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Venerdì, 13 Dicembre 2019

Articoli filtrati per data: Lunedì, 28 Ottobre 2019 - nelPaese.it

Si è svolto oggi a Palazzo San Giacomo, tra momenti di riflessione e commozione, il convegno dedicato ai primi 10 anni dell’Afro-Napoli United. All’incontro, dal titolo “Sport e Migrazioni: 10 anni di Afro-Napoli United”, sono intervenuti, moderati dal giornalista Marco Caiazzo: il presidente di Afro-Napoli United, Antonio Gargiulo; l’Assessore al Diritto alla Cittadinanza del Comune di Napoli, Laura Marmorale; l’Assessore allo Sport del Comune di Napoli, Ciro Borriello; la talent scout, Miriam Peruzzi; ed il ricercatore universitario, Erminio Fonzo.

”È stato un viaggio di dieci anni nelle culture e nelle vite delle centinaia di persone che sono state con noi - ha esordito cosi il presidente Antonio Gargiulo - Il nostro sogno resta quello di giocare a Napoli ed io mi auguro che il prima possibile si possa avere un campo in città, perché se dobbiamo essere la seconda squadra di Napoli è giusto che si giochi in città”.

Immediata la risposta dell’assessore Ciro Borriello: “Era giusto essere qui per festeggiare i primi dieci anni di questa bellissima storia. Una storia che sembra un film che ha già un lieto fine, perché l’Afro-Napoli è diventata un esempio per tutti. Credo che noi come amministrazione vi dobbiamo molto. Continueremo a starvi vicino. I campi ci sono e da novembre ne avremo molti in periferia a disposizione. Poi giocheremo anche al San Paolo, l’ho detto più volte. Nel caso di playoff, lo stadio è a disposizione”. 

Dall’assessore Laura Marmorale una riflessione più ampia sull’impatto che il progetto Afro-Napoli ha avuto sulla società “Io credo che questa esperienza sia uno specchio, perché questa esperienza di sport, di vita e d’aggregazione riesce a riflettere tutto quello che la società intera, in questo paese, non è in grado di fare. Non riesce a far fare sport a livello agonistico a chiunque ne abbia capacità, non è in grado di consentire un permesso di regolarizzazione normale per le persone, ma si danna l’anima perché ci sono troppi clandestini. Se noi creassimo un gioco da tavola con il percorso legale stabilito dal governo di regolarizzare in questo paese non riusciremmo mai ad arrivare alla fine del gioco.”

A concludere il dibattito gli interventi di Miriam Peruzzi, talent scout che da due anni collabora con la società sportiva per portare avanti un progetto di Academy finalizzato alla formazione dei giovani calciatori; e di Erminio Fonzo, ricercatore universitario che ha da poco pubblicato un libro, edito da Aracne, dal titolo “Sport e Migrazioni: storia dell’Afro-Napoli United” che dettagliatamente, attraverso articoli di giornale ed interviste, ricostruisce tutto il percorso della società sportiva, dalla sua fondazione ad oggi. 

In conclusione, il Comune di Napoli ha voluto omaggiare tutti gli atleti presenti, prima squadra e compagine femminile, ed i membri dello staff con una medaglia in onore dell’impegno profuso nel portare avanti un progetto di inclusione, aggregazione e condivisione attraverso lo sport.

 

Pubblicato in Sport sociale

Anche quest’anno il tema scelto dalla World Stroke Organization (Organizzazione Mondiale dell’Ictus Cerebrale) e fatto proprio dall’Associazione A.L.I.Ce. Italia Onlus per celebrare la Giornata mondiale contro l’ictus cerebrale, che, come ogni anno, sarà il prossimo 29 ottobre è “Up Again After Stroke” (Una vita dopo l’ictus è possibile) per incoraggiare le persone colpite e i loro familiari a non arrendersi, ad affrontare anche la delicata fase del post ictus senza demoralizzarsi e utilizzando tutti gli strumenti a disposizione.

Tra le conseguenze maggiormente disabilitanti, che hanno un impatto devastante sulle attività della vita quotidiana, sull’autonomia, sulle relazioni e, in una parola, sulla qualità della vita delle persone colpite, dei loro familiari e dei caregiver c’è sicuramente l’afasia, un disturbo del linguaggio causato da lesioni in particolari aree della corteccia cerebrale dell’emisfero dominante (prevalentemente il sinistro), sede appunto della funzione del linguaggio.

