahmad Fathi al-Muzughi.

Altri attacchi del Governo di accordo nazionale con le cosiddette "bombe paracadutate" FAB-500ShL, hanno colpito civili e infrastrutture civili ancora a Qasr bin Ghashir e Tarhouna. Con un raggio d'azione di oltre 800 metri, queste armi non dovrebbero mai essere impiegate contro i centri urbani.

Attacchi all'aeroporto e agli ospedali da campo

L'Aeroporto di Mitiga è tuttora chiuso dopo essere stato ripetutamente colpito dall'Esercito nazionale libico. Attacchi indiscriminati hanno centrato anche abitazioni civili e una scuola situate nelle vicinanze. Gli esperti di Amnesty International che hanno esaminato i crateri e i resti delle munizioni usate in diversi di questi attacchi hanno puntato il dito contro armi esplosive non guidate di grande impatto.

Gli attacchi dell'Esercito nazionale libico hanno danneggiato o distrutto ambulanze e ospedali da campo usati per curare i combattenti. Queste strutture e chi vi opera all'interno - compresi coloro che soccorrono combattenti feriti o ammalati - beneficiano secondo il diritto internazionale umanitario di una protezione speciale e non dovrebbero essere mai presi di mira. Amnesty International ha verificato che combattenti del Governo di accordo nazionale hanno usato gli ospedali da campo e altre strutture sanitarie a scopo militare, esponendoli dunque al rischio di attacchi.

Il peggiore di questi attacchi ha avuto luogo il 27 luglio, quando un missile ha colpito un ospedale da campo nei pressi dell'aeroporto internazionale di Tripoli (non operativo) uccidendo cinque medici e soccorritori e ferendone altri otto. Basandosi su frammenti di una Blue Arrow 7 e su altre prove raccolte sul posto, Amnesty International ha concluso che l'attacco è stato lanciato da un drone cinese Wing Loong gestito dagli Emirati Arabi Uniti per conto dell'Esercito nazionale libico. Amnesty International ha inoltre verificato che la struttura non portava le insegne mediche ed era stata usata da combattenti per mangiare e per altre attività.
Violazione dell'embargo sulle armi delle Nazioni Unite

Nonostante l'embargo sulle forniture di armi proclamato dalle Nazioni Unite già nel 2011, Emirati Arabi Uniti e Turchia hanno collaborato rispettivamente con l'Esercito nazionale libico e col Governo di accordo nazionale attraverso forniture illegali di armi e diretto sostegno militare. "La comunità internazionale deve mantenere e rafforzare l'embargo che Turchia, Emirati Arabi Uniti, Giordania e altri paesi hanno clamorosamente violato", ha dichiarato Brian Castner.

"Come richiedono le leggi di guerra, tutte le parti in conflitto devono assumere immediate misure per proteggere i civili e indagare sulla condotta delle loro forze armate. Chiediamo l'istituzione di una commissione d'inchiesta come primo passo per dare giustizia e riparazione alle vittime e ai loro familiari. Gli stati membri del Consiglio Onu dei diritti umani dovrebbero mettersi d'accordo per istituire questo organismo secondo un criterio di urgenza, per determinare le responsabilità delle violazioni dei diritti umani e conservare le prove dei crimini commessi", ha concluso Rovera.

Pubblicato in Nazionale

Grazie alla collaborazione già da tempo attiva con la cooperativa sociale veronese Azalea e ora anche con l’associazione Famiglie in rete, Leroy Merlin Italia apre a Villafranca un nuovo “Emporio fai da noi”, progetto all’insegna del riuso e del riciclo, generativo di relazioni, di solidarietà e valore sociale.

Lo spazio è infatti pensato come luogo di condivisione, dove le persone o le famiglie che abbiano bisogno di realizzare lavori di manutenzione di base, piccole ristrutturazioni o lavori di decorazione, potranno trovare gli utensili necessari e usufruirne in prestito e gratuitamente, come in una sorta di “biblioteca del bricolage”. All’Emporio sono anche presenti prodotti consumabili (come vernici, stucchi, lampadine…), donati da Leroy Merlin nella fase di avvio del progetto.

Con questa di Villafranca di Verona, situata negli spazi dell’associazione Famiglie in rete (in corso Vittorio Emanuele II 60), l’“Emporio fai da noi” avrà così un’altra sede veronese, oltre a quella inaugurata nel capoluogo scaligero esattamente un anno fa in collaborazione con la cooperativa sociale Gramigna. Gli Empori Fai Da noi in Italia, quindi, saliranno a quota 30.

Lo spazio inaugurerà ufficialmente al pubblico mercoledì 23 ottobre alle ore 19.30. Sarà poi aperto ogni lunedì, dalle ore 9 alle 13.

 

 

Pubblicato in Veneto

Nel nord-est del Sud Sudan violente inondazioni hanno lasciato migliaia di persone bloccate in aree inaccessibili, minacciando di aggravare una crisi umanitaria già catastrofica nel paese. Medici Senza Frontiere (MSF) sta lavorando per garantire l’accesso alle cure mediche nelle aree colpite e ha lanciato una missione esplorativa di emergenza per valutare i bisogni della popolazione.