Alcune persone afasiche hanno difficoltà quando devono esprimersi verbalmente mentre può essere intatta la capacità di comprendere il linguaggio; altri, invece, manifestano difficoltà quando si tratta di comprendere quello che gli viene detto. La gravità, ovviamente, è estremamente variabile e dipende dalla sede e dalla dimensione del danno cerebrale.

Per la persona con afasia può essere difficile riuscire a seguire discorsi veloci, trovare le parole adatte da dire o comprendere frasi molto lunghe e complesse. Chi si trova a vivere con una persona afasica deve, innanzitutto, capire che convivere con un disturbo così grave può determinare cambiamenti di umore anche importanti e repentini e, quindi, sarebbe opportuno avere un atteggiamento rassicurante e positivo. La difficoltà di linguaggio non va interpretata come “rifiuto di parlare”: la persona afasica comunica come e quando può, riuscendo un attimo prima a dire una parola, ma subito dopo potrebbe manifestare difficoltà nel comunicare efficacemente il proprio pensiero.

In occasione della Giornata Mondiale contro l’Ictus Cerebrale, A.L.I.Ce. Italia intende fornire alcuni consigli per aiutare i caregiver e i familiari ad affrontare alcuni dei principali problemi quotidiani di comunicazione.

 

  • Non parlare alla persona afasica come se ci si stesse rivolgendo ad un bambino
  • Non parlare a voce più alta del normale
  • Non parlare velocemente
  • Utilizzare frasi brevi
  • Concedere tutto il tempo necessario per la risposta
  • Rispettare i tentativi senza cercare di anticipare o indovinare le parole
  • Non pretendere che ogni parola sia corretta
  • Avere un atteggiamento attento e disponibile per incoraggiare la comunicazione
  • Essere sicuri che la persona afasica abbia capito il messaggio che gli si vuole trasmettere
  • Fare domande dirette, come ad esempio “vuoi uscire?” in modo che si possa rispondere solo con un sì o no o con un cenno della testa
  • Parlare uno alla volta

Fondamentale, anche in questo caso, l’approccio riabilitativo che, oggi, è centrato non solo sul paziente ma anche sulla comunità circostante, prima di tutto la famiglia, che deve avvicinarsi a queste nuove modalità di comunicazione. La durata del trattamento è variabile, sicuramente il lavoro più intenso, che porta i risultati maggiori, è quello che viene svolto nell’arco dei primi 12 mesi. Dopo questo primo periodo, il lavoro si concentra principalmente su quella che può essere definita “riabilitazione sociale”, meno legata dunque all’ospedale, con un percorso di adattamento costante.

Oltre a logopedia, fisioterapia e terapia occupazionale c’è un altro strumento riabilitativo che sta emergendo come molto utile: la musicoterapia, che contribuisce ad attivare canali diversi da quelli verbali generalmente utilizzati.

Il progetto del “Coro degli Afasici”, fortemente voluto da A.L.I.Ce. Italia Onlus, è una realtà presente ormai in diverse città, quali ad esempio Trieste, Genova, Fossano, Ravenna, Firenze, L’Aquila ed è rivolto a coloro che, avendo già realizzato un percorso riabilitativo, vogliono affrontare e migliorare i disagi emotivi collegati alla propria esperienza di isolamento e depressione, conseguenze molto frequenti dell’ictus e dell’afasia.

Partecipare al Coro comporta non solo benefici di natura psicologica, ma evidenzia anche una specifica valenza terapeutica. Le persone afasiche, infatti, hanno difficoltà a parlare ma riescono quasi tutte ugualmente a cantare: questo è possibile perché musica e linguaggio verbale non si trovano nello stesso emisfero cerebrale. Il linguaggio si colloca nell’emisfero dominante, mentre la funzione musicale interessa l’emisfero non dominante. Questo è il motivo per cui una persona che non riesce ad articolare neanche le frasi più semplici, può con l’esercizio unire la propria voce a quella degli altri, anche solo sillabando.  

“Il Coro – dichiara la Dottoressa Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus -  favorisce anche un importante e piacevole momento di socializzazione e di incontro tra le persone afasiche e i loro familiari, perché in queste occasioni tutti possono “dare voce” al proprio vissuto. Con questa esperienza si rafforza anche l’autostima della persona, che, essendo in contatto con altre che hanno problematiche simili, si sente finalmente parte di un gruppo”.

Tutte le informazioni sulle numerose iniziative nazionali, regionali e locali previste in occasione della Giornata Mondiale del prossimo 29 ottobre saranno inserite sul sito: www.aliceitalia.org. L’ictus cerebrale è una malattia grave e disabilitante, che ogni anno nel mondo colpisce circa 15 milioni di persone e rappresenta la terza causa di morte, la prima di invalidità e la seconda di demenza; nel nostro Paese sono circa 150.000 i soggetti colpiti e quelli che sono sopravvissuti, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 1 milione.

Fondamentale per la prevenzione è la adeguata consapevolezza da parte dei cittadini dei fattori di rischio che da soli o, ancora di più, in combinazione tra di loro aumentano la possibilità di incorrere in un ictus: ipertensione arteriosa, obesità, diabete, fumo, sedentarietà ed alcune anomalie cardiache e vascolari. Le nuove terapie della fase acuta (trombolisi e trombectomia meccanica) possono evitare del tutto o migliorare spesso in modo sorprendente questi esiti, ma la loro applicazione rimane a tutt'oggi molto limitata per una serie di motivi. I principali sono rappresentati dalla scarsa consapevolezza dei sintomi da parte della popolazione, dal conseguente ritardo con cui chiama il 112 e quindi arriva negli ospedali idonei, dalla perdita di tempo intra-ospedaliera e, infine, dalla mancanza di reti ospedaliere appropriatamente organizzate.

 

 

Pubblicato in Salute

Il 9 novembre Franz Fanon "sbarca" a Roma, l'uomo, l'antropologo, il filosofo e lo psichiatra, che ha viaggiato per parlarci del razzismo e della colonizzazione e ha letto e scritto per far riflettere su razzismi e sull'indifferenza dilagante. Questo è uno degli appuntamenti di Interazioni 2019, l’evento a cura dello Sprar Weel-c-home gestito dalla coop sociale Idea Prisma 82.  La giornata è promossa anche da Indiewatch, Arci e Naim.

Lo psichiatra che ci ha fatto comprendere che bisogna cercare di capire meglio la causa del disturbo per riuscire a "prendersene cura". Come cittadini, mediatori, operatori sociali, psicologi, operatori legali, ci incontriamo tutti per confrontarci e per sviluppare insieme un cammino verso un approccio comune per la presa in carico di persone che chiedono di poter essere supportati e tutelati nel riconoscimento dei propri diritti, persone che continuano a essere vittime di politiche non molto diverse da quelle dell'epoca di Franz Fanon. Persone che scappano dalla guerra, dalla schiavitù, da carestie, da catastrofi ambientali. Essere umani nati nella parte "sbagliata" del mondo. Prigionieri in un'area geografica ben determinata da frontiere ben disegnate in uffici di potere, persone che vivono la povertà, la guerra e lo sfruttamento senza avere il diritto di resistere e di fuggire.

Il giorno in cui decidono - amaramente - di partire, trovano frontiere aperte solo al ricco o al forte che possono permettersi la fuga. Chi paga o chi ha la forza per intraprendere il pericoloso cammino verso il "paradiso", - la parte "fortunata" del mondo - dall'altra parte del mare, e per farlo deve pagare, spendendo tutti i risparmi di una vita ... risparmi di famiglia, e paga a caro prezzo anche e soprattutto con la sua dignità umana, con la sua salute fisica e mentale, spesso con la propria vita e la vita dei propri cari.

“Ci incontriamo con le istituzioni, i servizi, le organizzazioni, i progetti, la cittadinanza, intorno a un tavolo per parlare degli strumenti e dell'efficacia del sistema per la prevenzione e l'accesso alle cure di una persona migrante in un contesto sociale e politico molto critico, che propone solo chiusura e indifferenza davanti ad abusi continui di un diritto garantito della costituzione italiana, il diritto a vivere, e il diritto a vivere una vita dignitosa e degna di essere vissuta”, scrivono i rappresentanti di Well-c-Home

Il programma completo è visibile sulla pagina evento di facebook.