MSF esorta tutti gli attori impegnati nel paese a mobilitare risorse per mitigare l’impatto dell'innalzamento dei livelli dell’acqua e garantire adeguata attenzione in particolare alla situazione di Pibor, dove l’ospedale è stato completamente allagato.

“I trasporti sono davvero difficili. Possiamo raggiungere le aree colpite solo in elicottero perché gli aerei non possono atterrare. Non esiste più un accesso all'acqua sicura perché i pozzi sono stati contaminati. Dobbiamo reagire rapidamente per fornire alloggi, acqua pulita e cure mediche" dichiara Alberto Zerboni, coordinatore per le operazioni di MSF in Sud Sudan (VIDEO). “Nel tentativo di continuare le attività abbiamo costruito una tensostruttura su un terreno più elevato, ma anche questa potrebbe allagarsi entro pochi giorni. Per questo allestiremo un ospedale gonfiabile su un’area ancora più elevata.”

A Pibor, MSF è stata costretta a ridurre le attività salvavita e a dimettere i pazienti a seguito dell’allagamento dell’ospedale e dell’intero compound. “Trasferiremo quanto prima in un luogo più sicuro gli ultimi nove pazienti rimasti nelle nostre strutture e stiamo lavorando per ripristinare quanto prima un accesso alle cure adeguato e sicuro per questa comunità” dichiara Roderick Embuido, coordinatore medico di MSF in Sud Sudan.

A Maban, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) stima che più di 200.000 persone siano state colpite dalle alluvioni. Nel centro di salute di MSF, un bambino gravemente malato e sotto ossigeno, ha perso la vita quando i generatori elettrici hanno smesso di funzionare a causa dell’inondazione. Anche il complesso di MSF si è allagato e le strade sono diventate impraticabili, impedendo temporaneamente al team di raggiungere il centro sanitario.

“Siamo estremamente preoccupati per la popolazione che risiede subito fuori Pibor e Maban. Stiamo svolgendo missioni esplorative, via elicottero e via terra, per capire meglio l’impatto delle alluvioni e adatteremo le nostre attività alla situazione in continua evoluzione” dichiara Kim Gielens, capomissione di MSF in Sud Sudan. “Con queste grandi quantità di acqua contaminata c’è un elevato rischio di epidemie di malattie mortali come il colera e l'epatite A e possiamo aspettarci un rapido aumento di diarrea, malaria e infezioni del tratto respiratorio, tra le principali cause di morte nel paese. Le organizzazioni internazionali e nazionali devono mobilitarsi immediatamente per garantire cibo, acqua, alloggi e assistenza medica.” 

La Ong teme anche che le inondazioni aumentino i rischi di malnutrizione per la distruzione di riserve di cibo e coltivazioni. A Maban, i pazienti ci hanno raccontato che il prezzo del poco cibo disponibile nei mercati è già triplicato e in molti non possono più permetterselo. In un paese in cui la malaria è la principale causa di morte tra i bambini sotto i cinque anni e in cui MSF tratta quasi 300.000 pazienti all'anno per questa malattia, un ulteriore aumento della sua diffusione avrà gravi conseguenze per le persone che non riescono a raggiungere le cure.

MSF è preoccupata infine per il potenziale aumento delle vittime di morsi di serpente perché i rettili si sposteranno verso le terre più asciutte, dove anche le persone sfollate si ripareranno dalle inondazioni. Le équipe di MSF vedono spesso le conseguenze fatali o debilitanti dell’avvelenamento da serpente all’ospedale di Pibor, che oggi non è più accessibile. Sette milioni di persone, ovvero circa i due terzi della popolazione del Sud Sudan, hanno disperato bisogno di assistenza umanitaria e le conseguenze delle inondazioni aggraveranno ulteriormente le loro condizioni, minando la resilienza, i meccanismi di difesa e l'accesso alle cure salvavita.

 

Pubblicato in Dal mondo

Il Terzo settore continua a crescere: 6 milioni di volontari, 844.775 dipendenti e oltre 350mila organizzazioni presenti sul territorio. È l’unico comparto del nostro Paese che registra rilevanti segnali di sviluppo. Una crescita che non fa bene solo all’economia, ma che crea e rinsalda sempre di più la coesione sociale e i legami di fiducia tra i cittadini.

“Il Terzo settore italiano è una grande risorsa silenziosa che ha bisogno di essere raccontata e conosciuta – dichiara la Portavoce del Forum Claudia Fiaschi –  Per questo abbiamo trovato nella TGR Rai un grande alleato per dare voce alle tante esperienze ed iniziative che contraddistinguono l’impegno delle organizzazioni, dei tanti volontari e di tutti gli operatori del settore.”

Il Terzo settore è infatti capace di mettere in campo le risposte concrete per combattere la povertà e le diseguaglianze e per accompagnare il cambiamento, immaginando soluzioni innovative, positive e creative che coinvolgano e mettano in relazione diversi attori delle comunità. In poche parole produce molti fatti che spesso non diventano notizie.

Grazie alla collaborazione con la TGR, nata con il contributo di Responsabilità Sociale Rai, una volta a settimana ciascuna regione racconterà una storia di impegno sociale e di cambiamento. Il primo appuntamento è per mercoledì 23 ottobre con la redazione della TGR del Veneto.

 

 

Pubblicato in Nazionale
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