 

Pubblicato in Lazio

SOS MEDITERRANEE e Medici Senza Frontiere (MSF) chiedono a un’ampia coalizione di Stati europei di facilitare urgentemente l’assegnazione di un porto alla Ocean Viking e avviare finalmente un meccanismo di sbarco prevedibile e coordinato, come discusso a inizio ottobre durante il vertice di Lussemburgo. La Ocean Viking, nave di soccorso gestita in collaborazione da SOS MEDITERRANEE e MSF, è ancora bloccata in mare, in attesa di un luogo sicuro dove sbarcare i 104 naufraghi soccorsi in acque internazionali al largo della Libia dieci giorni fa.

“Negli ultimi quattro mesi, diversi leader europei si sono incontrati in tre occasioni (a Parigi, Malta e Lussemburgo) mostrando la volontà di definire un meccanismo temporaneo di sbarco e distribuzione delle persone che vengono soccorse nel Mediterraneo centrale” ha detto Louise Guillaumat, vicedirettore delle operazioni di SOS MEDITERRANEE. “Eppure ancora oggi 104 naufraghi vengono lasciati in un limbo sul ponte di una nave di soccorso, senza una soluzione in vista per lo sbarco, aggiungendo ulteriore sofferenza dopo la situazione di pericolo vissuta in mare. L’Europa può e deve mostrare più solidarietà verso gli Stati costieri in prima linea.”

Tra le 104 persone soccorse dalla Ocean Viking il 18 ottobre ci sono due donne incinte e 41 bambini e ragazzi sotto i 18 anni – i più piccoli hanno due e undici mesi, uno è nato in un centro di detenzione in Libia secondo la testimonianza della madre. La grande maggioranza (76%) dei minori dice di viaggiare senza essere accompagnati da un parente o da un tutore. Molti dei naufraghi raccontano di essere rimasti intrappolati in Libia per diversi anni e alcuni dicono di essere fuggiti a causa dei combattimenti scoppiati ad aprile di quest’anno.

“Ogni paziente visitato finora nella clinica di MSF a bordo ci ha raccontato di aver subito o assistito a violenze, anche sessuali, a un certo punto del viaggio. Le donne hanno detto al nostro team medico di essere fuggite dai loro paesi a causa di matrimoni forzati, mutilazioni genitali femminili o violenze sessuali” spiega Michael Fark, capomissione di MSF. “È inaccettabile che da dieci giorni queste persone già vulnerabili abbiano dovuto subire non solo le intemperie, bloccate in mare aperto, ma anche l’incertezza di non sapere cosa sarà di loro. Questa prolungata e inutile permanenza in mare deve finire. Chiediamo con forza ai leader europei di essere all’altezza dei propri principi e consentire ai naufraghi di sbarcare finalmente verso la sicurezza.”

Mentre la Ocean Viking è bloccata in mare, questo fine settimana ci sono stati nuovi casi di barche in difficoltà nel Mediterraneo centrale, con due soccorsi condotti da navi umanitarie, tra cui un soccorso critico della Alan Kurdi in un contesto di confusione tra le autorità competenti, come accaduto spesso nell’ultimo anno. Almeno 692 persone sono morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale dall’inizio di quest’anno. I soccorsi delle navi umanitarie non devono essere rallentati o ostacolati a causa di inutili attese in mare.

Il vertice dei ministri europei in Lussemburgo a inizio ottobre sembrava aver raggiunto l’accordo su un “progetto pilota” che coinvolgeva sette Stati membri, la metà dei 14 annunciati come obiettivo nel vertice di luglio a Parigi, ma comunque un segnale promettente verso l’avvio di un sistema di sbarco basato sul rispetto del diritto internazionale. Poco dopo quell’incontro, alla Ocean Viking era stato consentito di sbarcare 176 persone a Taranto entro 26 ore dal soccorso. Ma meno di una settimana dopo, la Ocean Viking è stata di nuovo lasciata in mare per giorni senza l’assegnazione di un porto sicuro.

“La situazione in cui si trova oggi la Ocean Viking dimostra quanto sia fragile l’annunciato progetto pilota europeo sugli sbarchi. Tutto questo è durato fin troppo. Tornare all’approccio ad hoc, nave per nave, che ha caratterizzato gli ultimi 16 mesi sarebbe un grave passo indietro. Queste inutili attese e stand-off in mare potranno finire solo se una più ampia coalizione di paesi europei converrà per supportare i paesi di sbarco senza ulteriori ritardi” conclude Louise Guillaumat di SOS MEDITERRANEE.

Pubblicato in Migrazioni
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